Fede e bellezza/Libro primo

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Libro primo

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Fede e bellezza Libro secondo


Scendevano il fiume. Le rive, or accostate, or ritraendosi in seni ameni, or lasciando all’acque quiete ampio letto, mostravano qui l’ombre rade e là conserte, qui l’erboso declivio, là ’l poggio sassoso, segnato di sentieretti che s’inerpicano lenti per l’erta. L’erbe che facevano sdrucciolevoli gli scogli dappiede, col verde vivo avvivavano il luccicare de’ fiori sopra tremolanti: e sotto il ciel placido e fosco parevano gli alberi spandere il flusso marino; e scossa ad ora ad ora da un buffo di vento gocciolava la pioggia: sotto la pioggia vogavano taciti affannosamente pescatori, uomini e donne, a cercare nell’alto il vitto alla povera famigliuola. Gli era di giugno, ma rigido il tempo e mesto: se non che una modesta pace, una letizia raccolta spirava nell’aria, simile alla malinconia di timida giovanezza. Il canto lontano del gallo chiamava a destarsi la natura dormente: e molti uccelli con le vispe lor voci facevano alla primavera restia dolce invito. Maria guardava alle nubi, all’acque dell’Odet, a Giovanni: egli sotto le nebbie di Bretagna pensava all’Italia.

Sbarcarono a dritta: e lasciat’ire il barchetto a Benodet, si raccolsero in una casuccia abbandonata, e misero fuori un desinarino di verdura, ova, frutte; e il sedile ch’era lor mensa e la terra sparsero di fiori gialli, bianchi, celesti, colti sui massi sporgenti. Finito, sedettero sull’orlo dell’acque, che ’l cielo era un po’ serenato, e dopo breve silenzio, Maria cominciò:


Voi volete da me la mia vita: e io l’ho promessa. Ma, v’avverto, né il bene né il male (e il male è grande) vi potrò dire intero. Che mai sono i fatti senza gli affetti? E come narrare gli affetti? Pure dirò.

Comincio da cosa ch’ho già detta, e ambisco ridire: ch’i’ ho vensett’anni. Sui trentasette, se ci s’arriva, chi sa se saremo tanto sinceri? Quant’io senta di dovere a Dio dell’essere nata di donna senese, non saprei dire. I dolci suoni della favella materna, a me già ’mbevuta d’altra lingua e travolta nel vano vivere di Francia, venivano potenti, come ad uomo intirizzito ne’ ghiacci di Russia verrebbe non la memoria ma il vivo calore del sol di Toscana. D’una canzoncina semplice, che mia madre cantava con voce languida ma sicura, cantava nelle purissime sere d’estate lavorando accanto alla finestra, di faccia a un tabernacolino ornato di fiori, due versi di questa canzoncina dicevano:

Delle viole a ciocche
d’ogni stagion ce n’è.

Io quando in Francia, ne’ teatri, ne’ balli, nelle chiuse stanze amorose, mi s’offriva un fiore alla vista, pensavo sovente alla canzone toscana, al roseo candor di mia madre, alla Vergine: e quindi una tenerezza dolorosa, un rimorso desiderato.

Vivevamo in Pisa, dov’era accasata una sorella di mia madre, a lei cara: mio padre, capitano nelle guardie del Buonaparte e suo concittadino, sempre lontano da lei, non le aveva dato che il tempo d’innamorarsene tanto da sospirarlo sempre e tremare per esso. Le sue lettere che venivano or di ponente, ora di settentrione, e narravano gli orrori della guerra con parole di festa; eccitavano in me la voglia di vedere luoghi diversi, d’udir cose nuove. La fantasia cavalcava allegra col padre, il cuore gemeva sereno colla madre, e prendeva qualità da quella pia mestizia mansueta.

Caduto Napoleone, mio padre ottenne a stento un impieguccio in Bastia: ivi raccolse la sua famigliuola. Di que’ tre anni ho poche memorie: solo mi rammento che il tragitto sul mare mi parve infernal cosa; e che a’ poggi arridenti a Bastia avevo sempre gli occhi nel passeggiar con mia madre la sera lungo le onde con lento mormorio leggermente spumanti.

Il diciassette, ch’i’ avevo ott’anni, mia madre morì. Non ne provai gran dolore, ma come uno stordimento; e corto: perché mio padre sentendosi inabile a educarmi egli stesso, mi rimandò in Pisa; dove la zia, di più gaio umore, e non più rattenuta dalla soave severità di mia madre, mi venne moltiplicando i trastulli. Pure, a giorni, le gioie semplici e meste mi tornavano care: la pioggia sui fiori, la luna sull’acque, un bello stellato tra le snelle colonne e gli archi leggiadri del cimitero di Pisa.

Mia zia, bella donna e piacente, era maritata ad un uomo piacente e già fortunato in amore, e cercatore tuttavia delle gioie del mondo, nelle quali s’aggiravano continuamente. Ell’aveva, come suol dirsi, fatte di molte passioni: ma nessuno poteva dir nulla di lei. Il mondo chiama onesta la donna che con gli ornamenti della persona ad arte vestita, ad arte ignuda, con gli atti, gli sguardi, le parole accennanti ad amore, s’ingegna di suscitare quanti può desideri, ma non degna saziarli perché i desideri suoi sono altrove. Io bambina, in quegli atti modestamente inverecondi, in quelle reticenze lecitamente libere, in quell’ebro danzare sull’orlo del grato pericolo, mi compiacevo, ma con non so che ripugnanza secreta, e dicevo in cuore: mia madre non era così.

Un giorno in campagna, di primavera, dopo il desinare, al margine d’un laghetto cinto di qua d’arboscelli verdeggianti, di là di gran piante tuttavia spogliate, vidi mia zia che credendosi sola seco, baciò avidamente con occhi inebriati il marito: e quell’imagine, che pur mi parve deforme, ritornava frequente al pensiero, e l’intorbidava. Ad un loro figliuolo, bel bambino di tredici anni, io di dieci, cominciavo a sentirmi così dolcemente affezionata come i suoi genitori eran tra sé: sempre insieme; innocenti ma troppo bramosi già l’un dell’altra, e contentissimi del piacerci.

Mio padre veniva ogni anno a vedermi: ma e’ si figurava la mia educazione secondo il suo desiderio, sì per avere mio zio in grande stima com’uomo di mondo (parola che a molti significa cose belle), sì perché non avrebbe saputo far meglio. Né, uomo, corso, e soldato, e’ temeva o pure imaginava gli effetti d’un’attitudine sbadata, d’uno sguardo languido, in cuor di fanciulla. Gli uomini che pigliano la vita indigrosso e senza tanti dàddoli, sarebbero i meglio educatori e mariti del mondo se avessero sempre che fare con anime non isteriche. Ma l’esser mio padre contento di me, me lo faceva più caro: e con brama aspettavo l’autunno per rivederlo, e sentirgli nelle serate già lunghette e già rigide, raccontare al fuoco de’ suoi viaggi e delle battaglie, gli assedi e gli assalti, le proprie ferite e le morti de’ suoi. "Questa qui nel petto, sull’Adige; questa sul cranio in Germania; questa alla mano in Dalmazia". Poi ci raccontava delle dolci pianure e delle affettuose donne di Lombardia, poi de’ dirupi assassini e de’ fucili infallibili di Montenegro, poi di que’ Tirolesi santi che tanto forti cose fecero per rompere il giogo di Francia. E narrando passava dal mare alle selve, dal gelo agl’incendi.

