Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta/Capitolo XVIII

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Capitolo XVIII

../Capitolo XVII ../Capitolo XIX IncludiIntestazione 19 settembre 2008 75% letteratura

Capitolo XVII Capitolo XIX


[p. 260 modifica]

Capitolo XVIII.


L’ostinata difesa dei Francesi, e le difficoltà di vincerli del tutto, ristretti com’erano dietro i corpi de’ loro cavalli, fece sì che la maggior parte degli Spagnuoli inclinassero a prestar orecchio alla loro proposta. Ma non vi si piegava Diego Garcia; gridava inferocito ai suoi compagni esser vergogna il ritirarsi avanti ad uomini mezzo vinti, e doversi finir l’impresa per mostrar che gli Spagnuoli a piedi come a cavallo valevano più di loro; e non trovandosi altr’arme fuorchè la spada, colla quale non poteva giugnerli, si chinava a terra infuriato, ed alzando que’ gran sassi che fissavano i limiti del campo e che un uomo di forza ordinaria avrebbe mosso a stento, gli scagliava in mezzo allo squadrone nemico. Ma non era difficile schivarne la percossa, e perciò non potè nè pur per questa via riuscire a danneggiarli. Non ostante si riaccese la zuffa, e durò finchè il sole già cadeva verso occidente, ed i Francesi bravissimamente seguitarono la loro difesa, tantochè convenne alla fine alle due parti di rimanersi: i giudici decretarono uguale l’onore della giornata, dando agli Spagnuoli vanto di più valenti, e quello di più costanti ai Francesi. I due prigioni furon barattati; e tutti stanchi, affannati e pesti ripresero la via, gli uni del campo, gli altri della città.

Quando v’entrarono gli Spagnuoli, era quasi sera. Scavalcarono al castello, e, presentatisi a Consalvo, narrarono com’era passata la cosa. Si turbò forte il gran Capitano sgridandogli perchè, avendo così ben cominciato, non avesser saputo finire. In [p. 261 modifica]quest’occasione si mostrò in tutta la sua luce la nobil natura di D. Garcia. Egli che in campo aveva anche con aspre parole rimproverato ai compagni che lasciassero la cosa imperfetta, ora alla presenza di Consalvo prese arditamente a difenderli, dicendo aver essi fatto il potere da uomini dabbene quali erano, e condotta a fine la loro impresa, che era far confessare ai Francesi valer essi al par di loro nella battaglia a cavallo. Ma Consalvo male accettando queste scuse, e, troncate le parole col rispondere1 Por mejores os embiè yo al campo, li licenziò.

Ripigliamo ora il filo di ciò che accadde la sera innanzi a Brancaleone dopo lasciato Inigo per tornar presso Fieramosca.

Quando approdò all’isola di S. Orsola, la premura di giugnervi presto che aveva provato nel tragitto, si calmò riflettendo al modo col quale doveva annunziare ad Ettore i casi di Ginevra, e lo stato in cui l’aveva lasciata. Salì lentamente la scala che conduceva sulla spianata del convento, e, ricomposte l’idee, si avviò alla foresteria. Ma il discorso che aveva preparato si trovò inutile. Entrando nella camera vide Zoraide seduta al capezzale che col dito gli accennò di non far rumore, e Ettore che dormiva profondamente. Si ritirò indietro pian piano mentre la giovane alzatasi e rimasta un momento a guardar Fieramosca, visto che riposava tranquillo, uscì in punta di piedi, e seguì Brancaleone in una delle camere vicine.

— Tutto va bene, disse Zoraide: domani Ettore sarà come se non avesse avuto male. Ma e Ginevra, dov’è? ne avete trovata la traccia?

A Brancaleone tornò il fiato in corpo sentendo le nuove di Fieramosca, e rispose:

— Ginevra è nella rôcca in buone mani, e presto [p. 262 modifica]la potrete vedere; ma, ditemi, Ettore sarà poi guarito veramente? Dopo domani si dovrà combattere.

— Ebbene, combatterà.

Una certa espressione misteriosa che accompagnava le parole di Zoraide stimolò la curiosità di Brancaleone, il quale volendo saper più precisamente di che sorta fosse il male del suo amico, udì che era stato ferito, ma leggermente, nel collo, senza però che Zoraide gli parlasse del pugnale avvelenato. Tuttavia non vedendo naturali le espressioni della giovine, seguitò ad interrogarla, ma non gli riuscì di cavarne spiegazioni più chiare.

