Federconsorzi: storia di un'onta nazionale/III/5

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Cento proclami, un obiettivo: le mani sul patrimonio

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Cento proclami, un obiettivo: le mani sul patrimonio
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Goria ha nominato tre commissari per risanare, continua a dichiarare, la Federconsorzi, ma le buone intenzioni naufragano in pochi giorni, e i tre mirano con decisione a un risultato solo, la liquidazione del patrimonio del colosso naufragato.

Il giorno stesso in cui ha sottoscritto il decreto con cui ha esautorato il Consiglio di amministrazione, e ne ha affidato i poteri a tre commissari, il 17 maggio 1991, alle diciassette Giovanni Goria convoca una conferenza stampa per proclamare Urbi et Orbi la ragione della decisione: la volontà di intervenire ad arrestare un processo di grave degrado e ricondurre la grande holding agricola alla normalità della gestione. Per dimostrare la determinazione di perseguire il proposito che ha enunciato dichiara che dirigerà alle banche l'invito a congelare i debiti e ad accettare la moratoria degli interessi.

Proporre una moratoria bancaria nel corso di una conferenza stampa costituisce l'espediente più sicuro per non ottenerla: l'autorità politica che miri al congelamento dei debiti di un ente che voglia salvare deve avanzarne la proposta riservatamente, blandire gli interlocutori, minacciare, contrattate oneri e vantaggi. Inequivocabile come la conseguenza di un teorema di Euclide, l'incontro del ministro, dieci giorni più tardi, con le banche si risolve in un fallimento. La scelta di Goria apre, propone, perciò, un'alternativa ineludibile: il ministro si è ingannato, è caduto nel tranello di chi voleva il naufragio delle suo buone intenzioni, o, è l'ipotesi più inquietante, ma più verosimile, Gianni Goria ha scelto, per realizzare la prima condizione del proprio piano, l'approccio ai banchieri tra i clamori delle fanfare, per essere certo che il piano che ostenta non possa realizzarsi mai?

Goria: la maschera e il volto

Insolubile nei giorni roventi in cui si propone, il dilemma appare meno arduo a sei anni di distanza, quando è possibile confrontare il racconto di tutti i protagonisti della vicenda. Giovanni Goria riuscirà ad alimentare fino alla morte, peraltro, l'equivoco sulle proprie intenzioni nel più spregiudicato arrembaggio fallimentare della storia italiana: alternando a scelte equivoche la dichiarazione degli intenti più nobili riuscirà a protrarre il dubbio della sua buona fede anche in osservatori poco inclini all'illusione. Con gli uomini più vicini a Lobianco, che pretendono l'osservanza dei patti della vigilia, getta, invece, subito la maschera, sapendo che l'antico "amico", protagonista di un decennio di gestione rovinosa, non può reagire, pubblicamente, ai suoi colpi. L'occasione in cui il ministro rivela le intenzioni è un incontro dei collaboratori più stretti di Lobianco con alcune autorità bancarie di fede democristiana: ragione della riunione l'urgenza di alleviare la pressione bancaria che, dal giorno del decreto, e, paradossalmente, dalla richiesta di moratoria, si esercita su tutti i consorzi agrari, anche quelli dal bilancio più florido, cui le banche ritraggono i fidi creditizi, imponendo di azzerare lo scoperto.

E' un'afosa giornata di giugno, la conversazione procede a singhiozzo, sembra che la riunione si debba sciogliere senza che gli interlocutori si siano scambiati neppure una frase di rilievo, quando il conte Auletta Armenise, presidente della Banca nazionale dell'agricoltura, candidovestito, contro la calura, dal Borsalino con cui si gingilla alle scarpe, interviene chiedendo al Ministro se sia disposto a consegnargli il patrimonio della Federconsorzi in cambio di tremila miliardi. Goria pare non avere capito, perde colore, quindi, il volto cianotico, tace a lungo. Quando riesce a profferire verbo non parla, urla, gridando ad Auletta che se offre quei soldi, lui li vuole subito, su quel tavolo, in contanti. I legati di Lobianco si guardano costernati: l'uomo che nelle conferenze stampa proclama di voler salvare la Federconsorzi è già alla ricerca di un acquirente.

Gianni Goria confermerà quale scelta abbia operato, nelle settimane seguenti, opponendosi con durezza a chi suggerirà di richiedere per la Federconsorzi i benefici della legge Prodi, il provvedimento che assicura sovvenzioni ai gruppi industriali in gravi difficoltà, che qualche esperto di fallimenti industriali riterrà potersi invocare rappresentando la Federconsorzi la società finanziaria titolare di un'intera gamma di partecipazioni industriali, al primo posto quella della Polenghi Lombardo.

