Epistole (Caterina da Siena) II/Lettera 68

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A Don Martino Abbate - Lettera 68
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[p. 162 modifica]A DON MARTINO ABBATE DI PASSIGNANO dell’ordine di vallombrosa (A).

). Dell’innesto che dobbiamo fare di noi coll’arbore della s. croce, considerando in quella Pamore ed il sangue di Gesù Cristo, e come dobbiamo seguire le veitigie del crocifisso.

II. DelP. unesto de1 peccatori colle vanità del mondo e del danno ohe ne ricevono.

Ili. Dell’acquisto della carità e dcfPaltre virtù che fanno i giusti, innestandosi con la croce; onde prega l’abbate a non perder tempo a far di sè tale innesto. Lo ringrazia della croce che le aveva mandato, con che lo prega ad amare le persecurioni ed i travagli per giungere alla vera perfezione.

Al mme di Jesù Cristo crocifisso

di Maria dolce.


I- Hfc^evereiulo

carissimo padre in Cristo dolce Jesù. Io Catarina, serva e schiava de’servi di Jesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo, con desiderio di vedervi il cuore e P affetto vostro ineslalo in su la dolce e venerabile croce; considerando me, che l’anima non può participare, nò avere il frutto della grazia, se il cuore c l’affetto suo non è inestato nel crocialo amore del Figliuolo di Dio, perocché senza questo innesto non basterebbe a noi, che la natura

[p. 163 modifica]. , i63 divina su» innestata cd unita nella natura umana, e In natura umana con’ la natura divina: e perchè ancora vediamo Dio ed uomo corso all’obbrobriosa morte della croce, ha fatto uno innesto questo Verbo in su la croce santa, e bagnatici del sangue prezioso suo, germinando i fiori e* frutti delle vere e reali virtù, e tutto queslo ha fatto il legarne dell’ amore. Questo amore caldo, lucido ed attrattivo, ha maturati i frutti delle virtù, e toltoli ogni acerbità: questo è stato, poiché lo innesto del Verbo divino si fece nella natura umana, ed il Verbo in sul legno della santissima croce.

Sapete che in prima erano sa agre, che niuna virtù ci conduceva a porto di vita (/?), perocché la marcia della disobedienzia di Adam non era levata coll obedienzia del Verbo unigenito Figliuolo di Dio. Anco vi dico, che con tutto questo dolce e suave legame l’uomo non participa, nè può participare la graziasse esso non si veste per affetto d* amore del crociato amore del Figliuolo di Dio, seguitando le vestigio di Cristo crocifisso; perocché noi arbori sterili, senza veruno frutto ci conviene essere uniti con l’arbore fruttifero, cioè Cristo dolce Jesù, come detto \ O carissimo e reverendo padre, quale sarà quel cuore sì duro che si possa tenere, se raguarda l’amore ineffabile che gli ha il suo Creatore, che non si leghi ed innesti col legame della carità con lui ? Certo non so come egli sei possa fare.

II. Credo bene che coloro che sono innestati e legati nell’arbore morto del dimonio, e nell’amore proprio di sè, nelle delizie, stali e ricchezze del mondo, fondati nella perversa superbia e vanità sua, oimè, che questi sieno quelli che sono privati della vita, e sono falli non tanto che arbori sterili, ma essi sono arbori morti, e mangiando il frutto loro conduce nella morte eternale, perocché i fruiti loro sono i vizj e peccati!

costoro fungono la via e la dotti ina di queslo dolce, incarnato ed amoroso Verbo: essi vanno pei la tenebre cadendo in morte ed in molla miseria. [p. 164 modifica]164 111. Ma non fanno così quelli, che con atrettuoso amore seguitano la via della verità, ma hanno aperto l’occhio dèli* intelletto, e cognosoono loro non essere, e cognoscono la bontà di Dio in loro, e l essere ed ogni grazia che è posta sopra Tessere retribuiscono a Dio, confessando da lui tutto avere avuto per grazia e non per debito. Allora cresce uno fuoco, ed uno affetto d’ amore, ed uno odio e dispiacimento del peccato e della propria sensualità, che con questo amore, ed odio, e con vera umiltà si innesta nel crociato e consumato amore del Figliuolo di Dio, e produce allora i frutti delle reali virtù, le quali virtù notricano l’anima sua e del prossimo suo, perocché diventa mangiatore e gustatore dell’onore di Dio e della salute dell’anime.