Nel venticinque era il mese del venire di lui, quando giunge la nuova della sua malattia. Passano otto giorni; nessuno ne parla: domando, rispondono freddo, confuso: ogni dì sento qualcosa (e non so che cosa) mutato intorno a me. Prendo mio cugino in disparte, lo scongiuro mi dica la verità: mio padre era morto. Il buon giovanetto me lo disse piangendo. Oh di quanta consolazione in quel momento mi fu il suo dolore! Lo gridarono del non avermi mentito, come se fosse potuta starmi sempre nascosta la mia disgrazia. Allora conobbi il mio stato: cominciai a sentirmi forestiera in casa i miei zii. Piangevo spesso: e quando non potevo piangere, mi sentivo più malata dentro, che mai. Scansavo mio cugino: ma se ci abbattevamo insieme, suo padre o sua madre lo richiamavano, o venivano a sedersi tra me e lui, freddi e taciti. I’ ero una povera orfana; e’ non avevano più né riguardi né speranze. Intesi: sentii il dover mio; scrissi a una sorella di mio padre, vecchia e povera, ch’era in Aiaccio, mi raccettasse, mi facesse da madre: non le sarei a carico, lavorerei; se del lavoro non potessi, anderei a servire: ma mi levasse di Pisa. Rispose cordialmente la povera vecchia, venissi; la mi mandava la benedizione di mio padre (ch’era morto nella fede de’ padri suoi): mi mandava pochi franchi ch’ella aveva potuto mettere insieme. E si scusava come di colpa, del non potere di più. Scrisse insieme a mio zio, richiedendomi. Egli, come gli uomini di mondo sanno, voll’escirne a onore, e propose d’accompagnarmi. Quando mio cugino lo seppe, venne con le lacrime agli occhi a pregar me, rimanessi: io mi sedetti di faccia a lui ritto in piedi; e lo guardavo, e non gli potevo rispondere, perché le mie parole sentivo dentro piene di pianto. A un tratto mi levai con le mani sugli occhi, e uscii singhiozzando.

I’ avevo sedici anni, egli diciannove: il cuor mio non batteva a male, ma batteva. Egli semplice, e pio più di me; tanto affettuoso, quant’io passionata. Venne il momento delle dipartenze: pioveva. I’ sedevo stordita senza sapermi risolvere: mia zia venne a abbracciarmi, e più commossa che intenerita, mi disse: Addio, poverina. Quanto mi fece male questa parola! A mio cugino che piangeva in silenzio, chiesi perdono se in cosa l’avessi offeso, lo ringraziai dell’amor suo, gli presi la mano per baciargliela. Oh l’aveste veduto, con che tenerezza abbandonata mi stese le braccia e mi baciò! A quella vista mia zia pianse anch’essa, e tornò ad abbracciarmi, e disse: Maria, figliuola mia, il cielo ti benedica.

Sulla soglia di quella casa lasciai la mia pace, la mia gioventù. Se avessi potuto prevedere i patimenti e i falli di questi undici anni di vita! A Bastia ci fermammo tre giorni. Volli, di nascosto di mio zio, visitare la casa dov’eravam dimorati: ci stava una francese, che mi mandò via.

Una sera che lo zio era a crocchio, uscii sola per vedere dal poggio alla Croce il cimitero dov’erano sepolti mio padre e mia madre. Salii l’erta ansando. La luna dava sul colle desolato, sulle rade tombe, e sull’umili croci. Cercai col pensiero sotterra tra’ cadaveri ignoti le due spoglie care; mi parve di ritrovarle; e inginocchiata pregai. Ritta in piedi, guardai la marina spumante, la città queta, il cielo sereno; diedi un ultimo sguardo al poggio della morte: e scesi ora incespicando ne’ cardi, ora sdrucciolando a passi spessi per la rapida china.

Sull’alba si partì per Aiaccio. Com’è fuggevol cosa in cuor giovanetto il dolore! Quella novità del cammino, que’ poggi che l’un sull’altro si rizzano o si riposano, e dopo molto addossarsi e ondeggiare si confondono a’ fianchi alteri del monte da cui paiono usciti; le vallette che in fondo al verde, giù in fondo, mostrano il biancheggiar de’ villaggi; le tenui acque stillanti; e la selva di Vizzavona che sale con le grandi orme e scende pe’ fianchi della forte montagna, e gode vestirli dell’ampie ombre de’ frassini o delle spesse e diritte cime de’ pini, mi distraevano malcontenta da’ miei dolci pensieri.

Mia zia m’accolse con quell’amorevolezza semplice che sul primo non solletica le tenerezze, ma ogni momento più rassicura, e adagia l’anima nostra nella conoscenza e nella fede dell’anima altrui. Cominciavo a trovarmi tranquilla: quando venne in Aiaccio la vedova d’un cugino di mio padre, la qual viveva in Parigi, e si spacciava per ricca: donna sotto la quarantina, ma giovereccia ancora, e, se non galante, vispa. Saputo di me, profferse menarmi seco: e che la provvederebbe a raffinare la mia educazione, e che a Parigi potevo fare la mia felicità, e che in Aiaccio sarei stata infelice. E qui di molte massime sui bisogni del cuore, di molte lodi, di molte carezze; e compiangermi, e poi consolarmi, e dipingermi Parigi come il luogo di tutte le beatitudini. M’ero già affezionata a mia zia; e a quella vita beata di chiesa e casa, e di solitudine laboriosa e mestamente serena. Ma il tanto dire della Francese, il pensiero che la sorella di mio padre, vecchia, potrebbe da un giorno all’altro mancare, e il desiderio secreto di cose nuove, mi vinsero. La mia povera zia non voleva: ma, vistomi ferma, si rassegnò con dolore represso, come s’essa ci perdesse, non io. Volle ch’io non partissi senza qualche franco di mio (dicev’ella): vendé ’l vezzo delle sue nozze, la tabacchiera del suo marito, e altri argenti di casa. E perch’io ricusavo: Maria, mi disse, non mi date questo dolore, Maria. Vo’ siete la figliuola del povero mio fratello. Maria, ricordatevi di vostra madre: raccomandatevi al vostr’Angelo che vi custodisca. E in ogni occorrenza pensate che vo’ avete ancora una madre. Se intanto venissi a mancare, raccomando l’anima mia alla vostra memoria.

Oh sia benedetta la sua memoria! Ell’ebbe virtù di destare in me, ne’ momenti più crudeli, una tenerezza consolata che mi fece meno angosciosi la vergogna e i rimorsi.

A Parigi, disposta già dall’esempio di mia zia di Pisa, pigliai subito il far del paese. Mia cugina (così chiamavo io madama Blandin) teneva presso la piazza Vendôme parecchi begli appartamenti, e dava a dozzina a gente ricca: la sera musica o ballo in casa o fuori, o al teatro. Gli ammaestramenti di galanteria non mancavano; e i libri più caldi, i vestiti meno accollati; e osservazioni sguaiate sulla parte più materiale della bellezza in donna e in uomo; e sbertare ogni atto modesto come monacelleria, e sogghignare d’ogni inverecondia come d’amabilità, e lungo dire e ridire i fatti scandalosi della giornata, e discorrere a tutto pasto del sentire la vita. Codesto m’ubriacava, non mi metteva ribrezzo: che mia zia senza volerlo mi ci aveva, ripeto, già preparata. M’accorsi ben presto che la Blandin alle massime accordava gli esempi: perché in Francia le donne dopo i trentacinque o cominciano o si rifanno da capo. Io tutta occupata a penetrare il mezzo secreto che involgeva gli atti suoi; conosciutili, non trovavo nella coscienza mia la forza di detestarli; e più che disistimar lei, avvilivo me stessa. Ma perché allegra, e di maniere a momenti leggiadre con dignità, ed ingegnosa, e colta, e carezzevole, e condiscendente a ogni mia voglia, l’amavo. Ella procacciarmi ogni più ambìto diporto, temere per me l’aria e il sole, ma non lo sguardo e la parola dell’uomo; ella misurarmi i cibi, scegliermi gli abbigliamenti, acconciarmi i capelli; e, ornata che m’aveva con lunga cura da impazientire fin la mia vanità giovanile, e, vagheggiatami, e lodata con molte parole in me l’opera sua, quasi contenta baciarmi. Non più bella, dico, ma libera gli atti, e dolcemente roca la voce; e negli occhi non so che d’imperioso, di supplichevole, di luccicante, di lubrico, che ad affissarvisi faceva paura. Le labbra amorose, ma sovente contratte da un pensiero inquieto: bellissimo il mento; colorite in cima le gote, ma tra le tempie e la mascella le invadeva un pallor livido come di morto. Io raffrontavo nel pensiero questa testa lusinghiera e tremenda alla fronte senza pieghe, senz’ombra, alla fronte italiana di mia madre, agli occhi di lei potenti sotto le chine palpebre, alle forme gracili, al lieve sorriso che dalle labbra non mosse lampeggiava negli occhi amorosi. La raffrontavo allo sguardo pronto e breve di mia zia di Pisa, che non chiedeva gli sguardi altrui né in elemosina né in tributo; all’impeto sincero de’ suoi movimenti spiranti ilarità serena, non torba allegria; a quella grazia non pensata, non intenta a allettare, ma certa di piacere, e lieta della certezza, lieta senz’orgoglio feroce, senz’insidia lasciva. Questi paragoni mi facevano alquanto pensosa, ma i’ ero già troppo più parigina ch’io non credessi.

