Filocolo (Laterza 1938)/Nota

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Nota

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Libro V Indice dei nomi
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NOTA

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Per la presente edizione mi son servito dei seguenti codici, che costituiscono la maggior parte della tradizione manoscritta del Filocolo. Non ho potuto procedere ad una sistematica classificazione, perché mi è mancato il sussidio degli altri esemplari, ma ho individuato alcuni sicuri elementi discriminativi (varianti, lacune, didascalie), che spero di documentare e valutare quanto prima in altra sede, non appena mi sará possibile estendere la collazione anche al di fuori delle biblioteche di Roma e di Firenze, a cui per ora mi sono limitato.

1. Riccardiano 1022, della prima metá del secolo XV, composto di 206 carte. Per la descrizione, si veda S. Morpurgo, I manoscritti della R. Biblioteca Riccardiana, Roma, 1900, p. 16.

2. Riccardiano 1062, della meta del secolo XV, di carte 246. Anche per questo esemplare si veda la descrizione di S. Morpurgo, op. cit., pp. 54-551.

3. Laurenziano, Pluteo XLII, codice 36, del secolo XV, di 169 carte. Si veda A. M. Bandini, Catalogus cod. itat. Bibl. Med. Laurent., V, Firenze, 1778, col. 197.

4. Laurenziano, Pluteo LXXXX sup., codice 100, del sec. XV, di 214 carte. Si veda A. M. Bandini, op. cit., col. 381. [p. 570 modifica]

5. Laurenziano, Ashburnhamiano 491, del secolo XV, composto di 225 carte, in ottimo stato, con un testo che è tra i piú attendibili.

6. Laurenziano, Ashburnhamiano 12132, del secolo XV, composto di 131 carte: ma è acefalo e mutilo di qualche carta3.

7. Corsiniano G. 44.5 (Fondo Rossi, n. VI), della Biblioteca della R. Accademia dei Lincei. Risale ai primi anni del secolo XV, se non proprio alla fine del secolo precedente; consta di 135 carte.

8. Corsiniano G. 44.15 (Fondo Rossi, n. XV), della Biblioteca della R. Accademia dei Lincei. Appartiene alla metá del secolo XV e consta di 193 carte.

9. Vaticano-latino, 8506, del secolo XV, composto di 180 carte.

10. Vaticano-Chigiano L. VI, 223, del secolo XV, composto di 176 carte4.

È la prima volta che a servizio di un’edizione del Filocolo si ricorra direttamente a tanti codici, dai quali, sia per il numero e sia per le ottime condizioni del testo, risulta una lezione corretta e, possiamo dire, critica, anche se non si è completata la collazione e la classificazione di tutti i codici esistenti. Mentre le prime stampe — della fine del Quattrocento e dei primi anni del Cinquecento5 — sono relativamente attendibili perché si rifanno di [p. 571 modifica] solito ad un unico codice, che per lo piu non è difficile identificare, con l’edizione del Sansovino6, che è quella più diffusa e alla quale si sono attenuti perfino gli editori moderni, come il Moutier che pure ebbe sotto gli occhi qualche esemplare manoscritto, si venne a costituire un testo apparentemente corretto, ma complessivamente deformato da arbitrari interventi, molti dei quali si sono tramandati con una tenacissima fedeltà che sta a testimoniare quanto sia difficile per un editore che non proceda a una generale esplorazione dei codici, epurare coraggiosamente il testo e scostarsi risolutamente dalla lezione sancita dall’autorità delle stampe. Riporto qualche passo, fra i tanti, in cui il testo appare non soltanto migliorato, ma viene ad acquistare un significato completamente diverso e nuovo. E poiché l’edizione che in questi ultimi anni ha reso più accessibile il Filocolo è quella curata da E. de Ferri7, complessivamente rimasto fedele alle stampe e in particolar modo a quella del Moutier, metto a confronto la sua lezione con il testo critico quale risulta dalla collazione dei manoscritti citati qui sopra: il raffronto dà l’opportunità di discutere e giustificare alcune varianti assai caratteristiche. Faccio precedere la lezione erronea, indicando però la pagina secondo la presente edizione:

Pag. 3: « ... la quale Giunone la morte della pattuita Didone cartaginese non avea voluto in ultimo dimenticare, all’altre offese porre debita dimenticanza, ecc.» Il nostro testo legge: « ... la quale ecc. non avendo voluto inulta dimenticare, e all’altre offese porre non debita dimenticanza ecc. » . In tal modo tutto il senso è capovolto e l’intero proemio, faticosamente allegorico e falsamente solenne, ne riceve una diversa luce.

Pag. 15: «O Tiberio Gracco, fu tanta la pietà che avesti di Cornelia tua cara sposa, quando lasciasti la femina, sempre [p. 572 modifica]risparmiando anzi la sua vita che la tua propria, quanta fu quella, ecc,». Invece la lezione manoscritta, critica s’intende, sostituisce serpe a sempre, che va considerato come vero e proprio errore di lettura favorito dall’oscuritá del passo; che fa diretta allusione ad un episodio aneddotico che il Boccaccio derivava da Valerio Massimo. Ecco il passo secondo la nota versione trecentesca: «Tiberio Gracco, essendo prese due serpi nella sua casa, l’uno maschio e l’altra femina, fu certificato dallo aguratore che, il maschio lasciato, alla sua moglie significava tosta morte, e la femina, a lui che ’l morir s’affrettava. Onde elli piú tosto seguitando quella parte dell’agurio, nella quale era la salute della sua moglie, che quella parte dov’era la sua, comandò lo maschio uccidere e la femina lasciare»8.

Pag. 21: «... mostrandone manifesti segni della nostra fuga, la quale infino agli ultimi termini della nostra potenza mostra che si debba con crudele uccisione difendere.», laddove il verbo finale non da senso, che invece si chiarisce con la giusta lezione distendere. [p. 573 modifica]

Pag. 22: «Sia da voi conceduto adunque che io prima percosso da Atropo renda lo spirito agl’iddii infernali, che queste co’ procedenti co’ morti insieme, che io, ecc.», e il passo, dove ho segnato in corsivo, non ha senso, né si regge sintatticamente. Viceversa, il nostro testo rettifica e semplifica: «Sia da voi conceduto adunque che io prima, percosso da Atropos, renda lo spirito agl’iddii infernali co’ precedenti morti insieme, che io, ecc.» .

Pag. 29: «La seconda [schiera]... fece menare ad un giovane della sua terra Ortazio, sommo poeta, nominato Artifilo...», con un’espressione contorta, senza dire che il Boccaccio non avrebbe mai dato la qualifica di «sommo poeta» a un personaggio immaginario. Nel nostro testo si legge: «La seconda... fece menare ad un giovane della tua terra, o Stazio sommo poeta, nominato Artifilo...».

