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Firenze/Le origini

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Le origini

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[p. 21 modifica]Immagine dal testo cartaceo

LE ORIGINI.


QUANDO a mezzo il Cinquecento Vincenzo Borghini, trattando del luogo di Firenze antica, diceva potersi facilmente affermare «che fosse di lunga mano largamente e pienamente abitato» non immaginava certo che la sua congettura avrebbero confermata dopo tre secoli quelle tombe italiche, tra ’l 1892 e il 1893 ritrovate, là dove sorse più tardi il Campidoglio della città romana. Tombe analoghe a quelle delle necropoli di Bologna, di Chiusi, di Vetulonia, di Tarquinia, di Vulci, di Narce: a pozzetto, col dolio di terra nerastra o rossastra, coperto d’un lastrone e racchiudente l’ossuario; questo a sua volta tutelato da una ciotola ansata, capovolta; ossuario e ciotola graffiti con le consuete decorazioni geometriche. E dentro, tra le ceneri, fibule di bronzo arcuate o a scudetto, palline e fusaruole di bucchero, d’osso, di pietra: ornamenti della gente di un clan, che attorno al decimo secolo s’era stanziato alla confluenza del Mugnone e dell’Arno.

Più tardi, sui sepolcreti della borgata italica, come ha proposto Luigi Adriano Milani, piuttosto che verso il corso dell’Affrico, come ha supposto invece Roberto Davidsohn, sorse la colonia fiesolana, che il Machiavelli pensò nata giù al piano, sulla riva del fiume, per la comodità del commercio.

Quando sorse non è facile dire. Poiché non ne è fatto ricordo nella sosta d’Annibale, se ne è dedotto che fino al secondo secolo non esistesse questa colonia. Ma di una Firenze etrusca antichissima ci parlano gli idoletti e le lucerne e il cippo con l’immagine di Usil-Aplu, il dio supremo del popolo etrusco, ritrovati nei lavori del centro; mentre è lecito supporre che il villaggio, divenuto al [p. 22 modifica]
immagine di vasi funerari Foto Alinari
tempo di Silla, per testimonianza di Floro, municipium splendidissimum, dovesse esistere innanzi che i romani s’impadronissero dell’Etruria, e che con loro acquistasse di vita e d’importanza come quello che, a capo della via Cassia, formava un punto strategico di primo ordine nelle guerre gallica, annibalica e ligure.

Ma il municipio magnifico, colpevole di aver tenuto per Mario, fu da Silla posto all’incanto come Spoleto e Preneste; e i veterani ne fecero scempio, per rinnovarlo colonia sillana come vogliono il Mommsen e il Milani, il quale anzi vede in Caio Manlio, che più s’arricchì nella spogliazione della città e più scialacquò in fastosi edifici, quel Marzio, che a dir del Villani costruì il Campidoglio fiorentino. Roberto Davidsohn invece, per non esser di Firenze ricordo nella congiura di Catilina, e per esser detta invece colonia triumvirale, la crede rinnovata per la legge agraria di Cesare, riprendendo così la superba tradizione ripetuta da tutti gli antichi cronisti. Secondo questa, Giulio Cesare, per vendicare Fiorino capitano dell’oste contro Catilina rafforzatosi in Fiesole, e da Catilina e dai fiesolani fatto a pezzi con la moglie e i figli e tutta la sua gente, piombò fulmineo sui nemici, li fugò, distrusse la città ribelle, sul colle, ed ordinò che una nuova ne sorgesse, simile a Roma, nel piano, là dov’era la tomba di Fiorino. E in otto giorni - continua la leggenda - sorse la città; e la chiamarono Florentia, sia per ricordo del morto eroe, sia perchè fosse a similitudine di fiori e di gigli, sia perchè l’abitava il fiore dei romani, con ugual numero di fiesolani discesi giù dal loro colle devastato.