Nel maggio del vensei prese alloggio in casa della Blandin un giovane conte russo, bello di bellezza russa, colto di coltura russa: colore parigino, sapore sarmatico: un misto d’orgoglio, di vanità, d’albagia. I minori di sé trattati come cose, gli uguali senza tenerezza, i maggiori senz’amore: sfoghi d’ira bestiale, repressi a lungo da vergogna di parer troppo russo, ma scoppianti a volte con impeti più selvaggi. Gli occhi volubili, il guardo secco, i capelli rossigni, aperta la fronte, il naso non russo; la bocca al sorriso indocile, composta al ghigno; i lineamenti grossi, le forme della persona bellissime.

Al primo vedermi parve (e senza affettazione, ché affettato non era) com’uomo sorpreso d’affetto nuovo: quando mi seppe italiana (egli che, solo tra quanti eran lì, d’italiano sapeva assai) ne fu lieto. Mi trattava con rispettosa domestichezza, ai più de’ Francesi non nota, che usciti del complimento, escono d’ogni limite: e le impazienze sue furibonde placava per riguardo di me, e le superbie ammansava. La Blandin non faceva che darmelo per bello, con libertà d’osservazioni materialissime che m’avrebbero messo ribrezzo due mesi innanzi. Cominciava la smania in me d’uscire di quello stato di ragazza nubile, incerto, insidiato, bramoso, accattatore, nel quale la verginità dell’anima è disfiorata dai desideri propri ed altrui; e il pudore è men velo che maschera. Costei ci lasciava soli: e ogni facilità le era buona a impegnare (dicev’ella) l’uomo. Si fu presto ai baci: quindi alle lunghe veglie frementi di silenzi amorosi, di sguardi con penoso ardore protratti, e di lunghissimi abbracciamenti. Una notte passeggiando ci trovammo presso il cimitero La-Chaise; il biancheggiare de’ marmi tra il cupo degli alberi mi spaurì: parevano spettri. Abbassando gli occhi, mi venne osservato il bruno che ancora portavo in certi giorni a memoria di mio padre: e parvemi sentire una voce che, fioca, mi chiamasse. Egli in quel momento, preso da uno degl’impeti suoi che me lo rendevano terribile e caro, mi strinse il braccio di forza. Io spaventata ne’ miei pensieri, mi sferrai da lui con un grido: e, fatti due passi, rimasi stupida e vergognosa. E’ m’interroga: non oso dire il perché di quel grido. Allora conobbi che non c’intendevamo: se n’ebbe a male: tornammo senza parola. Passai la notte piangendo, d’orgoglio, non di dolore: la prima delle tante notti angosciose mie. La mattina lo rividi: gli tesi la mano e quasi le braccia: mi parve d’amarlo.

Un vincolo, e non mio, m’obbligava a lui. Grandi spese facev’egli in casa, ch’era rincalzo alle faccende un po’ dissestate di quella donna. Cosa ch’avrei aborrito di soffrire per me, mi ci adattavo per essa. Si prese (com’ell’era solita per i dozzinanti ogni state), una villa in affitto co’ danari di lui. Tuttoché spensierata, sentivo avvicinarsi quell’ora che mi pareva tremenda perché inevitabile.

Per conoscere il mio stato e me stessa e questa donna che mi diventava ogni giorno più buia, una mattina, sedute in giardino, le entrai di codesto. Ella, presami, e posato sulle ginocchia il mio capo, come soleva, e chinando voluttuosamente gli occhi sugli occhi miei, e baciandomi con baci ardenti, rompeva le mie parole. — Terribili amori (pensavo) deve aver fatti e patiti costei! — Tuttavia risoluta a dire e a sentire qualcosa, ripigliavo i miei dubbi tra’ suoi baci. Ed ella:

"Tu se’ pur bambina! Mattuccia, che credi? Non saresti la prima. Non si muor, sai? Quando poi finisce in un bel matrimonio! Gli è ’l modo d’arrivarci più presto".

"Ma se?..."

"Che, ti pare? Quella gente se ne fanno un punto d’onore. Non ti parlo di me, né del bene che tu mi puoi fare. Le cose mie..."

E sospirò. Io soggiungevo: "Ma si potrebbe..." Allora questa donna mi prese, posata com’ero su lei, mi rizzò come una bambina d’ott’anni, e senza guardarmi uscì scotendo il ventaglio in atto d’ira e di spregio. Quel dispregio mi vinse. Essere sospettata di semplicità parvemi insopportabile: mi vergognai de’ rimorsi e della dignità dell’anima mia. Dopo lungamente scherzato col disonore, in quel momento me gli sposai: mi sentii perduta, e venduta.

Giunse la sera, tranquilla, odorata, tiepida, lieta di stelle. Lo sguardo, tra le fronde appena tremolanti che vestivano il dolce pendio, ritrovava l’onda argentata del fiume, e si perdeva con quella. La pace serena della terra e del cielo m’erano gravi; socchiusi la finestra, crollando il capo (chi sa che cosa il Russo pensò di quell’atto?), e mi misi a sedere; e disperata, con un pensiero che non andò certamente perduto, raccomandai a Dio la povera vita mia. Cedei, non concessi: senza piacere, senza rimorso; non inebriata ma astratta.

Venne a grado a grado il piacere: venne pur troppo. Stimavo dover mio attaccarmi tutta a lui, come moglie fida a marito: e la paura di perderlo, d’offenderlo, di non gli gradire ogni giorno più, mi faceva sommessa, sollecita, timida del consentire, timida del negare, cupidamente pudica. Sotto l’ombra quasi del dovere crescevano i desiderii: il corpo macchiato, ma l’animo forse era più puro di prima, ché il fatto attutava e addirizzava la vaga fantasia. Sentivo il bisogno di Dio: e or sola or seco (che ci veniva non devoto ma docile come bambino) nelle chiese di campagna, laddove all’alte finestre un albero inchinato del vento fa capolino, e le empie di verdura, e lista d’ombra tremule il lastrico screpolato, oravo breve ma caldo. Egli era sempre intorno a me, supplichevole, quasi sopraffatto da’ desideri insaziati, e attonito della potenza loro, e immemore degl’impeti antichi: liberale di presenti, de’ quali io ricusavo gran parte, o li serbavo a quella donna, sempre più impicciata sì che mi faceva pietà. E la fuggivo. Il sorriso suo lusinghiero e il balenare degli occhi mi sapevano di lenocinio: ed ella pareva adesso vergognosa di me. Ne’ momenti quand’ero sola, mi sentivo svogliata, affranta come bracciante che torna da disamata fatica: non più leggere, non più lavorare. Seduta sul poggio di Meudon, guardavo lunghissimamente il bosco a diritta, la Senna a manca, di faccia Parigi. Potessi ancora montare quegli scalini, e seduta sull’angolo della terrazza, raccogliere a uno a uno i pensieri che cadevano languidi sul verde sottoposto, e rifarli nel pentimento! Rimeditavo su quell’altura i baci, gli sguardi, ricomponevo il peccato, pensando alle parole di lui, interpretando i silenzi, esagerando i timori e i desideri, e questi aguzzando con quelli; fattomi del piacere tormento.

