Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta/Conclusione

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Conclusione

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Capitolo XIX


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Conclusione.


Tutti coloro che narrano o scrivono una storia, (siamo sinceri) hanno in sè un po’ di speranza ch’essa possa dilettare e che si trovi qualcuno che l’ascolti o la legga fino alla fine: anche noi abbiam sempre avuto riposta in un cantuccio del cuore questa speranza, che simile alla fiamma d’una candela esposta al vento alle volte si faceva maggiore, (rida pure il lettore che ha ragione) alle volte piccina piccina e stava per ispegnersi; ma l’amor proprio ha saputo governarla così bene che non s’è spenta mai fin’ora.

Se questo sottile adulatore non ci ha ingannati; se realmente s’è trovato un lettore abbastanza paziente per accompagnarci fin qui, possiam lusingarci che abbia caro udire qualcosa di più sul conto di Fieramosca, e noi molto volentieri gliene diremo ciò che ne abbiamo potuto sapere.

Quando Consalvo ebbe licenziato i vincitori ed i prigioni, questi vennero accolti e ben trattati in casa di Colonna, ove dormirono quella notte; e l’indomani essendo stati recati i danari del riscatto dal campo francese, vennero rimandati liberi ed accompagnati da molti fin fuori della porta con quelle dimostrazioni d’onore che meritava la loro valorosa difesa.

Ma Fieramosca, uscito appena dalla presenza del gran Capitano, non badò più a loro. Poteva finalmente pensare a sè ed a Ginevra, onde si tolse chetamente di mezzo a’ suoi compagni che se n’andavano fra una turba d’amici, e che inebriati per l’allegrezza della vittoria non potevano in quel momento aver altri pensieri, nè por mente a lui. Vide in fondo ad una delle logge [p. 303 modifica]del cortile Vittoria Colonna, che dopo essersi trovata presente all’accoglienza fatta da Consalvo ai tredici guerrieri, ritornava nelle sue camere, ed era presso ad entrarvi: onde messosi a correre, e chiamandola a nome, la fece volgere e fermarsi. Vittoria, cui eran venute all’orecchio parte delle vicende di Fieramosca, indovinò che cosa fosse per domandarle.

— Oh Dio! che rispondergli? pensò fra sè: ma non ebbe tempo a riflettere, che già Ettore le stava vicino. Aveva l’armatura coperta di polvere, ed intaccata qua e là dai colpi ricevuti; sull’elmo una sola penna rotta, dell’altre non eran rimasti che i fusti, e la visiera alzata lasciava vedere il suo bel volto, affilato per la fatica, asperso di sudore, e pieno tutt’insieme d’allegrezza per la gloria ottenuta, e d’ansietà del desiderio di ritrovar quella che dopo la morte di Grajano poteva finalmente dir sua.

Siccome il cuor dell’uomo è inclinato a sperare o temere a seconda delle circostanze in cui si trova, lo scoramento, direi la disperazione che aveva provato la notte e la mattina prima della battaglia, pensando ai casi di Ginevra, ora colla scossa fisica e morale ricevuta dal lungo combattere, colla ineffabil gioia dell’aver vinto, s’era mutata in una confidente speranza di trovarla sana e salva.

— Madonna! disse col respiro frequente che vien prodotto dal batticuore: Dio vi rimuneri e vi benedica; so tutto.... che l’avete accolta, che le avete fatto tanto bene.... poverina.... e bisognava...! Conducetemi da lei, andiamo, per amor di Dio.

Ogni parola del giovane era una coltellata al cuore di Vittoria, e non le bastò l’animo di dargli la nuova dolorosa; anzi ebbe forza di comporre il volto ad un mezzo sorriso e gli disse:

— Ginevra è di nuovo a S. Orsola, (era vero pur troppo, che un’ora prima del ritorno degli Italiani [p. 304 modifica]dal campo era stata portata al monastero, accompagnandola fra Mariano, onde seppellirla nella notte).

A S. Orsola? come, così presto? dunque non ha avuto male? dunque sta bene?

— Sì, sta bene.

Fieramosca aprì le braccia (tanta fu la piena dell’allegrezza) come per abbracciar Vittoria, ma invece posto a terra un ginocchio, presale una mano vi stampò baci di gratitudine, che valevan più di mille parole.

Poi s’alzò come fuor di se e se n’andava senza dir altro per correre a S. Orsola; si fermò un tratto guardandosi sul petto, e tornò indietro.