Pagg. 58-59, i versi 5-6 dell’epitaffio di Giulia: ... che, in parto abbandonato, in non dovuto | modo giá fu...», non davano senso, che viceversa risulta dal nostro testo: «che, in parto, abbandonati in non dovuto | modo ci ha...».

Pag. 78: «Siano de’ loro amori ripresi lo scellerato Tereo e Macareo, li quali sconciamente amarono...» , laddove i codici hanno: «Siano de’ loro amori ripresi la trista Mirra e lo scellerato Tereo [p. 574 modifica]e la lussuriosa Semiramis, ecc.», con quei richiami, cioè, che in altri punti dello stesso Filocolo ritornano raccostati.

Pag. 90: «Ma di questo male m’è piú cagione il mio crudel padre... O crudele padre, tu avrai interamente l’effetto delle parole da me dette. Esse questa mattina ti furono dolenti augurii, e oggi ti saranno dolenti portatrici del foco...». Il significato è assai stentato e lo stesso movimento sintattico non risponde all’uso boccaccesco, come invece risulta dal nostro testo: «Ma di questo male m’è piú cagione il mio crudel padre... O crudele padre tu l’avrai interamente! Le parole da me dette questa mattina ti saranno dolente augurio e oggi ti faranno dolente apportatore del foco...».

Pag. 95: «... dicendo che... mai piú per ozio o per vergogna non perderebbe, che egli non ispendesse il tempo in amorosi baci.» , dove è da leggere rimarrebbe, senza cui il periodo non ha senso.

Pag. 101: «E se egli avvenisse che io gliela negassi, e che egli occultamente se la prendesse...» , dove la correzione degli editori era suggerita dal senso dell’intera pagina, salvo che in questo modo l’espressione risulta banale. E invece: «E se egli avvenisse che io gliela donassi o che ecc.» , continuando le varie ipotesi che il re rivolge nella sua coscienza di padre.

Pag. 111. «Ma a me è avvenuto quello che avviene a chi scalda la serpe nel suo seno quando i freddi Aquiloni soffiano, che sí come egli è il primo da lei morso, cosí io per guiderdone dell’onore fattole sono stato da lei presso che morto; e morto m’avrebbe ella se ’l mio avvedimento non fosse stato.» , che la tradizione manoscritta legge con maggiore semplicitá e con piú vigore stilistico: «E di tutto questo a me è avvenuto come avviene a chi riscalda la serpe nel suo seno, quando i freddi Aquiloni soffiano, che egli è il primo da lei morso. Vedete che similmente ella in guiderdone del ricevuto onore m’ha voluto uccidere: e sí avrebbe ella fatto, se ’l vostro avvedimento non fosse suto».

Pag. 124: «quello ch’io ti ragionava, non lo ti porgeva che non ben conoscessi ch’io non diceva il vero...», in cui la lezione [p. 575 modifica]critica ha sempre lo stesso verbo diceva, che gli editori sostituivano per evitare u_a triplice ripetizione, peraltro nell’uso stilistico del tempo e del Boccaccio in particolar modo.

Pag. 125: «E posto che io giá vecchio abbia i membri piú gravi e piú ponderosi di te, almeno...», che il nostro testo rettifica: «E posto che io giá vecchio non ho forse guari i membri piú poderosi di te, almeno ecc.» .

Pag. 129: «Florio molto si rallegrava, perché giá gli pareva avere a ricevere la promessa ricevuta degl’iddii», laddove la lezione manoscritta dice: «Florio ecc., perché giá gli pareva avere incominciato a ricevere l’impromesso aiuto degl’iddii».

Pag. 141: «S’ella muore giustamente, leverommi io a difendere la ingiustizia?», che il nostro testo rettifica: «S’ella ecc., leverommi io a volere difendere la giustizia?», dove il verbo «difendere» significa «impedire», con un’accezione che è assai frequente nel Boccaccio, ma che, non intesa, induce a non capire e perciò a postulare la variante ingiustizia.

Pag. 167: «... prese temoroso sonno, e infino alla mattina, forse con battaglie non minori nel suo dormire che nel vegghiare avute aveva», che il nostro testo legge: «prese ecc. ecc. che essendo desto, si riposò», con un verbo che completa il periodo, ma che gli editori avevano soppresso per l’apparente contraddizione fra il sonno agitato e il «riposare», che invece equivale al semplice «dormire» .

Pag. 169: «... s’ingegnò di trarre indietro quello che agl’iddii saria impossibile frastornare», dove i codici leggono far tornare, con un concetto e un’espressione che sono assai comuni nel Boccaccio.

Pag. 191: «Vedendo [Fileno] Biancofiore stare con la reina, e con dubbioso viso e piú che l’usato mesta, cosí incominciò a parlare», che il testo critico intende diversamente con maggiore opportunitá: «Vedendo Biancofiore stare con la reina, e con dubbioso viso, davanti alla reina, cosí ecc.». [p. 576 modifica]

Pag. 196: «Niuno ragionamento m’era caro senza esservi ricordata te, di cui ora la speranza cosí spogliato mi lascia, pensando che tu me per Fileno abbia abbandonato: ed è la cagione perché vedere non mi puoi», la cui ultima frase è cosí rettificata dal nostro testo, coerentemente alle ragioni e ai dubbi che Florio immagina di discutere con Biancofiore assente: «e la cagione per che vedere non posso!».

Pag. 204: «... compagna a me divenisti, che sono unico figliuolo del vecchio re: ne’ quali onori ecc.», che nel testo risulta: «... compagna ai miei onori divenisti ecc. ecc.», in cui la correzione delle stampe è dovuta al bisogno di chiarire l’accordo sintattico del seguente pronome relativo.

Pag. 206: «... come volentieri con le proprie mani gli avrei il caro velo levato e tutto squarciato, e lui che s’ingegnava da te levarmi, cacciato da me ecc.», che abbiamo potuto rettificare con l’accordo sicuro dei manoscritti: «... come io volentieri gli avrei con le pronte mani levato il caro velo, e lui, che s’ingegnava da te levarmi, tutto squarciato, cacciandolo ecc.», dove la manomissione degli editori s’è generata per il verbo ‛squarciato’, che ritenevano piú adatto per ‛velo’.

Pag. 207: «... se io fossi molto lontanato da te, in quella lontananza, alcuna scusa vi sarebbe ecc.», dove il nostro testo risulta piú completo e piú efficace: «... se io fossi molto allontanato da te con quella speranza con la quale t’era vicino, alcuna scusa ci avrebbe ecc.».

Ed ha valore di maggiore e piú espressiva semplicitá la lezione manoscritta a pag. 209: «Certo ella [la lettera] in poche parti fu dal tuo pianto macchiata a rispetto di quelle nelle quali le mie lagrime la macchiarono», rettificata cosí: «E certo ella non fu dal tuo pianto macchiata quasi in alcuna parte, a rispetto che le mie lagrime la macchiarono».