Chi crede ancora, a onorare la memoria del ragioniere di Asti, nelle intenzioni risanatorie di Goria, si trova di fronte a rovelli difficilmente solubili analizzando le prime scelte dei commissari dopo la nomina. Sono stati investiti della funzione, infatti, senza la previa ispezione ministeriale che avrebbe consentito di intervenire sulla scorta di dati certi, formalmente non conoscono, quindi, in dettaglio il bilancio della Federconsorzi né delle società collegate. Sono stati investiti, per di più, da un ministro che proclama di volere il risanamento: nonostante tutte le condizioni contrarie dirigono la propria rotta, inequivocabilmente, alla liquidazione dell'organismo e alla vendita del patrimonio. Per spiegare l'antinomia osservatori di acume sperimentato sono stati costretti a supporre che la nomina non fosse in realtà, scelta di Goria, ma imposizione di Andreotti, che ai tre ligi professionisti avrebbe ordinato di smembrare il patrimonio della roccaforte dell'"amico" Lobianco. Chi a Lobianco è stato vicino nei mesi del tormento proclama che il "padrino di tutti i padrini d'Italia" avrebbe osservato compiaciuto, forse, l'opera del discepolo astigiano, il quale avrebbe operato, però, per conto proprio e dei propri amici. Prima ancora di definire l'inventario delle attività e delle passività i tre adottano, infatti, una strategia che conduce ad un risultato unico: la liquidazione del patrimonio della Federconsorzi.

La prima opzione assunta, pochi giorni dopo la nomina, è, infatti, l’adozione della procedura di liquidazione volontaria, la scelta di una società che abbia dissolto, con la cattiva gestione, il proprio patrimonio, non disponga dei mezzi per proseguire l'attività e offra volontariamente ai creditori il frutto della vendita dei propri beni. La adottano, si deve ribadire, prima di avere avuto il tempo di studiare il bilancio, ma hanno fretta, o qualcuno impone loro la fretta. Dopo aver messo a dura prova le linee telefoniche nazionali con l'invio, tra il 14 e il 17 giugno, di 938 fax a tutti i creditori per importi superiori a 30 milioni, che invitano a rispondere, con l'identico mezzo, entro sette giorni, non avendo ricevuto che 337 risposte, di cui solo 180 positive, i commissari constatano, probabilmente senza rimpianto, che l'ipotesi è stata bocciata dalla maggioranza dei creditori: il rigetto dispiega davanti alla triade la strada radiosa per dirigere la liquidazione verso il concordato, che il ministro li autorizza a richiedere il 3 luglio, che richiedono al Tribunale di Roma il giorno dopo. Nonostante siano i giorni in cui la spiaggia di Ostia esercita un potere di attrazione senza confronto maggiore alle accaldate aule tribunalizie, con solerzia esemplare la Sezione fallimentare del Tribunale "ammette" l'organismo alla deriva al concordato il 22 luglio. Se v'era un disegno per imporre, eludendo i proclami pubblici di Goria, la vendita del patrimonio, sarebbe stato imposto agli avversari in meno di tre settimane! E' negli stessi roventi giorni d'estate che Lobianco comincia a denunciare alla stampa la congiura di cui sarebbe vittima la Federconsorzi, onorando degli epiteti più crudi, primo tra gli altri quello di "sciacalli" i cronisti che, di fronte al crack, formulano dubbi sulla buona conduzione della Federconsorzi da parte degli amministratori della Coldiretti e della Confagricoltura. A una risposta particolarmente imbarazzata è costretto, peraltro, dal cronista di "Famiglia cristiana" che, stupito degli appunti verso Goria, gli chiede se non sia stato proprio lui a sostenerne con tanta determinazione, all'ultima crisi di governo, la candidatura alla poltrona di via Venti Settembre.

