Epistole (Caterina da Siena) I/Orazione

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Orazione

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A chi legge Lettera 1
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ORAZIONE

CHE ELLA DI PROPRIA MANO SCRISSE DI CINABRO.


O Spinto Santo vieni nel mio cuore; per la tua potenzia tràilo a te Dio, e concedimi carità con timore. Custodimi Cristo da ogni mal pensiero; riscaldami e rinfiammami del tuo dolcissimo amore; sicchè ogni pena mi paja leggiera. Santo mio padre e dolce mio Signore, ora ajutami in ogni mio ministero. Cristo amore, Cristo amore. Amen.

Ed in un manoscritto di Tommaso Buonconti suo discepolo,1 dove egli riportò molte lettere ed orazioni della santa, trovasi questa nello stesso modo distesa se non che il Buonconti vi lasciò quelle parole:

Sicchè ogni pena mi paja leggiera.

Onde ci servimmo di quella d’Aldo, come più intiera ed uniforme al testo latino del beato Caffarini, il quale senz’altro ad verbum la voltò dall’antico suo volgare in latino, giacchè in latino dovette scrivere l’attestazione. Tuttavia ancor quella d’Aldo del tutto non risponde alla versione latina del Caffarini, dove in ultimo dice: adjuva me in omni mea necessitate. Sicchè nel suo volgare doveva dire in ogni mio mestiere; non già in ogni mio ministero. Imperocchè in tal senso pure usa mestiere per bisogno Cecco Angelieri poeta sanese di quel secolo.

Avvenga che, io dicea non ho mestiere,
Di voler cosa che dolor mi tolga.

Con occasione di questa ammenda, stimiamo, che di sopra quell'altro senso: Ita quod omnis paena mihi levis videatur, nel primo sanese volgare scritto dalla [p. xiii modifica]santa dicesse: Sicchè ogni pena mi paja leggiere: non già leggiero, come pose Aldo. Poichè se vegga risi le scritture di que’ tempi stessi, l’addiettivo leggiere era tanto comune al feminile sostantivo, che al mascolino, come oggidì sono simili addiettivi, facile, breve, lieve, grave. Così trovasi nel Boccaccio alla novella 24, trovandola leggere assai mancò della sua speranza. E Binda Bonichi rimatore di Siena, più antico della santa, scrisse nella sua canzone quindecima.

Che natura contenta
     Leggier vivanda, e grosso vestimento.

Imperocchè leggiera non si può troncar nel verso come leggiere; e perciò leggiere va inteso in questo autore: e altri esempi se ne ha nel Memoriale del Bergamino. Che se in questa forma voglia ridursi l'antica lettura di questa orazione, ognuno ben vede, che dalla santa fu legata a rima, non senza tale quale obbedienza alla misura del verso.

O Spirito Santo vieni nel mio cuore;
     Per la tua potenzia tràilo a te Dio!
     E concedimi carità con timore.
     Custodimi Cristo di ogni mal pensiere,
     Riscaldami e rinfiammami del tuo dolcissimo amore.
     Sicchè ogni pena mi paja leggiere.
     Santo il mio padre, e dolce il mio Signore,
     Ora ajutami in ogni mio mestiere.
     Cristo amore, Cristo amore.

In questa forma, l’eruditissimo signor canonico Gio. Mario Crescimbeni, per nostro avviso, riportò questa orazione nel 3 volume della volgar poesia a fogl. 119, che punto non dissuona dal testo del Caffarini, a cui debbe credersi più, che ad ogni altro, poich’ebbe alle mani l’originale, ed anche agli altri due volgari sopraddetti si accorda. Altrimenti la santa, che nelle prose sua serbò tutta la grazia della locuzione, ed il suono conveniente del periodo, non averebbe posto in sì corti sensi cinque rime in are, e quell'altre in ero: senza che non era in casa della santa del tutto forastiera la toscana poesia, se Muccio [p. xiv modifica]Piacenti non mediocre poeta intorno al 1300, fu suo avo materno, a detta del P. Ugurgeri2: e non era fuor di costume de religiosi il tenere divotamente allegro il popolo in cantar simili laude nel modo che dicesi aver praticato il beato Ambrogio da Siena3, pure domenicano, nel secolo precedente ed il beato Giovanni Colombino, con Paolino suo compagno ingesuato, che scrissero alcun anno avanti alla Santa4.