Desideravo i desideri di lui; li avrei fino attizzati se non era timore o di non li poter appagare o di spegnerli. Del suo, non del mio piacere, gioivo. Il titolo di moglie sua ambivo, misera omai: per ismania d’uscir d’abiezione mi facevo più abietta agli occhi miei. Orribile schiavitù!

Raffrescava. Le vivid’aure d’autunno mi rinnovellavano i sensi al piacere, e l’anima a gioia mesta. Ma le serate si facevano più lunghe: io le noie di lui, uomo di poco pensiero, temevo come la morte. Temevo d’altra parte Parigi, e le parigine, e i signori russi, non me lo rubassero: e mi pareva sempre più bello; e quand’ero a braccetto seco, me ne tenevo, come bambina di vestito nuovo: e ogni sguardo di giovane donna mi faceva trepidare di gioia e di gelosia; gioia d’orgoglio più che d’amore.

Mi scappò detto di ritornare a Parigi: ed egli acconsentì subito; che mi dispiacque. A Parigi le ore sentii più lunghe che per le salite e le scese del bosco di Meudon, e attorno agli zampilli di Saint-Cloud: perché uno stormire di foglie occupa l’anima umana più pienamente che tre commediuole dello Scribe. Eravamo a tutti i passatempi: ma egli ne usciva svogliato e più facile a imbestialire: onde, dopo pochi dì, pensando sul serio alla faccenda, cominciai a dire tra me: e ora, come me lo digerisco io quest’uomo? Le cose che m’andavano meno, garbeggiavano a lui: le corse de’ cavalli, i drammi urlati, il ballo (ballavo per servirlo), la musichetta francese, le donne letterate, la visita de’ campanili. Si divertì più alla galleria delle monete che a quella de’ quadri: e ne’ quadri abbracciava con gli occhi la ciccia del Rubens, le arie di teste di Frate Angelico non capiva. Passando dal ponte dell’Arti gli mostravo quel po’ di verdura che cresce modesta nell’isoletta appiè degli archi del ponte Nuovo, e consola le meste acque dove si specchia il palazzo di Luigi Filippo: ed egli: sì, bene: e guardava la facciata dell’Istituto, e le fide colonne appiccicate agli edifizi di Francia, che pare vogliano entrar loro in corpo.

A Parigi, dico, la gli montava più spesso: e incolleritosi, non vedeva più lume. Temevo sempre duelli, e fino baruffe. E’ m’ondeggiava tra il boiardo e il piazzino. Pure anco quest’impeti mi piacevano in lui, che potevo ammansarli: il mio sguardo mestamente severo lo ingentiliva. Natura buona; ma troppo ci voleva a educarla: e una ganza non educa se non per miracolo. Più ci trovavo difetti, e più m’affezionavo: più intepidiva la mente, e più i sensi ardevano: lo dominavo con l’anima, con la persona me gli abbandonavo tutta. L’affetto mio, come segue, trasportavo in lui: troppo timida in prima, or troppo sicura.

Dopo la villeggiatura avevam casa da noi: la Blandin ci veniva, sempre per chiedere. Una mattina ell’entra spaurita: "se non pago dumila franchi stamane, ci ho la cattura". Feci faccia, e chiesi, avvertendo lei che questa era l’ultima: chiesi, sa Dio con qual cuore. E’ diede pronto, ma freddo. Nel raccattar quel danaro di sulla scrivania, mi pareva ricevere il prezzo del mio disonore.

Questo mi dicevano gli sguardi, il silenzio della gente. L’anima, nessuno la vede: e con che sentimenti nobilitassi il mio stato, con che dolori lo espiassi, nessuno sapeva: ma ch’i’ ero una mantenuta, lo vedevano tutti. Il mondo è così: i più corrotti scusano certe cose in generale e per sé; nel fatto, e in altrui, le giudicano secondo moralità, con freddezza crudele.

Venne l’inverno: l’inverno annebbiato, fangoso, interminabile di Parigi. Lo invitano dall’ambasciatore a pranzo: e’ non se ne può scusare, ci va. Gl’inviti spesseggiano: dai pranzi si viene alle conversazioni, alle feste da ballo. Io lasciavo fare, chiusa in silenzio tra rassegnato, superbo, timido, e disperato. Mai che lo ritenessi: ma s’egli dubitava: "rimango?" lo guardavo con sorriso supplichevole; e, se accanto a lui, l’abbracciavo. Del suo tornare a qualunque ora si fosse, ero lieta senza querela. Spiarlo non degnavo; né avrei saputo, infelice. Con vicine non m’ero affiatata mai: già sapevo in che conto i Francesi tengano gl’Italiani; e quel pregiudizio stolto mi faceva stizza e pietà. Mi struggevo sola in pensieri senza lagrime, accanto a un fuoco che mi bruciava sovente il vestito, o su un terrazzino che dava sui campi Elisii, a sentir l’acqua scrosciare, e passar le carrozze delle peccatrici onorate.

Egli verso me di giorno in giorno men tenero, ma più cortese. Qualche lite per bazzecole, stiracchiata fino a stuccare; qualche bottata da nobile, fredda e acuta: ma a giorni ardenza d’amante, cordialità di marito.

Questi giorni però diradavano. La pazienza in me diventava più cupa, mormorava il dispetto. Nel febbraio del vensette ricevo una lettera della Blandin che diceva:


"Maria.

"Scrivo dalla carcere de’ debitori di via Clichy. Vel nascosi perché la vergogna mi tenne. Io son rea verso voi di colpe gravi: e comincio a scontarle. Perdonatemi".


Il primo pensiero fu correre per consolarla; ma con che? con parole? Aspettai ch’e’ tornasse: e temevo il ritorno, che quel giorno appunto ci eravam bisticciati forte. Contavo i minuti. Tornò a mezzanotte; innasprita dall’attendere, appena entrato, l’assalgo:

"Sapete voi di madama Blandin?"

"Lo so."

"Che ne dite?"

Non rispondeva: io tremando di rabbia:

"Vi prego di dirmene l’intenzion vostra."

"Ho fatto abbastanza. Non posso più."

"Volete dire che siete stanco?"

"Maria, non mi fate dire più di quel che vorrei."

"Ma se lo desidero, se lo pretendo! Dite che non potendo più soffrir me..."

"Io distinguo voi da costei. Ma se pretendete esser messa a mazzo seco..."

"Seguitate, signor conte" fec’io con un ghigno angoscioso, e rizzandomi, e già fuor di me.

Egli irritato e alzando la voce:

"Ma per chi mi pigliate voi dunque? I’ ho pagato e per lei e per voi: ho pagato, intendete, abbastanza. Credete voi che io non vedessi fin dal primo la cosa? Qual contratto credete voi d’aver fatto meco? Io son forestiero, ma collegiale non sono. Ho comprato un piacere al prezzo ch’i’ ho voluto: ora basta."

Io, messemi le mani ne’ capelli, e rovesciatigli in sugli occhi, con voce soffocata dall’agonia della rabbia, protendendomi ritta su lui seduto:

"Ah uomo indegno! Così tu mi tratti? Che t’ho fatto io per meritare d’esser così calpestata da te? Che t’ho fatt’io altro che amarti?"

Egli ghignando:

"Amarmi voi, signorina? Voi proffertami da una Blandin?"

"Profferta?" (a questa parola io lo afferrai per il braccio). "Profferta? Conte, spiegati: parla, conte."

"Minacci? Meno parole. Quest’è casa mia. Finché mi piacque, vi ci ho tenuta..."

"Tua questa casa? Ell’è mia questa casa, ti dico. I’ l’ho pagata coll’onor mio. Esci di qui, s’hai cara la vita."

Fosse paura o rimorso, non so: ma ne’ miei gridi era tale un accento di verità, che coscienza umana non potea dubitare. Abbassò la voce; e voleva calmarmi.

"Esci, ti dico: per l’amore ch’i’ t’ho portato; per l’amore di Dio."

