Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta/Capitolo III

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Capitolo III

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Capitolo III.


La rôcca di Barletta occupata da Consalvo e da parecchi capi di quell’esercito era posta fra la piazza maggiore della terra ed il mare. Nelle case all’intorno eransi allogati a mano a mano tutti gli ufficiali spagnuoli ed italiani col loro seguito; e fra questi, in una delle migliori abitazioni, i fratelli Prospero e Fabrizio Colonna, facevan dimora col sontuoso traino di scudieri, famigli e cavalli, che ad una tanta casa si conveniva. Ettore Fieramosca era loro carissimo sovra ogn’altro per mille suoi pregi, e se lo tenevano qual figlio avendolo accomodato d’una casetta che era presso la marina attigua alle loro stanze, la quale agiatamente poteva contener lui ed i servi coi cavalli e le bagaglie. La camera più alta della casa, ove solea dormire, avea le finestre volte a levante.

Era l’indomani della cena: il primo chiarore dell’alba faceva appena all’orizzonte distinguere dal cielo la bruna linea del mare, quando il giovane Fieramosca, lasciato il letto ove non sempre trovava sonni tranquilli, uscì su un terrazzo, a’ piedi del quale venivano a batter l’onde leggermente agitate dal fresco venticello della mattina.

— Poveri abitanti del settentrione! Non sapete quanto valga quest’ora sotto un bel cielo del mezzogiorno, in riva al mare, mentre la natura è ancora tutta nel sonno, e questo silenzio viene appena interrotto dal sordo gorgoglio dell’onda che al pari del pensiero, non ebbe mai riposo dal dì che fu creata, nè l’avrà finchè più non sia. Chi non s’è trovato solo a quest’ora, chi non ha sentito [p. 39 modifica]sventolarsi presso il viso l’ultimo batter d’ala della nottola mattutina nel principiar del caldo sulle belle coste del regno, non sa sin dove giunga la divina bellezza delle cose create.

Lungo il muro del terrazzo cresceva una palma. Seduto sul parapetto, le spalle appoggiate al tronco, e colle mani intrecciate reggendosi un ginocchio, il nostro giovine soldato stava godendo momenti di quiete, e l’aria pura che precede l’aurora.

La natura gli aveva concesso il prezioso dono d’esser per indole propria spinto a quanto v’ha di bello, di buono e di grande. Un solo difetto si poteva apporgli, se difetto si può chiamare, una soverchia bontà. Ma nudrito da’ primi anni fra l’armi presto conobbe gli uomini e le cose; la sua mente retta nel giudicare imparò qual limite si debba porre alla bontà stessa onde non degeneri in debolezza, e la rigidità che acquista sovente chi si trova fra continui pericoli, in un cuore quale era il suo, divenne una giusta fermezza, degna e preziosa dote di un petto virile.

Il padre di Fieramosca, gentiluomo capuano della scuola di Braccio da Montone, invecchiato nelle guerre che lacerarono l’Italia durante il secolo xv, non potè dare ad Ettore altro che una spada; e questi da giovanetto credette il mestier dell’arme il solo degno di sè, nè potè per molti anni aver pensieri superiori ai tempi in cui viveva, nei quali la forza dell’armi non s’impegnava che ad accrescere la riputazione e l’avere.

Ma crebbe il senno col crescer dell’età; e ne’ brevi momenti che si restava dal guerreggiare, invece di spender l’ozio in cacce, in giostre ed in altri giovanili piaceri, ebbe cari gli studi e le lettere; e conosciuti gli antichi autori, e gli onorati fatti di coloro che avevano sparso il sangue in pro della patria [p. 40 modifica]e non in vantaggio di chi meglio li poteva pagare, comprese quanto scellerata cosa fosse per sè stesso il mestier dell’arme, se a guisa di masnadiere, si faccia col solo fine d’arricchirsi delle spoglie dei deboli e non per la virtuosa cagione di difendere sè ed i suoi dalle straniere aggressioni.

Nella sua prima adolescenza avea dovuto seguire il padre, che importanti affari chiamavano in Napoli. Alla corte di Alfonso conobbe il celebre Pontano, il quale, colpito dall’ingegno del fanciullo e dalla bella disposizione del suo corpo, gli pose grandissimo amore; ed accoltolo nell’accademia che, quantunque fondata dal Panormita, ha però il nome di Pontaniana, prese ad ammaestrarlo con grandissimo studio, e riportò, in contraccambio, dal giovane quel culto affettuoso che produce la gratitudine unita all’ammirazione.

L’amore per le cose patrie e per la gloria italiana risvegliato dalle eloquenti parole del suo maestro, non poteva rimaner tepido in un cuore qual era il suo, e crebbe al punto di giungere al furore. Combattè spada a spada con un gentiluomo francese, giovane maggior di lui d’anni e di forze, perchè sparlava degl’Italiani, lo ferì e gli fece confessare il suo torto, presente il re e la corte. Lasciato Napoli, dopo varie vicende, incontrò i casi d’amore dei quali avemmo un cenno dal prigioniere francese.