La scelta: il concordato e la vendita

A chi ripercorra, dopo sei anni, l'intricata vicenda finanziaria e giudiziaria, tra i cento rovelli che ostacolano il cammino uno impone alla ricostruzione degli eventi difficoltà speciali: l'assenza, all'apertura del procedimento di liquidazione, di ogni tentativo di convocare i soci della Federconsorzi, i presidenti dei consorzi agrari, perché assumano le proprie responsabilità di fronte al collasso. Conoscitori autorevoli di cose giuridiche hanno ribadito che, fosse stata convocata, l'assemblea avrebbe potuto impugnare il decreto, che presentava deficienze giuridiche, e riaprire il gioco. Scartate le ipotesi diverse, che non soddisfano, a spiegazione della circostanza può rilevarsi la palese, seppure paradossale, convergenza di interessi che unisce, nel mese rovente delle decisioni cruciali, chi vorrebbe salvare la nave che ha condotto nella tempesta e chi ne vuole il saccheggio. Arcangelo Lobianco non avrebbe mai accettato di discutere del collasso con i presidenti dei consorzi, che avrebbero potuto rinfacciargli di averne invocato la responsabilità solo allora: il ruolo che ha svolto impedisce a un uomo la cui dote più luminosa è la vanità, di rivolgersi agli unici alleati che avrebbero potuto schierarsi al suo fianco. E’ solo, e disarmato, di fronte agli "amici" di partito. Ne' hanno interesse alla convocazione i tre commissari, che per liquidare l'organismo debbono dimostrare che la situazione debitoria esclude ogni possibilità che l'assemblea rivesta ancora un'autorità qualsiasi.

Altrettanto misteriosa appare, a chi non la supponga deliberata, l'inerzia del ministro di fronte alla scelta dei commissari della strada da seguire per il soddisfacimento dei creditori, quella del concordato, in palese contrasto con la prassi consolidata che prescrive che i consorzi in difficoltà gravi siano sottoposti alla procedura di liquidazione coatta amministrativa, tra le procedure concorsuali quella sancita per la tutela degli interessi pubblicistici degli organismi economici operanti, tra la sfera pubblica e quella privata, nel mondo multiforme del parastato. Nonostante le reiterate conferenze stampa, durante le quali rivendica i propositi risanatori, le audizioni alle Camere, durante le quali formula nuovi, evanescenti piani di salvataggio, dopo la firma del decreto Giovanni Goria appare del tutto passivo di fronte agli eventi, incapace di dirigere l'opera dei commissari che egli stesso ha insediato. La prova che il Ministro ha apposto la propria firma su un testo vergato da altre mani, che si era illuso di contribuire alle tre nomine, ma che i tre rispondevano a qualcuno più in alto del Ministro dell'agricoltura? O la conferma che il concepita la trama della commedia, il burattinaio si rivela incapace di dirigere la recita?

I presidenti, convocati o coartati?

Mentre procede la schermaglia procedurale vengono pubblicate le prime cifre del collasso: la somma dei debiti varca i 5.000 miliardi, dovuti ad una schiera di 17.000 creditori. La voragine dei debiti sarebbe stata il frutto di un indebitamento quasi repentino: i mutui a favore dell'ente sfioravano 1.702 miliardi nel 1986, avevano raggiunto i 3.508 in soli cinque anni. Sono le cifre che i responsabili della procedura di liquidazione trasmetteranno alla stampa attonita: negli studi degli avvocati e dei commercialisti che sciolgono la lucrosa matassa lo squilibrio patrimoniale apparirà presto meno grave di quanto postulato pubblicamente, e si combatterà una guerra sorda per attribuire all'attivo una consistenza inferiore al monte dei debiti, la condizione in assenza della quale i liquidatori sarebbero stati costretti a convocare i soci, quei presidenti che nessuno voleva riunire, perché decidessero cosa fare del residuo attivo del patrimonio: la prosecuzione dell'attività sociale o la sua interruzione, con la devoluzione del valore recuperato secondo le norme dello statuto.

I presidenti dei consorzi agrari non vengono convocati per decidere dell'attivo, debbono essere riuniti, invece, per una norma vincolante del diritto fallimentare, per chiedere l'ammissione al concordato. Sono riuniti dai commissari il 9 luglio, quindi, di nuovo, il 25, dopo l'invalidazione della prima assemblea e una nuova convocazione tramite la Gazzetta ufficiale. Nella seconda riunione approvano, davanti al notaio Castellini, la richiesta all'unanimità. E' un'unanimità che corrisponde alla tradizione, secondo la quale tutte le decisioni degli organi della Federconsorzi venivano dettate, per essere unanimi, ai membri dell'Assemblea, o del Consiglio, in riunioni precedenti, che si tenevano presso le confederazioni professionali tra le quali i rappresentanti si dividevano. Il suo riproporsi nella circostanza impone la domanda se, nel clima di confusione prodotto dal crack, i presidenti dei due sindacati fossero ancora in grado di imporre ordini, e disponessero che nessun ostacolo fosse opposto ai commissari, per dispiegare sulle proprie responsabilità il velo dell’oblio, o se il diktat dei commissari sia stato accettato, spontaneamente, dai presidenti convocati, una circostanza che non indurrebbe a riconoscere una levatura particolare ai rappresentanti del modo agricolo cui era affidata la gestione del grande organismo.