Che, rispetto alla misura del verso, ce la ritroverai più giusta, se ti ricorderai che di quel tempo scrivevano i rimatori intiere le parole, eziandio che le pronunziassero accorciate di qualche lettera, e così nel primo verso di questa sacra canzone dicendo spirto in vece che spirito, lo ridurrai al suo vero numero. Di questa maniera vedesi scritto nella Vaticana un originale di mano del Petrarca: e peggio di questo alcuni sonetti, di Pietro delle Vigne5, bisavo del beato Raimondo confessore della Santa, che per quante lettere vi si tolgano nel fine e nel mezzo delle voci, la misura noti torna giammai al suo segno, onde non sono che una continuata prosa sparsa di rime irregolari.

Avvertendo dunque le predette cose non si appose il Sangiur6 nell’asserire che la Santa non si servisse giammai dell’uso di scrivere, se non se nella predetta orazione: poichè, secondo afferma il B. Caffarini7 nel sopra detto luogo, ella stese molte lettere di suo pugno (oltre a que’ foglietti del Dialogo) al B. Stefano, al B. Raimondo, ed altri: e nel supplimento che lo stesso Caffarini fece alla Leggenda di Raimondo, [p. xv modifica]aggiunge di più, che di sua mano ella scrivesse più volte ad Urbano VI, del che la Santa medesima ci rende più sicuro testimonio alla lettera 102, num. 2. Egli però è vero, che delle sue lettere la più parte crediamo fossero scritte, a dettatura di lei, da’ suoi segretarj, che fino a tre per volta nelle spedizioni la servivano, siccome più distintamente appresso diremo.

Stabilito il modo miracoloso del primo scrivere della Santa, e quali fossero le cose che prima scrisse, e poi, convien fermare in che luogo ciò le accadesse, ed in qual anno dell’età sua, e in che tempo.

Il luogo, siccome si dice nell’annotazioni alla lettera novantesima di quest’opera, fu la Rocca a Tentennano, uno de’ castelli che si possedevano dalla nobilissima famiglia de’ Salimbeni de’grandi di Siena, con occasione che quivi la Santa si tratteneva appresso una divota gentildonna di quella famiglia chiamata Bianchina, già moglie di Giovanni Salimbeni, alla quale indirizzò poi una lettera che si vede sotto al num. 331.

Oggi il detto luogo s’intende per la Rocca d’Orcia, avvegnacchè sopra la valle dell’Orcia sia situato, discosto da Siena ventitrè miglia; e scorgesi da’ passaggeri della Strada Romana, come in un acuto ed erto scoglio fabbricato sopra di un monte, a cultura di olivi meglio che ad altra cosa addimesticato. Ed oh quanto propriamente potrebbe alzarsi in quel sentiero una colonna, che avvertisse i pellegrini verso di Roma incamminati a salutare quel ripido sasso, dove fu insegnato il primo volo alla penna della nostra sanese colomba, che portò l’ulivo all’agitato Nocchiero della Chiesa romana, e che fu da Dio destinata a riportare sopra del Vaticano il nido per settant’anni sbanditovi dello Spirito Santo. Ond’è che questa Rocca predetta fu terribile ancora a Lucifero per que’ prognostici che vi prese delle sue future perdite, e ne provò le prime sconfitte nel cacciarlo che quivi fece la santa Vergine dal possesso del corpo di certa donna. [p. xvi modifica]

Il tempo in cui santa Caterina in questa rocca si trattenne, fu nell’anno 1377, cioè il 30 dell’età sua, come s’osserva nelle annotazioni alla lettera 90, e pare che ciò seguisse nell’avvento; siccome ella accenna nella lettera 178 al numero 2,che scrisse dalla Rocca d’Orcia, dove il miracolo intravvenne.

Incaricatasi dunque, più che mai, la santa Vergine per divino comandamento del suo apostolico ministero di raddurre, per mezzo delle sue lettere, le smarrite pecorelle all’ovile di Cristo (come già di poco alla romana residenza raddotto avea l’istesso ramingo supremo pastore) e non bastandole il vigore della complessione sua da tante penitenze macerata, fulle di mestieri tenersi in ajuto alcuni de’ suoi più savi e più sperimentati discepoli, fra tanti che ella n’avea d’ogni grado, d’ogni condizione e d’ogni sesso, i quali di suoi segretarj ebbero nome.

Il beato Raimondo suo confessore8 dice, che coloro, i quali principalmente scrivevano a sua dettatura, furono tre: non contandovi per avventura sè medesimo, il quale, senz’altro, secondo che la bisogna richiedeva, in quell’officio occupavasi, come leggerai nelle note alle lettere scritte a’ pontefici.

