Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta/Capitolo IX

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Capitolo IX

../Capitolo VIII ../Capitolo X IncludiIntestazione 19 settembre 2008 75% letteratura

Capitolo VIII Capitolo X


[p. 109 modifica]

Capitolo IX.


Dal principio del mondo in qua gli uccelli sono sempre stati presi dagli uccellatori a un di presso cogli stessi zimbelli, e gli uomini sono sempre stati colti alle stesse reti.

Ma la più pericolosa di tutte è forse quella che mette in giuoco il nostro amor proprio. Lo sapeva D. Michele, e conosciuto di qual piè zoppicasse il podestà, in pochi colpi, come abbiamo veduto, l’ebbe in sua mano. Quando uscì dall’anticamera di Consalvo per cercar del servitore del comune, andava fantasticando, rivolgendo fra sè mille pensieri, e non capiva in sè dall’allegrezza, d’aver trovato chi gli prometteva tante maraviglie. Talvolta, è vero, gli nasceva il sospetto fosse un ciurmatore, ma, avendo alta idea della propria avvedutezza, diceva come tutti quelli che passan la loro vita ad esser fatti fare: «A me non me la fanno.»

Si trovò all’osteria del Sole secondo l’appuntamento. Ma non ebbe per allora nulla a dire a D. Michele, poichè il servo, che a suo credere era tanto mirabile indagatore, aveva promesso molto, operato poco, e scoperto niente.

La sera a cena la moglie e la fante s’accorsero che qualche gran cosa gli bolliva nel cervello, e non gli lasciaron mangiar boccone che gli piacesse, a furia d’interrogazioni. Fu gran fatto che non ispiattellasse tutto: chè il serbare un segreto, massime se gli pareva potesse dargli riputazione, era per lui maggior fatica che il trattener la tosse a chi n’abbia il prurito. Già gli uscivan delle mezze parole. Eh, lo so io?., se sapeste?... se mi va bene un certo affare!.... Poi pensò ad un [p. 110 modifica]tratto, si sbigottì del pericolo, s’alzò da tavola, e, preso un lume con istizza, se n’andò a letto.

Quella notte gli parve un secolo. Alla fine venne il giorno, si vestì in fretta, e sceso in piazza si piantò da un barbiere ove D. Michele gli avea promesso di venirlo a trovare. Sedè sulla panca della bottega ove capitavano ogni mattina il notaio, il medico, lo speziale e due o tre altri che eran le teste quadre di Barletta. Posta una gamba sull’altra, dimenava così un poco il piede che restava in aria; il braccio sinistro stava rasente il busto, e la sua mano al fianco opposto riceveva nel concavo della palma il gomito destro; colle dita si sonava il tamburo sul mento guardando ora di qua ora di là se comparisse l’amico; poi in aria, perchè non compariva. Lo speziale, il notaio e gli altri gli avevan detto più volte: Ben levato signor podestà; ma vedendo che faceano poco frutto, e che appena rispondeva, si tenean in rispetto parlando fra loro sotto voce, e dicendo: Che diamine ci sarà di nuovo questa mattina!. D. Litterio li lasciava dire, e taceva, poichè aveva due visi al suo comando; uno umilmente giulivo per coloro che eran dappiù di lui; l’altro arricciato, e pieno d’angoli per quelli che eran da meno; e questo, come ognuno sa, è il bel dono concesso dal Cielo a tutti gli sciocconi.

Passata così una mezz’ora, udì una voce alle spalle che diceva:

— Eccellenza!... Signor podestà, non per offendervi.... se volete restar servito.... son colte sulla rugiada.

Si volse e vide l’ortolano di S. Orsola, Gennaro Rafamillo, che gli offeriva una decima su un canestro di ciliege, che veniva ogni mattina a vender in piazza con altre frutta; e sapeva, per esperienza, che mediante questo tributo poteva poi vendere a voglia sua senza impacciarsi della bandiera del mercato. [p. 111 modifica]

— Ho altro in testa che le tue ciliege, rispose D. Litterio; tuttavia, dopo aver guardato il paniere, gonfiando le gote, e mandando fuori a poco a poco l’aria raccolta, prese con un certo nobile sprezzo tre o quattro foglie di vite, le dispose sulla panca a guisa di piatto, e vi fece su un bel mucchietto di ciliege che cominciò a mangiare.