Appena ebbe chiusa la porta, io caddi sopra una seggiola, come stecchita. Quanto così rimanessi, non so. Scossa a un tratto, presi una coroncina, memoria di mia madre; i cento franchi che la mia povera zia d’Aiaccio m’aveva messi insieme al partire, la santa donna: e così in capelli, uscii lungo Senna.

Uscii senza pensiero di morte. Chi ha forza d’uccidersi, segno è che soffre meno: perché il gran dolore stronca la volontà. Non conoscevo nessuno a chi confidarmi. Fosse stata aperta una chiesa, o il giardino: il primo pensiero fu di prostrarmi a pregare: poi, di gettarmi sotto un albero delle Tuilerie, ed abbracciare la terra, e urlare nel pianto. Giunsi al ponte Reale; e mi posi sugli scalini, la fronte sulle ginocchia, i capelli sugli occhi. Non lacrimavo ma gemevo; e ad ora ad ora alzavo gli occhi e la voce come bambino picchiato. Sopraffatta, più che disperata, non potevo fissare il pensiero nello stato mio; mi parevo un’altra. Quel ch’io sentissi, non rammento: ma veggo ancora la notte tranquilla e cupa, la luna simile a nuvola pallida, le stelle dubbie, ritirate nel fondo. Stavo come in letargo, quando sento una voce che in italiano mi dice: oh quella donna, costì! — Levai la testa; e vidi una ragazza a braccetto a un uomo, la qual posava la mano sulla mia spalla; e guardatami in viso, con voce più pietosa soggiunse: povera signorina, che v’è egli seguito? — Conobbi l’accento toscano; mi parve di sentire mia madre: non so quel che rispondessi; ma presa per mano, le tenni dietro come una bambinuccia d’ott’anni, piangendo forte. Giunti a casa sua in via di Sèvre, il giovinotto la lasciò: noi salimmo. Le raccontai il caso mio, Dio sa con quali parole: ma ella intese. Parlare in italiano, ad un’Italiana, in quella notte, che sollievo! Conobbi buona ragazza ch’ell’era. Figliuola d’un Lucchese, maestro di musica; perduto il padre, la campava stentato a cucire di bianco. Ora stava per maritarsi a un oriuolaio svizzero che le voleva bene. M’offerse l’assistenza sua (non l’amicizia: la povera gente usano poco questa parola): volle ch’i’ mi mettessi a letto seco: e vegliò ne’ miei pianti.

La mattina andò dal Russo a pigliare quella poca roba di mio, lasciando gioie, scialli, ogni cosa di prezzo. Egli giubbilò nel sapermi viva: mi voleva vedere; e le offerse danaro, la lo conducesse da me: la Lucchese ferma.

Di lì a qualche giorno ella raccapezzò che l’ambasciatore russo aveva saputo dalla polizia della scena di quella notte, e ordinatogli di partirsene subito. Il conte che aveva paura dello Zar, e ne sperava cariche e croci, ubbidì. Voleva scrivermi, avesse saputo il ricapito: ma portò in Russia il mio ritratto. Questa nuova mi torse l’animo a inaspettati pensieri. Uomo che avendo in cuor suo quella vile stima di me, pur mostrava d’amarmi, e che nondimeno mi lasciava così, parvemi indegno che fosse pianto. A momenti non mi potevo dar pace del suo disprezzo: ero lieta d’avergli ricacciate in gola co’ miei gridi le indegne parole: ripensavo con lunga tenerezza i segni ch’e’ m’aveva dati d’affetto, sinceri perché involontari quasi: e abbacavo pensando, e mi tormentavo. Aiutata poi dal senno spassionato della mia compagna, e più tardi dall’esperienza propria, m’accorsi che i ricchi non virtuosi sono senza saperselo, i più, finti, ambigui, e calunniatori in pensiero.

Il secondo giorno avevo mandato già la Lucchese dalla Blandin; e per compassione, e per ismania di sapere del vero. Mercato espresso non fu: ma la mia disgraziata donna, strascinata dai voraci bisogni, e corrotta fin nel midollo, speculò senza quasi volerlo, sul corpo mio. Così segue alle anime infradiciate nel male: lo commettono distrattamente, e com’altri sufola quando non sa pensare. Povera carne umana, straziata e dagli odi e dagli amori!

Chiusa ne’ debitori, ammalò. Era già in fine, quando chiese per carità di vedermi. Ci andai: nevicava. Di via di Sèvre in via Clichy camminammo noi due poverette, mal coperte; e l’acqua diaccia spruzzata dal vento c’inzuppava di sopra, la mota di sotto. Arrivammo intirizzite tossicando al letto di lei che moriva.

Quanto mutata dall’ancor vispa donna d’un mese fa! L’alito sibilante, rotta la voce e dura, le occhiaie azzurre sul giallo, le grinze intorno fitte, e schifose più che di vecchia; gli occhi erranti. Sole le braccia, bellissime tuttavia, facevano più spaventosa la morte. Sprofondata in sé, quell’anima pareva non sentire le cose di fuori; e pur si tendeva in esse, e cercava brancolando la vita. Mi disse: "addio per sempre, Maria. Vi ringrazio; vi domando perdono. Pigliate esempio. Pregate per me che non lascio nessuno al mondo... Dio mio!" Si contrasse, si distese, e spirò!

Quand’uscimmo, era notte, e pioveva forte. Le genti, i muricciuoli, mi parevano spettri: e la luce de’ lampioni sparpagliata e annacquata dalle strisce cadenti, si ritondava in pallidi colori, e confondeva la vista. Il lastrico smosso per raccomodare (malanno perpetuo di Parigi), l’impetuoso incorrere di carri e carrozze ne’ trebbi, c’eran uggia paurosa. Sfangavamo in silenzio; abbattute. Gli è pur selvaggio nel verno alla povera gente Parigi!

Stetti più giorni smelensita, e più nel passato che in me. A diciott’anni mi pareva d’aver finito la vita: perch’alla donna un amore è un destino. Mi stringevo più e più con l’anima alla mia compagna; e lavoravo con seco dalla mattina alla sera: e perché non occupata io dalle faccende di casa, facevo più, e n’ero lieta. Ogni cosa in comune. La festa s’usciva, se non piovesse, a goder della prima verdura, lenta a venire e scarsa. Avevo ripigliata con gioia la pratica della messa, e confessatami. Mi sentivo forte.

Ero tanto beata della mia pace, e sì piena di me, che non m’avvidi sul primo come la Lucchese cominciava a ingelosire per il suo damo: non ch’e’ mi badasse punto più del dovere, ma, sapend’io di francese un po’ più di lei, gli veniva barattato qualche parola con me, sempre del più e del meno, e senza malizia. Egli amava la Lucchese di quell’affetto sodo che riman sempre affetto appunto perché non è mai passione: ella, e più finemente educata di lui, e più piacente di me. Grazia semplice e disinvolta, come di gran signora; occhi velati dalle sopracciglia e dimessi, però più potenti: bocca tra il voluttuoso e lo schietto, tra di città e di campagna, piena di desideri. Quando m’accorsi ch’io le dav’ombra, m’impensierii; in ogni parola, in ogni atto diventai come impacciata: temevo di guardarlo; gli facevo fin de’ mal garbi, che avranno attizzati i sospetti di lei, perché non di me dubitava ella, ma di lui, o piuttosto (modesta, come la gente di cuore e la gente disgraziata) di sé. Cercavo tutti i modi di farle intendere che il suon della voce, i fari del suo damo non m’andavano: ma col dirgliene male, temevo o d’offenderla o di più insospettirla. Egli buon uomo, tirava diritto, e non capiva niente. La sarebbe stata una commedia se quella ragazza non ci avesse patito. Ma nella notte la sentivo dar le volte nel letto, e sospirare; il giorno o canticchiava raccolta in sé, o stava zitta. "Rosa, che hai?" "Nulla." E fingeva allegria, o si faceva malata. Io pativo già più di lei.

Nulla più insopportabile ad orgoglio delicato, dell’essere sospettata in voi debolezza non vera, ma non impossibile. La stessa probabilità della cosa addolora o indispettisce. Vidi che non si poteva ire innanzi così: feci un animo risoluto; e, un giorno che sedevamo sulla gradinata vicino alla fonte del Lussemburgo:

"Rosa," le dissi "tu hai dei pensieri che tu non mi vuo’ dire."