Uno de’ tre fu Barduccio di Pietro Canigiani nobile fiorentino, giovane chierico, a lei carissimo per l’uniformità del candore verginale, ch’esso nell’anima sua coltivava, unito a molte altre singolari virtù; e che poco a lei sopravvivendo lasciò un odore di sempre incorrotta vita, lasciandoci ancora una relazione del transito della santa Madre, che da noi è stata riportata in fine della leggenda volgarizzata dal beato Raimondo a fogl. 211 del secondo tomo di questa impressione. Veggansi le notizie di questo santo giovane nella terza parte della detta leggenda della santa, cap. 1, num. 10, e nell’annotazioni alla lettera 228, e quelle di sua famiglia nelle note alla lettera 233. [p. xvii modifica]

L’altro suo segretario fu Stefano di Corrado Maconi, casata delle più potenti e insigni fra quelle del Grandato di Siena9. Questi fu ridotto dalla santa nel buon cammino del Signore quattro anni prima che ella morisse, siccome egli asserisce nella lettera di testimonianza dell’azioni della santa, registrata da noi nel primo tomo di quest’opere, dopo la leggenda del beato Raimondo, ed affezionatosi alla sua dolce conversazione seguilla nel suo viaggio in Francia, in offizio di suo segretario; indi, tornato in Siena, servilla sempre tanto nelle spedizioni delle lettere che nello scrivere il Libro de’ Dialoghi, ed ultimamente andò a trovarla a Roma, in quel tempo che ella morì, e morendo disse lui, che si sarebbe fatto certosino, siccome accadde; essendo eletto, poi a generale del suo ordine, per cui molte segnalate cose intraprese, e fra l'altre, la fondazione della Certosa di Pavia, monumento immortale della pia magnificenza di Giovanni Galeazzo Visconti duca di Milano. Menò il Maconi, dopo la sua conversione, una santissima vita, tanto nel secolo che nella clausura, dietro alle tracce della santa maestra sua, e mostrava per le glorie di lei così tenera passione, che dal parlare sempre di quella, e dall’imitarla, fu per soprannome detto il Caterinato. Oggi è acclamato tra beati, e ne scrisse la vita don Bartolomeo da Siena certosino. Leggi dodici lettere che la santa in più volte indrizzogli, le quali cominciano al num. 253, e l’osservazioni sopra le medesime. Alcuna però ve ne manca, e particolarmente quella che la santa gli scrisse la prima volta, che di scrivere ebbe l’uso, il che di sopra si disse.

Il terzo scrittore dal beato Raimondo nominato, fu Neri di Landoccio Pagliaresi, che similmente era nobilissimo uomo, e de’ grandi sanesi, e grazioso rimatore di que' tempi, siccome può conoscersi da quella [p. xviii modifica]canzone, che egli scrisse in lode della santa, riportata dal Farri nell’impressione del Dialogo del 1579 in fine del libro, che così comincia:

E spento il lume, che per certo accese, ec.

Fu il Pagliaresi uno degli scrittori del Dialogo, e delle Lettere; e lasciati a consiglio della sua maestra, tutti i parenti e le facoltà, menò dentro al secolo una vita del tutto religiosa, fino che vestendo negli anni ultimi del viver suo un sacco eremitico chiuse santamente i suoi giorni. Troviamo nella seconda parte di queste lettere al num. 273, che undici na sono a lui indirizzate.

Dopo questi tre segretarj della santa, che più assiduamente la servirono (per quello scrisse il Capuano) noi leggiamo, che dagli altri ancora in sì pregevole ministero si occuparono.

Uno fu (cui daremo luogo di quarto) ser Cristofano di Gano Guidini, cittadino di reggimento nella repubblica sanese e notajo dello spedale di s. Maria della Scala, il quale, rimastosi vedovo, vestì l’abito de’ frati serventi di detto spedale, come vedrai nell’osservazioni alla lettera 240. Costui rendette certa testimonianza della santa, e d’essere stato uno degli scrittori del Dialogo insieme con Barduccio, con Neri e col Maconi, come si vede nel prologo, che al detto libro abbiamo fatto. Una lettera a lui scrisse la santa, che è la 240, e nell’osservazioni a quella, avrai di lui più piena contezza.

