Favole (La Fontaine)/Libro decimosecondo/XIII - La Volpe, le Mosche e il Riccio

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Libro decimosecondo

XIII - La Volpe, le Mosche e il Riccio

../XII - Il Re, il Nibbio e il Cacciatore ../XIV - L'Amore e la Follia IncludiIntestazione 16 ottobre 2009 50% raccolte di fiabe

Jean de La Fontaine - Favole (1669)
Traduzione dal francese di Emilio De Marchi (XIX secolo)
Libro decimosecondo

XIII - La Volpe, le Mosche e il Riccio
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Sulle piaghe e sul sangue una ferita
Volpe, dei boschi vecchia abitatrice,
fuggendo, si traea quel parassita,
che in linguaggio volgar mosca si dice.

Ed accusava col destin gli dèi,
che a quella fin volesser condannarla...
È dura, che una Volpe come lei
dovessero le Mosche anche mangiarla!

- A sciami ecco si gettano, - dicea, -
su me, che son dei boschi la padrona,
e Dio la coda inutilmente crea,
se di cacciarle adesso non son buona.

È dunque questa coda inutil peso?
Oh! maledica il ciel questo importuno
animal, che ti succhia il corpo offeso
e dovrebbe succhiare un po’ per uno -.

Rispose al malinconico lamento
un nuovo personaggio, il Riccio, il quale
d’infilzare si offriva a cento a cento
le Mosche colla punta dello strale:

- Poveretta, così libero te
da queste bestie che non han pietà...
- No, no, se tu lo fai, povera me! -
gridò la Volpe, - lascia, in carità...

lascia che mangin queste che son piene;
se le cacci dal corpo mio piagato,
un altro sciame subito ne viene
più feroce che ancor non ha mangiato -.

Aristotele aggiunse un po’ di frangia
a questa fiaba e disse per morale
che il mondo è pien di gente che ci mangia,
cortigiani, avvocati e gente tale,
che nel paese nostro mangian meno
solo quando ciascuno ha il ventre pieno.