— Son buone eh? dite la verità! Ne ho portate ier sera a madonna, e mi ha detto che non avea visto mai le più belle.

— E chi sarebbe questa tal madonna?

— Madonna Ginevra; quella che abita in foresteria e dicono che sia una gran gentildonna di Napoli, ed ha non so se il marito, o il fratello qui al servigio del signor Prospero, e quasi ogni giorno la viene a visitare...

L’ortolano era per parlare un pezzo, chè il laconismo non era la sua qualità dominante; ma D. Michele frattanto era sopraggiunto, e fermatosi dietro il podestà senza che se n’avvedesse:

— A noi, signor podestà, gli disse battendogli sulla spalla: mi viene il sospetto che costui possa metterci sulla via; lasciate far a me....

E senz’aspettar altro, si pose a fiscaleggiar Gennaro, e presto dalle sue risposte conobbe che era appunto la Ginevra che cercava. Il filo era trovato; ad un par suo il resto era nulla.

Per esser nel monastero, poter esaminar i luoghi e disporre i mezzi necessari ad aver in mano la donna, vide che il podestà poteva essergli utilissimo. Conveniva inspirargli tal fiducia che gli uscisse del capo ogni sospetto sulla rettitudine de’ suoi fini. Lo trasse da canto e gli disse:

— Bisognerà che la discorriamo un poco. Aspettatemi all’osteria del Sole; intanto vedrò se costui sapesse insegnarmi quel giovane che ogni poco visita la Ginevra. D. Litterio s’avviò all’osteria, ed egli, condotto [p. 112 modifica]seco l’ortolano nel luogo ove si mutavan le guardie, ed era pieno d’ufficiali e soldati, gli domandò:

— È fra questi?

Gennaro guardò un poco, vide Fieramosca, e disse:

— È quello.

E D. Michele da un di que’ soldati seppe finalmente che avea trovato chi cercava.

Cinque minuti dopo era col podestà all’osteria, a quell’ora deserta, e seduti uno in faccia all’altro ai due lati d’una tavola sulla quale stavano due bicchieri ed un boccale di greco.

Cominciò D. Michele con una fisonomia tutta modesta:

— La scoperta è fatta. Ma prima d’entrar in altro v’ho da dir due parole. D. Litterio, io ho girato il mondo, e fo professione di conoscer gli uomini dabbene a prima vista. Dal poco che abbiamo discorso insieme ritraggo che non è al mondo il miglior ingegno del vostro.

Il podestà annunziava col viso una risposta al complimento.

— No, no, non serve.... dico quel che penso. Voi non mi conoscete. Se pensassi il contrario, vi direi tondo, signor podestà, abbiate pazienza, ma siete un cervellino. Dunque, s’io fossi un ciurmatore, cercherei d’un altro. Ma siccome mi vanto d’esser uomo dabbene quanto chicchessia, e venga chi vuole, così non temo aver che fare con chi tien gli occhi aperti. Ora vi voglio dir tutto, e neppure avrete a prestar fede alle sole parole; vedrete fatti, ed allora potrete conoscere d’esservi impacciato con un galantuomo.

Qui cavò fuori una sua filastrocca che egli era stato gran peccatore, e per avere il perdono era andato al Santo Sepolcro: che un eremita del Libano l’aveva finalmente assolto, dandogli per penitenza che dovesse per sette anni girare il mondo, ed ove [p. 113 modifica]trovasse di far opere buone, e fossero di qualunque sorta, avesse ad adoperarvisi, a costo eziandio della vita, contentandosi di viver umile e povero: ch’egli così facendo poneva in beneficio degli uomini le forze e ’l sapere acquistato ne’ suoi lunghi viaggi in Persia, in Siria ed in Egitto.

— Ora, proseguiva, intenderete perchè con tanta premura m’accinga a liberar questo vostro amico dal suo amore e da quei pericoli che potrebbero partorire l’eterna dannazione dell’anima sua. La donna dunque è senza dubbio quella madonna Ginevra di S. Orsola. A voi sta farmi trovar con lei. Potreste temere non fossi un tristo: nè vi fidereste porre chi non conoscete in quella santa casa, ed avete mille ragioni.

