Feroniade/II

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Canto Secondo

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I III

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CANTO SECONDO


Contenuto: S’allegrò della sua vendetta Giunone: ma poi, vedendo sopra il gran lago delle acque ergere le torri al cielo alcuna delle volsche città e intatto il bosco di Feronia, di nuovo irata, volò nella fucina di Vulcano (1-74), tutto intento, co’ suoi Ciclopi, a fabbricare un gran piedestallo di bronzo e d’oro a Diana Nemorense, in cui aveva inciso varie mirabili figure ed anche i casi di Luigi e Costanza Braschi (75-222). Lui Giunone pregò che svegliasse i terremoti e incendiasse tutto ciò che sopravanzava alla rovina delle acque (223-290). Ed egli, dopo aver detto d’esser lieto di far cosa grata a lei e ingrata a Giove, che già lo precipitò dal cielo (291-360), mosse, con bragia inestinguibile, chiusa in cavo rame; e, giunto nella valle pontina, incendiò gli zolfi e le piriti e gli asfalti oleosi di sotterra, che [p. 249 modifica]scoppiarono in orrendo terremoto (361-452), tutte sommergendo le città, tranne Ansuro, protetta da Giove (453-503). Il quale però non ebbe pietà del vecchio e giusto Alcone, cui seppellí, insieme alla famiglia, sotto le proprie rovine il tetto della casa crollata: solo superstite il fedel cane Melampo, ucciso poi anch’esso, entro quattro dí, piú dal dolore, che dal digiuno (504-534).


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Già tutto di Feronia era il bel regno
     In orrenda converso atra palude
     Che pelago parea; se non che rara
     Dell’ardue torri e dell’aeree querce,
     5Non vinte ancor, l’interrompea la cima.
     E già su le placate onde leggieri
     Spiravano i Favonii1, e in curvi solchi
     Arandole frangean sovra le molli
     Crespe dell’acque la saltante luce:
     10Quando di Circe la scoscesa balza
     L’aspra Giuno salí. L’occhio rivolse
     Alla vasta laguna, e, tutta intorno
     La misurando con superbo sguardo,
     Sorrise acerba su la sua vendetta.
     15Ma, vista su la rupe in lontananza
     Dall’incremento delle spume ultrici
     Pur anco intatta alzar la fronte alcuna
     Delle volsche città, che ree del culto
     Dell’abborrita sua rival si fêro,
     20Ed illeso agitar l’argute frondi
     Non lungi il bosco di Feronia, il bosco
     Che prestò l’ombra ai mal concessi2 amori;
     Risorger si sentí l’ire nel petto
     Già moribonde; e poi che v’ebbe alquanto
     25Fisso il torbido sguardo, in cor sí disse:
     Io desister dall’opra3, e del mio scorno
     Patir che resti un monumento ancora?
     Già non fui sí pietosa inverso Egina4
     E la stirpe di Cadmo abbominata5;
     30Ché per quella mandai carca di fiera
     Peste la morte su l’enopia terra;
     E sostenni per questa entro le case
     Scendere io stessa dell’eterno pianto6,

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     E di là contra d’Atamante e d’Ino7
     35Tisifone8 invocar. Quei due superbi
     Co’ sonori serpenti ella percosse,
     E allor nel figlio dispietate e crude
     Fur le mani paterne, e de’ suoi vanti
     Ino furente mi scontò l’offesa.
     40E pur avola a Bacco era colei9,
     E a Venere nipote; e non m’avea,
     Come questa malnata itala druda,
     Tolti i miei dritti, e del maggior de’ numi
     Aspirato alle nozze. Oh mia vergogna!
     45Poté Gradivo la feroce schiatta
     Sterminar de’ Lapíti10: aver da Giove
     Poté Dïana al suo disdegno in preda
     I Calidonii: e meritò poi tanto
     De’ Calidòn la colpa e de’ Lapíti?
     50Ed io, progenie di Saturno11, ed alta
     De’ Celesti reina, a mezzo corso
     Ratterrò gli odi e l’ire, e dovrò tutte
     Non consumarle? Oh mel contrasta il fato12!
     E una fama pur or s’è sparsa in cielo,
     55Che al volgere de’ lustri il senno e l’opra
     D’italici potenti13 al mio furore
     E all’impero dell’onde questi campi
     Ritoglierà. Ritolgali: men giusta
     O men dolce uscirà forse per questo

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     60La mia vendetta? Se cangiar non lice
     Delle Parche14 il decreto, e chi ne vieta
     L’indugiarlo, e tentar nuove ruine?
     Del tuo delitto dolorose e care
     Le pene pagherai, ninfa superba:
     65Anche il Lazio s’avrà la sua Latona15.
     Non selva lascerò, non antro alcuno
     Che ti riceva; scuoterò le rupi;
     Crollerò le città dal tuo vil nume
     Contaminate, e ne farò di tutte
     70Cenere e polve che disperda il vento.
     Nel turbato pensier seco volgendo
     Queste cose la dea16, giunse d’un volo
     Nell’eolie spelonche17, orrendo albergo
     Degli adusti Ciclopi e di Vulcano.
75Stava questo dell’arti arbitro sommo
     Intento a fabbricar per la pudica
     Nemorense18 Dïana un d’oro e bronzo
     Gran piedestallo, su cui l’alma effigie
     Collocar della diva. E sulle quattro
     80Fronti v’avea l’artefice divino
     D’ammirando lavoro impresse e sculte
     Di quell’almo paese avventurato
     Le trascorse memorie e le future.
     Era a vedersi da una parte il lago
     85Tutto d’argento. Tremolar diresti
     L’onde e rotte spumar dai bianchi petti
     Delle caste Amnisídi19, a cui venute
     Già son men care le gargafie fonti20,
     E d’Eurota21 le sponde. In su la riva
     90Della sacra laguna abbandonati
     Giaccion gli archi e le freccie, onde famosi