— V’è una favola fra noi in Levante dicea Zoraide, sorridendo mestamente, che racconta d’un leone del deserto, al quale un topo salvò la vita. Di più non vi voglio dire, vi basti sapere che fra poche ore il braccio d’Ettore sarà forte come il collo d’un toro selvaggio. Ora però non v’è da far altro fuorchè lasciarlo in quiete; domani si sveglierà a tempo per potersi mettere in ordine; io ritorno vicino a lui per esser pronta ad ogni bisogno; fidatevi di me: dell’arte di curar ferite, ne son maestra, e ne ho saputo sanare di più pericolose.

Brancaleone visto che non gli rimaneva altro a fare presso il ferito, raccomandò a Zoraide che quando Ettore si fosse svegliato lo racquetasse sul conto di Ginevra, gli annunziasse il combattimento pel giorno vegnente, gli dicesse che sarebbe venuto egli stesso sul mezzogiorno, ove non fosse comparso prima di quell’ora in città: rimasti così d’accordo, se ne ritornò a Barletta, ove, prima d’andarsene a casa, volle passar dal castello per sapere che ne fosse di Ginevra

Ma trovò chiusa la porta e alzato il ponte; onde gli convenne differire di chiarirsi alla mattina vegnente.

Appena fatto giorno vi corse, e trovò ch’eran usciti allora gli undici guerrieri spagnuoli per andar al [p. 263 modifica]campo, seguitati da tutti quelli che si trovaron liberi d’accompagnarli, onde pochissima gente v’era rimasta. Salì le scale senza trovar a chi domandare; venne sino all’uscio ove la sera prima aveva lasciata Ginevra, e bussò. Fra Mariano, che v’avea passata la notte, gli aperse, e venuti in una camera vicina, narrò a Brancaleone l’accaduto.

Tanto più rimase questi afflitto e travagliato dalla trista nuova, quanto che vedeva cadere una tanta sventura sul suo amico, nel momento in cui era meno preparato a sopportarla, e quando per l’imminente battaglia avea bisogno di tutte le sue forze: temeva che, accasciato sotto il peso del dolore, si mostrasse inferiore a se stesso in una prova tanto ardua ed importante. Pensato perciò al rimedio, stabilì col frate di celar questa morte per tutto quel giorno, e l’indomani soltanto assumesse quegli il carico di far portar la defunta al monastero, com’era stato suo volere, mentre Ettore fosse occupato a combattere co’ suoi compagni. Credettero non difficile serbar il segreto per questo giorno in cui la rôcca era quasi deserta, e stimarono di dirlo soltanto a Consalvo, onde accordasse gli ajuti che sarebbero occorsi per far il trasporto del corpo ed i funerali con un poco d’onore.

Per quel che spettava a Fieramosca, al quale bisognava pur dare qualche spiegazione, concertarono che Brancaleone gli dicesse: Ginevra sta bene, non poterlo vedere per quel giorno, e che soltanto gli faceva sapere si ricordasse dell’onore italiano, combattesse con quella virtù che meritava una tanta cagione, e ch’essa pregherebbe per lui, e pe’ suoi compagni; le quali cose si potevan dir tutte senza bugia, ed erano tali da riconfortarlo, e farlo andar franco alla battaglia.

Dato sesto così a questa faccenda importantissima, scese Brancaleone in piazza, e venuto alla casa de’ fratelli Colonna, li trovò ambedue nel cortile che, [p. 264 modifica]avendo radunati i tredici Italiani, ne rivedevan minutamente l’arme, le bardature, i cavalli, onde per l’indomani si trovassero in assetto, e non vi fosse parte dei loro arnesi che non fosse a prova.

Brancaleone, che aveva avuto avviso di questo ritrovo, vi avea mandato i suoi scudieri e quelli di Fieramosca coi cavalli e l’armi. Ma il loro padrone mancava, ed alle interrogazioni di tutti rispondevano dicendo che non s’era veduto e che di più non sapevano.

Prospero Colonna udì queste novelle con maraviglia, che si cambiò presto in ira; onde quando comparve Brancaleone, domandò con volto severo:

— E dov’è Fieramosca, che non compare?

— Eccellenza! rispose Brancaleone: sarà qui a momenti, il suo indugio non è volontario.... un caso improvviso e d’importanza....