D. Litterio si scontorceva.

— No, vi replico, avete mille ragioni; nessuno porta scritto in fronte ch’egli è uom dabbene. E son pur tanti i tristi! Ma quando vi mostrassi che, coll’ajuto di Dio, mi basta la vista di estrarre i tesori dalle viscere della terra, frenar la furia d’una palla d’archibugio, ed eseguir altre cose difficilissime, le quali vedrete farsi da me, e che vostro sarà tutto l’utile senza che io ne tocchi grano, contentandomi di quel poco che basta a sostentar la mia povera vita, dovrete dire: Costui potrebbe farsi ricco e viver negli agi, invece è povero, e vive in travaglio: dunque ciò ch’egli narra è vero, nè può meritamente esser tenuto un tristo. Due parole, e finisco: a molti è giovato l’essermi capitato innanzi; potrebbe giovar anche a voi. Pensateci, e risolvete presto. La penitenza che debbo compiere m’obbliga a scorrere il mondo senza fermarmi in nessun luogo più di una settimana.

Quest’arringa, che il podestà ascoltò a bocca aperta senza fiatare, fece sì che fra sè si vergognasse d’aver potuto pensar male. Tuttavia, per darsi dell’uomo accorto, rispose che, ove avesse veduta qualcuna di quelle [p. 114 modifica]prove, gli avrebbe nel resto prestato il suo ajuto volentieri.

Così rimasti d’accordo, si lasciarono, intesi che al più presto D. Michele si sarebbe fatto rivedere, ed intanto avrebbe adoperato i suoi argomenti onde conoscere se in quei contorni giacesse sepolto un qualche tesoro.

Apparecchiato in tal modo il podestà, e vedendo che il suo inganno si metteva tanto bene, si dispose allora allora di caricar la trappola; cercò di Boscherino e gli disse come in servigio del duca gli bisognava l’opera sua. Quegli, che al solo nome del Valentino tremava a verga, rispose, senza neppur sapere di che cosa si trattasse: Son pronto. D. Michele, senza aprirsegli per allora, gli disse soltanto: Aspettami fuor della porta che mette sul lido e conduce al ponte di S. Orsola (la tregua fra i due eserciti accettata dal capitano francese permetteva agli assediati di scorrer al di fuori per la campagna). Boscherino fu esatto all’appuntamento, non meno della sua guida, che lo raggiunse portando sotto braccio un involto.

Chi volesse seguitar costoro, li vedrebbe andar lungo la spiaggia sino ad un miglio oltre il ponte che congiunge l’isola alla terra ferma, quivi, voltando a sinistra, ficcarsi fra i macchioni d’una valletta deserta, ed entrare in una chiesetta antica, abbandonata, che molti anni avea servito di cimitero; ma questo viaggio, per non ripeterlo, aspetteremo a farlo a notte chiusa; e di questa economia speriamo che il lettore ce ne sappia buon grado.

Diremo soltanto che sulle ventidue ore comparì in piazza D. Michele solo, s’accostò al podestà che era in sulla bottega del barbiere, e gli disse all’orecchio:

— Il luogo è trovato. Stassera al tocco delle tre ore sarò all’uscio vostro. Non vi fate aspettare.

Di fatto alle tre ore D. Michele era al posto. Il podestà uscì; richiuse con diligenza senza far romore; [p. 115 modifica]e zitti e cheti, per istrade e per chiassi oscuri (che allora non v’eran lampioni), furon presto fuor di città.

Cammina, cammina; sentono le quattr’ore batter in castello, ma d’un suono cupo e portato come affiocato dal vento, chè già si trovavano aver passato S. Orsola, e s’avanzavano spiaggia spiaggia verso la chiesetta diroccata. Era una landa deserta, sterile, sparsa di macchie nane, che sempre più si facevan selvatiche. Il sentiero che seguivano presto si perdette in un sabbione ove s’affondava sino a mezza gamba; di tratto in tratto trovavan letti di torrenti asciutti, pieni di ghiaja e di macigni rotolati dalle acque; ma i due viandanti superando queste difficoltà erano in disposizioni d’animo assai diverse.

D. Michele, avvezzo a camminar più la notte che il giorno, precedeva con passo sicuro. L’altro che in vita sua non s’era forse trovato due volte fuor di città dopo l’ave maria, gli s’andava ingrossando il respiro, si guardava attorno, ed in cuore malediceva il momento in cui s’era partito di casa: e per verità fu la mala uscita per lui. D’una in un’altra immaginazione si veniva empiendo di mille paure, e non era minore dell’altre quella di trovarsi solo, lontano dall’abitato, di notte, con un uomo che alla fine non sapeva chi fosse.