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     Suonâr di caccia fragorosa un giorno
     Del Taïgeto e d’Erimanto i boschi22,
     Ed or la nemorense ne rimbomba
     95E la selva aricina. Indi non lunge
     Stassi il carro lunato; e per la rupe
     Sciolte dal giogo le parrasie cerve23
     Erran pascendo24 il tenero trifoglio,
     Gradita erbetta, che gradir suol anco
     100Ai destrieri di Giove ed alle caste
     Di Minerva cavalle polverose25.
Alto a rimpetto fra pudichi allori
     Di Trivia26 il tempio signoreggia; ed essa
     La placabile27 diva in su la soglia
     105Del grande Atride ad incontrar vien oltre
     I pellegrini figli28, Ifigenía
     Sacerdotessa ed il fratello Oreste,
     Pietoso Oreste e scellerato insieme29;
     Che per molti del mare e della terra
     110Duri perigli salvo le recavano
     Il fatal simulacro insanguinato
     Dalle tauriche sponde alle tirrene.
In altro lato avea l’ignipotente30
     Sculti i novelli sagrifici e l’are
     115Di Dïana cruente, e i lagrimosi
     Riti latini31, e un contro l’altro armati
     Di barbaro coltello i sacerdoti.
Mirasi altrove il miserando caso32

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     Del figliuol di Tesèo. Gonfiata ed aspra
     120Spandeasi d’oro con argentee spume
     La corinzia marina, a cui dal mezzo
     Uscía sbuffando una cerulea foca33.
     E per orride balze ecco fuggire
     Gli atterriti cavalli; ecco sul lido
     125Rovesciato dal carro e lacerato
     L’innocente garzon. D’intorno al casto
     Esangue corpo si batteano il petto
     Di Trezene le vergini34; e, chiamando
     Crudel Ciprigna e piú crudel Nettuno35,
     130Piú ch’altre in pianto si struggea Dïana.
Al pregar dell’afflitta indi seguía
     D’Esculapio36 il prodigio e l’ardimento,
     Ché, vïolato delle Parche il dritto37,
     Col poter della muta38 arte paterna
     135Torna il pudico giovinetto in vita:
     Cui, redivivo e in densa nube avvolto,
     Con mutati sembianti all’aricine
     Selve poi reca la deliaca39 diva,
     E palpitando alla segreta cura
     140Il commette d’Egeria, inclita ninfa
     Delle leggi romane inspiratrice40.
S’apría di nero cïanèo41 scolpita
     Nel fianco della rupe una spelonca
     Sacra di Pindo alle fanciulle e cara
     145Piú che l’antro cirrèo42. Le serpe intorno
     Con tortuoso piede una vivace
     Edera d’oro, ed un ruscello in mezzo

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     Di purissimo elettro43. Ivi furtivo
     D’Egeria ai santi fortunati amplessi
     150(Ché di tanto fu degno) il successore
     Di Romolo traeva. Ivi le scese
     Leggi dal cielo ricevea sul labbro
     Della diva consorte; e ai mansueti
     Genii di pace traducea le genti
     155Col favor delle Muse e di quel grande
     Spirto divin44, che del troiano Euforbo
     Pria la spoglia animò, poscia, migrando
     Di corpo in corpo, la famosa salma
     Del samio saggio ad informar pervenne,
     160E di Crotone empièo le mute scuole
     Del saper dell’Assiria e dell’Egitto.
V’era una balza dall’opposta fronte,
     Che al bel lago sovrasta, orrendo nido
     Di crude belve un tempo e di colubri,
     165Ed or vasta, ridente, aprica scena
     Di lieti ulivi45. Tra le verdi file
     De’ cecropii46 arboscelli alteramente
     Minerva procedea; che del novello
     Conquistato terren prendea diletto,
     170E con l’alta virtú, che dagli sguardi
     E dall’alma presenza esce de’ numi,
     Liete facea le piante e delle pingui
     Bacche oleose nereggianti i rami.
     L’accompagnava maestoso e bello
     175Alla manca un signor47 d’alta fortuna,
     Che con raro consiglio ed ardimento
     Dell’antico orror suo già spoglia avea
     L’indocile montagna, e le ritrose
     Alpestri glebe all’ostinata cura
     180Del pio cultore ad obbedir costrette.

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     Mentre all’ombra d’un’elce e all’ozio in seno48,
     Che il suo signor gli ha fatto anzi il suo dio,
     Un poeta non vil49 l’aspre vicende
     Di Feronia cantava e per sentiero
     185Non calcato traea l’itale Muse.
All’ultimo con raro magistero
     L’indomito Vulcan v’avea scolpita
     Una dolente giovinetta madre50,
     Che, con ambe le mani al crin facendo
     190Dispetto ed onta, su la fredda spoglia
     Di tre figli piangea tolti alla poppa.
     Taciturna e dimessa il padre Tebro
     Volgea qui l’onda: su la mesta riva
     Ploravano le ninfe, e al Vaticano
     195Una nube di duol copría la fronte.
     Lagrime tante alfin, tanti sospiri
     Faceano forza al ciel51, finché la santa
     Madre d’Amor a consolar la donna
     Dal terzo cerchio52 le piovea nel grembo
     200De’ fecondi suoi raggi il quarto frutto53.
     Siccome vaga tremula farfalla
     Scendea quell’alma, e nel materno seno
     L’avventurosa si venía vestendo
     Di sí lucido vel54, ch’altro non fece
     205Mai piú bell’ombra a piú leggiadro spirto.
     Al felice natal presenti avea
     Sculte il fabbro le Grazie, inclite dive,
     Senza il cui nume nulla cosa è bella55.
     V’era Lucina56, a cui fur date in cura
     210Della vita le porte; eravi Giuno
     Dei talami custode; e di Latona
     L’alma figlia pur v’era, a cui dolenti
     S’odon nel parto sospirar le spose;
     E in disparte frattanto un aureo stame
     215Al fatal fuso ravvolgean le Parche57.
     Delle rugose antiche dee son tutte