In mancanza de’ mentovati segretarj servissi talora la santa Vergine delle sue discepole mantellate. Tra queste, una fu suor Francesca vedova di Clemente di Goro, che le fu compagna in molti viaggi, e a lei dettò la lettera 116, la 176, la 183. Di questa parla con molta lode il beato Raimondo nella leggenda par. 3, cap. 1, dove pure parla d’altra compagna detta Alessia dei Saracini, che scrisse ancor ella alcuna di queste lettere, come vedesi particolarmente dalla 117. La [p. xix modifica]Giovanna Pazzi ne scrisse pur essa, come si ha dalla lettera 287, e di lei favellasi alla lettera 342, siccome dell’altre due compagne nelle note a più lettere, che qui loro si trovano indirizzate.

Nè lontano è dal credersi, che s’intromettessero a otta, a otta in quest’affare gli altri suoi discepoli e compagni nelle sue spedizioni, fra i quali il beato Giovanni Tantucci frate Leccetano, che andò seco a Vignone, e che ascoltava le confessioni de’ popoli nella missioni della santa, l’abate di sant’Antimo, monsignor Tomaso Petra, frate Tomaso della Fonte suo primo confessore, frate Bartolomeo di Domenico che fu poi vescovo di Corone, e di rado si distaccò dal suo lato, Pietro Ventura, uomo nobile da Siena, il quale per intercessione di la racquistò il lume d’un occhio perduto, Anastagio da Montalcino amico ancor esso delle Muse, come si vede nella sua canzone, che per la santa compose, posta dal Farri al lato a quella del Pagliaresi; ed infine (per lasciarne moltissimi più, che nel ruolo del suo insigne discepolato, altrove riferiremo) leggiamo senz’altro, che Tomaso, Gherardo e Francesco Buonconti, fratelli nobili pisani suoi discepoli, e molte volte compagni ne’ suoi viaggi, alcune lettere scrissero: cioè Gherardo la 33, e la 59, Tomaso la 49, Francesco la 278.

Ma quello che serve a confondere ogni umano intendimento, si è ciò che riferisce il mentovato frate Bartolomeo di Domenico, che potrai leggere nell’annotazioni alla lettera 187. Afferma questo religioso nella giurata testimonianza, che rendette avanti al vescovo di Castello in Venezia, esser più volte stato presente quando la santa vergine dettava in un tempo stesso a tre scrittori diverse lettere, senza punto intrigarsi o frammettere di tempo; che è quello, che nella persona di s. Girolamo ci sembrò quasi difficile a credere: onde chiaro si conosce, che quel medesimo spirito di Dio, che ammaestrolla a trattar la penna, le assisteva del continuo, quando ancora ella si serviva [p. xx modifica]della penna altrui. Anzi non di rado accadeva, che in dettando sollevatasi sopra le penne del divino Spirito, rimanendo astratta da tutti i sensi, eccettochè dal parlare, ed in quel modo divisando con Dio e cogli uomini, alcune lettere componeva, che ad una per una in questi libri vedrai distinte. Leggi in fine quanto del suo modo mirabile di scrivere lasciò scritto d beato Raimondo nel primo prologo alla leggenda e tutti gli altri insigni scrittori, dei quali faremo altrove parola.

Salita che fu al cielo la santa vergine l’anno 1380, alcuni de’ sopraddetti scrittori e discepoli suoi ragunarono di qua e di là delle sue lettere e delle sue scritture.

Il beato Stefano Maconi, avendo trascritto il libro del Dialogo, ripose poi dietro a quello alcune Epistole ancora; ed un altra, più piena raccolta, stimiamo che ne facesse in certo volume che si trova nella Libreria della Certosa pavese10, del quale appresso parleremo. Il Buonconti pure non poche ne mise insieme, come si ha da un suo antico esemplare a penna, rimasto fra le più memorabili cose del cardinale Volunnio Bandinelli, oggi appresso il signor Volunnio suo erede e nipote. Un’altra piena raccolta se ne ha in un antico testo a penna nella Libreria di s. Pantaleo in Roma, e questa è delle più fedeli nell’ortografia e nella locuzione fra quante, ne abbiamo vedute: e per quello dalla forma del carattere si ravvisa, fu lo scrittore contemporaneo della santa.