Pure ogni tanto volea rinfrancarsi, e sotto voce cantarellava tre o quattro sillabe (per la quinta non si trovava fiato), poi gli pareva aver udito strepito fra quei macchioni, ove al poco chiarore della luna annuvolata credeva veder da lungi ora appiattato un uomo, ed avvicinandosi era un tronco od un sasso; ora qualche forma o visione di trapassati, e piano piano diceva un requiem o un deprofundis; ed in queste disposizioni si trovarono in uno slargo del bosco nel mezzo del quale sorgeva la chiesetta.

Sulla porta v’eran certi scheletri dipinti, ritti ritti, con mitre, triregni e corone in capo, e tenevano in [p. 116 modifica]mano cartelloni svolazzanti, sui quali erano scritti versetti latini, come Beati mortui qui in Domino moriuntur. Miseremini mei, etc., e quantunque a lume di luna con fatica si potessero leggere, le figure de’ morti visibilissime producevano da sè un bastante effetto. D. Michele scoperse una lanterna e si dispose a varcar la porta. Il podestà s’era fermato alcuni passi indietro, e, conosciuto il disegno del compagno, gli uscì di bocca un 'qui?' lamentevole, e pieno di tanto spavento, che fece apparire un sorriso sulle labbra livide e sottili di D. Michele.

— Vi conviene ora esser di forte animo, signor podestà, chè in tali luoghi colla paura si fa poco frutto, e ponno talvolta accader disgrazie. Chi è con voi opera in nome di Dio, e per mostrarvi che in quello solo costringe le anime de’ trapassati, cominciamo dalla preghiera.

Inginocchiossi, e principiò a infilzar miserere e dies illa, ai quali D. Litterio rispondeva il meglio che sapeva, facendo voto, se ne usciva vivo, d’accender una candela ogni sabato a S. Fosca e digiunar la vigilia dei morti. Finita la preghiera, si mossero. Una porta mezzo fradicia che appena si reggeva sulle bandelle rugginose, cedette, e quasi venne a terra ad un calcio di D. Michele. Entrarono stracciandosi le calze ai rovi ond’era ingombra l’entrata.

Il pavimento era sparso d’ossa di morti. In un canto un cataletto che cadeva in polvere pe’ tarli, alcune pale che avean, Dio sa quando, servito a sotterrare, erano il solo mobile del luogo. Alcune centinaja di pipistrelli, all’entrare che fecero i due colla lanterna, volarono in iscompiglio, col loro stridulo guaire, battendo l’ale per le pareti, e cercando rifugio su per un campanile gotico che avea la base accanto all’altar maggiore.

Il luogo, la solitudine, l’ora tarda erano tali se non [p. 117 modifica]da metter timore, almeno da disporre l’animo di chicchessia ad immagini funebri; ed il povero D. Litterio che, quando il sole era alto sull’orizzonte, avea pensato a quel momento senza turbarsi, trovandosi ora all’atto, conosceva quanta differenza vi sia tra il dire e il fare.

Stava guardando quell’ossa che avea sotto i piedi, quelle mura verdi per l’umido, ed in varii luoghi ancora coperte di antiche pitture, e ritto nel mezzo, con una mano nell’altra, aspettava il fine di questa diavoleria.

D. Michele depose in terra un fardelletto che aveva portato. Ne trasse il libro degli scongiuri, si pose una stola nera impressa di segni cabalistici, e cominciò colla verga a disegnare un circolo con mille cerimonie: vi fece la porta, e disse al podestà che entrasse per quella col piede manco innanzi, e, datogli in mano il pentaculo, cominciò a mormorare parole latine, greche, ebraiche, ora chiamando a nome centinaja di demonii in virtù di Dio eterno, ora alzando, ora abbassando la voce, e facendo pause, durante le quali il rimbombo si prolungava sotto quella volta; qualche pipistrello passava sventolando presso il viso del podestà che rannicchiato e tremante pareva il freddo istesso: temeva ogni momento veder uscir da quelle sepolture gli originali degli scheletri dipinti sulla facciata, e badava a pregar Dio, e supplicarlo che per sua misericordia volesse render vani gli scongiuri del suo terribile compagno.

Mentre in ginocchio si raccomandava a questo modo, sentì battersi in sulla spalla, alzò gli occhi, e vide l’angolo sotto il campanile pieno d’una luce livida, ed una forma umana coperta del lungo lenzuolo, che suol involgere i cadaveri, sorgere lenta lenta da una buca.