Molto c’è dunque di grande necessità e grande bisogno avere questa perfetta unione, perocché senza essa non possiamo giungere a quello fine, per lo quale fummo creati, e però dissi, che io desideravo di vedervi innestato nell’arbore della santissima croce. Pregovi dunque per amore di Cristo crocifisso, che siate solitalo e non negligente: non più dormite nel sonno della negligenzia, perocché’l tempo è breve, il cammino è longo. Voi mi mandaste a me, venerabile padre, la croce (C), la quale io tenni tanto cara, quanto io tenessi mai veruna altra cosa, ricevendo 1’ affetto ed il desiderio vostro, col quale me la mandaste. Rappresentatemi all’ occhio del corpo quello che debbo avere all’occhio dell’anima: miserabile me, che mai noi ebbi: pregovi con grande affelto d’amore, che preghiaie il nostro dolce Salvatore che mcl dia. Io vi rendo croce invitandovi alla croce del santo desiderio, ed alla croce del corpo, sostenendo con vera e buona pazienzia ogni fatica che voi riceveste per onore di Dio e per salute deH’anime. Scrivestemi che quello che io avevo cominciato, che io il compisse: ed io vi prometto, che giusta al mio potere, quanto Dio me ne darà la grazia di compirlo, cioè di sempre pregare la divina bontà per voi, se risponderete con vera e per[p. 165 modifica]fetta sollicitudine a lui che vi chiama con grandissimo amore, sarà compita la volontà sua in voi, che non cerca nè vuole altro che la nostra santificazione, ed il desiderio vostro e mio: così spero che compiuto ci ritrovaremo legati nel legame dolce della carità: abbiate, abbiate cura di correggere il vizio e piantare la virtù ne' sudditi vostri con vera e santa dottrina, essendo voi specchio di virtù a loro, Altro non dico. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio. Jesù dolce, Jesù amore. [p. 166 modifica]
Annotazioni alla Lettera 68.


(A) Nelle antiche impressioni era errato il nome di questo abbate, essendo appellato messer Mariano in luogo di don Martino. Ma l’abbaglio si è tolto coll’autorità del testo a penna, onde la lettera è indirizzata all’abbate medesimo, che ebbe la lettera precedente a questa.

(B) Sapete che in prima erano sì agre, che niuna virtù ci conduceva a porto di vita. Agre sottintendi le virtù: agro è aggiunto di sapore contrario a dolce, e dicesi propriamente di frutta acide od immature. Pare che la santa voglia significare come prima della venuta di Cristo, niuna virtù fosse tale da potere recare l’uomo a porto di vita, a salute, quasi in vigore di quello stato, e attendendo le opere della pura Legge; nel qual senso la proposizione è sanissima, ed a disteso disaminata ed approvata dal dottore Angelico. (Part. 2, quest. 98, art. 1.)

(C) Voi mi mandaste a me, venerabile padre, la croce. Questa croce ch’ebbe in tanto pregio la santa, era forse del legno di quel faggio miracoloso che verdeggia anche al presente a Vallombrosa. Narra l’autore della leggenda di s. Gio. Gualberto, come sopra la picciola capanna fabbricata per sua prima abitazione dal santo, un alto e grosso faggio, contra l’ordine naturale, e buona pezza innanzi agli altri, a verdeggiare e fiorire, miracolosamente cominciasse; ritenendosi pure le verdi sue foglie molti giorni poi, quando gli altri di quell’intorno erane affatto spogliati, continuando anche a’ tempi nostri il suo prodigioso verdeggiare e fiorire fuori di stagione. De’ rami di questo albero hanno in costume questi buoni religiosi di formare delle croci che distribuiscono per dare fomento maggiore all’altrui pietà.