Ma allorchè da Carlo VIII fu messa sossopra l’Italia, e che l’armi francesi la tenevano tutta in ceppi od in timore, si risvegliò in lui più caldo l’amor patrio, vedendo quegli invasori voler farla da padroni in Italia. Si rodeva udendo narrare le loro insolenze nell’attraversare la Lombardia, la Toscana e gli altri Stati italiani. Quando si sparse la fama della fiera risposta di Pier Capponi al re, e che questi aveva ceduto, sfavillava per l’allegrezza portando alle stelle il valoroso fiorentino. [p. 41 modifica]

Caddero i reali di Napoli. Parve allora a Fieramosca di seguir la parte di Spagna, per opporsi in qualche modo all’altra di troppo crescente potenza, e perchè l’orgoglio spagnuolo gli sembrava meno insoffribile della vana iattanza francese: poi un nemico che non poteva venire se non per mare, gli parea da tenersi in minor conto, e stimava quando colle sue armi fossero cacciati i Francesi, impresa meno malagevole stabilire un buono Stato in Italia.

Al chiarore che si diffondeva dall’oriente svanivano a poco a poco e si perdevano l’ultime stelle. Già il sole illuminava le più alte cime del Gargano tingendole d’un rosso che si mutava in pavonazzo ne’ seni ombrosi del monte, mentre il lido sottoposto, che girava a guisa di mezzaluna, congiungendosi al littorale ove è posta Barletta, mostrava col giorno crescente un ameno e diverso intreccio di valli e di colli che scendevano a bagnarsi nel mare. I folti castagneti che sulle vette già venivano indorati dal sole, diradandosi verso le falde eran interrotti ora da prati verdissimi, ora da qualche pezzo coltivato. Qua una frana lasciava biancheggiar il macigno, là il fianco d’un giogo si tigneva di colori gialli, rossicci, secondo la natura del suolo. Il mare ceruleo pareva immobile; se non che ribollendo sotto le rupi ne cingeva il piede con una striscia di spume candidissime.

Nella parte più interna del golfo sopra un’isoletta che era congiunta alla terra da un ponte lungo e stretto, sorgeva fra le palme e i cipressi un monastero con una chiesuola ed un campanile, munito all’intorno di torricelle e mura merlate, onde salvarlo da un primo assalto di corsari e di Saracini.

Ettore mostrava guardarlo con passione grandissima, aguzzando le ciglia, perocchè la nebbia, che a quell’ora copre le terre più basse, gli permetteva distinguere i contorni dell’edifizio. Coll’orecchio teso [p. 42 modifica]coglieva il debol suono della campana che annunciava l’ave maria del giorno, ed era tanto attento che non udì la voce d’Inigo, dal quale era chiamato in cortile: questi non ottenendo risposta, salì.

— Dopo una giornata come quella di ieri, — disse entrando sul terrazzo, — non ti avrei creduto alzato prima del sole.

Chi ebbe mai pieno il cuore d’un solo pensiero grande e bollente, sa quanto potè esser grato a Fieramosca il venir colto in quello e costretto a lasciarlo. Si volse con un viso che non celava l’animo suo interamente, e quasi Inigo s’avvedea d’esser giunto importuno. Ma l’animo d’Ettore era troppo giusto ed amorevole per accagionare il suo amico di questo disturbo involontario. Senza dar risposta precisa, se gli fece incontro, gli strinse la mano, ed alla fine ritornando in sè del tutto disse piacevolmente:

— Che buon vento mi ti conduce a quest’ora?

— Ottimo vento; e ti reco tal nuova che m’avrai da dar la mancia. Perciò appena ho aspettato il giorno, ed eccomi a portartela. Sempre ho avuto invidia alla tua virtù: oggi debbo averla alla tua fortuna. Beato te, Ettore mio! T’è serbata dal cielo tal impresa d’onore che t’avresti comprata, son certo, ad alto prezzo. Ebbene ti capita innanzi senza nè spesa nè fatica. Sei proprio nato vestito!

Fieramosca condusse in casa il suo amico, e fattoselo sedere in faccia stava aspettando che gli annunziasse questa gran fortuna. Fu da lui brevemente informato di quanto era occorso la sera innanzi, del modo col quale egli avea preso le parti degl’Italiani, e della sfida proposta. Quando venne a riferire le insolenti parole di La Motta, e benissimo le seppe dire, balzò in piedi l’animoso Italiano, percotendo su una tavola col pugno chiuso e cogli occhi scintillanti di fierissima allegrezza. [p. 43 modifica]

— Non è, gridò, giunta a tanto ancora la miseria nostra che manchino braccia e spade per ricacciare in gola a questo ladrone francese, quanto in malora sua gli è fuggito di bocca. E Dio ti benedica la lingua, Inigo, fratel mio (e stretto lo teneva abbracciato), e t’avrò obbligo eterno della cura che avesti dell’onor nostro, nè in vita nè in morte me ne terrò sciolto mai. E le carezze per una parte, come le profferte per l’altra, non avean fine. Quietato un poco questo primo calore:

— Qui, — disse Fieramosca, — è tempo non di parlare, ma d’operare. — E chiamato un servo, mentre l’ajutava vestirsi, veniva nominando i compagni che si sarebber potuti sceglier a quest’impresa, pensando far grossa compagnia più che potesse.