Lo spettro rimase immobile, e non diremo come rimanesse il podestà. D. Michele gli si chinò all’orecchio, e gli disse: [p. 118 modifica]

— Su, coraggio, ora è tempo mostrarvi di saldo animo: presto, via, domandate ciò che volete. Tutto era inutile, il podestà non poteva nè muoversi, nè rispondere, nè rifiatare.

Perchè D. Michele parlò all’apparizione alcune parole, in lingua ignota, alle quali per sola risposta quella alzò lentamente un braccio indicando una sepoltura che avea la pietra già smossa.

— Avete inteso? dice che cavando costì troveremo tanti fiorini che saremo contenti.

Ma l’altro parea che non sentisse. Vedendo che non v’era da sperare di farlo movere, D. Michele si condusse alla sepoltura, e facilmente vi si calò. Poco stante, riuscì fuori con un vaso di ferro mezzo coperto di terra, e venuto dove il podestà era rimasto senza poter muovere un dito, versò innanzi a lui una buona quantità di monete d’oro, o almeno parean tali, che caddero in terra senza potere colla loro vista esser da tanto di rimetter il fiato in corpo a quello che s’era posto in tanto travaglio per ottenerle.

L’ultima moneta non era appena caduta sul mucchio dell’altre, quando, spalancarsi con fracasso la porta, saltar in chiesa quindici o venti ceffi di ribaldi armati di picche e partigiane, essere addosso ai due appuntando loro l’arme al petto ed alla gola fu tutt’una cosa.

D. Michele ebbe appena il tempo di gettar la mano sull’elsa, ma sentendo quattro o cinque punte che gli scucivano la cappa e qualcuna un poco lo pungeva, gli convenne star fermo senza far un sol atto, che altrimenti era morto.

Nel podestà era già prima tanto spavento, che questo nuovo accidente non poteva produrre in lui nessun effetto visibile. Rimase come si trovava con gli occhi stravolti, il capo ficcato nelle spalle, congiunte le mani con moto involontario stringendo insieme certe [p. 119 modifica]sue dita secche e scarne, con tanta forza che le unghie gli entravano nella pelle, e disse con voce soffocata: Non mi ammazzate, sono in peccato mortale!1

La lanterna in quel trambusto s’era rovesciata, ed illuminava da sott’insù quella strana brigata, che, rimasta così un momento immobile per accertarsi che i due presi non si sarebber nè voluti nè potuti difendere, appariva composta della mala razza che in quei tempi erano detti venturieri. Ora li chiamiamo assassini, ed anche allora lo erano, ma si distinguevano con questo nome specialmente le bande composte la maggior parte di soldati che avean abbandonate le bandiere per unirsi sotto un capo, e rubar i paesi facendo quanti mali potevano.

Alcuni armati d’un petto o corsaletto, chi con una cervelliera di ferro, quali colle spade, chi con pugnali, chi con coltello, molti con cappelli a punta, su’ quali svolazzavano penne e nastri, e quasi tutti o sul petto o sul capo aveano l’immagine di qualche Madonna. Molti invece di scarpe portavano sandali di pelle di capra, coi quali potevano meglio reggersi ed arrampicarsi per le montagne.

Dei visi non è da dire. Veduti al lume di quella lanterna colle barbe ed i baffi lunghissimi, incolti ed arruffati, parean demoni scatenati.

Un di costoro, gettata in terra la partigiana che teneva alla gola del podestà, strappò ad esso ed al suo compagno l’arme d’accanto, e scosse loro i panni per vedere se ne avessero altre nascoste.

Nel tempo di questa baruffa, lo spettro sbrigatosi dal [p. 120 modifica]lenzuolo, era diventato uomo di questo mondo, e, conoscendo che non era tempo da perdere, s’era arrampicato su pel campanile, e, seduto su una trave attenendosi alle pietre che sporgevano dal muro, stava aspettando il destro di scampare, e dallo scuro, non essendo veduto, poteva benissimo osservare ciò che accadeva in chiesa.