— Qual cosa vi può essere per lui più d’importanza che la faccenda di domani? Non avrei creduto che potesse avere adesso altro pensiero.

Fanfulla che, ricordando i casi della sera scorsa, voleva trovar qualche verso d’avviare il discorso in modo da poterne parlare, disse ridendo:

— Eh! stanotte avrà ballato troppo, o avrà trovato qualche chiodo nuovo per cacciare quello vecchio, e allora si sa che alzarsi troppo presto rincresce....

— Avrà trovato il canchero che Dio ti dia, riprese Brancaleone, credi tutti pazzi come te? — Vi dico, eccellenza, che non dubitiate, e sull’onor mio sarà qui fra poco, anzi andrò io stesso a sollecitarlo.

Pensò questo partito esser il più sicuro, poichè, per quanto si fidasse di Zoraide, dubitava che qualche nuovo ostacolo lo avesse potuto impedire. S’avviò al porto, per far un’altra volta il viaggio dell’isola; entrato in barca, al momento di staccarsi dalla riva, usciva di dietro al molo un battello nel quale con grandissima allegrezza scorse Ettore, che vedutolo venne a lui, e saltato a terra subito gli domandò: [p. 265 modifica]

— Dov’è Ginevra? è inferma? che le è accaduto? Presto, presto, andiamo da lei.

— Presto, dai Colonna invece, non s’aspetta altri che te, Ginevra sta bene e la vedrai poi.

— Bene, l’ho caro; ma andiamo da lei.

— Ma non t’ha detto Zoraide che domani si combatte?

— Si combatterà, ma ora, in nome di Dio, conducimi da Ginevra....

— Ora non la puoi vedere, nè per tutt’oggi....

— Ed io ti dico....

— Ma se non mi dai retta e non mi lasci parlare, non la finiremo mai.... Dunque devi sapere (e tutto questo è per parte sua: non che l’abbia veduta, ma me l’ha fatto dire, onde lo dicessi a te) essa dunque sta bene, la signora Vittoria l’ha accolta e ristorata, e prestatole quegli amorevoli uffici che richiedeva il suo caso, e non le manca nulla: ti prega di non aver per oggi altro pensiero, nè cercar di vederla; che ponga l’animo in quiete, combatta domani da par tuo, ti ricordi dell’onore italiano, di tutto quel che tante volte avete parlato insieme su tal proposito, e ch’essa prega Iddio per la nostra vittoria....

— Ma oh! perchè non l’ho io a poter vedere?... qui c’è sotto qualche cosa.

— Ed io ti dico che non c’è sotto nulla: se ti volessi dire come andò tutto il precipizio di ieri, davvero non potrei, che neppur io lo so: ma ti basti, in nome del cielo! per ora di saperla salva, il di più lo vedremo dopo la battaglia; e ora non è tempo da pensare ad altro...... Andiamo, che il signor Prospero e tutti gli altri aspettano ed hanno già domandato di te, e molto si maravigliano de’ fatti tuoi, che vai attorno in questi momenti... Andiamo, un po’ d’animo! Sei pur stato uomo sempre! ed è pure una vil cosa che ti metta sotto i piedi l’onore e ’l nome di quel gran soldato che sei! [p. 266 modifica]

— Andiamo; sì, andiamo, riprese Fieramosca mezzo in collera; non son cavallo da tante spronate: ti domandavo di vederla un momento, casca il mondo per questo?

— Non casca il mondo.... ma non capisci che son tutti là da un’ora a far la mostra, e tu solo manchi.... che cos’hanno a pensare?

— Orsù dunque, disse Fieramosca affrettando il passo (che tutto questo dialogo l’avea fatto camminando lentamente volendo l’uno andar verso la rôcca, l’altro tirarlo verso la casa di Colonna), andiamo, che non hai torto.... il dovere e l’onore prima di tutto.

E mentre camminavano frettolosi, gli domandava Brancaleone:

— E dunque, a proposito, come ti senti? e la ferita?...

— Oh! non è nulla.... ma ti dirò poi... chè ora manca il tempo... quante diavolerie! e quella povera Zoraide! non m’ha voluto chiarir di nulla, ma ho capito bene... al male che mi sentivo.... il pugnale doveva esser avvelenato..... e non vorrei che m’avesse succhiata la ferita.... e ci avesse a rimetter la salute, forse la vita.... e pur troppo, temo che appunto la sia andata così. Ma ero tanto fuori di me che non posso distinguere se ciò sia una memoria od un sogno che abbia fatto.