— Molti, diceva, sono i buoni fra noi, ma la cosa troppo importa; scegliamo i migliori: — Brancaleone. È uno. Non vi sarà lancia francese che lo pieghi d’un dito, con quel pajo di spalle che ha a’ suoi comandi. — Capoccio e Giovenale tutti e tre Romani: e ti so dire che gli Orazi non tenevano la spada in pugno meglio di loro. E tre. — Andiamo avanti: — Fanfulla da Lodi, quel matto spiritato, lo conosci?

Inigo alzò il viso aggrottando un poco le ciglia, e stringendo le labbra, come fa chi vuol ridursi a mente qualche cosa.

— Oh lo conosci senz’altro! Quel Lombardo, lancia spezzata del signor Fabrizio.... quello che l’altro giorno galoppava sulla grossezza del muro del bastione alla porta a San Bacolo....

— Oh sì sì! — rispose Inigo, — ora mi ricordo.

— Bene. E quattro. Costui finchè avrà le mani le saprà menare. — Io sarò il quinto; e coll’ajuto di Dio farò il dovere. Masuccio, — gridò chiamando un famiglio, — bada che ieri si ruppe la guiggia dello scudo, falla aggiustare, e tosto; senti: alla spada [p. 44 modifica]grande ed alla daga pistolese sia rifatto il filo, e.... che volevo dirti?.... ah! L’arnese mio di Spagna è in punto? Il servo accennò di sì.

Sorridendo Inigo a questa furia disse:

— Non ti mancherà tempo a metterti in ordine, che la battaglia non sarà nè oggi nè domani.

A questo non pensava Fieramosca che si sentiva la febbre addosso, nè avrebbe voluto tardare a trovarsi alle mani; e poco badando a quanto dicea lo Spagnuolo, veniva rintracciando altri compagni, che cinque gli parea un numero scarso. E disse con gran voce:

— E dove lasciamo Romanello da Forlì? E sei. Lodovico Benavoli. Sette. Questi li conosci, Inigo: gli hai veduti a lavorare.

— Masuccio, Masuccio!

Ed il servo che era sceso risalì di volo.

— Il mio cavallo da battaglia, Airone, quello che m’ha donato il signor Prospero, abbia paglia ed orzo quanto ne vuole, e prima che entri il caldo lo farai trottare alla volta un’ora, e vedi come gli stiano i ferri.

Nel dare questi ordini si stava vestendo; il servo gli porse la cappa; e messasi l’arme accanto ed in testa un cappello con una penna azzurra, disse ad Inigo:

— Son teco. Prima d’ogni altra cosa si vuol ragionare col sig. Prospero, poi si farà motto a Consalvo pel salvocondotto.

Così avviatisi, per istrada seguiva nominando or l’uno or l’altro degli uomini d’arme che potessero fare al caso. Nè si soddisfaceva d’alcuno così alla prima: di tutti esaminava minutamente lo stato, le forze, il valore, la vita passata, onde non venissero a sì gran fatto se non uomini provati. Di Brancaleone romano teneva gran conto sopra ogni altro, [p. 45 modifica]perchè lo conosceva molto uomo dabbene, di gran core e di maravigliosa gagliardia; gli piaceva il suo fare serio ed alieno dall’allegria spensierata degl’altri compagni, e sentiva per lui un’amicizia, che molte volte l’aveva condotto al punto di svelargli i suoi casi colla Ginevra: ma un certo ritegno, e forse la mancanza di occasione a proposito, l’avean impedito. La sua famiglia e gli antichi suoi essendo stati Ghibellini avevano a Roma tenuta sempre la parte colonnese, ed ora nella compagnia del sig. Fabrizio egli era capo di certe lance spezzate, e molto bene attendeva a questa come ad ogni altra bisogna di guerra. Era costui di mezzana statura, largo di spalle e di petto, di poche parole, e solo intento al suo uffizio: tenace ed ostinato nel seguire ogni suo divisamento, e non avendo al mondo altro pensiero che quello d’aiutare e far vittoriosa la sua parte colonnese, a petto della quale tutto a lui pareva nulla; per sostener queste come ogni altro impegno si sarebbe fatto tagliare a pezzi mille volte.

Ettore ed Inigo doveano passar davanti all’uscio suo per andare dai Colonna: lo trovarono appunto fermo che dava ordine a certi suoi cavalli, e colla spada scinta, avvolta la cintura all’elsa accennava ai famigli ed ai ragazzi di stalla, facendosi intendere colla minore spesa di fiato che fosse possibile. Fieramosca l’invitò seco per ordinare tal faccenda, che espressa con parole caldissime, fu ascoltata da Brancaleone senza scomporsi, nè mutar viso. Disse solo brevemente avviandosi cogli altri due:

— La prova fa credere i ciechi. Quattro stoccate a modo mio, e poi ci riparleremo.

E questa fiducia non era braveria: chè più volte già s’era trovato chiuso in campo franco, e sempre n’era uscito ad onore.