Favole (La Fontaine)/Libro decimo/I - I due Topi, la Volpe e l'Uovo

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Libro decimo

I - I due Topi, la Volpe e l'Uovo

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Jean de La Fontaine - Favole (1669)
Traduzione dal francese di Emilio De Marchi (XIX secolo)
Libro decimo

I - I due Topi, la Volpe e l'Uovo
Libro decimo Libro decimo - II - L'Uomo e la Biscia

 
(Sermone alla signora de La Sablière)

A me facil saría tesser di lodi
un serto al vostro nome, Iride bella,
se voi di lodi e di profano incenso
non foste disdegnosa, in ciò lontana
dall’altre belle, cui giammai non sazia
cibo quotidian di freschi onori.

Non vidi io mai le donne al dolce suono
delle lodi cullate addormentarsi,
né le biasmo perciò. Ben le somiglio
invece ai prenci della terra e ai Numi.
Quel nettare, che ognor fu dai poeti
lodato e che la tazza empie di Giove
e del quale s’inebriano i potenti
dèi della terra, è questa a voi non grata
lode, o gentil, e così grata altrui.

Altre gioie compensano la vostra
ambizïon, e son colloqui e dolci
amicizie ed incontri e cento e cento
argomenti graziosi, in cui si piace
il vostro spirto, al profan volgo ignoti.
Scherzi, dottrina, fantasie, nonnulla,
tutto scende opportuno e fa smaltato
come un prato di Flora il parlar vostro,
in ciò simile all’ape industriosa,
che si riposa sui diversi fiori
ed egualmente trae da tutti il miele.

Non vi spiaccia se anch’io, dietro l’esempio,
vado meschiando alle innocenti fiabe
un rigo di sottil filosofia
oggi di moda, molto ardita e piena
di una nuova attrattiva. O forse un suono
ne venne al vostro orecchio ?
È la profonda
dottrina che a una macchina riduce
la vita umana e che d’arbitrio sfronda
e di giudizio gli uomini, e non lascia
che un corpo vuoto senza affetto e cuore.
Tal sen vive e con passo egual, ma cieco,
e senza scopo l’oriol cammina,
di ruota in ruota, fin che squilla l’ora
come vuole il congegno. A ciò la Scienza
lo spirito del mondo oggi riduce.
E come l’oriol, dicono i saggi,
l’animal si commuove e va diritto
ove lo spinge l’impression del senso,
non per libero arbitrio, ohibò, ma tratto
dalla necessità dura e impassibile,
che senza voglia pei diversi stati
dell’amor lo trascina e dell’affanno,
della tristezza, del piacer, dei forti
dolori e per le varie altre vicende,
che affetti chiama la volgar sentenza.

Ma voi, gentil, fra l’oriolo e il vostro
cuore assai ben distinguere sapete,
e non vi allaccia dei moderni sofi
la facile dottrina. A noi maestro
è il divino Cartesio, a cui gli antichi
siccome a Nume avrian sacrata un’ara;
Cartesio, che fra gli uomini e i celesti
siede nel mezzo, come stanno in mezzo
tra gli uomini e gli allocchi altri sublimi
e grossi ingegni. A voi così ragiona
quest’alto mio maestro e mio autore:

"Soltanto l’uom fra tutti gli animali,
che dalla mano uscirono di Dio,
pensa e sa di pensar". Abbiano i bruti
immagini e pensier, ma non avranno
l’arte che piega sul pensiero istesso
e sugli oggetti del pensiero il raggio.
Ma Cartesio dirà con viso aperto
che tutto è spento del pensier il lume
negli animali e conveniam con esso,
sebben non manchin numerosi esempi
a provare il contrario. E non vediamo
nei boschi il vecchio cervo, a cui sul capo
cresce per gli anni altissima la selva,
quando ferve la caccia e suona il bosco
d’urla e di corni e va sbandato il gregge,
spingere in bocca agli anelanti cani
un giovine cerbiatto, onde sviata
sia la caccia da sé? Vedi malizia
per salvare la pelle! E i mille giri,
i salti, i sotterfugi, e non son dessi
strattagemmi di guerra e non indegni
d’un grande capitano e di fortuna
più glorïosa? ahimè, viene la morte
ed è lo strazio delle palpitanti
carni agli eroi l’estremo funerale.
Così, se vede i piccoli in periglio,
la pernice e coll’ali tenerelle
impotenti a fuggir, finge pietosa
d’esser ferita e trascinando l’ala
sul suol, attira i cani e i cacciatori,
sviandoli, finché dei figlioletti
sia salva la famiglia. Indi ad un tratto
spiccando il vol, addio... ride e saluta
l’uom che col guardo inutilmente spia.

Nella region del polo gli abitanti
selvatici, ignoranti
vivono ancor coi modi rozzi e semplici
dei tempi primitivi.
Ma gli animali, che dimoran ivi,
son ingegnosi, e sanno
con argini frenar l’acque correnti
e collegar le rive dei torrenti.
Questi edifici, in cui si alterna il legno
a strati di cemento,
ponno all’acqua resistere ed al vento.
Ogni castor col natural ingegno
ivi si presta alla comune impresa,
i vecchi ed i maestri
attenti all’opra e i giovini più destri
all’opra, alla difesa.
In paragon di questo anfibio senno
di Platon la repubblica
famosa è al viver bene un picciol cenno.
Le case alte e palustri
questi animali industri
elevano l’inverno, e ponti fanno
coll’arte lor, che gli uomini non hanno.
Non sanno inver quei rozzi Samoiedi
che traversare a nuoto
dove per l’acqua non si passa a piedi.