A pag. 220 risulta ripristinata la struttura d’un intero periodo, che le stampe leggevano: «... ma di pietoso padre e di benigna madre, sí come piú volte m’è stato detto, discesi: e di quella legge che sono gli umani cori dalla natura tratti, sono io similmente. [p. 577 modifica]Ma non dalla fortuna appresi mai, né so né di saper desidero d’esser crudele ecc.», cosí ricomposto dalla lezione manoscritta: «ma ecc. ecc. discesi, e per quella legge che sono gli umani corpi della natura tratta, io similmente, ma non della fortuna. Né appresi mai, né so essere, né desidiro di saperlo, crudele ecc.», che sintatticamente rimane sempre contorto, ma da un senso piú congruo.

Pag. 229: «... sogliono i miseri ne’ tuoi lacci avviluppati prendere parte. Questo ti scusa, che la tua natura è tale ecc.» , con un periodo che non ha senso e che i codici leggono: «... sogliono i miseri, ne’ tuoi lacciuoli avviluppati, prendere per te questa scusa: che la tua natura è tale ecc.».

Pag. 245: «... io non so quali liti saranno da me cercati, né alle cui mani misera debba pervenire. Niuno è che la sua pena alla mia tristizia possa agguagliare ecc.», dove il secondo periodo è completamente staccato dal precedente. E invece leggiamo: «... io... pervenire. Ma a niuno ne verrò che uguale tristizia non sia la mia ecc.».

Pag. 260: «Hai tu paura che un’altra giovane non si trovi piú bella di Biancofiore? Se non sará ne’ nostri regni, non è troppo lontano ecc.», che nel nostro testo ha una diversa disposizione e un ritmo piú efficace: «Hai tu paura... Biancofiore? Ci sará! A’ nostri regni non è guari lontano ecc.».

Ancora piú interessante è la lacuna di un intero inciso, che nelle stampe è soppresso perché rimasto incompreso, a pag. 261: «Voi [o marmi] forse insieme col mio nimico padre invidiosi de’ miei beni, mi celate quello di che piú mi dilettai di vedere», a cui i codici aggiungono: «serbando la natura d’Aglauro, con voi insieme d'una qualitá tornata». La difficoltá stava nell’intendere il nome ‛Aglauro’ che nei manoscritti appare corrotto ‛delli auguri’, ‛degluro’ ecc., e qualcuno perfino sopprime la parola o la tralascia in bianco): soltanto il Corsiniano G. 44, 15 dá la lezione esatta. E il mito d’Aglauro si adatta benissimo, poiché essa fu tramutata in pietra, nella stessa qualitá della soglia dalla quale impediva l’adito (cfr. Ovidio, Metamorfosi, II, vv. 708 e sgg.; e l’episodio ha fornito altri motivi allo stesso Filocolo, che vi ha ripreso la descrizione della casa dell’Invidia). [p. 578 modifica]

Pag. 266: «... e ciò che noi abbiamo fatto, solamente fu perché la tua vita non si consumasse, che omai non fará», laddove il nostro testo legge: «... e ciò che noi abbiamo fatto, solamente perché la tua vita piú gloriosa si consumi, che oramai non fará, l’abbiamo adoperato».

Pag. 285: «... giá tolto avevano loro l’uno de’ timoni, e dell’altro stavano in grandissimo affanno», che i codici completano: «...in grandissimo affanno di guardare».

Pag. 285: «... baleni con pestilenzioni tuoni, i quali in alcuna parte ricevuti dalla nave, n’avevano ecc.», alla cui costruzione banale i codici sostituiscono: «... baleni ecc., i quali, in alcune parti colti della nave, n’avevano ecc.» .

A pag. 303 è tutto un periodo migliorato, che è assai importante per intendere l’intera pagina: «Come potrete mostrarne che amiamo quel che rubiamo piú che quel cui noi doniamo, conciosiacosa che tra i piú manifesti segni d’amare alcuna persona sia il donare?», cosí letto dai codici: «Come potrai tu mai mostrarne che io ami quella persona la quale io rubo piú che quella a cui io dono, con ciò sia cosa che tra i piú manifesti segni d’amore d’alcuna persona è il donare?».

Pag. 323: «... grandissimo dono è quell’onore che casta e buona la donna rende all’uomo», cosí corretto: «... grandissimo onore è quello che la castitá della buona donna rende all’uomo».

Pag. 343: «impossibile mi pare che la giovane etá... senza questo amore gentile trapassar possa», rettificato in: «... impossibile mi pare che la giovane etá senza questo amore sentire, trapassare possa».

Pag. 354: «E chi dubita che il pensiero non dimori nell’animo medesimo e l’occhio a quella non si trovi assai lontano? Benché elli per particolar virtú di lei abbiano la vista, e convenga loro per molti mezzi le loro proporzioni all’intelletto animale rendere?», laddove questo periodo oscuro e contorto trova una completa chiarificazione: «E chi dubita che il pensiero non dimori nell’anima [p. 579 modifica]medesima e l’occhio a quella si trovi assai lontano, ben che elli per particolar virtú di lei abbia la vista, e convengagli per molti mezzi le sue percezioni all’intelletto animale rendere?».

Pag. 400: Tu spezzi...i freni della temperanza, in cui hanno fortezza le sue forze», semplificato in «Tu spezzi... i freni di temperanza, e levi a fortezza le sue potenze».

E cambia il senso per la lezione che danno i manoscritti a pag. 401: «Biancofiore piú ch’altra misera si poria reputare, se di ciò le disavvenisse che Filocolo si scoprisse», laddove l’ultimo verbo va letto: «Biancofiore ecc. ecc., se di ciò le disavvenisse che Filocolo ha impreso».

Pag. 416: «... cercava... la bellezza di Biancofiore vedere, credendo in quella veramente ogni potenza di gioia prendere e far dimora», che i manoscritti rettificano giustamente: «... cercava... la bellezza di Biancofiore vedere, credendo in quella veramente ogni potenza di gioia rendere, fare dimora».

Pag. 428: «... chi piú con ogni ingegno di nuocere si provava», corretto in: «Che piú? Ogni ingegno di nuocere si prova».

Pag. 451: «... dubitando del luogo dove la sua Biancofiore dimorasse», in cui va letto ritrovasse, con un diverso accordo e con un accento sentimentale diverso, meglio consentaneo al contesto.

Per i nomi che compaiono a p. 473 ho avuto modo di riscontrare le forme anagrammiche giá indicate dal Crescini, ma che lo stesso Ferri non aveva creduto opportuno di accogliere: invece di Aleera occorre leggere Alleiram (anagramma di Mariella), Aerama è Airam (cioè Maria), Aselga è Asenga (Agnesa), Anaoa è Annavoi (Iovanna).

