Faust/Notte. Via dinanzi la porta di Ghita

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Notte. Via dinanzi la porta di Ghita

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Johann Wolfgang von Goethe - Faust (1808)
Traduzione dal tedesco di Giovita Scalvini, Giuseppe Gazzino (1835/1837)
Notte. Via dinanzi la porta di Ghita
Luogo solitario a piè degli spaldi Duomo. Messa solenne, organo e canti

Valentino soldato, fratello di Ghita.


Un tempo, quand'io mi trovava a far gozzoviglia, fra gli schiamazzatori e i millantatori, e chi metteva in cielo questa e chi quella fanciulla, inaffiando a prova di gran bicchieri le lodi, io mi stava zitto ad udirli, e coi gomiti posati in sulla mensa lasciava sfogare quelle loro spampanate. Indi lisciatami, sorridendo, la barba, e dato di mano a un colmo bicchiere io dicevo: Bello è quel che piace! Ma avvi in tutta la contrada una fanciulla che possa paragonarsi alla mia Ghituccia? che sia sol degna di allacciare le scarpe a mia sorella? E allora udivi un subito tintinnire di tazze, e grida di allegrezze. Egli ha ragione: viva la Ghituccia; il fiore delle belle, lo specchio delle fanciulle! E le tazze e i viva andavano in volta, e quei primi spacciatori di lodi ammutolivano. Ed ora! — ahi, è tal dolore da stracciarsene i capelli, da dare del capo nelle muraglie! Ora, ogni mascalzone potrà farmi onta coi motteggi, e arricciare malignamente il naso; ed io dovrò infingermene, e star cheto come un fallito dinanzi il creditore; io dovrò sudare per una leggiera parola pur detta a caso; e ancorché io sfracellassi a tutti costoro il capo di mia mano, io non potrei dire a nessuno: Tu te ne menti.

Chi viene per di là? chi quatto quatto rade il muro a questa volta? S'io non m'immagino sono in due. Oh, se è desso, io lo concio pel dì delle feste; egli non mi scapperà vivo dalle mani.


Faust e Mefistofele.


Faust. Quale tu vedi lassù fuor della finestra della sagrestia spargersi il lume della lampada eterna, e più più fioco venir meno, e le tenebre addensarsi d'ogni intorno, tale si annotta nell'anima mia.

Mefistofele. Ed io anzi muojo di voglia come il mucino che s'inerpica di nascosto su per la scala a canto al fuoco, e poi va via stropicciandosi alla parete. Provo anch'io non so che rimordimenti di coscienza, sol che non avessi addosso un po' del pizzicore de' ladri, e un po' della fregola de' gatti. Io mi sento andare per tutte le membra un soave solletico pensando alla magnifica notte della Valpurga. Essa riviene posdomani, e si sa allora perché si veglia.

Faust. Quel luccichìo ch'io veggo colà è forse il tesoro di cui mi dicevi? e verrà su presto?

Mefistofele. Tu godrai tosto di porre le mani sul forziere. Vi ho guardato dentro non è guari con la coda dell'occhio, ed è pieno di bei talleri del leone.

Faust. E non un vezzo? non un anello? nulla da ornarne l'amor mio?

Mefistofele. Sì, bene; io vi ho visto ancora non so che cosa a modo di un fil di perle.

Faust. Ne son lieto; ché mi piange il cuore quando vado da lei colle mani vôte.

Mefistofele. Non vi dovrebbe increscere di godere qualche cosa a scrocco. Ora io voglio, sotto questo bellissimo stellato, farvi udire un miracolo dell'arte. Zitto ch'io le spippolo una canzone morale che la farà girare affatto. (Egli canta sulla chitarra.)

 Bella Cate, viso adorno,
Or che spunta appena il giorno,
A che vai girando attorno
Alla porta del tuo amore?
 Torna a casa, Cate bella;
Abbi l'occhio alla gonnella;
Tu là dentro andrai zitella,
Non zitella verrai fuore.
 State all'erta, o sempliciotte!
Oimè, quando v'han sedotte,
Buona notte, buona notte,
Ei vi dan delle canzone.
 Bella Cate, abbi cervello;
Chiuso a' piè tienti il guarnello:
Niun lo tocchi se l'anello
Pria nel dito non ti pone.