Ma a rimirar l’industria ed il lavoro
di queste bestie ah! non si può, no, credere
che manchi dello spirito al castoro.
Ma c’è di più, Signora, e ciò ch’io conto
l’udii narrar da un re,
da un re del Nord, figliuol della Vittoria
di cui forse non c’è
baluardo maggior contro il pagano
indomito ottomano:
Sobieschi io dico, onor della Polonia,
e parola di re degna è di storia.

Vivon certi animali, egli mi disse,
da vecchio tempo in sanguinose risse
sempre fra lor, che della guerra il foco
da padre in figlio insiem col sangue ispirano.
Sono bestie volpine
che della guerra il gioco
conoscono sì bene e la faccenda,
che non ne sanno gli uomini altrettanto,
per quanto abbiano il vanto
(e specie al tempo nostro) e l’arti fine
di saper ben uccidersi a vicenda.

Avanguardie, spïoni, sentinelle,
imboscate conoscono ed insidie
e tutte quante della strategia
le più maligne e furbe maccatelle,
arte infernale e ria
che degli eroi fu madre
e fia creduta figlia del demonio.
Di queste bestie a celebrar le squadre
non basterebbe se tornasse Omero
dall’Acheronte nero.

Oh! s’ei tornasse e seco anche tornasse
Cartesio, d’Epicuro alto rivale,
a contemplar queste vicende e i giochi,
che dietro al solo istinto naturale
sa compier l’animale! "A noi dimostra
l’esperienza nostra e la natura
che la memoria al corpo si collega,
e questa in ogni caso il bruto impiega
per norma e per misura."

Iride bella, se a cercar vi piace,
voi troverete che il pensier discopre
spesso come in rinchiuso magazzino
altri pensieri in mente accumulati,
e che un oggetto, ove discenda e tocchi
un’idea, l’altre tutte ecco si svegliano
e balzano da sé senza il bisogno
che le guidi il pensier. Questo è l’Istinto,
ma l’uomo ha pure Volontà che impera.
Io parlo, io rido, io muovo ambo le gambe,
io sento in me lo Spirito che regge
e che del corpo apre i congegni e chiude,
sento un poter dal corpo mio distinto
che se stesso comprende, anzi comprende
più sé che non la macchina mortale
alla quale comando arbitro e duce.
Or se voi mi chiedete, Iride bella,
come sia, non lo so. Vedo l’ordigno
obbedire a una man, ma non ritrovo
la man che muove il sole e l’altre stelle.
Forse uno spirto angelico si sposa
a queste immense moli ed è lo spirto
stesso onde vive e palpita e si muove
il mortale quaggiù, misteriosa
forza mal nota anche a Cartesio (in questo
campo siam tutti ciechi) e solamente
palese all’uomo, se la cerca in Dio.

A me basta, Signora,
saper che questo Spirito
in corpo agli animali non dimora.
È l’uom il singolare
e sacro altare in tutto l’universo.
Sta ben, ma di converso
ha tanta l’animal vitalità
che l’albero non ha.

Andavano due Topi per il pranzo,
quando trovano un ovo sulla via.
Un ovo basta ai topi
che non potrebber divorare un manzo,
e pieni d’appetito e d’allegria
stanno per rosicchiar ciascuno l’ovo
dalla sua parte, quando
arriva un terzo incomodo, la Volpe.
Come salvar e riparar nel covo
quell’ovo benedetto?
Farne un pacchetto, prenderlo, portarlo,
girarlo, trascinarlo?
Sta bene, è presto detto,
ma poi vi aspetto a farlo.

Che fanno i Topi? Mentre ancor la trista
feroce camorrista era lontana,
per guadagnar la tana
l’un d’essi sulla schiena si sdraiò,
e l’ovo strinse in un soave amplesso,
e dopo un po’ d’affanno
per la coda il secondo lo tirò.
Or voi ditemi adesso
che queste bestie spirito non hanno.

Ed hanno forse più coscienza e senno
i fanciulli ne’ lor anni più belli?
O non vediam che pensano e non sanno
pur di pensar?
Ond’io sarei condotto
a immaginar nei bruti (ove non possa
supporre una ragion) più che un istinto.
Per me, distillerei qualche sottile
sostanza, assai difficile, Signora,
a concepirsi dalla mente umana,
un’essenza di mònadi, un estratto
di luce pura, un non so che più vivo,
più rapido del foco.
Se dal tronco
nasce la fiamma, e non potrìa la fiamma
chiarificata ancor dare un’idea
dell’anima immortal? E non si vede
splender l’or tra le viscere del piombo?
Con questa essenza io renderei la bestia
atta molto a sentir e un poco ancora
a giudicar, ma non di più, né sempre
questo giudizio in lei, come dimostra
la più dotta bertuccia, è a fil di piombo.

All’Uomo, all’Uomo solo io la potente
forza darei che da ragion deriva,
due volte assai preziosa ove la guardi
sotto duplice aspetto.
Èvvi nell’Uomo
un’anima comune a tutti quanti
sian pazzi o savi, sian fanciulli o vecchi,
tutti animali graziosi e benigni
che con tal nome son ospiti in terra.

Ed èvvi una seconda anima santa
nata a crear l’angelica farfalla,
un divino tesor che Dio dispensa
con parsimonia e che ci porta in cielo
tra le sfere rotanti. Entra e si snoda
senz’angustie quest’anima nei corpi,
e per quanto principio abbia nel tempo,
eterna vive, e non mi sembra assurdo.
Fin che questa del ciel candida figlia
danza nel corpo tenerello, è lume
che poco spande di sua luce intorno;
ma quando è la ragion forte al giudizio,
entra questo divin raggio di mente
per l’universo e la materia penetra,
che sempre involgerà l’altra più rude
anima sensual serva a natura.