Pag. 491: «... a’ signori dovria essere caro lo spesso fallire de’ soggetti per poter perdonare», che va corretto così: «a’ signori dovria essere spesso caro il fallare ecc. ecc.».

Pag. 512: «Male può servare persona la cosa che mai non li fu nota», in cui la lezione trovare al posto di ‛servare’ rende piú esattamente il pensiero di Filocolo. [p. 580 modifica]

Pag. 561: «E priegoti che l’anima di me vecchio tuo padre, il quale aiutato t’ho e sopra tutte le cose amato, non ti esca della mente, ma continuo raccomandata sia» , che i codici leggono: «E priegoti che l’anima mia, di me vecchio tuo padre, la quale in tanto t’ha sopra tutte le cose amato, che spesso per te sé a se medesima è uscita di mente, ti sia raccomandata».

Ma non c’è pagina in cui la lezione manoscritta non venga a migliorare notevolmente il testo; basterà citare qualche caso fra i molti, in cui abbiamo potuto correggere senza esitazione. mediante l’accordo dei codici collazionati o consultati:

‛t’ha mosso’ in ‛t’ha messo’ (p. 3); ‛Adamo’ in ‛Prometeo’ (p. 9); ‛fece leggere il saltero e il libro d’Ovidio’ in ‛fece leggere il santo libro d’Ovidio’ (p. 60); ‛cosa’ in ‛casa’ (p. 92); ‛volere’ in ‛inganno’ (p. 107); lucida in laida (p. 109); ‛fare’ in ‛sostenere’ (p. 110); lucenti in buone (p. 126); ‛bellissimo’ in ‛fortissimo’ (p. 126); ‛cagione’ in ‛ingegno’ (p. 127); ‛nell’ampio campo corre’ in ‛col disteso capo corre’ (p. 127); ‛valoroso’ in ‛volonteroso’ (p. 127); ‛parrà da fare’ in ‛parrà di ferire’ (p. 128); ‛vigorosità’ in ‛vittoria’ (p. 128); ‛la santa giurisdizione’ in ‛la santa Iunone’ (p. 130); ‛infiammato’ in ‛enfiato’ (p. 149); ‛pallido affatto’ in ‛palido e afflitto’ (p. 175); ‛il piú che si potesse’ in ‛il piú che trovare si potesse’ (p. 177); ‛tanta bellezza quanta e come n’abbiamo udito in voi due regnare’ in ‛tanta bellezza come voi due ci siate state lodate’ (p. 178); ‛ora sospirasti’ in ‛ora soprastai’ (p. 182); ‛da me’ in ‛dal mio viso’ (p. 184); ‛mala’ in ‛amara’ (p. 185); ‛solenne festa’ in ‛grandissima solennità’ (p. 191); ‛temenza’ in ‛fidanza’ (p. 198); ‛ne nutricasse’ in ‛la vita ne nutricasse’ (p. 204); ‛la finì’ in ‛la finì di leggere’ (p. 209); ‛al suo intendimento’ in ‛al suo intendimento per tale segnale’ (p. 213); ‛fatta’ in ‛cercata’ (p. 217); ‛può passare’ in ‛sottilmente può passare’ (p. 219); ‛io medesimo’ in ‛io misero’ (p. 228); ‛di dolermi di te e di Biancofiore’ in ‛di dolermi di te e di biasimarti’ (p. 229); ‛quanto fu ancora d’Elena’ in ‛quanto fu ancora la lascivia d’Elena’ (p. 231); ‛trasmutato amore’ in ‛tracotato amore’ (p. 232); ‛malvagia’ in ‛puttana’ (p. 239); ‛come a Medea’ in ‛come a Medea valessono’ (p. 239); ‛essi, ... gli donarono’ in ‛essi, contenti di ciò che fatto aveva il re, ... gli donarono’ (p. 242); ‛presenza’ in ‛partenza’ (p. 244); ‛le tese vele’ in ‛le triste vele’ (p. 246); ‛vestimenti di trististia’ in ‛vestimenti significanti tristizia’ (p. 258); ‛lui confortar pareva’ in ‛lui confortare non poteva’ (p. 26o); ‛se mai dello amador di Elena’ in ‛se mai di Elena o della dolente Dido’ (p. 267); ‛graziosa terra’ in ‛guazzosa terra’ (p. 277); gli alti rami in gli spogliati rami (p. 278); solverò il tuo dimando in sovverrò al tuo dimando (p. 282); [p. 581 modifica]‛trovarsi’ in ‛trovarsi in questo tempo’ (p. 283); ‛ricordanza’ in ‛riconoscenza’ (p. 284); ‛fama’ in ‛fortuna’ (p. 286); ‛rappresenterá’in ‛paleserá’(p. 286); ‛Siena’ in ‛Senna’ (p. 292); ‛dolersi’ in ‛quasi la sentiva dolere’ (p. 293); ‛ristette di parlare’ in ‛ristette ad ascoltare’ (p. 294); ‛una donna nobile similmente quivi nata’ in ‛una donna nobile della terra’ (p. 311); ‛la scorza’ in ‛lo scoglio’ (p. 316); ‛vita’ in ‛volontá’(p. 342); ‛poco cara e breve tenuta’ in ‛poco cara e brieve d’amore’ (p. 344); ‛mammelle’ in ‛menne’ (p. 361)9; ‛con debita operazione ammenderò’in ‛con debita operazione adempiremo’ (p. 378); ‛basi’ in ‛basole’ (p. 380); ‛dire’ in ‛significare’ (p. 380); ‛l’acqua esce dal suo luogo’ in ‛l’acqua esce da suoi canali’ (p. 382); ‛insieme nelle tavole’ in ‛insieme, e levate le tavole’ (p. 395); ‛li dravici (sic!) organi’ in ‛gl’idraulici organi’ (p. 414)10; ‛sostenendo’ in ‛sforzando’ (p. 419); ‛pruni’ in ‛spruneggioli’ (p. 429); ‛staffe’ in ‛strieve’ (p. 432); ‛il sole cominciava l’occaso’ in ‛il sole minacciava l’occaso’ (p. 450); ‛segnare’ in ‛segare’ (p. 454); ‛cosí rispose’ in ‛con riso rispose’ (p. 454); ‛s’aperse’ in ‛s’aperse nelle braccia’ (p. 456); ‛ragione’ in ‛regola’ (p. 461); ‛imaginata’ in ‛ingannata’ (p. 466); ‛partire’ in ‛patire’ (p. 523); ‛la bellezza tiene mezzana via’ in ‛la bassezza t’è mezzana via’ (p. 524) ecc ecc11.

