Fedro (Dalbono, 1869)/Prefazione

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Prefazione

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Platone - Fedro (1869)
Traduzione dal greco di Cesare Dalbono
Prefazione
Fedro (Dalbono, 1869) Fedro

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Di tutti i cari giovani che entrano a ragionare nei dialoghi di Platone e che tu ritrovi da per tutto, e nelle palestre e sotto i portici e nelle case e sulla piazza, carissimo è questo Fedro ateniese il quale dà il suo nome al dialogo. È una di quelle persone del dramma risplendenti di gioventù e di bellezza che parlano, domandano, rispondono a Socrate, è la più bella forse di quelle persone, se tu ne togli Alcibiade, innamorate del sapere, desiderose della scienza e che ardono nel desiderio di conquistare il potere la gloria il comando.

Questo dialogo, che venne chiamato ancora con altro nome — del bello — , fu creduto dalla più parte de’ critici la prima, o una delle prime opere di Platone, cioè scritta innanzi la morte di Socrate. E furon mossi a creder ciò, com’essi dicono, principalmente per due ragioni: prima, perchè nel dialogo apparisce più scolpitamente una certa mescolanza di filosofia delle varie scuole ionica, italica, eleatica, e poi perchè crederono di vedere in esso la mente del filosofo, come più giovine, più dominata dalla immaginazione: ragioni che sono pur vere, ma che non sono straniere agli altri dialoghi e a tutta quanta la filosofia platonica. Ad ogni modo, seguitando le ragioni l’ordine dello Schleiermacher e del Bekker, può andare [p. vi modifica]innanzi agli altri anche per la qualità del dialogo, il quale accenna in modo comprensivo a tutte quelle dottrine sull’amore, sull’anima, sulla natura universale, sul bello, che hanno più ampio svolgimento nel primo Alcibiade, nel primo Ippia, nel Fedone, nel Convito, nel Parmenide. Volendo mostrare che cosa sia il bello, che spesso è scambiato dagli uomini con ciò che non è tale, incomincia Socrate a confutare un discorso di Lisia, mostrando in che cosa non sia bello. Questo Fedro discepolo ed ammiratore di Lisia si scontra con Socrate il quale richiedendolo, così un poco al solito, de’ fatti suoi, lo conduce a leggergli un discorso che portava sotto il mantello. Sul discorso dell’oratore egli fa una lunga lezione non solamente confutandolo, ma mettendone fuori un altro fatto all’improvviso da lui. Per modo che due sono le parti di questo dialogo la prima che si potrebbe dir pratica perchè dimostra coll’esempio, contrapponendo il suo ad un lavoro uscito dalla scuola di sofisti, e l’altra parte proprio insegnativa nella quale viene a ragionar de’ principj. Così proseguendo, manifesta che il vero bello è riposto nella ragione, la quale congiunge l’uomo a Dio, che la parola è quella per cui riluce la bellezza della ragione, onde la vera bellezza sta riposta nella ragione e nel discorso. Quindi viene ad annoverare i vari modi con cui l’uomo per le cupidità e libidini d’ogni specie può macchiare ed offuscare il bello, e spiega più ampiamente la natura, l’ordine, la forza della ragione e della parola, mostrando prima in che modo l’anima umana guidata dalla reminiscenza di una vita anteriore intravvede il bello, per mezzo di quel movimento di essa che si chiama amore, il quale è obbligato a percorrere tutta la scala della bellezza relativa per giungere all’idea della bellezza assoluta, la quale si trova oltre i confini di questo mondo, e mostrando in che modo lo può manifestare pienamente per mezzo della [p. vii modifica]dialettica, ch’è il metodo razionale che si può dire il più perfetto, ma non già per quella specie di arte meccanica nella quale i sofisti riponevano l’eloquenza. Sebbene la dottrina di Platone si svolgesse nella sua mente tutta da un punto centrale, e voglio dire, o piuttosto ripetere, confortato dall’autorità di un nome, quello del Vera, che sotto alcuni riguardi la dottrina così universale di Aristotile è meno un sistema che quella di Platone e che questa sia tutta legata nelle varie sue parti, pure i suoi dialoghi hanno più o meno un argomento o scopo particolare rinchiuso in certi confini. Non così questo Fedro, al quale gli scrittori posteriori son quelli che hanno apposto il secondo titolo, come hanno fatto agli altri.

Tutti gli scrittori che vogliono mostrarti in Platone non solamente il filosofo ma l’artista, citano principalmente le bellezze di questo dialogo dove la descrizione della scena è fatta in modo da maestro, quando i due interlocutori si fanno a scegliere il luogo più accomodato a riposar bene, riguardati dal caldo grande della stagione. Nulla più ricreante più fresco più poetico di quella scena dove ti vengono delineate con due tratti l’erba, il fiume, i platani le statue delle ninfe che dovevano udire un colloquio così bello intorno alla vita primitiva alla vita futura, e così belle allegorie e leggende sull’amore terrestre e celeste; nulla più maraviglioso che udir parlare una filosofia cosi lieta e sorridente, incoronata di fiori, vicino alle dolci e chiare acque del piccolo fiume consacrato alle ninfe e alle muse. [p. viii modifica]