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     Di pallid’oro le tremende facce,
     E d’argento le chiome e i vestimenti.
     Del narciso d’Averno incoronate58
     220Van le rigide fronti, e un cotal misto
     Mandan di riverenza e di paura,
     Che l’occhio ne stupisce e il cor ne trema.
Dell’industre Vulcan l’opra tal era,
     Mirabile, immortale. Affumicato
     225E in gran faccenda l’indefesso iddio
     Di qua di là scorrea per la fucina,
     Visitando i lavori e rampognando
     I neghittosi: con le larghe pale59
     Altri il carbon nelle fornaci infonde
     230Scintillanti e ruggenti: altri, con rozze
     Cantilene molcendo la fatica,
     Dà il fiato e il toglie ai mantici ventosi,
     Ché trenta ve n’avea di ventre enormi60:
     Qual su l’incude le roventi masse
     235Del metallo castiga61, e qual le tuffa
     Nella fredda onda, che gorgoglia e stride.
     Rimbomba la caverna; e dalle fronti
     Di quei fieri garzoni in larga riga
     Va il sudor per le gote e le mascelle
     240Sui gran petti pelosi. In questo mezzo
     S’appresentò la veneranda Giuno
     Nella negra spelonca, e parve il fulgido
     Volto del sole che fra dense nubi
     Improvviso si mostra62. E Bronte, il primo
     245Che la vide venir, diè segno agli altri
     Di sostarsi e cessar per lo rispetto
     Della moglie di Giove. Udí Vulcano
     Della madre l’arrivo, e frettoloso,
     Fra tanaglie e martelli e sgominate
     250Di metalli cataste zoppicando,
     Le corse incontro: e, presala per mano,
     Di fuliggine tutta le ne tinse
     La bianca neve. Prestamente quindi
     Le trasse innanzi un elegante seggio,

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     255Che d’oro avea le sponde e lo sgabello
     Di liscio cassitèro63; ove la diva
     Posò l’eburnee piante, e cosí stando
     Di sua venuta le cagioni espose.
     E primamente lamentossi a lungo
     260Dell’adultero Giove; alle cui voglie
     Poco essendo la Grecia, ancor ripiena
     De’ suoi muggiti e de’ suoi nembi d’oro64,
     E per tante or di cigno or di serpente,
     E di zampe caprigne ed altre vili
     265Frodi d’amor contaminata e guasta,
     Or ne venía d’Italia anco le belle
     Spiagge a bruttar de’ suoi lascivi ardori,
     Della moglie dimentico e del cielo.
     E qui fe’ conta del fanciullo imberbe
     270La mentita sembianza e i conceduti
     Di Feronia complessi, e come assunta
     Al concilio de’ numi era la druda;
     E seguí, che per questo ella d’Olimpo
     Lasciato avea le mense e le cortine
     275De’ talami celesti, e che desío
     Sol di vendetta la traea de’ Volsci
     Vagabonda sul lido, ove già rotti
     I primi sdegni avea con alta mole
     D’acque coprendo le pomezie valli
     280E le cittadi alla rival devote;
     Ma non tutte però, ché salva alcuna
     N’avean dall’onde le montagne intorno;
     Quindi ben paga non andar, se tutto
     Non abbatte, non guasta, non diserta
     285L’abborrito paese. Or prendi, o figlio,
     Dell’eterno tuo foco una favilla;
     Sveglia i tremuoti che ozïosi e pigri
     Dormon nel fianco di quei monti: orrendo
     Apri un lago di fiamme, ardi le rupi,
     290Struggi i campi e le selve; e piú non chieggo.
Intento della madre alle parole
     Stava Vulcano65, ad una lunga mazza
     Il cubito appoggiato; e, poi che Giuno
     Al ragionar diè fine, in questi accenti

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     295Su le piante mal fermo, egli rispose:
     Ben io t’escuso, o madre, se di tanta
     Ira t’accendi; ché d’amor tradito
     Somma è la rabbia: ed io mel so per prova,
     Io misero e deforme, e ancor piú stolto,
     300Che bramai d’una diva esser marito66,
     Bella, è ver, ma impudica e senza fede.
     Pur ti conforta; ché per te son io
     A tutto far disposto. Io sotto i muri
     Lagrimosi di Troia a tua preghiera
     305Già col Xanto pugnai67, quando spumoso
     Co’ vortici ei respinse il divo Achille,
     Che di sangue troian gonfio lo fea;
     E i salci gli avvampai, gli olmi, i cipèri68
     E l’alghe e le mirici69 in larga copia
     310Cresciute intorno alla sua verde ripa.
     Or pensa se vorrò non adempire,
     Di Giove in onta, il tuo desir; di Giove
     Mio nemico del par che tuo tiranno.
     Ti rammenta quel dí che fra voi surta
     315Su l’Olimpo contesa70, avventurarmi
     In tuo soccorso io volli. Egli d’un piede
     M’afferrò furibondo, e fuor del cielo
     Arrandellommi71 per l’immenso vòto.
     Intero un giorno rovinai col capo
     320In giú travolto e con rapide rote
     Vertiginose. Semivivo alfine
     In Lenno caddi col cader del sole:
     E chi sa quante in quell’alpestre balza
     Lunghe e dure m’avrei doglie sofferte,
     325Se Eurinome72, la bella ocëanina,
     E l’alma Teti doloroso e rotto
     Non m’accogliean pietose in cavo speco,
     A cui spumante intorno ed infinita
     D’Oceàn la corrente mormorava.
     330Ivi per tema del crudel mi vissi
     Quasi due lustri sconosciuto e oscuro
     Fabbro d’armille e di fermagli e d’altre