Ma il beato Raimondo Capuano suo confessore, ne lasciò ai Domenicani di Siena due ben grossi volumi in pergamena politamente esemplati, ne’ quali quasi tutte le raccolte degli altri si contengono, e ciò fu pochi anni dopo morta la santa vergine, quando pel ministero del suo generalato, visitando l’Ordine, fermossi [p. xxi modifica]alcun tempo in Siena nello stesso convento di Campareggi, di cui era figliuolo. E questi così pregevoli monumenti sono avvalorati dal testimonio, che ne fa il beato Tomaso Caffarini presso gli Atti di Venezia sopraccitati, affermando aver egli vedute le dette raccolte dal Capuano, donate ai frati di Siena, e riportando il numero delle lettere, cioè, che in un volume erano 155, e queste erano le scritte ai papi, cardinali, ed altri ecclesiastici, e che nell’altro volume, erano 139, e quelle erano a’ principi e ad altre persone secolari.

Nelle memorie del medesimo convento trovasi, che i sopraddetti due volumi per esser troppo grandi furono partiti in tre, e che uno di essi fu da’ frati mandato a Roma ad istanza d’Alessandro VII, del quale per tutte le diligenze praticate, veruna contezza non potemmo avere; sicchè de’ due che restarono, ci servimmo: e questi sono que medesmi che fra gli altri dodici manoscritti, o alla santa appartenenti, o alle memorie di quel venerabile convento, uno de’ primi santuarj della sua religione e della sua città, ancora oggi si veggono nella sagrestia della chiesa riccamente legati per alcune pie gentildonne sanesi, le quali per opera nostra vollero in quella forma esporli alla pubblica erudizione, e salvargli dall’incuria dell’altrui dimenticanza, o dalle rapine dell’altrui devozione indiscreta.

Fino all’anno 1500, cioè 120 anni dopo la morte di s. Caterina, fu desiderata la pubblicazione di dette sue lettere, ed allora fu, che Aldo Manuzio le pose alla luce in Venezia, a conforto e direzione di Fra Bartolomeo da Bergamo domenicano, e dopo lui il Farri in Venezia pure nell’anno 1579 ed altri dapoi.

Ma per quanta accettazione abbiano sempre trovata l’uno e gli altri testi, tanto presso gli scrittori che presso i divoti, ed i professori in fine della più polita toscana favella, non si può negare, che Aldo Manuzio, il Farri e tutti gli altri, che ai loro esemplari [p. xxii modifica]si sono attenuti, non abbiano mancato notabilmente nell’ordine e nell’avvertimento; e quello che peggio fu, debbono l’uno e l’altro riprendersi, come alteratori del testo della santa, così nella sua pura locuzione, che nella sentenza.

Ciò ben comprese Jacopo Corbinelli fiorentino nell’annoverare ch’egli fece i libri di santa Caterina fra molti altri degli scrittori toscani, che per mal fatto degli stampatori, furono prima negletti che conosciuti.

E prima (facendoci dall’ordine) non fu allora certamente servata la serie de’ tempi, ne’ quali la santa scrisse, anzi bene spesso fu posta a catafascio una lettera dietro a molte che dovevasi porre avanti a tutte quelle: in che puoi soddisfarti nell’annotazioni alla epistola prima, alla 271 e ad altre.

Secondo non fu avvertito di non replicare le stesse lettere più d’una volta, tanto che fino a 12 se ne contavano due volte stampate, come vedrai all’osservazioni della lettera 52, 126, 130 e 236.

E quanto alla considerabile alterazione prima della sentenza, basti l’attendere al confronto posto nel fine tanto di questa pria parte di lettere che della seconda, dove potrai chiaramente riconoscere, che nella prima si sono fatte al paragone de’ legittimi esemplari manoscritti fino a 216 correzioni e 65 nella seconda. E queste correzioni non sono di qualche solo carattere posto in cambio d’un altro, ma di parole e sensi intieri cangiati, tanto che molte espressioni in quel modo poste non s’accordavano colla più sana dottrina; e taluno, per difendere la santa dalla taccia di qualche errore, scusavala come astratta, quasi che quando ella era fuora de’ sensi, che era in Dio fosse più sottoposta a parlar di lui con minor chiarezza e proprietà. Per quello poi, che alla purità del sanese idioma appartiene, e che mai non s’accorgeva esser stato nelle più singolari bellezze e grazie sue con troppa ignoranza (che malizia non vogliam credere ) difformato?