La storia di Florio e Biancofiore che costituisce il nucleo romanzesco del Filocolo, è documentata fin dal secolo XII in due poemetti francesi, dai quali la novella erotico-avventurosa si [p. 582 modifica]diffuse in quasi tutte le letterature europee. In Italia fu rifatta da qualche cantare d’intonazione piú popolaresca (e uno della prima meta del Trecento c’è stato conservato), a cui fa diretta allusione lo stesso Boccaccio (p. 7): e anzi il Crescini ha potuto dimostrare con solide e belle argomentazioni che il Filocolo ignora i testi d’oltralpe e si rifá ai cantari italiani, e precisamente a un poemetto intermedio, composto con molta probabilitá in franco-veneto, e comunque dovuto a quell’ambiente culturale dell’Italia settentrionale, piuttosto guillaresco e popolareggiante, che ritraduceva e riassorbiva gran parte della letteratura francese12.


Il Boccaccio s’è attenuto alla fonte assai fedelmente, se si tien conto dell’intreccio e dei piú minuti particolari, che nel Filocolo ritornano con scrupolosa attenzione; ma ha rielaborato con larga e dotta libertá, ampliando di volta in volta le varie fasi del racconto originario, svolgendo i singoli avvenimenti ciascuno in se stesso, spesso senza riuscire a sentirne o a crearne i rapporti d’interdipendenza. A voler considerare il Filocolo nella sua struttura romanzesca, non se ne vede l’unitá: è dispersivo, troppo episodico, discordante di toni e di proporzioni. Su questi caratteri negativi la critica è stata senipre concorde; ma bisogna subito rilevare che la novella di Florio e Biancofiore anche nei poemetti originali si presenta in forma composita, frutto piuttosto d’un’ispirazione decadente, che intendeva inserire una gentile storia d’amore entro ad un involucro romanzesco e avventuroso, con una arruffata curiositá per motivi di natura pagana e cattolica e con un certo gusto dell’ornamento storico, geografico, esotico. Tutti questi elementi che denotano nella stesura primitiva una cultura letteraria deteriore e un’ispirazione confusa, ritornano nel Boccaccio ampliati e accentuati, cosicché il difetto originario è reso piú patente, e però piú profondo, dalla stessa vigorosa capacitá narrativa dello scrittore italiano. E le discordanze che nella fonte erano attenuate dal tono stilistico rapido e facile, nell’ampia parafrasi del Boccaccio sono messe allo scoperto dalla [p. 583 modifica]sostenutezza linguistica, e i difformi motivi classicheggianti, pietistici, romanzeschi ed esotici risultano esagerati dalla torbida e soverchiante dottrina del giovane letterato. E tuttavia anche questi episodi che rimangono giustapposti e non fusi da un identico clima lirico, rispondono ad a1trettante esigenze descrittive e rievocatrici dello stile boccaccesco: e non tutte andranno perdute, anche se in seguito saranno superate da una piú matura e coerente sensibilitá narrativa. Il senso, per esempio, dell’esotico - e l’esotico per il Medioevo è naturalmente il mondo orientale non si spinge ancora ai valori umani e neanche alle consuetudini sociali, ma per il Boccaccio ha la funzione di fare accettare alcune forme di vita ch’egli vagheggia fino al meraviglioso e al miracoloso: e soprattutto rispetto al mondo del fasto, del lusso, del prezioso. È in parte un gusto che confina con il romanzesco e l’avventuroso, ma possiede una sua autonomia lirica, come proiezione di vaghi desideri per una vita fastosa e doviziosa, oziosamente idillica, tutta spesa in una stupita e perenne contemplazione di bellezza e di ricchezza. Le pagine infatti che descrivono la torre dell’Arabo, rispondono a questi interessi, o meglio, a queste ambizioni del borghese che ha imparato a conoscere la vita della corte e gli splendori delle case principesche, e sogna l’ozio dei ricchi e dei potenti. Comunque il Boccaccio è riuscito a tradurre questo gusto in una descrizione stilisticamente calda e opima, dove l’incanto e lo stupore sono disciplinati da un ordine espositivo, da una specie di luciditá visiva: echi di questa sensibilitá si risentiranno anche nel Decameron. E cosí gli stessi mezzi che creano l’avventuroso e l’impensato, che ora nel Filocolo convergono dalla letteratura medievale, costituiranno in seguito la sostanza di parecchie novelle: l’ampia distesa del mare, che avvicina e allontana i paesi e gli uomini, le sue improvvise tempeste che diventano il piú duttile strumento in mano della mobilissima fortuna, il vasto Mediterraneo che accomuna civiltá disparate e popoli diversi e crea contatti imprevisti e situazioni stranissime, sono risorse artistiche che nel Filocolo si presentano largamente, seppure ancora con una coesione stilistica embrionale e maldestra, ma che stabiliranno la struttura lirica di alcune tra le migliori novelle del Decameron, e, prima fra queste avventurose, quella di Alatiel.

Ma la veritá è che in quest’opera disordinata e incomposta il Boccaccio ha voluto riflettere inconsciamente il mondo esuberante [p. 584 modifica]della sua giovinezza letteraria, con i suoi molti e ricchi fermenti e con le immagini della sua prepotente fantasia: sicché, in definitiva, se ne delinea una diversa e insperata unitá lirica che trascende i limiti del contenuto romanzesco e narrativo per assumere i colori e le forme d’una nuova sensibilitá. E però accanto e al disopra della velleitá, esplicitamente dichiarata, di nobilitare un racconto popolareggiante mediante un’arte dotta, si fa luce e prevale l’inconfessata tendenza a sentire l’intreccio novellistico come un pretesto per tradurre in forma piú o meno dispiegata le esperienze della propria cultura e i moti della propria vita sentimentale13. Nella tela romanzesca del Filocolo il Boccaccio ha finito con l’inserire le ambizioni e le velleitá che si affacciavano in quella sua prima vigilia artistica, ancora indiscriminate e tutte affollate e quasi soverchianti: soprattutto quel suo incipiente umanesimo, legato tuttavia a forme medievali, piuttosto enciclopedico che erudito, ma vivacissimo e pieno di lieviti, e soprattutto operoso nella coscienza con un fervore quasi romantico. Gli stessi itinerari attraverso l’Italia - da Certaldo a Napoli, le terre della sua giovinezza — che dovrebbero sviluppare motivi d’avventura, si tramutano in una specie di escursione archeologica, durante la quale le memorie del passato ritornano con la stessa ammirazione con cui lo scrittore dipinge le meraviglie orientali: è il mondo del sapere che si vuol fare arte, sono le letture classiche che ridiventano contemporanee, è tutta una vita letteraria e libresca che intende inserirsi e illuminarsi in un’esperienza attuale. Ed è appunto questa sensibilitá che predomina nel Filocolo, a preferenza di quella avventurosa e romanzesca: è un tono prevalentemente letterario, in cui però la cultura tende a diventare memoria autobiografica, creando un’atmosfera di calda e superiore intelligenza, a cui corrisponde uno stile dignitosamente elegante, a volte troppo sorvegliato e troppo costruito, ma che rappresenta la prima prosa d’arte del Trecento e della letteratura italiana.