— Ma in somma ti senti bene....

— Come non avessi mai avuto male.

Ed in così dire eran entrati nel cortile e si presentavano a Prospero Colonna, che, dopo qualche breve parola sul tardare di Fieramosca, seguitò la bisogna alla quale era occupato.

La diligenza minutissima, che pose a questa rivista, la fece durare alcune ore. I cavalli furono provati, provati gli arnesi a colpi di lancia, d’azza e di spada. Del taglio dell’armi offensive ne fu fatta esperienza [p. 267 modifica]sul legno, sul ferro, e rifiutate le meno perfette. Verso mezzogiorno tornato ognuno al suo alloggiamento, Ettore solo fu trattenuto sotto colore di stabilire vari particolari della disfida, ma in realtà per non lasciarlo andar attorno a suo modo. Brancaleone aveva tirato da parte il signor Prospero, ed avvisatolo di tutto, pregandolo facesse in guisa di tener Fieramosca occupato per il resto della giornata, la qual cosa venne da lui puntualmente eseguita. Fattosi sera, quando non rimanevano più pretesti ragionevoli per rattenerlo, fu lasciato andare, e Brancaleone accompagnandolo a casa entrò in ragionamenti sul mestier dell’arme, e sul modo che avean da tenere la mattina vegnente coi loro nemici, e riuscì a farsi tanto prestar attenzione, che non potè Ettore correr colla fantasia ove il cuore l’avrebbe chiamato. In quella che traversavan la piazza, giungeva il drappello de’ campioni spagnuoli, ai quali accostatisi, domandando ed udendo le nuove della giornata, vennero spendendo il tempo, e soltanto a notte chiusa si ritirarono a casa.

— Han l’ossa dure questi diavoli di Francesi, disse Ettore separandosi dal suo amico, e gli Spagnuoli han trovato carne pe’ loro denti.

— Tanto meglio, rispose Brancaleone, avremo a far con uomini; e non siam della bandiera Colonna per niente. Per me domani spero di far per due: pensa che cosa direbbero que’ ribaldi degli Orsini se sentissero che ne abbiamo toccate! Vorrebbe rider poco quel poltroncione del conte di Pitigliano.... ma per questa volta spero non l’avrà il gusto.

— Oh! no, rispose Fieramosca; e può essere che a qualcuno di questi Francesi gli dolga d’aver voluto assaggiar i fichi di Puglia. Oh! in somma, ora pensiamo a riposar queste poche ore, e domani a mostrare che se i poveri Italiani sono sempre assassinati, è perchè il maledetto destino vuol così; ma che del [p. 268 modifica]resto uomo per uomo, non temiamo nè loro nè il mondo. Addio, Brancaleone; so che vuol dire, seguiva sorridendo, non aver paura, fin a domani a sera non penso che a quel che s’ha da fare, e ti giuro che mi bolle il sangue ora più che il giorno in cui fu data la disfida, e spero di non far vergogna nè all’Italia nè a voi.

— Di questo son più che certo, rispose Brancaleone. A domani.

— A domani, replicò Fieramosca stringendogli la mano, e si lasciarono.

Prima di salire in camera volle Fieramosca dar un’occhiata alla stalla, ed entratovi si pose ad accarezzare il suo buon cavallo di battaglia, con quell’affetto, e quasi potrei dire amicizia che prova ogni soldato per il compagno delle sue fatiche e de’ suoi pericoli. Gli passava la mano sul collo e sulle spalle battendolo leggermente, ed il cavallo, abbassate indietro le orecchie, scoteva il capo, e scherzando faceva l’atto di mordere il suo padrone.

— Povero Arione mio, mangia e fa buona cera fin che puoi, che non sei sicuro di dormir domani sera su questa lettiera.... A tutt’altro fatto condurrei Boccanera, e non arrischierei la tua pelle; ma domani ho proprio bisogno d’averti sotto, che non mi metterai un piede in fallo, son certo. E poi, seguitò sorridendo e prendendogli il muso fra le mani: sei Italiano anche tu, anche tu devi portar la croce.

Visto poi che tutto era in ordine, — Masuccio, disse volgendosi al suo scudiere, alle quattro lo farai bere, e poi orzo quanto glien’entra in corpo: alle cinque mi verrai ad armare.

