Filocolo/Libro quinto/46

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Libro quinto - Capitolo 46

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Non parlò più avanti Glorizia, se non: - Quanto ti piace attenderò -; e tacitamente da lei partendosi, fra sé disse: - Quello Iddio cui io adoro e in cui io spero, tosto me la faccia vedere -. Sopravenuta la notte, Biancifiore nel dilicato letto si diede al notturno riposo: la quale poi che de’ gradi con che sale ebbe passati cinque, nel sonno furono da Biancifiore mirabili cose vedute. A lei pareva essere in parte da lei non conosciuta, e quivi vedere davanti da sé sospesa in cielo una donna di grazioso aspetto molto, e le bellezze di quella le sue in grandissima quantità le parea che avanzassero; a cui ella vedea sopra la bionda testa una corona di valore inestimabile al suo parere, e i suoi vestimenti vermigli e percossi da una chiara luce fiammeggiavano tutto il circunstante aere, de’ quali niuna parte d’essa era sanza adornamento di nobilissime pietre o d’oro; e nella destra mano le vedea una palma verde, simile da lei mai non veduta, e la sinistra tenea sopra un pomo d’oro, che sopra il sinistro ginocchio si riposava, e sedea sopra due grifoni, i quali verso il cielo volando, tanto l’avevano verso quello portata, che le parea che la sua corona con le stelle si congiungesse, e sotto i suoi piedi tenea un altro pomo, nel quale Biancifiore rimirando estimava che tutte le mondane regioni descritte vi fossero e potesservisi vedere. Ella vide similemente dal destro e dal sinistro lato di costei, da ciascuno, un uomo di grandissima autorità ne’ suoi sembianti; ma quelli che dalla destra della bella donna sedea, le parea che fosse antico, e negli atti suoi modesto molto, similemente come la donna incoronato di corona significante incomparabile dignità, il quale era vestito di vestimenti bianchi, ben che un vermiglio mantello sopra quelli avesse disteso, e sopra uno umile agnello le parea che si sedesse, nella mano destra tenendo due chiavi, l’una d’oro e l’altra d’ariento, e nella sinistra un libro, e i suoi occhi sempre avea al cielo. Ma certo colui che dalla sinistra della donna sedeva, era d’altro aspetto: egli era giovane e robusto e fiero ne’ sembianti, incoronato d’una corona tanto bella che quasi con la luce che da essa movea e la donna e ’l vecchio tutti facea risplendenti, e era di vermiglio vestito come la donna, e sedea sopra un ferocissimo leone, nella sinistra mano tenendo una aquila e nella destra una spada, con la quale in quel ritondo pomo che la bella donna sotto i piedi tenea, faceva non so che rughe. Le quali cose Biancifiore con ammirazione riguardando, e massimamente la bellezza della gentil donna, fra sé le parea così dire: - O bella donna, la quale nel viso non sembri mortale, beato colui che sì singulare bellezza possiede come è la tua! Certo io non vorrei per alcuna cosa che così com’io ti veggio il mio Florio ti vedesse, però che mi pare essere certa che di leggiere me per te metteria in oblio; ma caro mi saria molto conoscerti, acciò che la degna laude che tu meriti, con la mia voce manifestassi agl’ignoranti -. Queste parole dette, parea a Biancifiore che la donna così le parlasse: - O cara figliuola, tanto si stenderà la mia vita quanto il mondo si lontanerà; e allora che tutte le cose periranno, e io. Le mie bellezze, secondo la tua estimazione, n’hanno già molti fatti beati e fanno e faranno, solamente che di quelle si truovino disianti, le quali però sì come tu imagini, non hanno potenza di nuocere alle tue. Tu disiderosa nel tuo parlare di conoscermi, il dì passato rifiutasti di venirmi a vedere e a conoscere. Io per te perdei il tuo padre e la tua madre, e tu di loro non vuoi il difetto rintegrare. Se io ti paio così bella come tu di’, come a vedere non mi vieni? Ora io voglio che tu sappi ch’io sono la tua Roma. E se i peccati del tuo suocero, de’ quali gran parte fieno, per costui, volgendosi al vecchio, davanti la maestà del sommo Giove deleti, non fossero, il tuo Florio la spada di quest’altro ancora terrebbe; però viemmi a vedere sanza alcuno indugio: il tuo fattore vuole, e non sanza gran bene di te e del tuo marito -. E questo detto sparì, né più la vide avanti Biancifiore; per che rimasa stupefatta nel sonno di tanta bellezza, dopo picciolo spazio si svegliò, né più dormì quella notte: anzi, sopra ciò che veduto avea, pensosa stette infine che il sole apparve. Allora ella e Filocolo levati e venuti a’ verdi boschi, e rimirando i nuovi tagliatori, ciò che Glorizia il passato giorno l’avea parlato e quello che la notte avea veduto, detto e udito gli raccontò; dopo ciò che detto l’avea, intimamente pregandolo che, se essere potea sanza disturbamento del suo avviso, che essi avanti a tutte l’altre cose dovessero visitare Roma, la quale mai veduta non aveano. Molto si maravigliò Filocolo di ciò che a Biancifiore udì contare, e vedendo il disio di Biancifiore così acceso d’andare a Roma, mutò disio, e rispose: - Biancifiore, cara sposa, tanto m’è caro quanto a te piace: a tuo volere sia la nostra andata, quando ordinato avrò quello che i fati hanno voluto ch’io incominci -. A cui Biancifiore disse: - Signor mio, a tua posta sta e l’andare e ’l dimorare; ma se di ciò il mio disio si seguisse, il più tosto che si potesse saremmo in cammino -. - E sì saremo noi - rispose Filocolo.