Ed ha il sapore della letteratura anche quell’altro mondo sentimentale che il Boccaccio trae dalla sua diretta umanitá, e che [p. 585 modifica]alla sua sensibilitá stilistica non si presenta staccato e difforme dal primo, ma commisto ad esso, quasi un diverso aspetto di una sola grande e organica esperienza di vita: e cosí gli è successo di ritradurre con colori letterari il suo interno sentire e di prestare alle voci della cultura qualche accento di immediata intimitá. Con queste immagini nuove e personali l’intera struttura del romanzo è violentata e deformata: non che esse siano riuscite a superarne e a farne dimenticare i limiti e le dissonanze, ma hanno potuto creare un diverso senso umano e lirico, che è quello che porta il segno boccaccesco e per il quale il Filocolo rimane una delle opere piú preziose e vitali del Trecento, e non soltanto italiano.

E infatti le inserzioni e le digressioni sono tanto numerose e cosí ampie, che hanno finito col dominare l’interesse lirico dell’artista e hanno comunicato a tutto il romanzo il loro particolare carattere passionale, autobiografico, ansioso di chiarire nella finzione letteraria la vita stessa, e non certo i fatti puramente empirici, ma quelle reazioni sentimentali ch’essa suggeriva e determinava di volta in volta. Cosicché non soltanto l’odissea di Florio, ma anche le altre storie amorose che vi si intrecciano sono tenute in un’atmosfera liricamente astratta, in cui si dissolve lo stesso contenuto romanzesco. Nelle molte vicende che sembrano svilupparsi l’una in margine all’altra, rispecchiando per tanti modi la medesima ansia d’amore, il Boccaccio ha voluto risentire la «passione» della sua giovinezza: e l’amore trepidante dei due protagonisti, l’affannosa ricerca di Florio, l’esilio nostalgico di Fileno, la solitaria confessione dell’ignoto che vuole circondare di mistero la propria persona, l’oasi sognante delle «Questioni d’amore», la vicenda disperata di Idalagos, l’episodio allucinante delle donne crudelmente belle, l’animo mite e deluso di Galeone, sono figure ed esperienze segnate dalla stessa emotivitá. Sorgono improvvisamente dinanzi allo spirito pensoso di Florio, in una condizione di sogno; s’ispirano a una comune vita sentimentale, del tutto interiore e senza legami col mondo sociale, rivelandosi solamente nella piena solitudine dell’animo. Sono tutte prive di storia biografica, provenienti da una vita ignota che si è determinata repentinamente da un momento di passione e continua a nutrirsi del ricordo, quasi atteggiata in eterno. Accompagnano l’ansia raminga di Florio, che è quanto dire dello stesso scrittore, come coscienza della sua condizione morale, e si rivelano soltanto [p. 586 modifica]a lui che le può intendere nella comunione della stessa esperienza. E perciò tutti questi episodi che accolgono e ridicono gli echi di una stessa voce, acquistano nel corso del romanzo un carattere di necessitá, come riflesso della sofferenza che accompagna il «pellegrino d’amore»: in definitiva l’errare fortunoso del cavaliere si tramuta in un itinerario sentimentale che conosce soltanto avventure psicologiche e brevi stati d’animo. Il Filocolo può considerarsí come il momento romantico di uno scrittore che col volgere degli anni avrebbe educato la sua grande arte al piú schietto realismo14. Ed è in virtú di questo tono lirico che il mondo della letteratura riacquista una sua palpitante consentaneitá, e, assai spesso, le letture che è facile sorprendere nell’ispirazione di molte pagine, si dimostrano piú congeniali alla condizione morale dello scrittore. Sono quelle opere e quegli autori da cui il BoccacCio non ha soltanto trascelto qualche nome, oppure qualche motivo di facile saccenteria, o anche, in maniera piú larga, qualche pretesto per un’abbondante descrizione, ma ha derivato e come misurato certi toni della sua sensibilitá e certi modi del suo stile: soprattutto Ovidio delle Metamorfosi, ma in particolar modo delle «Epistole amorose» e dell’«Arte d’amare»; Arrighetto da Settimello con i suoi colori elegiaci e tenerissimi; Andrea Capellano, ormai penetrato in tutta la cultura romanza, con i suoi problemi di casistica erotico-sociale, che durante il tardo Medioevo hanno alimentato le varie «questioni» di dialettica amorosa. Proprio quel senso di elegiaco e sospiroso sgomento, che è il colore piú caldo degli amori di Florio, di Biancofiore, di Fileno, di Idalagos, di Galeone, e di tante e tante pagine, sa nutrirsi, oltre che della viva e tormentata esperienza del giovane artista, anche di risonanze letterarie, questa volta piú continue e piú organiche, ma soprattutto piú conformi all’intimo errore amoroso, a cui si abbandona il gusto sentimentale del Boccaccio con una quasi lenta e oziosa compiacenza. Il genio ovidiano vi alita intorno: penetra in ogni pagina, senza che se ne avverta la presenza, talmente è fuso con l’empito passionale che vi si traduce. Sono ovidiani, e anzi [p. 587 modifica]ricordano direttamente le Eroidi, i reiterati soliloqui degl’innamorati, che ripensano alle trepidanti immagini del loro amore, e ne rifanno ripetutamente la breve e fragile storia, rivivendone tutte le delicate esitazioni e gl’innumerevoli palpiti, con quelle improvvise e fuggevoli esaltazioni e con quelle sottili e dubbiose ansie che intessono la rada trama d’ogni amorosa passione. E il Boccaccio ha perfino ricorso alla tecnica «epistolare», secondo i modi del poeta latino, serbando anche la struttura del modello ovidiano, specie nella progressione dei ricordi, ma soprattutto nel tono fondamentale, che è quello della lontananza e della stanca attesa, della tensione sentimentale che sta per spezzarsi, della disperazione che è pur sempre speranzosa (si veda, per es., tutto l’episodio della gelosia, pp. 196-214). Ma nello scrittore toscano c’è un minore distacco artistico rispetto al poeta classico: per questo ogni amore è una novella, un mito, un’esemplificazione lirica, in cui la passione si serena in una levitá estetizzante, mentre nel Boccaccio la vita è ancora tumultuosa edisordinata, e soverchi a la elaborazione-artistica, troppo legata ancora alla maniera indisciplinata della confessione sentimentale e autobiografica. È quasi costante una situazione psicologica di molle tenerezza, con quel senso di estremo smarrimento che induce al pianto e a sentire pietá di se stesso: un continuo rammaricarsi e quasi un accarezzare i motivi e le immagini della propria infelicitá, con il sentimento di esser solo e indifeso di fronte a un destino implacabilmente avverso. È appunto la sensibilitá che piú caratterizza l’Elegia di Arrighetto, che nella realtá umana e letteraria non vede se non echi e consensi della propria miseria e del proprio pianto, a cui si abbandona con la sconsolata ingenuitá del bimbo: a questa particolare situazione spirituale corrisponde una concitazione stilistica che procede a scatti, con brevi proposizioni, per lo piú in forma interrogativa e sospensiva, in una specie di polemica con se stesso e la propria esistenza, quasi a tradurre la sgomenta incertezza dell’animo. Il Boccaccio l’ha presente e ne sfrutta molti accenti e soprattutto quei procedimenti sintattici che richiamano la vita a scorci e a improvvise illuminazioni, con una giustapposizione di brevi concetti e di immagini fugacissime. Cosicché il verso di Arrighetto ritorna nei momenti piú critici, quando la passione dispera e il ricordo si fa pianto e desolazione: allora anche lo stile si fa piú concitato e simula il movimento della lingua parlata. [p. 588 modifica]