— Vedete, signora, diceva sorridendo con una cotal trepidanza; vedete questa tracolla azzurra? me l’ha data essa.... oggi un colpo di spada, trovando la corazza che consentiva di sotto, l’ha tagliata in due.

In così dire scioglieva il nodo che avea fatto coi due capi onde non cadessero.

— Son troppo ardito, lo so, ma in grazia, vi increscerebbe racconciarla tanto che Ginevra non s’avvedesse ch’è tagliata? Sel torrebbe, poverina, a mal presagio... direbbe: non sapevi coprirla collo scudo...?

Vittoria s’avviò volentieri alle sue camere a prender ciò che bisognava, contenta di potersi togliere così un momento dal giovane e nascondergli la commozione che provava nel veder la sua ingannevole fiducia. Tornò più rinfrancata e si pose a racconciar la tracolla, e tenendo il viso basso, Fieramosca non s’accorse di nulla.

— Appena, diceva questi sorridendo mentre l’altra lavorava, appena si conosce più di che colore ella sia... ha passate di gran fortune.... m’è stata compagna al male, ora lo sarà al bene. Sapete da quanti anni non la lascio mai?... l’ho salvata in tante battaglie, ed oggi!... quando tutti i miei dispiaceri si volgono in allegrezza.... me l’hanno da aver guastata! Chi [p. 305 modifica]credesse agli auguri, che cosa saprebbe dire? Vittoria attendeva a cucire senza risponder parola. Contrastata fra il pensiero che bisognava pur fargli conoscer la verità, e l’invincibile ripugnanza che provava a dargli un tanto dolore, credè poter conciliar tutto col cercar Brancaleone, tosto che Ettore fosse partito da lei, ed avvertirlo onde soccorresse il suo amico in questa terribile prova.

— Vi ringrazio mille volte, disse Ettore quando fu terminato il lavoro; e giù per lo scalone, in un lampo fu in cortile. Non v’era rimasto altri che il suo servo Masuccio che teneva per la briglia il cavallo coperto di schiuma; la povera bestia aveva il capo basso e l’occhio spento; un ansar grave le faceva battere il fianco.

— Alla stalla, alla stalla, gridò Ettore al fante, nel passargli vicino, chi t’insegna?... un cavallo sudato fermo all’aria! ed uscì del cortile dirigendosi al porto per andar a S. Orsola: per mare era breve il tragitto.

Giunto ove si usavan tenere i battelli, non ve ne trovò nemmeno uno. Le navi che portavan le soldatesche venute di Spagna avevan gettato l’àncora in porto, e volendo Consalvo che le truppe scendessero a terra prima di sera, tutte le barche erano state tolte per questo servizio.

Ettore battè i piedi per l’impazienza, poi disse: Anderò a cavallo; è un po’ più lunga: così sia. Venne alla stalla: Masuccio stava per toglier la briglia ad Airone.

Lasciagliela, disse Fieramosca. La prese dalle sue mani, gliela buttò sul collo, con un salto fu in sella, e dopo pochi minuti era fuori di città sulla strada lungo il lido che va al monastero.

— Povero Airone!... diceva battendogli colla mano sul collo, mentre affrettava col calcagno il trotto svogliato del buon destriere che trovava duro gli venisse [p. 306 modifica]vietata la stalla dopo tanta fatica: Hai ragione, ma abbi pazienza un altro poco e ti ristorerò di tutto.

La notte intanto s’andava avvicinando; era già tramontato il sole da una mezz’ora: Fieramosca il quale camminava verso l’oriente, aveva dietro le spalle il cielo sgombro e sereno, ed in faccia lo vedeva occupato da lunghi nuvoloni neri che di sotto finivano in una riga parallela all’orizzonte. Da questa si vedevano molte strisce di pioggia più o meno dense scendere a piombo sulla linea del mare; e le cime di quell’ammasso di nubi che salivano sino a mezzo il cielo, percosse ancora dalla luce del crepuscolo, si colorivano d’una tinta biancastra. Durava quasi continuo in mezzo a quel bujo il luccicar tremolo dei lampi, ed il romoreggiar cupo e lontano dei tuoni. Il mare andava ingrossando e minacciava fortuna; gonfio e nel mezzo d’una tinta quasi nera, sulla sola cresta dell’onde si vedeano scorrere spruzzi bianchi e minuti: alla spiaggia poi i flutti alzandosi gradatamente finivano in una lama sottilissima verde e trasparente, che veniva avanti simile ad un muro di vetro, finchè l’estremo lembo ravvolgendosi in sè stesso cadeva con fragore e inondava di schiuma la ghiaja asciutta del lido.