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     Opre al mio senno inferïori e vili.
     Or i tuoi torti, o madre, io lo prometto,
     335E in uno i miei vendicherò: poi venga,
     Se il vuol, qua dentro a spaventarmi questo
     Seduttor di fanciulle onnipossente,
     Ingiusto padre ed infedel marito:
     Vedrem che vaglia del suo carro il tuono
     340Senza il fulmine mio, senza l’aita
     Del mio martello. In cosí dir l’irato
     Dio sulla mazza con la man battea:
     Poi gittolla in disparte, e corse ad una
     Delle fornaci. All’infocate brage
     345Appressò le tanaglie: una ne trasse
     D’inestinguibil tempra, e in cavo rame73
     L’imprigionò. Di cotal peste carchi
     Della spelonca uscîr Vulcano e Giuno
     Quai fameliche belve che di notte
     350Lascian la tana74, e taciturne e crude
     Van nell’ovile a insanguinar l’artiglio.
     Della squallida grotta in su l’uscita
     Di rugiadose stille allor raccolte
     Dalle rose di Pesto Iri cosperse
     355La sua reina75, e, con ambrosia il divo
     Corpo lavando, ne deterse il fumo
     Ed ogni tristo odor. Dagl’immortali
     Capelli della dea quante sul suolo
     Caddero gocce del licor celeste,
     360Tante nacquer vïole ed asfodilli76.
Mosse, ciò fatto, la tremenda coppia
     Circondata di nembi; e come lampo
     Che solca il sen della materna nube
     Con sí rapido vol che la pupilla
     365Per quella riga a seguitarlo è tarda77,
     Tal di Giuno e Vulcano è la prestezza.
     Su la vetta calâr precipitosi

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     Delle rupi setine, onde la faccia
     Scopriasi tutta del sommerso piano.
     370 Guarda (disse Giunon), riguarda, o figlio,
     Di mia vendetta le primizie. E in questo
     Gli mostrava l’orribile palude
     Da freschi venti combattuta e crespa,
     Mentre i raggi del Sol vòlti all’occaso
     375Scorrean vermigli su l’incerto flutto;
     Del Sole78, che parea dall’empia vista
     Fuggir pietoso e dietro ai colli Albani
     Pallida e mesta raccogliea la luce.
Già moría su le cose ogni colore,
     380E terra e ciel tacea, fuor che del mare
     L’incessante muggito; allor che pronto
     Il fatal vase scoperchiò Vulcano,
     E all’aura scintillar la rubiconda
     Bragia ne fece. Ne sentiro il puzzo
     385I sotterranei zolfi e le piriti
     E gli asfalti oleosi; e, dal segreto
     Amor sospinti, che tra loro i corpi
     Lega e l’un l’altro a desiar costrigne,
     Ne concepîr meraviglioso affetto,
     390E di salso umidor pasciuti e pingui
     Si fermentaro, ed esalâr di sopra
     Improvvisa mefite79. E pria le nari
     Ne fur de’ bruti e de’ volanti offese,
     Che tosto piene le contrade e i campi
     395Fêr di lunghi stridori e di lamenti.
     N’ulularono i boschi e le caverne,
     E tutti intorno paurosi i fonti
     N’ebber senso d’orror. Corrotte allora
     La prima volta la caronie linfe80
     400Mandâr l’alito rio, che tetro ancora
     Spira e infamato avvicinar non lascia
     Né greggia né pastor. L’almo ruscello
     Di Feronia turbossi, e amare e sozze
     Dalla pietra natía spinse le polle
     405Sí dolci in prima e cristalline. E Alcone
     Pastor canuto, che v’avea sul margo
     Il suo rustico tetto, a sé chiamando
     Su l’uscio i figli, e il mar, le selve, il cielo

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     Esaminando, e palpitando: Oh! (disse)
     410Noi miseri, che fia? Mirate in quale
     Fier silenzio sepolta è la natura!
     Non stormisce virgulto, aura non muove,
     Che un crin sollevi della fronte: il rivo,
     Il sacro rivo di Feronia anch’esso
     415Ve’ come sgorga lutulento81, e fugge
     Con insolito pianto; e là Melampo,
     Che in mezzo del cortil mette pietosi
     Ululati e da noi par che rifugga,
     E a sé ne chiami. Ah chi sa quai sventure
     420L’amor suo n’ammonisce e la sua fede!
     Poniamo, o figli, le ginocchia a terra;
     Supplichiamo agli dèi, che certo in ira
     Son co’ mortali. Avea ciò detto appena,
     Che tingersi mirò l’aria in sanguigno,
     425E cupo un rombo propagossi. Il rombo
     Venía dall’opra di Vulcan; che, ratto
     La montagna esplorando, ove piú vivo
     Con lo spesso odorar sentía l’effluvio
     De’ commossi bitumi, entro un immane
     430Fendimento di rupi era disceso,
     Buio baratro immenso, a cui di zolfi
     Ferve in mezzo e d’asfalti un bulicame,
     Che in cento rivi si dirama e tutte
     Per segreti cunicoli 82e sentieri
     435Pasce le membra degl’imposti monti.
     In questa di tremuoti atra officina
     Lasciò cader Mulcibero83 l’ardente
     Irritato carbone. In un baleno
     Fiammeggiò la vorago, e scoppi e tuoni
     440E turbini di fumo e di faville
     Avvolser tutto l’incombusto dio.
     Piú veloce dell’ali del pensiero
     Per le sulfuree vie corse la fiamma
     Licenziosa, ed abbracciò le immense
     445Ossa de’ monti, e delle valli i fianchi,
     E d’Anfitrite i gorghi. Allor dal fondo
     Senza vento sospinti in gran tempesta
     Saltano i flutti: ondeggiano le rupi,
     E scuotono dal dosso le castella