E quando in un’oasi di obliosa serenitá pare superata e placata l’ansia del «pellegrino d’amore», che in mezzo alla festosa comitiva partenopea è rapito da una specie di idillico incantamento, anche allora la vita passionale è richiamata, non piú con i suoi accenti attuali e commossi, ma come elegante materia di intelligente e oziosa conversazione. È sempre la medesima realtá umana, prevalentemente amorosa e psicologica, a urgere nella coscienza dello scrittore, che però adesso esce dall’esperienza chiusa e tormentosa per investire altre zone piú varie dell’esistenza sentimentale: ciò che altrove è immerso nella vita dell’individuo e si fa singola e viva personalitá, nelle «quistioni» è allo stato di contenuto grezzo, ancora impersonale, direi quasi scientifico. Anche queste molte pagine di discettazione psicologica traducono la sovrabbondante e tenace pienezza dell’esperienza boccaccesca, segnata principalmente da interessi psicologici e umanissimi, e svelano il tentativo di scoprire e analizzare il tessuto sentimentale che costituisce il nostro animo. In parecchi episodi, e soprattutto nel tono generale, il Boccaccio si attiene al Libro d’amore di Andrea Capellano, che rappresenta per il Medioevo l’enciclopedia delle discettazioni amorose: ma egli ha dato una diversa stesura, liberando la fonte medievale dalla sua fisonomia sistematica e trattatistica per risentirla con una commozione contemporanea, a cui partecipano i singoli interlocutori, e, in definitiva, egli stesso con quel suo prepotente e insonne vagliare i diversi e contrastanti movimenti dello spirito umano, che nell’autore latino è assente, o, se mai, mortificato dalla struttura didascalica e moralistica.

Ma nelle sue forme piú dispiegate il Filocolo è nato sotto il segno di Ovidio: il Boccaccio è il primo poeta che vi consente con gusto umanistico, superando per la prima volta i limiti dell’estetica medievale, che dalle Metamorfosi aveva accolto storie sentimentali e moduli erotici, ma non era riuscita a sentire ed accettare il significato del mito, della vera e propria metamorfosi, nei suoi valori artistici, come proiezione di una passione umana nelle forme della piú elementare natura, come trapasso da una esperienza sentimentale, per se stessa cangiante e illusoria, a un’immagine perenne e immobile. Il Boccaccio, in virtú della sua lunga familiaritá ovidiana, ma soprattutto per il suo gusto estetico che presentiva e si orientava verso la poesia mitico-idillica, ha potuto inserire nel suo romanzo, inizialmente avventuroso e [p. 589 modifica]realistico, le metamorfosi di Fileno, di Idalagos e delle quattro donne fatali e blasfeme, che celebrano appunto questo senso astratto e contemplativo della passione erotica. La trasformazione è un mezzo per tradurre in forme idilliche l’interna fissità d’un atteggiamento sentimentale, per fermare negli aspetti taciti e solitari della natura l’immobile solitudine dell’amorosa pensosità: presuppone una coscienza estetica assai matura e scaltrita, giá umanistica.

Per questa molteplicita di motivi psicologici e di risorse narrative, anche se queste e quelli non sempre riescano a fondersi in una superiore unità estetica, il Filocolo rimane l’opera piú ricca e piú varia della giovinezza boccaccesca: tutte le altre, dal Filostrato alla Fiammetta e dall’Ameto al Ninfale fiesolano, se è vero che hanno una maggiore organicità artistica e una struttura piú lineare e sorvegliata, riflettono tuttavia situazioni e interessi che già si sono tradotti abbondantemente nella doviziosa prosa del primo romanzo: soprattutto la concezione della novella psicologica, nuova rispetto alla tradizione medievale e cosí feconda per l’arte umanistica, sia italiana che europea, si annunzia risolutamente nel Filocolo come scoperta di una piú moderna tecnica narrativa, che non sarei senza importanza per la stessa prosa del Decameron.