Di questo non abbiamo posto il confronto, come [p. xxiii modifica]della sentenza, imperocchè ad ogni verso qualche alterazione si trova nei testi veneziani, o vogliasi di coniugazioni, o di articoli o di voci. Guarda minutamente a questa nuova impressione, e alle precedenti, e ti stupirai dell’ardimento di chi pretese riformare al suono delle sue mal accordate orecchie il buon concerto dello stile di santa Caterina, che così toscanamente scrisse, quanto tutti gli altri di quel suo secolo, chiamato oggidì il buon secolo della lingua; onde alcuna delle sue lettere, come nel prologo al primo tomo avvertimmo,) fu dal Massonio posti a paragone con quelle del Petrarca: e tutte le toscane accademie, dopo quella de’ signori della Crusca, presero a venerare i suoi scritti più sinceri fra i più autorevoli testi del buon parlare. Rammentati di quanto sopra ciò dicemmo nell’accennato Proemio, che qui non abbisogna farne più replica.

E non solamente patirono tanta mutazione queste nostre epistole nell’impressioni riferite di Venezia. Ancora chi le tradusse nella lingua francese11 diede talora ai sentimenti toscani tal cattivo lume, che molte cose fece restare allo scuro, ed altre, sì contraffatte lasciolle, che più tosto a risa ne muove. Di questa maniera sarebbe l’intender che fece quel buon francese Cecca per Cieca, Casole terra del Sanese, per Casale città del Monferrato, lascaro, che toscanamente vuol intendersi dolor tenero, per cognome della famiglia de Lascari, e simiglianti abbagli che l’autore delle note fa avvertire dietro alla lettera 187 e ad altre.

Prima de’ Francesi ne trasportarono gli Spagnuoli un edizione nell’idioma loro nel 1512 in Alcalà. ed un’altra ultimamente in Barcellona nel 1662, e questa e quella, siccome tratte dagli accennati scorretti originali italiani, saranno passate in quella lingua, almeno almeno coi medesimi errori di sentenza, che nei testi d’Italia si leggevano. A noi non pervenne alle [p. xxiv modifica]mani alcuno di questi libri, che per avventura non saranno usciti dalla Spagna, se non se pochissime copie.

Da tutte queste cose avrai potuto fin qui apprendere, o discreto e savio lettore, quanto abbisognasse fare, una nuova impressione di queste così malconce Epistole, ad oggetto di render loro la primiera chiarezza, e di raddolcire il pascolo a’ letterati e ai divoti, restituendole nel primo fiore di quella naturale dicitura, come la faconda verginella sanese le produsse, e come il beato Raimondo, e gli altri nominati discepoli fresche e sincere le colsero, e molti ancora di quella rugiada, ch’era sopra di loro cascata dal cielo: cioè a dire, di quella grazia divina sparse e ripiene, che alle grazie del volgar sanese di quei tempi volle acconciarsi.

Il perchè confortati noi a così lodevole impresa, determinammo arricchire questa nuova stampa colla giunta di quelle più lettere che avessimo potuto ritrovare fin qui non pubblicate; ed illustrarle finalmente tutte coll’osservazioni e dichiarazioni intorno all’istoria di que’ tempi, ed a molte sentenze della santa maestra.

Delle lettere, che mai sotto il torcolo non erano capitate ne radducemmo fino a ventitrè, e queste tutte nella seconda parte abbiamo riposte, siccome a persone secolari titolate. Imperocchè (servando lo stesso partimento d’Aldo Manuzio) nella prima parte, che è questa, si contiene tutto il carteggiare della santa colle persone di Chiesa, e nella seconda, che a questa va unita, il negozio dell’eterna salute, ch’ella trattò coll’anime del secolo.

Ci diamo però a giudicare, che qualche altra giunta avremmo dovuto fare a quest’opera, se avessimo potuto ritrovare quel Codice, che dai frati domenicani di Siena fu donato al pontefice Alessando VII, e se i Padri certosini di Pavia ci avessero comunicato il riscontro di certo loro manoscritto, in cui molte lettere della santa sappiamo trovarsi forse raccolte dal beato Stefano, come dicemmo che quivi gran tempo si [p. xxv modifica]tenne al governo di quel monistero, e che quel tempio arricchì del mantello nero della medesima gloriosa vergine.