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     450E le svelte84 cittadi. Addolorata
     Geme la terra, che snodar si sente
     Le viscere, e distrar85 le sue gran braccia.
     E tu, padre di mille incliti fiumi
     E di due mari nutritor, crollasti,
     455O nimboso Appennin, l’alte tue cime;
     E spezzata temesti la catena
     Che i tuoi gioghi all’estreme Alpi congiugne;
     Siccome il dí86, che, col tridente eterno
     Percotendo i tuoi fianchi, il re Nettuno
     460A tutta forza dall’esperio lido
     Il siculo divise e in mezzo all’onde
     Procida spinse ed Ischia e Pitecusa.
     Pluto istesso balzò forte atterrito87
     Dal suo lurido trono, e, visti intorno
     465Crollar di Dite i muri e le colonne
     (Ché dritto a piombo su l’inferna volta
     Il tremoto ruggía), levò lo sguardo,
     E vïolato dalla luce il regno
     De’ morti paventò. Stupore aggiunse
     470L’improvviso nitrito e calpestío
     De’ suoi neri cavalli, che, le regie
     Stalle intronando, inferocian da strano
     Terror percossi, e le morate giubbe
     E le briglie scuotean, foco sbuffando
     475Dalle larghe narici; infin che desta
     A quel romor Proserpina, la bella
     D’Averno imperatrice (che sovente
     Prendea diletto con le rosee dita
     Porger loro di Stige il saporoso
     480Melagrano divino), ad acchetarli
     Corse, e per nome li chiamò, palpando
     Soavemente di que’ feri il petto
     Con le palme amorose. Uscito intanto
     Era Vulcan dalla tremenda buca
     485Lieto dell’opra, e con piacer crudele
     Contemplava la polve e il denso fumo
     Delle svelte città. Giace Mugilla88,
     E la ricca di pampani e d’olivi
     Petrosa Ecètra89, e la turrita Artena,

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     490E l’illustre per salda intatta fede
     Erculea Norba90, a cui di cento greggi
     Biancheggiavano i colli. E tu cadesti,
     Cora infelice91; e nelle tue ruine
     Le ceneri perîr sante del primo
     495Ausonio padre92, né potêr giovarti
     Di Dardano i Penati, né degli almi
     Figli di Leda la propizia stella,
     Che all’aprico tuo suol dolce ridea.
     Voi sole a terra non andaste, o sacre
     500Ansure mura; ché di Giove amica,
     Vi sostenne la destra, e la caduta
     Non permise dell’ara, ove tremenda
     Riposava la folgore divina.
     Sentí di voi pietade il dio, di voi;
     505E non sentilla delle bianche chiome
     D’Alcon, d’Alcone il piú giusto, il piú pio
     Dell’ausonia contrada. Umilemente
     Al suol messo il ginocchio, il venerando
     Veglio tenea levate al ciel le palme;
     510E a canto in quel medesmo atto composti
     Gli eran due figli in vista93 sí pietosa,
     Che fatto avría clementi anco le rupi.
     Quando venne un tremor che vïolento
     Crollò la casa pastorale, e tutta
     515In un subito, ahi! tutta ebbe sepolta
     L’innocente famiglia. Unico volle
     La ria Parca lasciar Melampo in vita,
     Raro di fede e d’amistade esempio.
     Ei, rimasto a plorar su la rovina,
     520Fra le macerie ricercando a lungo
     Andò col fiuto il suo signor sepolto,
     Immemore del cibo, e le notturne
     Ombre rompendo d’ululati e pianti:
     Finché quarto egli cadde, e non gl’increbbe,
     525Piú dal dolor che dal digiuno94 ucciso.

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     Fortunato Melampo! se qualcuna
     Leggerà questi carmi alma cortese,
     Spero io ben che n’andrà mesta e dolente
     Sul tuo fin miserando. Il tuo bel nome
     530Ne’ posteri sarà quello de’ veltri
     Piú generosi; e noi malvagia stirpe
     Dell’audace Giapeto95, a cui peggiori
     I figli seguiran, noi dalle belve
     La verace amicizia apprenderemo96.