E in verità la leggenda che faceva di Firenze una figlia degna di Roma, ha trovato conferma nelle scoperte che in più tempi si sono fatte degli antichi edifici, ora di enormi blocchi di arenaria, con membrature tuscaniche, ora a piccole bozze di pietra forte, calcestruzzo e marmo lunese, ora di marmi policromi e rari: presillani, sillani e imperiali secondo il Milani. Aveva la città, edificata sulla pianta del campo romano, col cardine e il decumano che la tagliavano, un ampio fòro, magnifiche terme e un campidoglio, a cui si saliva per un’alta scala marmorea, e più vasto di quello di Pompei, con le tre celle pei simulacri di Giove di Giunone e di Minerva, con l’ara a festoni e bucrani, coi capitelli fioriti di gigli, e colonne e pilastri che fecer magnifiche le chiese romaniche fiorentine, dal Battistero a San Miniato al Monte. Più lontano, verso l’attuale chiesa di San Firenze, sorgeva il tempietto di Iside, ricco di voti; s’apriva un teatro per la prosa; s’allargava vastissimo, capace di quindicimila spettatori, un anfiteatro, ancor ricordato dall’andamento delle costruzioni addossatevi nel medioevo. E ovunque statue come quelle al Genio
Vasi funerari Foto Alinari
Coloniæ Florentiæ, ad Adriano, a Diocleziano; e case spaziose, belle di marmi e di musaici, come quella scoperta presso San Giovanni. E fuor delle mura laterizie, con porte difese da torri e postierle, il grande acquedotto lungo la via [p. 23 modifica]Cassia, e i sepolcri, e i cippi, e i sarcofagi sontuosi, quali ancora si conservano nel Battistero, nel Museo dell’Opera del Duomo, nel Palazzo Mediceo di via Larga.

Quieta doveva esser la vita nella Firenze romana, e non senza raffinatezze pel numeroso elemento greco che le iscrizioni ricordano, per quanto altre iscrizioni ci attestino come i fiorentini amassero anche la vita avventurosa delle armi e quasi affollassero le coorti dei pretoriani e del presidio di Roma.

Per un momento però temettero essi per la loro città: quando cioè fu pensato di immetter la Chiana nell’Arno per portare un riparo alle disastrose piene del Tevere. Allora una commissione, della quale facevano parte alcuni fiorentini, si Immagine dal testo cartaceo recò da Tiberio, ed ottenne che il provvedimento fosse revocato, obiettando esser atto irreligioso quello di cambiar di letto ai fiumi, divinità benigne e tutelari.

Firenze fu salva e crebbe d’importanza. Adriano riadattò la via Cassia fino a lei, che gli dedicò allora una statua in Campidoglio; Aurelio o forse Diocleziano - cui fu votata un’altra statua presso la porta meridionale - la fece sede del Corrector Italiæ, cioè del governatore dell’Umbria e della Toscana riunite; e tale essa rimase fino a Valentiniano e a Valente, fin quasi a quando Radagasio non si accampò con gli ostrogoti sotto le sue mura, spargendo per la campagna la desolazione e la morte. Ma Stilicone accorre coi legionarii rafforzati d’unni e di visigoti; fa strage dei barbari che in più di centomila cadono in battaglia, e dinanzi ad una delle porte della città fa decapitare Radagasio stesso. Più tardi Firenze volle esser riconoscente della vittoria a santa Reparata e dedicarle il suo maggior tempio, per quanto la disfatta di Radagasio fosse avvenuta il 23 di agosto del 405, e non l’8 di ottobre, giorno del martirio della vergine siriaca, come vuole la tradizione. [p. 24 modifica]È certo però che questa disfatta segnò il pieno trionfo del cristianesimo, introdotto in Firenze da san Miniato, che subì il martirio il 25 d’ottobre del 250, e fu sepolto sul monte che porta il suo nome. Poichè se presto la città ebbe un vescovo, come prova la presenza del vescovo fiorentino Felice nel sinodo contro i donatisti (2 ottobre 313); e se nel 393 sant’Ambrogio vi si trattenne qualche tempo consacrando la basilica di San Lorenzo e ricevendovi Paolino da Nola, solo forse dopo la vittoria di Stilicone il vescovado sorse sulle terme pagane, la chiesetta di Sant’Andrea fu costruita da un privato, e la cappella della Vergine s’annidò nel vestibolo del tempio capitolino; mentre sui sarcofagi Giona e il Buon Pastore si sostituivano ai simboli ed alle allegorie della classicità. Immagine dal testo cartaceo