Le due assemblee sarebbero state convocate con tale urgenza, peraltro, che più di uno dei partecipanti, avrebbe rilevato qualche cultore delle forme del giure, non avrebbe disposto del mandato a deliberare sui temi all'ordine del giorno suggellato dal consiglio del consorzio che rappresentava, una condizione prevista dalla legge, una circostanza che non imporrà scrupoli fastidiosi ai commissari, tesi a predisporre, nelle forme più sommarie, le condizioni per avviare la procedura che hanno deciso di applicare: il concordato e la vendita del patrimonio.

Con un secondo voto unanime i partecipanti alla seconda assemblea rigettano ogni ipotesi di azione di responsabilità verso gli amministratori: un voto comprensibile per quanti, tra i convocati non sono pochi, fino all'esautoramento del Consiglio di amministrazione ne erano membri. Al di là dell'interesse personale di parte dei votanti, anche il plebiscito contro l'azione di responsabilità pone la domanda se non vi fossero, al vertice delle organizzazioni professionali, registi già impegnati a esperire ogni sforzo perché la liquidazione si chiudesse con un disastro per l'agricoltura, purché non fosse chiamato a rispondere della propria inettitudine chi del disastro aveva predisposto le condizioni.

Virtuosismi di bilancio

Ha inizio dalla data dell'assemblea dei soci che delibera la richiesta di concordato il capitolo più oscuro della vicenda fallimentare, il capitolo che si concluderà, il 29 gennaio 1992, con l'assemblea dei creditori, alla quale il commissario giudiziale, Nicola Picardi, illustrerà una relazione tanto convincente da indurre la maggioranza ad approvare la richiesta che, omologata dal Tribunale, aprirà la strada al piano di cessione alla società costituita dai creditori maggiori per l'acquisto del patrimonio. Si sviluppa durante quel capitolo la cruda guerra per coartare il valore di immobili e crediti al di sotto della somma dei debiti, la condizione, si è rilevato, per evitare la convocazione di un'assemblea straordinaria della Federconsorzi, l'ipotesi che tutti i protagonisti, commissari e magistrati, paiono decisi ad esorcizzare.

L'esame retrospettivo delle scelte dei protagonisti dimostra inequivocabilmente, infatti, la determinazione a sottostimare il patrimonio loro affidato, quella volontà che postuleranno, imputando i liquidatori di omissione di atti d'ufficio e di appropriazione indebita, i giudici di Perugia. Frutto di cento anni di accorta accumulazione, partecipazioni industriali, sedi, stabilimenti, magazzini e cespiti finanziari della Federconsorzi opporranno una resistenza tenace all'impegno a coartarne il valore, tanto che a realizzarne la sottostima sono necessarie due operazioni successive, che vedono protagonisti attori diversi. La prima corrisponde alla compilazione, affidata dalla Sezione fallimentare del Tribunale di Roma ad una schiera di quaranta periti, dell'inventario del patrimonio della Federconsorzi, dei cespiti immobiliari e dei valori mobiliari, la seconda corrisponde alla redazione del bilancio del 1991, un impegno cui assolveranno i commissari decurtando ulteriormente il valore dei cespiti definito dal collegio peritale. La sezione fallimentare, composta dal dottor Ivo Greco, presidente, e da due giudici a latere, nomina i periti e ne demanda il coordinamento al dottor Enrico De Sanctis, un'autorità in materia di stime immobiliari, che sommando i valori proposti dai collaboratori per magazzini, aree edificabili, aziende agricole, palazzi storici, trattori, bovini e quadri d'autore fissa dapprima l'entità dell'attivo in 6.000 miliardi, che riduce, nel primo inventario formale, a 4.800, quindi a 3.938. La contrazione viene ottenuta anche mediante la riduzione del valore dei crediti residui verso il Ministero dell'agricoltura per le gestioni di ammasso, 430 miliardi, iscritti nell'inventario per 314, dopo essere stati esclusi dalla prima stima, ignorando che si tratta di crediti approvati mediante la complessa procedura prevista dalle leggi che disciplinavano gli ammassi, e registrati dalla Corte dei conti, che ne ha fatto, obiettivamente, crediti garantiti dallo Stato.