Note

  1. favonii: venti primaverili, detti anche zefiri.
  2. mal concessi: concessi da Feronia a proprio danno. Cfr. la nota al v. 23, p. 63.
  3. Io desister dall’opra...?: Virgilio En. I, 37: Mene incepto desistere victam?
  4. Egina: Eaco chiamò cosí dal nome di sua madre, che l’aveva generato di Giove l’isola di Enopia, che però fu devastata da una terribile pestilenza per opera di Giunone. Cfr. Ovidio Metam. VII, 524.
  5. E la stirpe ecc.: cfr. la nota al v. 4, p. 201.
  6. le case... dell’eterno pianto: il Tartaro.
  7. d’Atamante ecc.: Il fatto di Ino e d’Atamante è narrato diffusamente, oltre che da Ovidio (Metam. IV, 420), anche dall’Alighieri. Inf., xxx, 1: «Nel tempo che Giunone era crucciata Per Semelé contra il sangue tebano...., Atamante divenne tanto insano Che, veggendo la moglie con due figli Andar carcata da ciascuna mano, Gridò: Tendiam le reti, si ch’io pigli La leonessa e i leoncini al varco; E poi distese i dispietati artigli. Prendendo l’un che avea nome Learco, E rotollo, e percossolo ad un sasso; E quella s’annegò con l’altro carco».
  8. Tisifone: una delle tre furie.
  9. E pur ecc.: Ino era avola di Bacco, perché questi era figlio di Semele sua sorella; nipote di Venere, perché sua madre Ermione era figlia di quella dea.
  10. Poté ecc.,: Virgilio En. VII, 304: Mars perdere gentem Immanem Lapithum valuit; concessit in iras Ipse deûm antiquam genitor Calydona Dianae; Quod scelus aut Lapithas tantum, aut Calydona merentem? «Servio (Ad Aen. VII, 304) attribuisce l’odio di Marte contro ai Lapiti all’averne il loro re Piritoo invitati tutti gli dei, tranne lui solo, alle sue nozze con Ippodamia. E la conseguenza si fu, che i Centauri, presi da furore nel piú bello della festa, si azzuffarono co’ Lapiti, e ne avvenne quella strage miseranda ch’è descritta da Ovidio nelle Metam. lib. XII, v. 210 e segg. Diana venne in ira contro i Calidonii, perché il loro re Eneo erasi dimenticato di essa nell’offrire sacrificii a tutti gli dei. Di qui il famoso cignale che devastava quelle terre, e la caccia in cui fu preso, e la contesa sul dividerne la spoglia; onde finalmente Calidone cadde in potere de’ Pleuronii. Vedi Omero Iliade IX, 529 e segg.; Apollodoro, lib. I; Ovidio Metam. VIII, 272 ecc.» Mg.
  11. Ed io ecc.: Virgilio En. 1, 46: Ast ego, quae divûm incedo regina Iovisque Et soror et coniux...
  12. Oh ecc.: En. I, 39: Quippe vetor fatis!
  13. il senno ecc.: Accenna a’ tentativi di prosciugamento fatti da molti imperatori e papi e massimamente all’opera di Pio VI. Cfr. la nota d’introd. e la nota al v. 575. c. III.
  14. Parche: cfr. la nota al v. 48, p. 99. Cfr. anche Ovidio Metam. V, 532.
  15. la sua Latona: una perseguitata da me come fu già nella Grecia Latona, cioè Feronia stessa.
  16. Nel turbato ecc.: Virgilio En. I, 50: Talia flammato secum dea corde volutans, Aeoliam venit.
  17. Nell’eolie spelonche: cfr. la nota al v. 389, p. 111.
  18. Nemorense: Il territorio nemorense, chiamato da Plinio (St. Nat. XXXV, 7), da Ovidio (Fast. III, 261) e da Vitruvio (IV, 7), quasi per eccellenza, nemus Dianae, fu cosí detto dalle selve (nemora), che crescevano a’ piedi del monte Albano presso ad Aricia. Cfr. ancho Properzio III, xxi, 25.
  19. Amnisídi: «Callimaco nell’inno a Diana (v. 15) fa che questa dea ancor bambina e sedente su le ginocchia di Giove suo padre lo richiegga d’alcuni doni e, fra gli altri, di questo: Da etiam minintras, viginti mymphas Amnisidae, quae mihi venatica calceamenta et, cum lyncas cervosque venari desidero, veloces canes recte curent. Egli poi torna nell’inno medesimo (v. 162) a far menzione di queste ninfe, rammentato anche da Apollonio Rodio (Arg. III, 887 e 822) che lo fa abitare presso le sorgenti dell’Aminisio, fiume in cui era solita bagnarsi Diana, come nel Partenio». Mg.
  20. gargafie fonti: il fiume Gargafia noi territorio di Platea in Beozia. Cfr. Erodoto IX, 25.
  21. Eurota: fiume della Laconia, oggi Basilipotamo.
  22. Del Taïgeto ecc.: Omero Odiss. VI, 146 (tr. Pindemonte): «Come Diana per gli eccelsi monti O del Taigeto muove, o d’Erimanto. Con la faretra agli omeri, prendendo De’ ratti cervi e de’ cinghiai diletto ecc.».
  23. le parrasie cerve: cfr. la nota al v. 458. c. I.
  24. Erran pascendo: cfr. Callimaco Inn. a Dian., 162.
  25. Di Minerva ecc.: cfr. Musog., v. 513.
  26. Trivia: la luna, Diana in cielo.
  27. placabile: perché non le venivano sacrificati, come s’usava nella Tauride, tutti gli stranieri che fossero capitati colà. Virgilio En. VII, 764: placabilis ara Dianae.
  28. Del grande Atride ecc.: Si disse che Ifigenia ed Oreste, figli di Agamennone (Atride: figlio d’Atreo), profughi dalla Tauride, recassero nel Lazio il simulacro di Diana, chiuso in un fascio di legne: onde essa fu detta Fascelis. Cfr. Igino, fav. 261; Servio Ad Aen. II, 116.