Intanto il capo de’ malandrini, giovane che poteva aver circa diciassette anni, ma di terribile aspetto, robusto, con una cicatrice che gli fendeva la fronte quant’era larga, e gli faceva il sopracciglio più alto d’un dito, menò un calcio sotto le reni al podestà per risolverlo ad alzarsi, mandando quel muglio di chi non ha gli organi della parola. Non vi poteva esser un rimedio più pronto per guarirlo dallo sbalordimento; s’alzò senza aspettare la seconda dose, e tratto in un angolo con D. Michele, furon legati e guardati da alcuni di costoro, mentre gli altri prendevano e contavan l’oro al lume della lanterna. Ciò fatto, lo posero in una borsa di pelle che il capo aveva alla cintola, ed usciron tutti, messisi in mezzo i prigionieri, ai quali, con quei cortesi modi che usa simil gente, dissero di camminare spediti se non volevano assaggiar le punte delle loro daghe.

Dopo aver fatto mezzo miglio su per l’erta, in luoghi ove non era traccia di sentiero, si fermarono, e bendaron gli occhi ad ambedue.

La paura avea fatto trovar la voce al podestà, che si raccomandava piangendo come un bambino; e gli assassini se ne divertivano e lo lasciavano fare.

Ma D. Michele, che a quella pausa pensò al peggio, disse fra denti: — Per Dio ci siamo! Volle provare d’entrar in trattative per uscir dalle mani; ma alla prima parola gli fu chiusa la bocca con un pugno che gli cacciò due denti in gola. Non potendo nè vedere, nè parlare, stava ad orecchie tese. Sentì i [p. 121 modifica]ladri che trattavan fra loro di dividere il denaro ed i prigioni: gli udì parlar di taglia, e speculare qual de’ due paresse poterne pagare una maggiore. Fra varie voci che parlavano diversi dialetti, tutti però italiani, ne avvertì una che aveva pronunzia forestiera e piuttosto tedesca; ma nel meglio delle sue osservazioni si sentì prendere da molte braccia, e caricar sulle spalle di due uomini che s’allontanarono dalla comitiva, senza che potesse indovinare che direzione prendevano.

Il viaggio durò più d’un’ora, frammezzato da pause, durante le quali il portato era non molto gentilmente deposto in terra, ed i portatori si riposavano. A D. Michele intanto, fra il terrore, naturale anche ad un uomo valoroso, di morire scannato come un cane da que’ ribaldi; i legami che lo stringevano, e l’angoscia di star sulle spalle altrui posato sugli acuti canti d’un’armatura, cominciava ad increscer fieramente questo giuoco.

Alla fine pur si fermarono. S’udì lo strepito d’una grossa porta che s’apriva. Entrarono, la porta chiudendosi di nuovo risuonò alle spalle. Qui D. Michele fu sciolto, e, condotto pochi passi più avanti, ebbe sbendati gli occhi e si trovò in una camera ove per uno spiraglio entrava un po’ di chiarore di luna. In una parete era una porta bassa e nana, tutta ferrata di chiavistelli; fu aperta, ed una voce disse a D. Michele: «Va dentro». S’abbassò egli per entrare, e mentre con un piede innanzi tentava se vi fossero scalini, una spinta nelle reni data col calcio d’una picca lo fe’ giungere più presto che non avrebbe voluto al fondo di una scaletta, ed in modo che gli sarebbe stato impossibile di trovar il conto degli scalini discesi. Un chiavistello che andò al suo luogo cigolando, avvertì D. Michele che per la porta non v’era speranza d’uscire. [p. 122 modifica]

Il luogo era oscurissimo. Cominciò col tastarsi la bocca che gli doleva forte pel pugno ricevuto; ne ritrasse le mani bagnate (capì che doveva esser sangue), e scoperse che d’allora in poi non doveva calcolar più su trentadue denti, ma soltanto su trenta.

— Se il diavolo t’avesse strozzato te e tuo padre, com’era obbligo suo, questi non sarebbero stati seminati alla macchia, disse rivolgendosi colla mente a chi l’avea messo a quest’impresa.

Pure fece ogni opera per farsi animo, ed aperte le braccia tentò di scoprire ove fosse. S’accorse che da una buca su in alto usciva un debol lume, e gli parve sentir al di fuori frangersi contro il muro l’onda marina. Tastando co’ piedi trovò in un angolo il morbido d’un po’ di paglia; vi si sdrajò e stette aspettando ciò che la fortuna gli prometteva.

Note

  1. Questa ragione onde aver la vita salva, ha in oggi ancora molto potere sui così detti briganti della campagna di Roma. Chi scrive queste parole conosce un uomo che in tal modo è campato dalla morte, forse altrimenti inevitabile.