Perché tanto impegno a contrarre il valore dell'attivo? Offrirebbe un elemento prezioso per rispondere alla domanda, capitale per stabilire la verità sul crack, sapere dal dottor De Sanctis le ragioni delle successive contrazioni: l'operazione sarebbe stata imposta dalla constatazione di errori tanto clamorosi nelle prime stime? O qualcuno avrebbe suggerito, amichevolmente, di contenere i valori? Pare che il dottor De Sanctis concedesse, all’epoca, ad amici, confidenze interessanti, seppure ermetiche. Sarebbe utile, probabilmente, che le ripetesse davanti ad un cancelliere di tribunale.

La seconda fase dell'operazione di contrazione dei cespiti attivi, la redazione del bilancio della gestione 1991, il centesimo della parabola della Federconsorzi, è opera di un protagonista precipuo, Paolo Bambara, il capocontabile che ha affiancato Pellizzoni, dopo l'eclissi di Pellizzoni elevato dai commissari al ruolo di direttore generale dell'ente in liquidazione. Bambara dimostrerà di avere operato a favore del disegno di smembramento quando, approvato dal Tribunale il piano di Capaldo, e costituita, per la sua esecuzione, la S. G. R., Società gestione e realizzo, sarà assunto da Capaldo come direttore generale, un ruolo nel cui espletamento firmerà atti ufficiali alla stessa data in cui firmerà carte diverse come direttore della Federconsorzi: una commistione tale da non entusiasmare i cultori del diritto amministrativo. Si dichiarerà, per la comprensibile emozione, direttore della S. G. R. anche al magistrato che lo ascolterà, come direttore generale della Federconsorzi, su una vicenda secondaria della liquidazione, la restituzione di 40 miliardi, all'indomani del decreto di Goria, ad una banca amica. Confuso dalla duplicità di ruoli, nel corso dell’interrogatorio moltiplica le contraddizioni, fino a quando viene condotto fuori dall’aula in manette. Insieme al capo contabile viene ingaggiato da Capaldo, nei mesi cruciali della redazione del bilancio, un altro funzionario che in possesso di una chiave essenziale degli scrigni Federconsorzi, Domenico Frosina, il responsabile del patrimonio immobiliare della Federconsorzi, che, assunto dalla S. G. R , continuerà a rivolgere a magazzini e scali ferroviari le stesse premure erogate fino alla data del concordato, premure che interromperà il repentino licenziamento, un evento che stupirà quanti riterranno l'ingegner Frosina avere prestato alla S. G. R. servizi preziosi.

La balena e gli squali

Attorno ad un cetaceo in agonia, insegna la letteratura marinaresca, si raccolgono gli squali, che un istinto infallibile richiama da acque lontane. Approvata la richiesta del concordato, in attesa del suo accoglimento da parte del Tribunale, la stampa economica riferisce dell'inoltro al giudice delegato, lo stimato dottor Greco, delle proposte di rilevare il patrimonio della Federconsorzi avanzate da una schiera di finanzieri, affaristi, mediatori. Recapita, nei mesi successivi, un progetto di acquisizione il finanziere Florio Fiorini, ne stilerà un altro, che prevederà il pagamento di 2.500 miliardi, Gianmario Roveraro, presidente della società Akros, un banchiere il cui assassinio sarà compianto dall'Opus Dei come il sacrificio di un martire. Proporrà, all'alba dell'anno successivo, un complicato progetto di acquisto, da parte dei grandi creditori e di una società del conte Auletta Armenise, la Bonifiche Siele, che dovrebbe essere convertita nella nuova holding delle attività della Federconsorzi, il finanziere Giuseppe Gennari, che potrà contare, come padrino dell’impresa, su uno dei tre commissari, il futuro ministro Gambino.