  29. Pietoso ecc.: Ovidio Trist. IV, iv, 69: Dubium pius an sceleratus Orestes. «Il giudlzio se Oreste dovesse condannarsi o no pel matricidio da lui commesso in vendetta del padre fu dagli dei confidato all’areopago di Atene; ed il reo venne assoluto pel voto di Minerva (Vedi Eschilo Le Eumenidi) ». Mg.
  30. ignipotente: Vulcano, Cfr. Virgilio En. VIII, 414 e 423.
  31. e l’are ecc.: Anche nel Lazio si facevan sacrifizi cruenti alla dea. «Allorquando uno schiavo fuggito dal suo padrone giungeva in que’ luoghi, veniva messo a duello col capo de’ sacerdoti, o, se riusciva vincitore coll’ucciderlo, occupava egli quel posto, finché per eguale maniera non gli venisse tolto da un altro. Perciò scrive Strabone nel libro V, che il sacerdote di Diana Nemorense tiene sempre imbrandito il pugnale, temendo di chi lo assalti, e pronto a rispondere». Mg. Cfr. anche Pausania II, xxvii, 4 e Valerio Fiacco Argon. II, 303.
  32. Mirasi ecc.: cfr. la nota al v. 615 del c. I.
  33. foca: «Euripide e dietro lui Ovidio fanno spaventare i cavalli d’Ippolito da un toro. Il nostro poeta a questo animale terrestre ha sostituito una foca, coll’autorità di Servio (Ad Aen. VI. 445): e già le foche sono i buoi del mare, siccome lo stesso Servio scrive». Mg.
  34. Di Trezene ecc.: Allude a que’ versi che Euripide, su la fine dell’Ippolito, pone in bocca a Diana (trad. Bellotti): «.... A compensarti Di quanto or soffri, o giovine infelice, A te poscia in Trezene incliti onori Assegnerò. Le giovinette figlie Pria delle nozze a te recideranno Le lunghe chiome, e ti daran solenne Di lagrime tributo; e delle vergini Le pietose canzoni ognor devote Saranno a te». Cfr. anche Pausania II, xxxii, 1.
  35. Crudel Ciprigna (Venere), perché aveva spinto la matrigna Fedra, innamorata del figliastro Ippolito, ad accusarlo ingiustamente al padre Teseo; piú crudel Nettuno, perché aveva suscitato contro i cavalli di quello la cerulea foca.
  36. Esculapio: figlio di Apollo e di Coronide e dio della medicina.
  37. delle Parche il dritto: le leggi della morte.
  38. muta: che opera silenziosa.
  39. deliaca: di Delo.
  40. Delle leggi ecc.: Numa Pompilio, sabino, il secondo re di Roma (714-672 av. C.), per dar maggiore autorità alle leggi religiose da lui promulgate, fingeva d’aver intorno ad esso i consigli della Ninfa Egeria, nell’antro ch’egli aveva dedicato a lei e alle Muse. Cfr. Livio I, 18 e segg. e Ovidio Metam. XV, 479.
  41. di nero cianèo: «di lapislazzolo puro, senza macchie bianche o giallastre, che rendono meno stimata questa pietra”. Pierg.
  42. cirrèo: cfr. la nota al v. 23, p. 41.
  43. elettro: ambra.
  44. Spirto divin: Pitagora. «Una popolare credenza faceva questo filosofo maestro di Numa: benché, come osserva T. Livio (I, 18), egli sia fiorito più di cento anni dopo, regnando Servio Tullio. Fondò quella setta di filosofi che dicesi italica; ebbe scuola in Crotone città della Magna Grecia; ed insegnava la metempsicosi, cioè la trasmigrazione delle anime, confermandola col proprio esempio; giacché diceva che la sua anima era stata prima in Euforbo figlio di Panto ucciso da Menelao (Iliade XVII, 43 e segg.), poi ora passata in Ermotimo, poi in Pirro e finalmente in lui. Luciano mette in ridicolo questa dottrina nel dialogo che ha per titolo Il sogno ossia Il Gallo. I discepoli di Pitagora erano obbligati ad alcuni anni di rigoroso silenzio; il perché dal poeta è dato l’aggiunto di mute alle scuole di Crotone». Mg.
  45. Ed or ecc.: «Accenna vari miglioramenti fatti dal duca Braschi nelle sue tenute Nemorensi, e principalmente la piantagione di alcuni oliveti in luoghi prima incolti o pieni di serpi». Mg.
  46. cecropii: cfr. la nota al v. 1, p. 2.
  47. un signor: il Braschi. Cfr. la nota d’introd. a p. 9.
  48. all’ozio in seno: in istato di quiete e di tranquillità. Cfr. la nota al V. 43, p. 42.
  49. Un poeta: il Monti stesso.
  50. Una dolente ecc.: la sposa del Braschi. Cfr. la nota d’introd. a p. 9.
  51. Faceano forza al ciel: Petrarca P. I, canz. XI, 38: «E faccia forza al cielo, Asciugamlosi gli occhi col bel velo».
  52. Dal terzo cerchio: Cfr. Dante Par. viii, 1 e segg.
  53. il quarto frutto: «Questi.... versi attestano indubbiamente che il M. attendeva al poema della Feron. mentre donna Costanza era incinta del quarto figliuolo, ciò ch’avveniva per l’appunto nella seconda metà del 1784». Vicchi VI, 250.
  54. vel: corpo. Cfr. la nota al v. 64, p. 128. — ch’altro non fece ecc. . Petrarca P. II, canz. i, 38: «quel velo Che qui fece ombra al fior degli anni suoi».
  55. Senza ecc.: cfr. il v. 8 del Serm. sulla Mit.
  56. Lucina: cfr. Ovidio Fast. III, 223 e la nota al v. 1, p. 186.
