Epistole (Caterina da Siena) III/Lettera 104

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A frate Tomaso della Fonte - Lettera 104
Lettera 103 Lettera 105

[p. 102 modifica]102 A FRATE TOMASO DELLA FONTE dell’ordine de’ predicatori (A).

1. Lo prega ad infiammar»! d’amore nel sangue di GeiiT Cristo, con desiderio di porre il sangue e la vita per amor suo, mostrando come in lei fosse tal desiderio, e come singularmente Pavera provato nei giorni passati in una visione. .

li. Si scusa di non avere scritto ad alcune donne, come egli desiderava.

„ III. Lo ragguaglia della riforma che si vedeva nella santa Chiesa e ne’suoi prelati.

Laudato sia il nostro dolce Salvatore.

I- voi, dilettissimo e carissimo padre in Crislo Jesù, io Catarina, serva e schiava de’servi di Jesù Cristo, indegna vostra figliuola, scrivo nel prezioso sangue del Figliuolo di Dio con desiderio di vedervi trasformato ed affocalo nell’abondanlissimo sangue suo; il qual sangue ci farà animare e correre in sul campo della battaglia, siccome fece quella dolce innamorata di Lucia, che tanto fu innamorata con una continua memoria del sangue del Figliuolo di Dio, che corse con animo virile a fare sacrifizio del corpo suo. Così prego io il dolce nostro Salvatore, che elli ci, guidi [p. 103 modifica]ió3 a sbranare e a macellare li corpi nostri. 3Son vi maravigliate, carissimo padre, perchè io non mi posso saziare di questo sacrifizio, perocché di nuovo il dì della festa sua (23) mi fece gustare il frutto del martirio suo, ritrovandomi per desiderio alla mensa dell’Agnello, il quale diceva a me misera miserabile: Io son mensa e son cibo, ed essa mano dello Spirito Santo n’era porgitore, e dolcemente serviva a* veri gustatori Ine si vedeva piena la dolce parola che disse la dolce bocca della verità, cioè nella casa del padre mio a molte mansioni. O dolcissimo padre, quanto erano differenti i frutti delle virtù, le quali avevano adoperate in questa vita, unde ognuno gustava con la natura angelica la somma beatitudine. Ine si vedeva tanta verità, che l’anima mia confessa che io ne fui mai amatrice; e però dimandavo nel cospetto di Dio per mezzo di lei, che ci rivestisse del vestimento della verità; unde io sentii tanta rinovazione nell’anima mia, che la lingua non sarebbe sufficiente a dirlo. Oimè, oimè, che io non voglio dire più, se non che io prego quella dolcissima luce, che ci conduca tosto a essere svenali per la verità.

II. Mandatemi dicendo, che io scrivessi a Catarina (C), e che io ne venisse tosto, e che monna Agnese (D) voleva fare il suo testamento; unde sappiate che io non ho scritto a Catarina, nè all’altre mie dilettissime figliuole per lo poco tempo che io ho; e così mi scusate a loro, e tutte le benedicele da parte di Jesù Crislo e mia, e queste altre mille migliaja di volte.

III. Sappiate, che l onore di Dio si- vede nei prelati più che per me si vedesse mai, e parmi che Dio ci voglia dare mangiare dei buoni bocconi grossi (E); ed anco io vi dico, che’l monastero di Ripoli è escito delle mani del dimonio (.F). Alessia (G), Catarina (//) e Cecca (/) vi si mandano molto raccomandando.

Catarina vostra schiava, serva de- servi di Dio vi si raccomanda. [p. 104 modifica]I io4 ... _ ’ ‘ -, J ’ " ’ 1 ’ ’, . k - i i i i v t Annotazioni alla Lettera 104:.

■ ‘ *; - # \ ’ * *, (//) Fra l ominaso della Fonte, religioso del sagro Ordine de’prodicalori, cui la «anta scrisse cinque lettere, fu congiunto d’ alcun vincolo d’affinità a questa serafica vergine. Poiché una delle sorelle della santa, per nome Niccoluccia, fu data in moglie a Palmi^ro di Nesi della Fonte, che, per avvisò del Caffarini, (nel supplemento alla’vita di lei) fu parente d Fra Tommaso. Fu questo il primo confessore di santa Catarina, uomo di virtù singolare, onde ebbe da’ suoi titolo dì beato. Del resto; la famiglia Fonte, o della-, Fonte fu nobile in Siena.

(//) Il dì della festa sua. Se la lettera è scritta di Firenze, come è molto probabile, sarà del 1377, P’,1cchè solamente in quell’anno fu ella del mese di dicembre iu quella città, se favella della ver», gine e martire santa Lucia Siracusana.

((’) Che io scrìvessi a Catarina. Due discepole della santa truovansi del nome di Caterina; l’una detta Caterina di Schutto, l’altra Caterina dello Spedaluccio, suore ambedue della penitenzia dell.’Ordine di s. Domenico, e ad amendue ella scrisse alcun;, lettera.

(D) Monna Agnese. Questa Agnese fu donna d’Orso Malevolti, delle fam.^lie più antiche ed illustri di Siena di cui altrove si faveMcrà. “ . .. (E) Che Dio ci voglia dare mangiare de’buoni bocconi grossi. Parla sì in questa, sì in, altre sue lettere per maniera di metafora, e ad, esempio del Salvatore col nome di Cibo, vuole intendere la conversione d«i peccatori a lei gratissima; o pitre travagli e persecuzioni per essa con brama ardente sospirati. Veggasi ciò cbe ai osservi» nell’annotazioni alla lettera iy5. (F) Il monasterio di Ripoli è escito delle mani del dimonio. Il tuonistero detto di s. Bartolomeo di Bipoli, è de’ monaci valloni* brósani e de’ primi di quell’Ordine; giacché in esso il generale d’ordinario fa sua dimora. Sta quasi in mezzo a bella pianura, detta, il Piano di Bipoli, amenissimo quanto altri mai ne abbia la, Toscana, ed è vicino a Firenze un miglio e mezzo. Il monistero è antichissimo, stimandosi fondato ad uso di sagre vergini P anno 718, passando di poi iu podere de’mona

vallombrosani. E forse di credere tjhe que’religiosi, accomodandosi al volere de’magistrati di Firenze, avessef rotto I’ interdetto pontificio: ma che poi, ritraendosi a miglior consiglio, ne ripigliassero l’osservanza, e in questo senso dica la santa quel monistero uscito dalle inani del ’limonio. ’ (G) Alessia, Questa era della nobile famiglia de’Saracin? sancee,, Miora della penitenza, ed una dulie compagne più fedeli della santa; e di cui con molta lode favella il beato Railuoudo, c noi ad altro lungo pur ue favelleremo.

[p. 105 modifica]io5 (H) Catarina. Altra delle compague della santa e suora pur essa della penitenza.

(/) Cecca. Ciot Francesca, compagna ancor essa della santa, e mantellata. Il nome di Cecca è accorciato da quello di Francesca all’uso di Toscana e 1.iltre provineie d ((alia. L’autore della traduzione francese, non ben pratico della favella toscana, ha tolto grosso sbaglio in questo nome, voltandolo nella «na lingua nella parola Aveugle, ch’è lo stesso che Cieca, ed in questo fallo cadde ogni qual rolla gli è occorso d’abbattersi in questo nome.di Cecca, onde basterà averlo qui ora avvertito senza avervi di bel nuuro a far parole; giacché di questa compagna della sauta iltre volte occorre di favellare. ... .,