Protraggono, contemporaneamente, il clima confuso stabilito dagli evanescenti propositi risanatori di Goria, i piani di ricostituire un organismo che possa assolvere ai compiti di coordinamento dei consorzi propri della Federconsorzi. Preoccupati dei propri emolumenti, intraprendenti funzionari dell'organismo in liquidazione convincono il Ministro a convertire nell'organismo di cui ha auspicato la costituzione la Fedexport, l'antica, gloriosa società federconsortile per l'esportazione di ortofrutticoli, inattiva dopo avere accumulato miliardi di debiti, con solerzia ribattezzata Agrisviluppo. Il Ministro decreta che il capitale del sodalizio venga diviso tra i grandi produttori di trattori, antiparassitari e concimi e i consorzi agrari, ai quali riserva la maggioranza del 51 per cento, e ai quali il 7 giugno il commissario Cigliana invia una circolare con il formale invito all’adesione. In una riunione confusa i presidenti dei consorzi decidono di non partecipare singolarmente, ma attraverso una società che li rappresenti collettivamente. Il 9 luglio, così, i consorzi di Ravenna, Benevento, Udine, Brescia e Caserta trasformano una società preesistente attribuendole la denominazione di Soconagri, Società consorzi agrari. Alla ricerca di alleati al nuovo organismo viene invitata a partecipare la Confagricoltori, l'organizzazione contadina la cui esclusione dal governo della Federconsorzi ha acceso verso Lobianco l'ansia di vendetta che la tenacia di Giuseppe Avolio ha consentito di appagare.

Velleità di rifondazione

L'Agrisviluppo vive un'intensa stagione di velleità dall'assunzione del ruolo di presidente di uno degli uomini più autorevoli della cooperazione nazionale, Carlo Ronchi, direttore generale del Conservitalia, il maggiore complesso agroindustriale pertinente al mondo della cooperazione “bianca”. Il tentativo di Rochi di fare decollare l'organismo immaginato da Goria si protrarrà, vanamente, per un anno, fino a quando, verificando di non essere stato sostenuto dal mondo agricolo, Ronchi abbandonerà l'impresa, destinando la società alla dissoluzione. Il Soconoagri vive, per parte propria, la lunga ricerca di un presidente che possa vantare credenziali politiche decorose, e di un direttore di riconosciuta capacità: dopo il reiterato rifiuto di Alfredo Diana, e l'opposizione di più di un socio verso Filippo Galli, grande mercante di cereali, calorosamente sostenuto da altri, assumerà la presidenza Giandomenico Serra, negli anni Settanta presidente della Confagricoltura con autorità e carisma, che all'impresa dedicherà, l’impegno dell’aristocratico che ha deciso, ormai, irrevocabilmente, che la vita non sia che noia.

Dissoltasi ogni illusione di unire i consorzi agrari, nella compagine di Agrisviluppo, ai loro fornitori, la Soconagri non rinuncerà altrettanto facilmente alle proprie velleità, che si dissolvernno dopo il fallimento dell'ambizioso progetto di acquistare le azioni della Siapa, la società produttrice di antiparassitari della Federconsorzi, che i liquidatori hanno offerto in vendita, un'operazione che Giandomenico Serra, dedito alla propria bella azienda e alle gioie del tiro al piccione, affronta con tale superiore noncuranza da destinarla al più clamoroso fallimento. Dopo lo scacco l'organismo, larva societaria, non si impegnerà per recuperare relitti diversi del patrimonio della Federconsorzi, un impegno cui osta, peraltro, la determinazione dei responsabili delle organizzazioni agricole di chiudere, qualsiasi possa essere il prezzo, un capitolo della storia dell'agricoltura nazionale che non ne onora i vertici.

Curiosamente, mentre si esperisce l’ultimo conato di ricomporre i resti di quanto è stato dilapidato nella compagine del Soconagri, un'incontenibile furia organizzativa spinge gli autori del disastro ad affidare all'ultimo consulente della schiera raccolta nella stagione dei piani di Capaldo, il dottor Forchielli, la stesura di un progetto ancora più ambizioso, che viene battezzato con il nome beneaugurale di Fiordaliso, la ragione con cui dovrebbe costituirsi una società di assistenza tecnica, economica e commerciale al mondo agricolo.

Agrisviluppo si affloscerà, Soconagri non decollerà mai, il Fiordaliso appassirà: sarà, forse, l’avvizzirsi dell'ultimo fiore a dimostrare al mondo agricolo, privato dell'apparato consortile creato, l'anno 1892, da un manipolo di pionieri, ebrei e massoni, che chi non è in grado di gestire l'eredità dei padri è improbabile sappia dimostrare immaginazione e determinazione necessari a creare istituzioni nuove, per varare le quali occorrono condottieri dai precipui attributi virili, quali non paiono essere comuni, da tempi ormai lontani, nel repertorio zoologico dei vertici dell’agricoltura italica.

Terra e vita n. 8, 28 febbraio 1998

Rivista I tempi della terra