Filippo/Atto secondo/Scena quarta

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Atto secondo

Scena quarta

../Scena terza ../Scena quinta IncludiIntestazione 31 agosto 2009 75% Tragedie

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FILIPPO, ISABELLA, CARLO, GOMEZ.

FILIPPO
Prence, ti appressa. - Or, di’; quando fia il giorno,
in cui del dolce nome di figliuolo
io ti possa appellare? In me vedresti
(deh tu il volessi!) ognor confusi i nomi
e di padre e di re: ma, perché almeno,
da che il padre non ami, il re non temi?
CARLO
Signor; nuova m’è sempre, ancor ch’io l’abbia
udita spesso, la mortal rampogna.
Nuovo cosí non m’è il tacer; che s’io
reo pur ti appajo, al certo io reo mi sono.
Vero è, che in cor non giá rimorso io sento,
ma duol profondo, che tu reo mi estimi.
Deh! potess’io cosí di mie sventure,
o, se a te piace piú, de’ falli miei,
saper la cagion vera!
FILIPPO
Amor,... che poco
hai per la patria tua, nulla pel padre;
e il troppo udir lusingatori astuti;...
non cercar de’ tuoi falli altra cagione.
CARLO
Piacemi almen, che a natural perversa
indole ascritto in me non l’abbi. Io dunque
far posso ancora del passato ammenda;
patria apprender cos’è; come ella s’ami;
e quanto amare io deggia un padre; e il mezzo
con cui sbandir gli adulator, che tanti
te insidian piú, quanto hai di me piú possa.
FILIPPO
- Giovin tu sei: nel cor, negli atti, in volto,
ben ti si legge, che di te presumi
oltre al dover non poco. In te degli anni
colpa il terrei; ma, col venir degli anni,
scemare io ’l senno, anzi che accrescer, veggio.
L’error tuo d’oggi, un giovanil trascorso
io ’l nomerò, benché attempata mostri
malizia forse...
CARLO
Error!... ma quale?...
FILIPPO
E il chiedi? -
Or, nol sai tu, che i tuoi pensier pur anco,
non che l’opre tue incaute, i tuoi pensieri,
e i piú nascosi, io so? - Regina, il vedi;
non l’esser, no, ma il non sentirsi ei reo,
fia il peggio in lui.
CARLO
Padre, ma trammi al fine
di dubbio: or che fec’io?
FILIPPO
Delitti hai tanti,
ch’or tu non sai di quale io parli? - Ascolta. -
Lá dove piú sedizíosa bolle
empia d’error fucina, ivi non hai
pratiche tu segrete? Entro mia reggia,...
furtivamente,... anzi che il dí sorgesse,...
all’orator dei Batavi ribelli
lunga udíenza, e rea, non desti forse?
A quel malvagio, che, se ai detti credi,
viene a mercé; ma in cor, perfidia arreca,
e d’impunito tradimento speme.
CARLO
Padre, e fia che a delitto in me si ascriva
ogni mia menom’opra? È ver, che a lungo
all’orator parlai; compiansi, è vero,
seco di que’ tuoi sudditi il destino;
e ciò ardirei pur fare a te davanti:
né forse dal compiangerli tu stesso
lunge saresti, ove a te noto appieno
fosse il ferreo regnar, per cui tanti anni
gemono oppressi da ministri crudi,
superbi, avari, timidi, inesperti,
ed impuniti. In cor pietade io sento
de’ lor mali; nol niego: e tu, vorresti
ch’io, di Filippo figlio, alma volgare
avessi, o cruda, o vile? In me la speme
di riaprirti alla pietade il core,
col dirti intero il ver, forse oggi troppo
ardita fu: ma come offendo io ’l padre,
nel reputarlo di pietá capace?
Se del rettor del cielo immagin vera
in terra sei, che ti pareggia ad esso,
se non è la pietá? - Ma pur, s’io reo
in ciò ti appajo, o sono, arbitro sei
del mio gastigo. Altro da te non chieggo,
che di non esser traditor nomato.
FILIPPO
... Nobil fierezza ogni tuo detto spira...
Ma del tuo re mal penetrar puoi l’alte
ragioni tu, né il dei. Nel giovin petto
quindi frenar quel tuo bollor t’è d’uopo,
e quella audace impazíente brama
di, non richiesto, consigliar; di esporre,
quasi gran senno, il pensier tuo. Se il mondo
veder ti debbe, e venerarti un giorno
sovra il maggior di quanti ha seggi Europa,
ad esser cauto apprendi. Ora in te piace
quella baldanza, onde trarresti allora
biasmo non lieve. Omai, ben parmi, è tempo,
di cangiar stile. - In me pietá cercasti,
e pietá trovi; ma di te: non tutti
degni ne son: dell’opre mie me solo
giudice lascia. - A favor tuo parlommi
or dianzi a lungo, e non parlommi indarno,
la regina: te degno ancor cred’ella
del mio non men, che del suo amore... A lei,
piú che a me, devi il mio perdono;... a lei.
Sperar frattanto d’oggi in poi mi giova,
che tu saprai meglio stimare, e meglio
meritar la mia grazia. - Or vedi, o donna,
che a te mi arrendo; e che da te ne imparo,
non che a scusare, a ben amar mio figlio.
ISABELLA
... Signor...
FILIPPO
Tel deggio, ed a te sola io ’l deggio.
Per te il mio sdegno oggi ho represso, e in suono
dolce di padre, ho il mio figliuol garrito.
Pur ch’io pentir mai non men debba! - O figlio,
a non tradir sua speme, a vie piú sempre
grato a lei farti, pensa. E tu, regina,
perché piú ognor di bene in meglio ei vada,
piú spesso il vedi,... e a lui favella,... e il guida. -
E tu, la udrai, senza sfuggirla. - Io ’l voglio.
CARLO
Oh quanto il nome di perdon mi è duro!
Ma, se accettarlo pur dal padre or debbo,
e tu per me, donna, ottenerlo, ah! voglia
il mio destin (ch’è il sol mio fallo) a tale
vergogna piú non mi far scender mai.
FILIPPO
Non di ottenerlo, abbi miglior vergogna
di mertar tu dal genitor perdono.
Ma basti omai: va; del mio dir fa’ senno. -
Riedi, o regina, alle tue stanze intanto;
me rivedrai colá fra breve: or deggio
dar pochi istanti ad altre cure gravi.