Pensando poi a rifinire quest’opera d’erudite annotazioni e sentendoci deboli di forze per una così ardita impresa, credemmo d’assicurarne la riuscita, appoggiandola alla cura dell’eruditissimo ed infaticabile padre Federico Burlamacchi lucchese della compagnia di Gesù, della cui vasta letteratura tanto nome da per tutto si è disteso, ed in particolare per tanti nuovi lumi che egli ha dati alla geografia di cui è lettore nell’università sanese e nel collegio dei nobili; e all’istoria delle Case di tutti i Principi del mondo, non mai fin adesso tanto al profondo ritrovata, nè esaminata come da lui: opere, che quanto vogliono tenersi al coperto della sua moderazione religiosa, altrettanto vengono acclamate dall’altrui purgato giudizio universale e dall’universal desiderio di saper le cose fin qui non sapute. Ond’è che sendo divolgate fra tutte quelle nazioni che frequentano l’accademia sanese, non siamo fuora di speranza che ci spuntino ad un tratto alla luce della stampa da qualche orizzonte straniero di quelli che si fanno pregio di far comparire al mondo certe nuove stelle di prima grandezza.

Egli pertanto questo letteratissimo ed umanissimo religioso, e per l’istinto antico e generoso che ha la sua patria di accomunare gl’nteressi della propria sua gloria con quegli della gloria sanese, e per la professione che fa la sua Compagnia di Gesù d’imprendere ad avvantaggiar quelle cause che possono avvantaggiar la causa della cristiana pietà, ed appoggiare qualche diritto combattutto della santa Sede apostolica, avvisandosi quanto moltiplicar potessero le messi evangeliche dallo spargere nuovamente per la terra del buon padre di famiglia questa semenza fruttuosa, ripulita da quel gioglio che l’ignoranza altrui vi aveva [p. xxvi modifica]lasciato mescolare; ed intendendo qual rinforzo di buon consiglio, avrebbe acquistato l’apostolica nave dalla cognizione di quei venti procellosi, che per poco non l’affondarono, e dalla scienza di quelle stelle favorevoli, le quali nel cammino più sicuro la tennero, ed in salvo la ricondussero, apprestossi con tutto lo spirito a questa così difficile impresa per ogni altro più arrischiato intelletto rincrescevole e dubbiosa. Riandando egli perciò le tracce più spente dall’istoria di que’tempi, e disviluppandosi davanti le contraddizioni degli scrittori, i quali, o furono malcontenti del ritorno della santa Sede in Italia con Gregorio XI, o favoratori del competitore di Urbano VI, ha illustrata di tal sorte quest’edizione, ponendo nel medesimo tempo in chiaro la santità di tanti religiosi domenicani e di tan’altri discepoli della santa (non senza ritrovare la cronologia di tante nobili casate sanesi italiane, e di là dai monti) che ci giova il credere, aver la santa medesima provveduto (il che in tante altre cose ci ha fatto) alla maggior chiarezza della sua dottrina e delle sue intraprese con suggerircene l’elezione. E molto più è quello che lasciamo di dire per lo rispetto che serbiamo alla sua modestia, colla quale ci è convenuto lungamente contendere il consentimento di porre in quest’opera il suo nome.

Nè qui dobbiamo lasciare sotto silenzio qualche benemerenza che hanno con quest’opere il P. Angelo Carapelli domenicano, che ha cavati alla luce tanti originali documenti in qualche riposto archivio abbuiati del trasandato convento di Camporeggi di Siena, ed avendone stratte le più curiose notizie per arricchire tanto l’istoria della santa, che le osservazioni ci ha fatto ajuto di una sua lodevole fatica titolata Corso cronotassico della vita di s. Caterina da Siena, di cui un esemplare a penna lasciammo nella Casanattense. Secondariamente il P. Fra Domenico di Gesù Maria carmelitano scalzo, che santamente gareggiando con monsignor Bernardino Pecci suo fratello, vescovo di [p. xxvii modifica]Grosseto, volgarizzatore della leggenda latina del beato Raimondo, per la maggioranza nella divozione della santa vergine, ha compilati i sommarj di queste 373 lettere: e in fine ser Giuseppe Torrenti, notajo sanese, che nato nell’avventurosa contrada dove la santa nacque, e perciò interessatosi per le glorie di lei, anzi come vicino che come paesano, ha fatte a prò di quest’opere tante studiose vigilie, e ci ha raccolta dalle più spente ed astruse scritture la spiegazione d’ogni dubbio o mal inteso significato: nel che similmente a ser Giulio Donati non poco dobbiamo per averci alleggeriti di varie fatiche, così nello spoglio del voluminoso processo di Venezia, nuovamente ritrovato prima che lo riponessimo allato alla sacra testa della santa, come per averci cavato il libro del Dialogo dall’antiche originali pergamene.