"Non è vero."

"Non chieggo di saperli da te, né mi dolgo del tuo silenzio. Io farei forse il medesimo: non avrei forse la tua virtù."

La mi cinse col braccio la persona, e non disse parola. Io seguitai:

"Ti ringrazio della fiducia ch’ha’ in me: ti ringrazio dell’amor tuo. Ma non posso soffrire che tu patisca."

Ella arrossendo:

"Maria, tu t’inganni."

"No, non mi inganno. L’amore è cosa delicata: so quanto poco ci vuole a appannarlo: e appannarlo talvolta è peggio che infrangerlo. Così nol sapessi! Lascia ch’io m’allontani."

La mi guardò accorata, abbattuta. I’ la baciai.

"Per poco. Quando sarò maritata, se pur sarò... (questo dissi con un fiero presentimento, che mi passò come coltello nel cuore)... potremo rifar casa insieme. Intanto ci vedremo sovente. Verrai: non è vero?"

"Se verrò!" Sclamò ella: poi come ravvedendosi:

"Ma perché distaccarci?"

Questo disse sommessamente, e quasi arrossendo. Ci leggevamo nel cuore entrambe, e sapevamo che il silenzio meglio d’ogni parola diceva i sentir nostri. Tacque un poco, e poi ripigliò:

"Tu rispetti l’amor mio, io la tua delicatezza, o Maria. Lo sa Dio s’io ti stimi; e so che tu m’ami. Pensa ch’hai qui una sorella. A ogni disgrazia, a ogni dolore, il giorno, la notte, s’hai bisogno di difesa, di ricovero, vieni. Tu sarai sempre la mia Maria."

M’abbracciò lagrimando. Soggiunsi:

"Spero che Dio mi provvederà di lavoro. Se mai te n’avanza, ricordati di me poveretta."

Ella, stringendo il mio capo al suo seno:

"Per il tuo campamento non temere, temi per il cuor tuo, povera Maria."

Questa parola parve che mi pungesse: ma poi quante volte la mi venne a mente, e con quanta tenerezza!

Mi trovai due stanzine allegre a un quinto piano, in via dell’Este; che davano sul giardino del Lussemburgo, e dominavano il grigio de’ tetti e il verde de’ campi; fuor di Parigi perché più su di Parigi. Rosa non si volle trovare al mio distacco: mi portai da me a pezzolate quella poca di roba. Soletta lasciai quella casina già cara; soletta entrai nelle mie povere stanze: m’inginocchiai, volta al sole di giugno che moriva sereno, e pregai.

Ma quella solitudine deserta cominciava a farmisi grave, e le memorie ad accorrere com’aria che faccia forza d’entrar nel vuoto; e, dalle memorie covati, i desiderii; dapprima lontani e languidi; poi, cupi o caldi, ma prossimi, e pesanti sull’anima fragile. Con Rosa parlavo italiano, vedevo passeggiando un po’ di campagna: adesso tutte le ore uguali, senz’aspettazione di cosa nuova, come chi naviga senza veder altro che mare. Rosa veniva: ma anch’ella doveva badare alla casa, al damo: e che cos’è la visita d’un’ora in una giornata solitaria? Poi, in due, s’hanno tante piccole comodità che, a star soli, mancano. A me s’affaceva il vitto povero, ma certi disagi non li potevo. Questa nostra società è così bene congegnata, che una donna sola non ci campa che o guitta o colpevole. Allora mi ricordai della mia zia d’Aiaccio: scrissi, confessando in ombra i miei falli, chiedendo ricovero. Nell’impostar quella lettera mi pareva di buttare in un bossolo la sorte mia.

A star sempre china al lavoro, mi si cominciò a guastare lo stomaco: sentii bisogno di moto. Per dar meno nell’occhio, appena giorno, uscivo nel giardino di faccia a passeggiare soletta. Rientravo alle sei, mi facevo un caffè e latte (di quel che chiamano latte a Parigi); e così me ne stavo a languire fino alle sei della sera. Nel passeggiare rincontrando chi volesse attaccar discorso, fingevo di non intendere il francese, e svoltavo ratta.

Ci cominciai a vedere un giovane, all’aria scolaro, ma sodo, che pigliava il viale vicino, qualche volta il mio stesso; e mi salutava con riguardo passando. In pochi dì m’ero tanto avvezza a scontrarlo, che s’e’ tardava un po’, mi sentivo inquieta: e, rivedendolo di lontano, per la gioia arrossivo. Pensai di smettere le passeggiate: mi costò; ma la vinsi. E’ cominciava a uscirmi di mente; quando un giorno lo riscontro sulla scala commosso dal piacere di ritrovarmi, e sento ch’egli è mio casigliano, al secondo. Parlava francese con accento da farmelo sperare italiano. Desideravo riabbattermici per risaperlo: fui ben presto contenta. Gli era di Provenza: e pareva a me che nell’anima de’ Provenzali qualcosa ci avess’a essere d’italiano. E v’è: ma ci corre!

Colla scusa del lume, del rassettare i panni, picchiava al mi’ uscio. Qualche volta non rispondevo: ma la mia solitudine era più forte di me. Seppi ch’e’ veniva a addottorarsi in lettere per avere una cattedra: povero; protetto dagli opposti al governo, allora potenti. Mi piacque e com’uomo d’ingegno e come povero. De’ signori che non sapevano nulla e di nulla, n’avevo assai per un pezzo. Un barone, a vederlo, mi faceva paura. Poi quelle franche ed alte parole del giovane mi scaldavano. Gli piacqui, mi piacque: si promise marito, fu amante. Si penò poco: e già col pensiero ero sua. Quella mobilità gaiamente loquace mi toglieva a me stessa. Avevo patito tanto, che godere a ogni costo mi pareva diritto.

E’ prese la laurea: e stava per condurmi a Marsiglia. Quando venne la risposta di Aiaccio, tardata di molto, come suole dall’isole: mia zia buona sempre, mia zia mi attendeva a braccia aperte. Già imbarcata a nuovo errore, risposi non so che pretesti; ma in quel momento cominciò il mio rimorso (sempre dall’affetto mi venne medicina all’amore).

Pensai: se invece di tener dietro a quella disgraziata francese, i’ fossi rimasta in Aiaccio; sarei già maritata, vivrei tranquilla. E ora chi sono? L’amica d’un giovane che m’è quasi ignoto. Quando mi segno, debbo nascondermi da lui: non posso pregare seco, dunque né piangere. Abbiamo comuni le voluttà, no i dolori. Povera me, quanta strada ho fatta, e che strada! Dove ritroverò l’onor mio? I giudizii del mondo sono spietati, e perenni. Così pensavo: ma stordita dallo scoppiettio de’ suoi motti, dal canterellare del suo Béranger (ruffiano più che poeta), seguitai (dicev’io) il mio destino. Rosa lo seppe, ma tardi: non mi sgridò, mi compianse. Ci lasciammo con lacrime. Dopo un viaggio a me, come sempre, penoso, per la disamena via da Parigi in Provenza, arrivammo in Marsiglia.