Dati questi ordini salì, e dopo pochi minuti avea spento il lume, e si trovava in letto col fermo proposito di riposarsi e dormire. Sulle prime gli parve di poter prender sonno, ma poi cominciò un pensiero, [p. 269 modifica]e un altro, e un altro, ed era in letto già da più ore senza che gli fosse riuscito di chiuder gli occhi un momento. Tutto il fatto di Ginevra, del quale s’era dato pace in parte sulla fede di Brancaleone, gli si mostrò nuovamente pieno di ombre e di sospetti, mille timori incerti gli s’affollarono sul cuore: che cosa sarà, pensava, tutto questo mistero? E non l’ho da sapere nè pur domani! Che Brancaleone mi volesse ingannare?

Un momento persino fu per maledire in cuor suo la disfida; ma il pensiero venne rispinto con isdegno prima che fosse interamente formato.

— Oh! vergogna, vergogna, disse alzandosi a sedere sul letto, come può cadermi nell’animo tanta viltà!... Non son più quel d’una volta? Che direbbe Ginevra se mi vedesse tanto malamente mutato, e tanto freddo ai pensieri che un tempo mi facevan correr fuoco per le vene?

E con queste riflessioni gli venne tant’ira di sè medesimo, che s’alzò infuriato, e rivestitosi, chè ad ogni modo, non potendo dormire, il letto gli riusciva insoffribile, uscì sul terrazzo; sedutosi, come spesso soleva, sul muricciolo sotto la palma, dispose d’aspettar ivi l’alba che non era molto lontana.

La luna pallida e scema si specchiava appena nel mare. Lontano forse cinquecento passi a mano manca sorgeva la rôcca, che a quell’ora poco potendosi distinguere ne’ contorni, si mostrava come una gran massa bruna, e solo i merli posti in cima alle torri apparivano un po’ distinti sul cielo. Ettore guardava sospirando quelle mura, pensando a chi v’era rinchiusa, ed ogni tanto gli sembrava sentire come un lontano mormorio di salmeggiare alternato. Ma era tanto discosto, che gli pareva e non gli pareva: ad una finestra, che per esser sul fianco del castello egli non poteva vedere che di scorcio, v’era lume e non [p. 270 modifica]fu spento mai tutta la notte; avrebbe dato il sangue per non veder più quel lume, e volgeva gli occhi altrove dicendo: Sono pur pazzo a tormentarmi con tali fantasie; poi non poteva a meno di non rivolgervi gli occhi e quel lume era sempre là.

Con quella specie di malafede che spesso adopera l’uomo con sè medesimo, quando è vessato da un dubbio importuno, si diede a volersi persuadere ciò che nell’intimo del cuore non credeva affatto, cioè che Ginevra era in buono stato, che non le era accaduto nulla di sinistro, e che tutto il mistero, che pure scorgeva in questa faccenda, era un’idea sua, una vana immaginazione. E se, per ingannar sè medesimo, durava questa fatica, lo faceva conoscendo che a voler volger tutti i pensieri e tutte le virtù dell’anima alla battaglia, gli era indispensabile il rendersi, se non certo, almeno molto probabile, ciò che il raziocinio gli mostrava esser pura illusione.

— Oh sì, sì, diceva scotendo il capo, e passandosi la mano sulla fronte e sui capelli, come per dissipare i pensieri che v’erano aggruppati, badiamo a farci onore prima di tutto.... e forse domani a quest’ora avrò già potuto dirle: Ginevra, abbiam vinto... poi fermatosi un momento a pensare: oppure m’avrà già veduto entrar in Barletta sulla bara, ed avrà detto: Povero Ettore, hai fatto quel che hai potuto... E se ciò accadesse? sarei morto da uomo dabbene, ed essa piangerebbe la mia morte; ma non mi vorrebbe vivo a patto d’una viltà; anzi andrebbe superba di poter dire: Eravamo amici sin da fanciulli.... Sì.... ma intanto rimarrà qui sola, senz’un aiuto; neppur sa che suo marito è al campo francese; e se anche lo sapesse, come presentarsi a lui dopo tanto tempo?