Dopo la minaccia di Radagasio, Firenze dovette godere, specialmente sotto Teodorico, di una certa tranquillità; ma quando, col pretesto di vendicare Amalasunta e di punire Teodato, che era proprietario di gran parte di Toscana, i bizantini vennero in Italia, ricominciarono per Firenze i giorni del dolore.

Vitige occupa i possessi toscani di Teodato; i greci compaiono in Toscana e assediano Firenze; nel 541 sono padroni di quella e di questa. Totila accorre ad assediarla, ma temendo i soccorsi che muovono da Ravenna, si ritira in Mugello, ove disfà gli imperiali.

Ma se la città è salva dalla distruzione, la campagna è devastata orribilmente: gli abitanti si cibano d’erba, e spesso muoiono estenuati mentre la strappano, coi denti, di terra; alcune madri, come narra Procopio, divorano i proprii figliuoli; altre donne adescano uomini incauti per ucciderli e cibarsi dei loro cadaveri.

Poi ai goti succedono i franchi, che di nuovo mettono a ferro e fuoco la campagna; finchè morto Totila e distrutti i franchi, la città, riconquistata da Narsete, rimane per qualche tempo sotto il governo di Ravenna. [p. 25 modifica] Ma per poco. Nel 570 i longobardi occupano la Toscana, ed anche per Firenze comincia il medioevo.


Da Totila a Carlo Magno torna il silenzio, che la leggenda aveva spiegato con la distruzione della città fatta dal primo, e la ricostruzione dal secondo ordinata, sull’esempio di Roma, con le chiese di San Pietro, di San Lorenzo, di Santa Maria Maggiore, con gli stessi monumenti cristiani, come un tempo la città antica aveva avuto gli stessi monumenti pagani dell’Urbe.

Ma documenti, cenni di storici e ricordi ci provano che Firenze, non mai distrutta da Totila, scambiato nella leggenda col Flagello di Dio, neppur tanto decadde, quanto da alcuni scrittori si è voluto affermare, sotto il longobardo dominio. Chè anzi i suoi vescovi acquistano sempre maggiore importanza, e si innalzano nuovi edifici pel culto cristiano.

Così nel concilio di Roma del 680 interviene Reparato, nel 715 Specioso siede a giudizio con un messo di Liutprando; così, dopo Santo Apollinare e San Rofilo del tempo bizantino, si fondano Orsammichele e San Michele Bertelde in onore dell’arcangelo venerato dai longobardi, e San Miniato tra le torri, e San Frediano, e San Pietro in ciel d’oro, a simiglianza del maggior tempio pavese; mentre il gardingo si leva dove una volta era il teatro romano, e torri numerose si profilano per la campagna, a difesa della città, che dopo dieci anni dalla disfatta dei longobardi troviamo ancora sede di un duca, a significare la sua importanza ed a dimostrare che la riforma amministrativa di Carlo Magno fu attuata con indugi e ritardi.

Tre volte passò per Firenze il grande imperatore. Nel 773, avanzando su Roma; nel 780, fermandosi a San Mezzano con Ildegarda, che forse anche pregò sulla tomba del martire Miniato; nel 786, finalmente, celebrandovi in compagnia del figlio Pipino la festa di Natale con magnificenza che dovette esser nuova per la città, la quale poi volle in Carlo il suo riedificatore e il fondatore della sua costituzione politica, come aveva voluto in Cesare il suo creatore.

Ma il Franco si limitò soltanto a sostituire al duca un conte con giurisdizione su tutto il territorio della diocesi; per quanto il marchese di Toscana, risedente in Lucca, sia più tardi anche il conte delle singole città e tenga giudizio assistito dagli scabini, prima magistratura di carattere popolare.