Vi stetti un anno, divagata in sul primo, poi sempre più inchinevole a ricadere sopra me stessa in pensieri men tetri d’ogni trastullo. Quel cielo diffuso d’ampio lume quieto, mi serenava: ma l’alidor della terra ignuda mi rimandava con desiderio alla macchia frondeggiante di Vincennes, ai viali inghiaiati e a’ sentieretti gai di Boulogne. Vedere pochi alberi persi in un piano, stenti, polverosi, aspettanti sempre una bufera che li ritormenti, mi pare la più squallida imagine della miseria umana. Io ch’avevo il mare a noia, a Marsiglia, per disperazione della terra, invaghivo del mare: e m’era bello errare in barchetto tra quella mobile selva da tutte le acque navigante alla Francia; tra le vele che sentirono i venti dell’Atlantico, tra l’ancore battute dalle incudini danesi, presso le feritoie de’ cannoni russi, sotto agli alti fianchi del vascello che forse fulminò a Trafalgàr. Fra le grida allegre di chi viene, e quasi pensose di chi va, fra i saluti tonati dal cannone, e i cenni delle campane, e lo scricchiolare de’ pesi, e l’urlo concorde di chi li regge, e le canzoni d’amore che si scontrano in aria con le bestemmie, cercavo i suoni della lingua soave mia: e fosse pur genovese la favella, li scernevo con gioia. Ma pochi al paragone gli arrivati d’Italia: ond’io gemevo in cuore della ricchezza povera della mia patria. Piacevami dopo la burrasca veder dall’altura della chiesa maggiore la marina ricomposta riflettere a strisce or chiare or cupe la luce, secondo che il vento ci gioca; o i raggi del sole inclinato distendersi in lunga colonna, che, rotta qua e là, s’assottiglia, e, com’onda, si frange tremolando alla riva.

Del mio Marsigliese certe qualità mi piacevano: mi stuccava quel suo non saper né tacere né lasciar tacere la gente, quell’aver sempre qualcosa o di profondo o di gaietto da dire. Il Francese non conosce la voluttà del silenzio.

La gente del paese mi parevano non senza naturalezza vivaci, ma vivacità grossolana: e tra quelle voci roche, tra quella vita materialmente operosa e contenta, mi pareva di stare come nella galleria magra ch’egli hanno, l’unico Perugino tra i Rubens ed i Champagne.

Con lui ch’avev’a essere mio marito, ero rassegnata a aspettare: né pressarlo era cosa da me. La cattedra gli era fallita: quindi più liberale che mai. Il lavoro mio, con il poco ch’egli aveva o che beccava scrivendo, era assai per campare: e a me la povertà di lui piaceva siccome guarentigia d’affetto. Ma quel suo non credere mi seccava dentro: e pur qualcosa perdevo della fede mia; la freschezza, la sicurtà, la gioia e la forza che vengono dal professarla liberamente. Smettevo le pratiche: dubitavo non come chi disama il vero, ma come chi nol discerne; m’indispettivo contro lui, contro me. Ma al venir d’un’ondata di dolore, Maria ricredeva.

E venivano. Non parlo delle strettezze domestiche, del dover mettere in pegno il vestito o lo scialle: non parlo de’ debiti ch’e’ faceva di nascosto da me per trincare co’ suoi colleghi in politica qualche bottiglia spumante di brindisi amari. M’accorsi che lì non finivano le sue spese: ma mostrarmi gelosa i’ non degno, o non oso. Ero come chi patisce della marea, che gridare non giova, né sperare che a mezzo il golfo la barca si fermi: bisogna soffrire rannicchiati in sé, e pregar Dio che gli archi di stomaco non vi rompano qualche vena.

A un tratto, di burlone ch’egli era, cominciò a rabbruscarsi, fare il geloso fuor di proposito, maltrattarmi rammentando il Russo; perch’io negli scrupoli della mia sincerità gli avevo confidato ogni cosa: ma egli aveva interpretata la mia con l’anima sua. Un bel giorno (s’era d’ottobre) e’ m’annunzia una gita in campagna; non sapeva per quanto; ma scriverebbe. Passa quindici giorni: nulla. Ricevo alla fine una lettera di scritto non suo: l’apro ansiosa, tremando (povera ingannata) per la salute di lui. Leggo: un droghiere di Marsiglia m’annunzia il matrimonio vicino tra una sua nipote e il mio coso: mi consiglia di partire, e passassi da lui a riscuotere un cento di franchi per il viaggio. Come rimaness’io, non dirò. Fu soffocato il dolore dalla rabbia, e l’affetto dal disprezzo. Risposi ch’i’ non ero né una bottegaia né una donna da strada; che a Marsiglia starei quanto mi piacesse; che scioglievo il giovane indegno dai vincoli meco contratti, e gli regalavo i cento franchi da comprarsi una giubba per il dì delle nozze. Questo droghiere eran gente devota a’ Borboni, e piissima: e il mio Bruto s’imparentava con loro vogliosamente, e portava in dote la sua parlantina, i suoi be’ capelli riccioluti, e certi titoli di nobiltà che gli era venuto fatto di pescar non so dove. E’ diventava a un tratto nobile, regio, terziario, e droghiere. Alla mia lettera il mercante rispose che s’io non isgombravo fra tre dì, me ne sare’ ita con iscorta non troppo amorosa.

Che fare? Ad Aiaccio neppur pensarci; che mi sentivo indegna di mia zia: né avrei potuto confessare le vergogne mie, né tacerle. Anderò, dissi, a Firenze; per cameriera, per badare a’ bambini, per serva. Vendei, tranne il vestito che avevo indosso, ogni cosa: ne cavai cento franchi: m’imbarcai in un legnetto genovese (che col vapore la spesa era troppa); ed eccomi a diciannov’anni, sfiorita dell’anima, del corpo meno spiacente che mai, portata com’aliga dalla tempesta verso le rive d’Italia.

Sotto coperta non potei reggere; sopra, piovigginava con vento. Al vedermi tremare dal freddo, un vecchio marinaro mi diede il suo cappotto; di che gli altri ridevano con celie oscene. L’onda gonfiata, nel fosco biancheggiare pareva come schiuma vomitata contro il povero legno da un mostro immenso. I’ pensavo al passato, e dicevo tra me: Calunniata dal primo, e compera: dall’altro abbandonata, scacciata come un’infame: che mi valse la fede portata agli uomini? che l’amor mio? Se li avessi traditi, e’ m’avrebbero adorata e temuta. Non bisogna aprir loro il cuore: e se un fil d’affetto c’impiglia, romperlo. E’ ci trattano com’arnesi: e così noi. Né rincorrerli né temerli.

Così pensavo esulcerata, infetta della loro viltà: ma così non sentivo. A me misera non pareva dover meritare tanti gastighi: ma a chi volontaria dona l’onor suo, la sorte della famiglia a cui la serbava Iddio, quali gastighi son troppi? E s’altre soffrono meno, hann’elleno sprecati i doni tanti che Dio diede a me? E il disinganno non è forse un dono? Se già sì rea, senza il fren del dolore che sar’io? Ma questi pensieri non mi parlavano allora: e l’orgoglio irritato più fremeva che non gemesse l’amore tradito.

Nella vettura da Livorno a Firenze rincontro due Bolognesi, marito e moglie, dimoranti in Toscana, che mi presero con buon salario più a compagnia che a servizio. Ma che? Il marito, vecchio sudicio, pigliandomi, pensava a più che a compagnia: e alla moglie, più giovane, premeva dargli un balocco. Io dovevo distrarre lui, e lei aiutare a distrarsi: servire a doppio. Intesi: mi feci intendere: mi rispettarono: in capo al mese uscii. Con quel po’ di danaro, stillando, campai: e frattanto trovai del lavoro. Mi si proffersero parecchi partiti: ma io in un marito, per essere sicura d’amarlo, volevo troppe cose: non sapevo che non bisogna, per rispetto del matrimonio, aspettare a sposo un arcangelo. Tra gli altri un pittore sassone, onesto d’onestà quadra; che non mi dispiaceva, e m’amava. Ma col suo desiderio inquieto di quadrarmi, di capacitarmi, col suo attaccamento di cataplasma, con le interrogazioni interminabili, con gli occhi e i baffi e la voce e la persona tesi in me a guisa di balestra, e’ pareva dire: donna, sii felice, o t’ammazzo. Zelo così ferocemente devoto mi fece paura.

Conobbi un suo conoscente, pittore senese, artista vero, e colto più ch’artista non soglia; che mi diede a sentire il bello dell’arte, massime cristiana, e mi fece quel po’ ch’io sono. Con lui visitavo giardini e gallerie, chiese e poggi; ammiravo la natura nell’arte. Sulle alture di Fiesole, e in Val d’Arno laddove il fiume è più amorosamente cinto d’ombre quiete, leggevam poesia. L’amavo vivamente quel giovane: ma spaventata dal passato, e sfidata più di me che di lui, rompevo a mezzo la foga dell’affetto corrente, e fingevo rivolgermi altrove. E tanto feci ch’e’ si stancò. Del suo lasciarmi, amaramente godei: quindi mi buttai in un amore senz’affetto, che vi dirò forse un giorno.