Ettore aveva formato e parte eseguito il disegno di raccomandarla a Brancaleone; ma riflettendo che anch’esso poteva venir ucciso con lui si risolvette di scriver [p. 271 modifica]una lettera a Prospero Colonna, nella quale fosse ordinato che il poco suo avere in Capua, cioè la sua casa, un podere e gli arnesi ed i cavalli che pure eran del valore di molte migliaia di ducati, tutto fosse di Maria Ginevra Rossi di Monreale. Riaccese il lume ed in poco tempo ebbe scritta la lettera; allora pensò d’acchiudervene un’altra per Ginevra come di commiato, e per raccomandarle la giovane saracina, alla quale aveva pur tanti motivi d’essere riconoscente; e come già cantavano i galli, e s’accorgeva che gli uomini sotto nella stalla cominciavano a risentirsi, a far romore, mancandogli il tempo, scrisse soltanto queste poche righe:

«Ginevra, io sto per montare a cavallo, e non so s’io n’abbia a scender vivo stassera; se il Cielo ha disposto che debba esser altro di me, non dubito punto che dopo aver dato qualche lagrima a quello che sin da fanciullo ti fu con tanta fede amico e servo, tu non ti rallegri aver io incontrata una morte della quale non si poteva immaginare nè la più gloriosa nè la più bella. Sarai contenta goderti per amor mio la poca roba che ho di casa; sai che son libero e senza parenti prossimi. Solo ti raccomando, e non accaderanno per questo molte parole, il mio famiglio Masuccio che dal giorno in cui all’Ofanto toccò quella ferita nella spalla, poco si può ajutare, e correrebbe rischio, ove tu non lo soccorressi, di dover accattar per Dio, e ne sarebbe poco onore alla mia memoria. Un’altra cosa mi rimane a dirti. Tuo marito è al soldo del duca di Nemours: non ho più tempo; sento che in casa Colonna si sta per dar il segno, Dio ti guardi; ti raccomando anche Zoraide.

Ettore.


Difatti si udiva il trombetta il quale com’è loro uso, preparandosi per sonar la sveglia si metteva alle labbra la tromba ricavandone suoni brevi ed [p. 272 modifica]interrotti, come per prova. Un tal qual ronzìo, ed un rumoreggiar sordo che veniva dal terreno della casa e da quelle dei vicini, voci indistinte e passi d’uomini e di cavalli per le strade indicavano che la maggior parte di coloro che dovevan essere attori o spettatori del fatto d’arme, avean principiato a mettersi in moto: in cielo però non si scorgeva ancora alcun principio d’albeggiare; anzi una caligine oscura nascondeva le stelle, e condensava l’atmosfera.

Fieramosca, che stava chiudendo le due lettere seduto accanto alla finestra aperta, se n’accorse guardando fuori, ove il piccol raggio della candela usciva divergente, illuminando quel tratto di nebbia ove poteva percuotere. La brutta apparenza del tempo, trovandolo già disposto alla mestizia, gliel’accrebbe; i pipistrelli che trapassavano con volo tremolo e veloce avanti la finestra, chiamati dallo splendore, le sentinelle poste sulle torri del castello e che, accostandosi l’ora del mutar le guardie, si chiamavano con un certo gridar lugubre, tutto in somma accresceva la tristezza di quest’ora, ed il combattuto giovane ne rimase oppresso un momento. Ma i passi gravi e sonanti di due uomini che, salita la scala gli entravano in camera, gli fecero alzar la fronte e comporre il viso in atto lieto ed ardito, onde non s’avvedessero del suo vero stato.

Comparì Brancaleone tutto coperto delle sue armi fuorchè il capo, accompagnato da Masuccio che portava l’arnese di Fieramosca. La campana di S. Domenico sonava la messa che dovevano udire i combattenti prima di partire pel campo.

— Armati, Ettore, che a momenti saranno tutti in chiesa, disse Brancaleone; ed ajutato da Masuccio in pochi minuti ebbe coperto il suo amico della perfetta e lucente armatura che usava portare nelle maggiori occasioni. Fabbricata da un de’ migliori artefici di [p. 273 modifica]Milano, s’adattava così bene alle belle membra del cavaliere, ed era nelle giunture tanto maestrevolmente connessa, che seguiva i contorni del corpo senza alterarne la grazia in nessuna parte, lasciandolo nel tempo stesso interamente libero e sciolto in tutti i suoi moti. Finito d’armarsi, ed appeso alla sinistra la spada, ed alla destra la daga, scesero uniti e facendosi portar dietro dai famigli lancia, elmo e scudo, e condurre a mano i cavalli, vennero a S. Domenico, ove in pochi minuti insieme con molto popolo si trovaron radunati i tredici campioni e Prospero Colonna.