Ora, quanto che sì prolissamente ti abbiamo trattenuto, o lettore, nell’avviso di tante cose che all’istoria di questi libri s’attengono, alcuna altra di più ne rimane da dirti intorno al testo della santa ed allo stile di lei. Ella per ciò, che nel più sincero secolo del toscano parlare tante prose lasciò scritte, non troppo lontana dagli anni di Giovanni Villani, e nell’età medesima del Boccaccio e del Petrarca, e di molti dei più puliti prosatori e poeti12; e che diede con quegli alla toscana bambina eloquenza il primo sostanziosa latte; nondimeno per lo sanese idiotismo nostro particolare, in certe poche minute cose dal fiorentino differente, e dagli altri della provincia (siccome gli altri tutti fra di loro in qualche modo, per piccole formule di dire, non s’accordano) fece insieme con tali scrittori di Siena suoi coetanei cert’uso particolare di voci e concetti. Anzi di più, ella fece da per se sola qualche legge più precisa alla nostra favella con alcuni pochi vocaboli, che fuora de’ suoi testi, in verun altro [p. xxviii modifica]scrittore sanese non abbiamo potuto ritrovare: ond’è che tutto che il padre Burlamacchi d’alcuni pochi dei medesimi non abbia lasciato di fare in qua e in là qualche osservazione di passaggio, pensammo di proposito fare di tutte le voci cateriniane una raccolta con delle note sopra il sanese dialetto. Questo fa senza dubbio una piccola distinta provincia nel nostro parlare, come si riconosce nel vocabolario nazionale che ne compilò Adriano Politi, e nelle sue lettere apologetiche in difesa del medesimo; e nel discorso del cavaliere Scipione Barbagli nel suo Turamino; e in tante giudiziose osservazioni che ne fecero dentro alle prose loro monsig. Claudio Tolomei, Celso Cittadini, e altri sanesi valenti accademici, dietro a’ quali il P. Felice Felici della Compagnia di Gesù nel volgarizzamento del suo latino Dizionario giudicò distinguere le voci sanesi dalle fiorentine.

Per ultimo il signor Apostolo Zeno, fregio illustre di tutta l’italiana moderna letteratura e onor singolare de’ fasti dell’Accademia sanese, nell’avviso che porta ai lettori in fronte al suo compendiato Vocabolario fiorentino, prima di licenziarsi protesta che la lingua sanese ha nelle sue ragioni delle distinte ben ricche miniere per l’italiana locuzione, nelle quali egli dice non poter metter mano (come pare che avrebbe voluto) per non isconfinare di là dal ristretto della raccolta dell’Accademia di Fiorenza.

E senza tutte queste cose basterebbe ad accreditar Siena nel suo favellare autorevole il Catalogo di tanti sanesi egregj scrittori volgari, i quali in 42 ben grossi volumi si contengono, secondo la nostra pubblica significazione riportata negli atti di Lipsia del 1707, che pure da noi si registra al giorno ultimo di maggio del nostro Giornale sanese di nuovi nomi e testi accresciuta13. [p. xxix modifica]

Ma chiudasi questo ragionamento con dichiararsi ciò che di sopra dicemmo, che era nostro proponimento fare una raccolta delle voci cateriniane, ed a gran segno erasi da noi condotta, ma per le ragioni a tutti note è convenuto sospenderla. Vivi felice.



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Note

  1. Nell'archiv. del card. Volunio Bandinelli in Siena.
  2. Pompe senesi, parte I, tit. 18, num. 55.
  3. Pietramala, Vita del Beato
  4. Vedi manoscritto della Vaticana, ed altro nella libreria del Collegio Romano.
  5. Libreria Chigi, num. 2298 fra i manoscritti.
  6. Giovanni Battista Sangiur, parte l’dell’Erario della Vita cristiana, cap. 14.
  7. Thom. Coffarin. Supplem. ad legendam Raymundi, par. 3, art 4.
  8. Leggenda del beato Raimondo, part. III, cap. 2.
  9. Leggenda del beato Raimondo, par. III, cap. 1, num. 12.
  10. Testo a penna in pergamena nella cappella domestica del sig. Silvio Gori Pannellini in Siena.
  11. Edizione in Parigi nel 1643.
  12. Vedi nel vocabolario dulia Crusca posta la santa fra gli autori del ben parlare.
  13. Giornale sanese di Girolamo Gigli in Roma, presso Francesco Gonzaga, 1718.