  57. Parche: cfr. la nota al v. 48, p. 99.
  58. Del narciso ecc.: cfr. la nota al v. 44, p. 98.
  59. con le larghe paleííí: cfr. Virgilio Georg. IV, 170 e segg.
  60. Ché trenta ecc.:» Omero nel decim’ottavo dell’Iliade (v. 470) mette venti mantici a soffiare nella fornace di Vulcano, quand’egli si fa a fabbricare le armi di Achille. Callimaco nell’Inno a Diana e Virgilio nell’ottavo dell’Eneide [v. 416 e segg.] descrivendo anch’essi con ogni bellezza di poesia le fucine di Vulcano, non determinano il numero de’ mantici». Mg.
  61. castiga: corregge, perfeziona.
  62. e parve il fulgido ecc.: Dante Par. xxiii, 79: «Come a raggio di sol, che puro mei Da fratta nube...»
  63. cassitèro: stagno, metallo ch’era in gran pregio presso i Greci.
  64. ancor ripiena ecc.: cfr. la nota al V. 118, p. 101.
  65. Intento ecc.: o Vulcano è rappresentato in atto quasi conforme da Apollonio Rodio (Arg. IV, 956), allorché sta osservando il passaggio de’ Minii fra le rupi cianèe: Questo a mirar dello spianato sasso In su la vetta il re Vulcan medesmo Stava in pie ritto, la pesante spalla Sovra il manubrio dol martel poggiando». Mg.
  66. d’una diva ecc: di Venere. Cfr. Omero Odiss. VII, 266 e segg.
  67. Già col Xanto ecc.: cfr. Omero Iliad. XXI, 342 e segg.
  68. i cipèri: specie di giunchi.
  69. le mirici: le tamerici.
  70. Ti rammenta ecc.: cfr. Omero Iliad. I, 590 e XVIII, 397 e segg.
  71. Arrandellommi: mi scagliò come se fossi stato un randello. Ariosto XVIII, 6: «Prende l’altro nel petto, e l’arrandella In mezzo alla città sopra le mura».
  72. Eurinome «ebbe tempio e sacrificii in Arcadia presso la città di Figalia al confluente dei fiumi Neda e Limace. (Pausania, lib. VIII, cap. 41, 4). Di Tetide, madre di Achille, non è d’uopo di far parole». Mg.
  73. e in cavo rame: Tasso XII, 42: «E lor porge di zolfo e di bitumi Due palle, e ’n cavo rame ascosi lumi».
  74. Quai fameliche belve ecc.: Tasso XIX, 35: «Qual lupo predatore a l’aer bruno Le chiuse mandre insidïando aggira, Secco l’avide fauci, e nel digiuno Da nativo odio stimulato e d’ira...»
  75. Di rugiadose stille ecc.: «Questa circostanza del lavare che fa Iride colla rugiada il corpo di Giunone, allorché essa esce dall’inferno, è tolta da Ovidio, Metam. lib. IV, v. 478: Laeta redit Iuno, quam caelum, intrare parantem Roratis lustravit aquis Thaumantias Iris. Anche Dante, uscito dall’inferno, fa che Virgilio gli deterga colla rugiada del purgatorio le guance lagrimose (Purg. I, v. 121 e segg.)». Mg.
  76. asfodilli: della famiglia delle gigliacee.
  77. e come lampo ecc.: cfr. Dante Purg. v, 37 e xv, 131, o Par. xxiii, 40.
  78. Del sole, ecc. cfr. i v. 154 segg., p. 175.
  79. mefite: puzzo, prodotto dalle esalazioni sulfuree.
  80. le caronie linfe; Non lungi da Terracina era la fonte Caronia (cfr. Plinio II, 93), che avvelenava col puzzo uomini ed animali.
  81. sgorga lutulento: Orazio Sat. I, iv, 11: Cum flueret lutulentus.
  82. cunicoli: strade sotterranee.
  83. Mulcibero: Fonditore, soprannome di Vulcano. Cfr. Virgilio En. VIII, 721.
  84. svelte: sradicate.
  85. distrar: distaccare a forza.
  86. Siccome il dí ecc.: Dello staccamento della Sicilia dal restante d’Italia fanno fede Plinio (II, 89), Diodoro Siculo (IV, 87), Lucano (II, 435), Virgilio (En. III, 414) ecc. ecc.
  87. Plato istesso ecc.: cfr. la nota al v. 405, p. 111.
  88. Mugilla, sui monti Lepini tra Sozzo e Gora.
  89. Ecètra, su gli stossi monti, vicina a Cora o ad Artena. Cfr. Corradini Vetus Latium II, 16.
  90. E l’illustre ecc.; Norba, che si dicova fondata da Ercole e sorgeva ne’ monti tra i fiumi Astura e Ninfeo: fu sempre fedele a Roma.
  91. Cora (cfr. la nota al v. 611, c. I) si disse fondata da Dardano. Cfr. Plinio St. Nat. III, 5. Aveva un famoso tempio dedicato a Castore e a Polluce.
  92. del primo ausonio padre: Da certi monumenti si può dedurre che a Cora fosse anche un tempio «in onoro di Giano, cui gli antichi italiani invocavano col nome di padre (vedi Virgilio En. VIII, 357), e sotto il cui regno, scrive Macrobio (Saturn., lib. 1, cap. 9), tutte le case furono munite di religione e di santità, onde gli vennero decretati onori divini». Mg.
  93. in vista ecc. cfr.: v. 138, c. II Bass.
  94. Piú dal dolor ecc.: Dante Inf. xxvi, 75: «Poscia piú che il dolor potè il digiuno».
  95. Dell’audace Giapeto: cfr. la nota al V. 45, p. 47. — a cui peggiori ecc.: Orazio Od. III, vi, 46: Aetas parentum, peior avis tulit Nos nequiores, mox daturos Progeniem vitiosiorem!
  96. Cfr. Il Bardo della S. N. (canto VII, in fine) ov’è, in un episodio consimile, lodata la fedeltà di Melampo, dal quale «noi, sol d’odio e di superbi sdegni Stirpe nudrita,.... Se imitarne la fede un dí sapremo, Noi la vera amistade impareremo».