La chiesa era un quadrilungo a tre navate separate da colonne ed archi a sest’acuto, d’assai rozza maniera, e verso l’altar maggiore due sfondi ai lati formavano una croce col corpo principale dell’edifizio; il coro de’ frati, secondo l’uso antico, avanti l’altare era di legno, divisi gli stalli de’ religiosi da molti ornati in rilievo, ai quali il tempo avea data una tinta lucida e bruna: nel mezzo era posto un banco capace di tredici persone, ove stavano gli uomini d’arme italiani. La luce del giorno andava crescendo, ma non era ancora abbastanza chiara per poter passare attraverso delle invetriate dipinte che chiudevano gli stretti finestroni, onde tutto l’interno della chiesa rimaneva quasi nell’oscurità, e il lume rossiccio delle poche candele dell’altare si ripercoteva soltanto un po’ vibrato sulle corazze de’ guerrieri, lasciando tutte le altre figure quasi invisibili. Prospero Colonna armato anch’esso stava un po’ innanzi agli altri, ed aveva a’ piedi per inginocchiarsi un ricco cuscino di velluto rosso colla colonna ricamata in argento, recatogli da due paggi che si tenean ritti pochi passi dietro di lui. Uscì la messa; Fra Mariano la diceva, ed i cuori di quelli fra gli spettatori, che eran capaci di sensi generosi ed alti, forse non rimasero indifferenti alla vista di que’ valorosi ed arditi giovani che atterravan innanzi al [p. 274 modifica]Dio degli eserciti le fronti solcate dal ferro e dalle fatiche, per domandargli che fosse dato alle loro spade di vincere chi volea trascinar nel fango il nome italiano.

Nelle loro mosse, alle quali il lungo uso dell’armi dava anche nel pregare una cert’aria brava, esprimevano però i pensieri religiosi che avean nell’animo. All’estremo del banco, a man sinistra, era Fieramosca ritto, immobile, colle braccia intrecciate sul petto. Gli stava in faccia a pochi passi la porta della sagrestia aperta; e gli uomini della chiesa, che andavano avanti e indietro pei loro uffici, avrebbero forse potuto soli distrarlo dalla preghiera; ma s’aggiunse una vista ed un dialogo, che in quel momento più che mai eran tali da fissar dolorosamente i suoi pensieri.

Un uomo vestito d’una cappa oscura tutta sdrucita, coi capelli rossi in disordine, ed un viso di tristo augurio era fermo in mezzo alla sagrestia: e, volto ad un frate domenicano che occupava colla sua corpulenza tutto un seggiolone di cuojo posto fra un armadio e l’altro, solito mobile di questi luoghi, gli domandava con parlar ruvido, e voce rauca e sottile:

— Quale ho d’ammannire, quella dei poveri o quella dei signori?

— Bella interrogazione! rispose il frate, e la sola parte che si movesse nel suo corpo eran le labbra. Non lo sai che il signor Consalvo fa la spesa? non è già uno di questi affamati di Barletta, che per non dar la torcia al curato, si fan portar via per poveri.... Di prima classe, ve l’ho già detto a tutti, di prima classe, campane, catafalco e messa cantata. Mi sembrate più balordi del solito.

L’altro si strinse nelle spalle, ed andando verso uno dei lati della sagrestia si tolse dalla vista di Fieramosca: questi però udì metter la chiave in un uscio ed [p. 275 modifica]aprirlo: poscia distinse un rumore di passi che s’allontanava, e per alcuni minuti non udì altro: poco stante i medesimi passi che ritornavano con uno stropiccìo come di cosa trascinata sul pavimento; e lo strepito veniva innanzi finchè ricomparì l’istess’uomo tirando e lasciando in mezzo alla sagrestia una bara nera filettata d’argento, avente una croce alla testa, ed ai piedi un teschio retto da due ossa poste sotto a guisa di croce di S. Andrea; vi buttò sopra un copertone di velluto nero, dopo che con un panno n’ebbe scossa per tutto la polvere. Mentre il beccamorto compiva quest’ufficio con quel fare sbadato e di mal umore che pur troppo appare spesso negl’inservienti alle sagrestie, un’idea lieta trovò pure strada di fargli aggrinzar con un riso la pelle che gli copriva l’ossa delle guance.