Valentino (facendosi innanzi). Che vai tu zimbellando costà? Poffare il cielo! maladetto cacciatopi! Al diavolo prima lo stromento; poi al diavolo il cantore.

Mefistofele. La chitarra è in pezzi! non vale più a nulla.

Valentino. Ora sarà una spaccatura nel capo.

Mefistofele (a Faust). Dottore, non date indietro. Animo! statemi a fianco, e lasciatevi guidare da me. Fuori durindana, e menate di punta! Io paro.

Valentino. Para questa.

Mefistofele. Perché no?

Valentino. E quest'altra!

Mefistofele. Messer sì.

Valentino. In mia fe' che qui combatte il diavolo. Che è questo mai? Io ne ho già il braccio intormentito.

Mefistofele (a Faust). Ferite!

Valentino (cade). Ohimè!

Mefistofele. Il babbeo è ammansato! Or diamla a gambe. Ci bisogna dileguarci in fretta, ch'io odo già levarsi intorno un rumore spaventevole. Io son bene di qualche autorità, ma in quanto alla corte di giustizia la è un'altra minestra.

Marta (al balcone). Fuori! fuori!

Margherita (al balcone). Qua un lume!

Marta (come sopra). S'ingiuriano, s'azzuffano, schiamazzano, combattono.

Popolo. Qui n'è già uno morto.

Marta (uscendo nella via). Son già fuggiti gli assassini?

Ghita (uscendo nella via). Chi giace qui?

Popolo. Il figliuolo di tua madre.

Margherita. O gran Dio! che disgrazia!

Valentino. Io muojo; quest'è presto detto, e più presto fatto. A che, o donne, state lì a piangere e a strillare? Venitemi intorno, e ascoltatemi. (Tutti gli fanno circolo.)

Vedi, Ghita mia! tu sei ancor giovane, tu sei ancora poco accorta, e fai male i fatti tuoi. Io tel dico in confidenza; tu sei oramai una sgualdrina, e però studiati a fare il tuo mestiere come si dee.

Ghita. O fratello! Dio mio! Che vuoi tu dire?

Valentino. Non trarre ora in ballo il nostro signore Iddio. Pur troppo quel che è fatto è fatto, e oramai ciò che dee essere sarà. Tu ti sei data furtivamente ad uno e ti darai tosto a molti altri, e allorché avrai fatto il piacere di una dozzina tu farai leggermente il piacere di tutta la città.

Quando l'ignominia nasce, ell'è da prima recata nel mondo nascosamente; le si avviluppa intorno al capo e gli orecchi il velo della notte, anzi si vorrebbe poterla affogare. Ma, poiché è cresciuta e s'è fatta grande, allora ella va attorno nuda di bel mezzodì, e non è pertanto più bella. Quanto più il suo aspetto divien brutto e abbominevole, tanto ella cerca più sfacciatamente lo splendore del giorno.

Io ho già innanzi a me il tempo nel quale ogni uomo da bene si scanserà, sguajata, da te come dal cadavere di un appestato, e il cuore ti si smarrirà nel petto quando un di loro ti guarderà pure negli occhi. Tu non porterai più catenella d'oro; non più apparirai in chiesa dinanzi l'altare; non più col bel collare delle trine ti compiacerai nella danza. Tu andrai a rimpiattarti in qualche miserabile ospizio fra gli accattoni e gli storpi; e ancorché Dio ti perdonasse lassù, tu sarai pur sempre maledetta sopra la terra.

Marta. Raccomandatevi alla misericordia del Signore. Volete aggravarvi l'anima anche di questi improperj?

Valentino. Oh, potess'io gittarmi su quel tuo vecchio carcame, mezzana svergognata, ch'io spererei d'impetrarmi così il perdono d'ogni mio peccato.

Margherita. O, fratel mio! Che inferno mi fai patire!

Valentino. Io tel dico; rasciuga le lagrime. Quel dì che tu hai gittato dopo le spalle l'onore, tu mi hai quel dì mortalmente ferito tu stessa. Or morendo io salgo a Dio come si conviene a un soldato e a un valoroso. (Muore.)