Di tanto in tanto mi riavevo; e, pur nell’impeto delle follie, raffrenavo me stessa. Queste non sempre brevi astinenze dal male, Dio m’avrà forse computate a virtù.

Una vittoria fra l’altre mi consola il pensiero. S’era nel settembre del trenta: salivamo verso Bellosguardo, io e una mia pigionale di Pescia, semplice donna e di cuore. Alzo gli occhi, e ravviso sull’alto le care fattezze di quel mio cugino di Pisa che m’aveva detto addio con tanta pietà. "Pietro!" "Maria!" e mi si getta al collo e mi bacia. Quant’ero beata in me dell’averlo rincontrato in un momento ch’i’ ero pura di tresche, e riconciliata con Dio! Come gentile mi parve d’aspetto! come desiderabile! I’ non l’aveva dimenticato mai. Egli allora di ventiquattr’anni, io di ventuno. Faceva pratica di medicina in Firenze: sempre buono, e innamorato delle lettere più generose e più pure. Quando l’incontrai e’ leggeva il Manzoni. Veggo ancora l’albero presso il quale l’abbracciai, sento il tremito della pura sua voce. Il vederlo rinnovellava d’antiche dolcezze l’anima mia. Suo padre era morto: sua madre, di sgargiante, un po’ bacchettona. Pregai non le scrivesse di me: gli confessai delle colpe mie quanto l’orgoglio, quanto il pudore concedevano: lo sguardo suo mi rinverginava i pensieri. Egli mi sgridò, mi compianse: io l’amai. Ma gliel tacqui. E come profferirmegli? Come sperar da sua madre l’assenso? Allora sentii la gravezza de’ miei peccati che mi toglievano l’uomo bramato tanto. Avvilita, disperata, deliberai di fuggire. Gli scrissi, e mandai la lettera nell’atto del partire, sperando non lo rivedere più: ma un indugio mi ritenne. E’ corse da me: l’abbracciai ancora una volta: "Addio, Pietro, addio per sempre. Ricordati della tua povera Maria, che sarà sempre tua, che t’ha sempre desiderosamente amato".

Questo dissi bagnando di lacrime i biondi capelli di lui chiuso tra le mie braccia. E’ m’intese; ruppe gli amplessi, e rimase come sbigottito: poi ritornò. Io fuggii senza più dir parola. Né più lo rividi. So ch’egli è maritato, e a donna (mi scrisse) che mi somiglia. Iddio lo faccia felice, e benedica i suoi figli.

Giunta a Livorno, trovai per buona sorte da accomodarmi in una famiglia milanese dove il lavoro non mancava, e non mancava l’affetto. Le tre ragazze m’amavano come sorella, il vecchio come figliuola. Io guardia a loro, esse a me. A giorni però le memorie venivano sopra all’anima spaurita, come torbo torrente in piantagione novella: e a poco a poco si ritraevano. Iddio mi dava forza, invocato; egli sì buono!

Accorcio il racconto già troppo lungo: altra volta rianderemo le parti soppresse. Stata così tre anni, mi cominciò a rigirare intorno un mercante francese. Per più di sei mesi stetti alle dure. Ma la costanza sua (ed era ostinazione d’orgoglio presuntuoso) mi parve, in uomo francese, di buono augurio, e mi vinse. Permisi venisse: e la famiglia dov’ero, acconsentiva. Naturalmente affezionabile, e stanca già del mio stato incerto, gli posi affetto. Nulla mi piaceva in lui, ma nulla mi dispiaceva forte: ch’è il merito de’ Francesi. Si conchiude il matrimonio: sull’ultimo e’ fa un viaggio a Lione: di là, invece di venire, mi chiama a sé, e mi manda il danaro. Lascio con dispiacere la casa dov’ero; arrivo: fallito e in fuga. Colpa non in tutto di lui, ma d’un altro fallimento seguìto a suo danno. Egli stesso però tentennava; e a Livorno dov’erano i suoi maggior debiti, per addormentare la gente, trattava di matrimonio: prese me per zimbello. E m’amava: m’al modo suo mercantesco. Mi scrisse che lo seguitassi, e che aveva danaro. Arrossii: non risposi.

Adesso ringrazio il cielo di non essere divenuta sua moglie: ma allora pensate lo stato mio. Sola, tra le nebbie di quella mesta città mercatante, sotto l’odioso inverno di Francia (eravamo all’ottobre del trentaquattro), al verde di quel po’ di danaro, stanca di ricominciare tante volte e così duramente la vita, caddi malata di male di petto. Mi portarono allo spedale: fui in fin di morte. Un prete m’assisté con sollecitudine rispettosa: ascoltò con pietà la mia confession generale; soggiunse parole affettuose e semplici. Rinsanicata, mi collocò tra le suore della carità, rare donne, che conoscono il mondo tanto da amarlo per lui, non per sé. Di quando in quando egli veniva a vedermi in loro presenza. Sapendolo di Bretagna, e che nel suo paese si campa a buon patto, gli chiesi indirizzo: e’ mi promise con gioia l’ospitalità in casa di sua sorella vedova; e il giorno dopo mi portò la lettera col denaro. L’accettai senza rossore da lui.

Lasciai Lione abbattuta, e quasi atterrita: ma quella città senza gioie parve imbellire agli occhi miei, dacché ci lasciavo persona che non mi avrebbe dimenticata mai, e che poteva pensarmi senza rimorso.

A Quimper trovai accoglienza di cuore, e lavoro assai. La gente, altra affatto dagli Italiani, m’avevano dell’italiano la naturalezza, massima delle doti. M’era dolce conversar con persone che non arrossiscono dell’essere e del mostrarsi cristiani, che non conoscono gioia maggiore. Gran confusione e gran conforto insieme era a me sentir le cose chiamate co’ propri lor nomi: la fornicazione fornicazione, l’adulterio adulterio. V’è chi sa i nomi e gli usi della buona società (come dicono): ma il popolo è sano, buono al suo modo. Or la metà de’ falli e de’ guai viene dal palliar che si fa con parole nuove le vecchie ulcere dell’anima umana.

Sulla fine del trentacinque morì la sorella del mio benefattore: al principio di quest’anno i’ vi conobbi, Giovanni. Eccovi confessate indigrosso le mie mancanze: dei particolari alcuni le aggraverebbero, altri le attenuerebbero forse. Ma tutto non si può dire: o l’orgoglio o la modestia lo vietano. Pur potete ora, se non conoscermi, indovinarmi. Giovanni, sfiorita sono dell’anima, sì; disfiorata della coscienza non sono.


Sentivano voci venire per le acque solitarie: il barchetto tornava. Montarono verso Quimper. I rematori cantavano un canto bretone; e a Maria lo traducevano di strofa in strofa, e lo ricantavano. Il canto diceva d’una fanciulla che fu morta da due masnadieri:

"Camminavano. Marianna tremava, e cercava con gli occhi qualche lume di malato che luccicasse dalle finestre, per farsi cuore. I due parlavano piano tra sé: la fanciulla si mise a piangere...

"... Trovarono la fanciulla morta, e la lanterna accanto a lei.

"Addio Marianna, addio povera fanciulla; addio la più bella delle vergini che battessero le vie di Lannione.

Come il canto ebbe fine, tutti si tacquero. Il sole aveva nudate di nebbia le spalle de’ poggi: luccicavano di recenti stille l’erbe e i fiori gemmanti; fremivano con più piacevole stormire le fronde: biancheggiavano le capre dall’erta; lo sparviere correva per l’alto; la rondine radeva con l’ala l’acque lievemente gonfiate affluenti dal mare; la lodoletta vibrava più gaio nell’aria serena lo snello e svariato suo canto.