— Dunque ci sarà da bere anche per me questa volta? È un gran pezzo che non v’è altro lavoro che di marinari e pescatori.... ringraziamo Dio che ogni tanto ne capita anche qualcuno di questi pe.... (si voltò a un tratto quasi temendo d’esser udito, ed abbassata la voce seguitò) di questi pezzi grossi.

— Una volta tocca a tutti, — disse il frate, tagliando la frase in due con uno sbadiglio.

— E può essere, seguitava il becchino, adattando la coperta sulla bara e scostandosi per vedere che non pendesse più da una parte che dall’altra, può essere che la Beca, quella strega di mia moglie, ci abbia azzeccato. Jer sera (sentite questa) eravamo in letto e si discorreva che si sta a spasso e non si lavora, e che la guarnaccia della donna e ’l sajo nuovo che mi potei fare coi danari che buscai nella moria, cascan a pezzi.... E vedete se è vero, (In così dire tirandosi le maniche sui gomiti mostrava la verità delle sue asserzioni). E in somma si diceva che, se tirava innanzi così un altro poco, saremmo morti di fame. Poi [p. 276 modifica]stamattina prima dell’avemaria, intanto che m’alzavo per iscender in chiesa: Ohe Rosso, dice: Sai che mi son sognata? Dico: Che ti sei sognato? Dice: Mi pareva che la cucina dell’osteria di Veleno fosse piena di letti, e l’oste giallo giallo per il primo, e in somma, dice, era tornata la peste, e c’eravamo rifatti, e tu andavi per Barletta vestito come un cavaliere.... In somma, dite voi fra Biagio, tra la guerra e la peste siamo lì?... E può essere che prima di stassera (e qui di nuovo abbassò la voce, e, vedendo che dalla chiesa nessuno gli badava, accennò col pollice sulla spalla verso i tredici giovani) può esser in somma che qualcuno torni a casa sul quattropiedi....

Il frate, o per isbadataggine o per mantenere i dritti della gerarchia, non si curò di rispondere, onde finì il dialogo: Il becchino, quand’ebbe messo in ordine ogni cosa, scomparve: e la bara rimase in mezzo alla sagrestia. Non venne in mente a Fieramosca, e se gliene fosse balenato un qualche sospetto l’avrebbe cacciato come una pazzia, per chi dovesse servire; non ostante non ne potè staccar gli occhi durante il rimanente della messa. I suoi pensieri si fermarono naturalmente sull’idea che quel giorno poteva esser l’ultimo della sua vita, e volse con più fervore lo spirito a Dio domandando di nuovo il perdono delle sue colpe. Riandava colla mente tutto il tempo trascorso da quando avea tolta Ginevra di S. Cecilia; e gli pareva non aver rimorso d’altro fuorchè del non averle palesato che Grajano era vivo. Di questo però come d’ogni altro fallo se n’era confessato la sera innanzi. Gli parve d’esser tranquillo, e di poter franco incontrar la morte. Terminò la messa, uscirono i tredici, seguitando Prospero Colonna, e vennero a casa sua ove si posero a tavola per non andar digiuni a combattere.

Fra gli altri patti fermati d’accordo dalle due parti italiana e francese, v’era quello: che ogni uomo [p. 277 modifica]d’arme fatto prigione potesse, senza dover seguir il suo vincitore, riscattarsi coll’arme e ’l cavallo mediante lo sborso di cento ducati. Ognuno degl’Italiani consegnò il danaro al signor Prospero, e i milletrecento ducati posti in un sacco furon caricati su alcuni muli, i quali avviati innanzi portavan sul campo provvisioni e masserizie che forse avrebber potuto bisognare.

Finita la colazione, tutti uniti andarono alla rôcca ove il gran capitano gli aspettava nella sala del ballo; preser commiato con poche parole e volto sereno da lui, che disse nel congedarli come gli aspettava a cena, e faceva preparare per ventisei persone, onde se i Francesi avesser dimenticato di portar con loro i danari del riscatto, non avessero ad andar a letto a digiuno. Scesero nel cortile ove erano in fila disposti i cavalli tenuti dai famigli. Montarono in sella, e a due a due s’avviarono, preceduti dalle trombe, ed accompagnati da molti amici e da una folla di curiosi.

Note

  1. Come migliori vi mandai al campo.