L’apparenza malinconica del tempo non poteva però in quel momento turbar d’un punto la felicità del giovane italiano. Misurava con occhio impaziente il tratto di strada che lo separava da S. Orsola, ed essendo la pioggia rasa e scoperta, potea vederlo tutto. Si immaginava il piacere del primo apparir di Ginevra: se la vedeva venir incontro con quel suo volger d’occhi onesto, con quel muoversi leggiadro e tutto grazia. Sperava poter giunger il primo a darle nuova della vittoria, e solo si travagliava considerando in qual più convenevol modo avesse a farle conoscere che ella oramai poteva disporre della sua mano.

A due tiri d’archibugio dalla torre, il vento di [p. 307 modifica]Levante che lo feriva in viso avea portata più vicina la bufera; larghi goccioloni venivano di traverso, e percuotendo sulla corazza rimbalzavano in ispruzzi; spesseggiano, divengono a poco a poco minuti e fitti. Succede un colpo di tuono, pel quale sembra siasi levata in cielo una cateratta, e cominciava un rovescio d’acqua che lava Fieramosca da capo a piedi benchè lo cogliesse a pochi passi dalla Torre. La porta era ancora aperta, trapassò veloce, e presto fu nell’isola ed alla foresteria. Legato ad una ferriata il cavallo, dov’era dal tetto un po’ di riparo, in quattro salti fu nelle camere di Ginevra. Sarà inutile il dire che le trovò vuote. Ridiscese, ed alla prima pensò di cercarla in chiesa. Sapea ch’essa andava per lo più a pregare in un coretto posto su in alto; appena entrato vi gettò lo sguardo, era vuoto, la chiesa vuota e quasi affatto buja, vuota la parte del coro che si vedeva: pure egli sentiva un salmeggiar cupo, come uscisse di sotterra. Andò avanti, s’accorse che dal foro posto innanzi l’altar maggiore, il quale rispondeva giù nella capelletta, usciva un raggio che andava a figurare nella vôlta un tondo di luce scolorita; quando vi fu vicino, sentì che si recitavan preci nel sotterraneo. Voltò dietro l’altare, e scese. Il suono delle sue armi, degli sproni e del puntale della spada che batteva sui gradini fece volger quelli che formando un cerchio empievano la cappella, s’aprirono; ai piedi si trovò il cataletto che avea visto la mattina nella sagrestia di S. Domenico, in faccia, accanto all’altare, era fra Mariano in rocchetto, stola da morti, e col braccio levato teneva l’asperges; in mezzo un avello aperto; di qua due uomini che ne tenevan ritta la lapide, di là Zoraide ginocchioni, curva sul corpo di Ginevra che era già dentro, singhiozzando le componeva il velo intorno al volto ed una corona di rose bianche sulla fronte. [p. 308 modifica]

Ettore, giunto al basso, vide; stette immobile; senza mandar una voce, senza far un atto, senza batter palpebra: il suo viso a poco a poco s’affilò, divenne pallido come la morte, le labbra gli tremavano convulse, e grosse gocciole di sudor freddo gli scorrevano dalla fronte.

A Zoraide si raddoppiarono i singhiozzi, e fra Mariano con voce malferma che mostrava quanto il suo cuore si lacerasse alla vista dell’infelicissimo giovane, potè pur dire:

— Jeri è volata in cielo, Dio la fa ora più contenta che non sarebbe stata fra noi....

Ma anch’esso, il buon frate, sentì dal pianto troncarsi le parole, e tacque.

La pietra ricondotta coi pali di ferro sul vano della tomba trovò il suo incastro, vi cadde, vi si fermò.

Ettore era sempre immobile: Fra Mariano venne a lui, gli prese la mano, che ebbe senza resistenza, l’abbracciò, lo volse per farlo uscir di colà, ed Ettore obbedì. Saliron la scala, usciron di chiesa; duravano i lampi, i tuoni e l’acqua a secchie. Quando furon presso la foresteria, si sviluppò Fieramosca dalle braccia del frate, e prima che questi potesse quasi profferir parola, era già in sella curvo sul collo del cavallo, fittigli nella pancia gli sproni; ed il galoppo sonava sotto il portone della torre.

Nè gli amici di Fieramosca, nè uomo nessuno di quell’età lo vide mai più d’allora in poi, nè vivo nè morto.

Si fecero varie congetture sulla sua fine, tutte però vane ed incerte. Una sola potè presentare un tal che di verisimile, e fu questa.