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  1. Il Moutier per la sua edizione del Filocolo (Firenze, 1829) ha consultato questi due codici, che, seguiti con piú cura, gli avrebbero permesso di migliorare notevolmente il testo tradizionale. Ma per i metodi editoriali del Moutier, si veda S. Battaglia, Teseida (Firenze, 1938), pp. lxxiv-lxxviii .
  2. Un altro codice del fondo Ashburnham, segnato nel catalogo col n. 1643 (n. 1719 a fianco, secondo la nuova numerazione), non è piú reperibile.
  3. Ringrazio la dott. Teresa Lodi, che in qualitá di direttrice della R. Biblioteca Laurenziana mi ha reso facile la collazione di questi manoscritti.
  4. Ho inoltre consultati i codici magliabechiani della R. Biblioteca Nazionale di Firenze, segnati: II, I, 111; II, II, 18; II, II, 19; II, III, 193, per i quali rimando al Mazzatinti, Inventari dei manoscritti delle Biblioteche d’Italia, VIII, Forlí, 1898, p. 43 e p. 140; e IX, Forlí, 1899, p. 189. Sono esemplari complessivamente di scarso valore, anche se di aiuto per qualche lezione.
  5. La fortuna editoriale del Filocolo è stata fertilissima: soltanto negli ultimi decenni del secolo XV apparvero piú di dieci stampe, per lo piú corredate della biografia boccaccesca di Ieronimo Squarzafico (cfr. F. Zambrini, Le opere volgari a stampa dei secoli XIII e XIV, 4a edizione, Bologna, 1878, p. 144 e sgg.) .
  6. La prima edizione curata dal Sansovino è del 1554, ma altre numerose ne seguirono per tutto il secolo XVI e il seguente, fondandosi sempre sullo stesso testo, che via via subiva nuove manomissioni e rammodernamenti.
  7. Fa parte della «Collezione di classici italiani» dell’Utet, Torino, 1927, in due volumi; si veda a p. XLX dell’introduzione: «Nella redazione del testo della presente edizione esemplato su la lezione stabilita dal Moutier, si è pure seguita l’edizione Guazzo-Zoppino (Venezia, 1530) e l’edizione Giuntina del 1593, dove più fresca e suasiva rendesi l’espressione trecentesca ».
  8. Cito dall’ediz. di R. De Visiani, Valerio Massimo, De’ fatti e detti degni di memoria della cittá di Roma e delle strane genti, Bologna, 1867, vol. I, p. 303 (libro IV, cap. VI: Dell’amore del matrimonio). Del resto Valerio Massimo offre al Boccaccio, specie per il Filocolo, molti aneddoti ed «exempla», come l’enciclopedia narrativa piú autorevole della vita pubblica e morale dell’antichitá. Fra le varie derivazioni, ne ricordo qualche altra, che senza l’aiuto della fonte rimarrebbe oscura. Si veda a p. 22 del Filocolo: (... che non fece Paulo alla voce di Tarsia quando disse: ‛Persa è morto!’, con una troppo sintetica allusione a un passo di Valerio Massimo: «Che è quello, e come fu memorevole cosa, quello che avvenne di Lucio Paulo console? çhe per sorte cadutogli in parte di guerreggiare col re Persa, tornando della corte a casa, una sua piccola figliola che avea nome Tarsia, la quale era molto piccioletta, basciandola la vide stare trista. Domandolla che ira turbava il suo volto. Quella rispose: ‛Persa è morto’. E certo egli era morto un suo bracchetto, che la fanciulla dilicatamente tenuto avea, il cui nome era Persa» (ibidem, p. 61). La stessa fonte è per l’accenno a Lucio Silla (Filocolo, p. 22; Valerio Massimo, p. 67); cosí per le allusioni a Senofonte e Anassagora (Filocolo, p. 68; Valerio Massimo, pp. 401 -402); per i prodigi di Tanaquilla (Filocolo, p. 145; Valerio Massimo, pp. 65-66: e questo stesso ricordo prodigioso è ripetuto, e questa volta senza opportunità, a p. 336 del Filocolo); il richiamo ad Orazio Pulvillo (Filocolo, p. 54) s’intende meglio con il passo di Valerio Massimo: «Con ciò sia cosa che Orazio Pulvillo pontefice edificasse nel Campidoglio una magione a Giove ottimo massimo, e nel raccontamento delle solenni parole tenendo una parte dell’uscio, udisse dire il suo figliuolo era morto, né la mano da l’uscio rimosse, acciò ch’elli non interrompesse il sacramento di sì grande tempio, né il suo volto dalla pubblica religione piegò al privato dolore, acciò ch’elli non paresse operare piú sí come padre che sí come sacerdote» (ibidem, p. 399). Per i nomi di Marco Curzio, Attilio Regolo e Valeria Publicola (Filocolo, p. 320), si veda la stessa enciclopedia di Valerio Massimo (p. 291 e sgg.) . Ma fra le altre derivazioni, cito l’intera pagina dedicata alla irreligiositá di Dionisio, da cui il Boccaccio ha desunto intere espressioni (p. 21): «Costui altresí avendo tratto di dosso alla statua di Iove di monte Olimpo una vesta d’oro di grande peso, della quale l’avea ornato il tiranno cartaginese, e avendoli fatto gittare in dosso uno drappolano, disse cosí: ‛Il drappo d’oro l’istate è caldo, l’inverno è freddo: ma il drappolano è piú convenevole all’uno tempo e all’altro dell’anno’. Dionisio medesimo comandò che alla statua dello iddio Esculapio di monte Epidauro la barba che avea d’oro, rasa fosse, affermando che non si convenia che il suo padre Apollo fosse veduto senza barba ed Esculapio barbuto. Costui medesimo tolse de li templi mense d’oro e d’argento: e quello ch’era in quelle scritto, secondo l’usanza de’ greci ‛Queste mense sono de’ beni delli dii’ ad alta voce disse: ‛Io uso de’ beni delli dii’ . Costui medesimo tollea i veli dell’oro e le coppe e le corone, le quali le statue de li dii sostenevano, con distese mani, e dicea ch’elli le prendea e non le robava... (ibidem, pp. 57-58).
  9. È una variante interessante per l’uso linguistico, poiché rivela un sicuro meridionalismo (ed è probativo il completo accordo di tutti i manoscritti), che si ripete anche a p. 411: nelle altre opere boccaccesche il termine non ricompare piú, se non nelle forme toscane (poppe, pomi, ecc.) .
  10. È l’organum hydraulicum dell’antichitá, descritto diffusamente da Vitruvio. Il termine «idraulico» compare, secondo i dizionari, compresi la Crusca e il Tommaseo-Bellini, nei secoli XVI-XVII: questa del Boccaccio sarebbe perciò la piú antica attestazione nel nostro volgare.
  11. Il nostro testo è in cinque libri, secondo l’accordo di tutti i manoscritti e delle piú antiche stampe, e non in sette libri come è diviso dagli editori piú recenti. Per quanto riguarda le didascalie, che in parecchi codici figurano sistematicamente a ogni capoverso, mi occuperò altrove, poiché è verosimile che risalgano allo stesso Boccaccio, come risulta dal Teseida e dal Filostrato (si veda V. Pernicone, Il Filostrato e il Ninfale Fiesolano, Bari, 1937, pp. 391-397, e Studi di filologia italiana, vol. V, 1938). Per quanto riguarda la grafia, mi sono attenuto ai criteri vagliati attraverso l’edizione del Teseida (Firenze, 1938), pp. cxi-cxlvi. Soltanto ho ammodernato in pochissimi casi (bacio e baciare invece di bascio e basciare, eterno invece di etterno, Apollo invece di Appollo, ecc. ecc.),
  12. Vedi Crescini, Il cantare di Florio e Biancifiore, I, Bologna, 1889 (con una esauriente analisi delle varie redazioni europee, oltre che italiane), II, Bologna, 1899 (il testo del cantare italiano). Per una precisa, lucidissima e personale valutazione del Filocolo e dei suoi problemi, cfr. N. Sapegno, Il Trecento, Milano, 1934, pp. 296-304, con una completa bibliografia.
  13. Per i problemi che comporta questo tipo di arte autobiografica, cfr. V. Crescini, Contributo agli studi sul Boccaccio, Torino, 1887; F. Torraca, Per la biografia di G. Boccaccio, Napoli-Milano, 1912; S. Battaglia, Elementi autobiografici nell’arte del Boccaccio, in «La Cultura», IX, 1930, pp. 241 sgg.; e si veda N. Sapegno, op. cit., p. 391.
  14. Per una piú completa analisi dei motivi lirici del Filocolo e in particolar modo sul valore che riveste l’episodio delle «Questioni d’amore» rispetto all’arte piú generale del Boccaccio e specialmente in rapporto al Decameron, si veda S. Battaglia, Schemi lirici nell’arte del Boccaccio, in «Archivum Romanicum», XIX, gennaio-marzo 1935.