Alcuni poveri montanari del Gargano, che attendevano a far carbone, raccontarono ad altri villani (e così da bocca in bocca dopo molto tempo corse la voce in Barletta, quando già s’era levato il campo [p. 309 modifica]spagnuolo) che era loro comparso, una notte d’un gran temporale, una strana visione d’un cavaliere armato a cavallo sulla cima di certe rocche inaccessibili, che stavano sopra un burrato cadente a piombo nel mare; cominciarono a dirlo pochi, poi molti, poi alfine tutti dissero e tennero per fermo fosse stato l’arcangelo S. Michele.

Quando però lo seppe Fra Mariano e venne a confrontar l’epoche, pensò invece potesse esser stato Ettore, che fuor di sè, spinto il cavallo in luoghi difficilissimi alla fine fosse caduto con esso in qualche ignoto precipizio e forse anche nel mare.

Nel mille seicentosedici, essendo rimasto a secco un tratto di una scogliera sotto il Gargano, ad un pescatore venne veduto incastrato fra due pietroni un ammasso di ferraglie quasi interamente rose dal salso marino e dalla ruggine, e vi trovò fra mezzo ossa umane, e il carcame d’un cavallo.

Ora il Lettore pensi ciò che gli parrà meglio, che la nostra storia è finita.

Credere ch’ella possa venir bene accolta per i suoi meriti sarebbe vana e ridicola lusinga; ma stimiamo ci sia lecito sperare che gl’Italiani accettino con amorevole indulgenza il buon volere di chi ricorda loro un fatto, che tanto gli onora. Per far vieppiù risplendere il valore de’ vincitori non ci siam creduto lecito introdurre circostanze a carico de’ vinti, che si scoprissero false leggende le storie di Giovio, di Guicciardini e degli altri scrittori che parlano di questo fatto. Non era nostro scopo far ingiuria al valor dei Francesi, che siamo i primi a riconoscere ed a lodare; ma soltanto render noto quello che mostrarono gli Italiani, e non avevam bisogno d’alterar la storia, dalla quale ci vien reso piena giustizia. A questo proposito ci sia lecito dichiarare quanto da noi si stimi sciagurata contesa quella che accende gli uomini delle [p. 310 modifica]diverse nazioni a rinfacciarsi a vicenda, e spesso ajutandosi con menzogne, le loro onte ed i loro delitti: e quanto all’opposto si reputi degno ufficio di chi vuole il bene dell’umanità, con quella legge d’amore e di giustizia proclamata dal Vangelo, il porre un piede su queste faville d’odj pur troppo lunghi e micidiali.

Ma che diremo delle inimicizie ancor più sacrileghe e più insensate, che son durate sì lungamente e sì frequentemente risorte fra le varie parti d’una stessa nazione? Pur troppo l’Italia non può in questo rifiutare un primato di colpa e di vergogna, come in altre cose nessuno le nega un primato di merito e di gloria. E sebbene quelle inimicizie sieno state sempre e sieno più che mai deplorate e maladette, troppo è lungi ancora che il biasimo arrivi alla misura del fallo.

Ci sembra adunque che chi si fa di nuovo a notare alcuno di quei fatti dolorosi di che abbondano pur troppo le nostre storie, possa bensì adempiere imperfettamente un grande ufficio, ma non aver taccia di fare un ufficio inutile. Ci sembra di più che questo giudizio di disapprovazione debba apparir più sincero e riuscir più efficace quando uno lo porta su quella parte d’Italia ove è nato; chè altrimenti il giudizio potrebbe parer forse parziale, e non in tutto scevro da quel miserabile astio di municipio che intende vituperare. Perciò credemmo che ad un uomo nato in Piemonte convenisse più che ad altri far cadere sulla memoria di Grajano d’Asti il biasimo che hanno meritato l’opere sue.

Già l’illustre conte Napione espresse l’opinione dei Piemontesi sul conto di costui così scrivendone1 «...quel nostro Astigiano che nel famoso [p. 311 modifica]abbattimento di Quadrato avendo preso le armi contra la nazione italiana per i Francesi, non solo con essi divise l’onta di rimaner vinto dagl’Italiani, ma restato morto sul campo si giudicò allora da ognuno meritamente aver portata la pena della sua stoltezza, giacchè per nazion forestiera avea voluto combatter contra l’onor della patria.»

Ci sia permesso aggiungere che ora, per quanto si cercasse, non si troverebbe più fra noi verun imitatore di questo sciagurato.


FINE


Note

  1. Napione. Dell’uso e dei pregi della lingua italiana. Lib. I. Cap. IV.