Poi, nell’825 - mentre i normanni coi loro legni snelli e veloci risalgono l’Arno e devastano la campagna - Lotario destina Firenze a sede di una scuola pubblica, onore questo che, diviso con altre sei città italiane, fa prova della sua cresciuta importanza; e più ancora la prova il trovar riunito - venti anni più tardi - il comitato di Fiesole con quello di Firenze, la quale è così a capo di un vasto territorio, confinante con Bologna, con Siena, con Arezzo, con Pisa e Volterra. E sempre maggiore autorità ha il suo vescovo, che vediamo a Pavia tra gli elettori di Carlo il Calvo a re d’Italia, e che nell’874 ottiene autorità temporale sui possedimenti del vescovado.

Quando però Carlo il Grosso, come il Magno aveva fatto quasi un secolo innanzi, forse nell’881, fu stato tra le sue mura, quando la dinastia carolingia fu spenta, vennero per Firenze anni di ansie e d’incertezze. Nelle lotte dei pretendenti, fu di Guido di Spoleto, di Lamberto, di Berengario, di Lodovico di Borgogna, a vicenda, e vide gli ungari per le sue campagne; finchè con gli Ottoni - Ottone I vi si fermò andando a Roma - non ebbe nuova tranquillità ed un proprio conte assistito dagli iudices regis, ed un visconte; finchè col marchese Ugo di Toscana, che alla tradizionale sede di Lucca preferì quella già forse più splendida di Firenze, non ebbe nuovo benessere e nuova prosperità. Nè minori vantaggi trassero dal grande Ugo e da Willa sua madre, convertiti all’ascetismo dalla parola di [p. 26 modifica]Immagine dal testo cartaceo

Romualdo, i vescovi fiorentini, mentre inconsciamente gli Ottoni plaudivano e gareggiavano in privilegi; e si fondava la Badia; e si andava formando a poco a poco la leggenda attorno alla figura del «gran barone» sulla cui tomba ancora, ogni anno nel giorno di san Tommaso, si depongon le armi, che purtroppo - pei numerosi rinnovamenti e le necessarie sostituzioni - risalgono oggi appena al secolo XVII.

Ormai, attorno al mille, Firenze è una città di primaria importanza: la sua ascensione è segnata. Nel grande lessico che porta il nome di Suida che fu compilato a Bisanzio a mezzo il secolo X, Firenze sola, con Pisa, è rammentata tra le città di Toscana, mentre si tace di Siena e si tace di Lucca, pur sede di marchese; un fiorentino, un tal Ugo, è ammesso nel seguito dell’imperatore e nel 996 siede con lui a giudizio in Ravenna; nel ’55 Enrico III entra solennemente in Firenze e la dichiara città dell’impero, libera dalla soggezione marchionale; nel ’57 e nel ’58 vi dimorano e muoiono due papi: Vittore II e Stefano IX; tra ’l ’59 e il ’61 Niccolò II, già vescovo di Firenze, vi si trattiene coi cardinali, e più tardi, da Roma, pontefice, si compiace di chiamarsi ancora vescovo fiorentino e di esercitarne l’ufficio.

E la città si fa degna di imperatori e di papi, coi suoi monumenti superbi. Dopo le chiese innalzate sotto la dominazione bizantina e longobarda, altre molte sorgono in ogni parte della città; ma ne rimane solo il ricordo o nei documenti, o nei nomi passati ad altri templi ricostruiti e rifatti al loro posto, nel corso dei secoli. Così, tralasciando le chiese minori, fino dal IX abbiamo notizia di Santa Reparata e di San Giovanni: l’una disfatta nel XIV per dar luogo a Santa Maria del Fiore; l’altro, forse completamente ricostruito sul piano primitivo, longobardo, [p. 27 modifica]Immagine dal testo cartaceo o piuttosto innalzato di nuovo, più grandioso e più vasto, e consacrato nel 1059 da Niccolò II.

Sul tempio magnifico è corsa per lungo tempo la leggenda, che lo diceva pagano e dedicato a Marte, poi cristiano e votato al Battista; leggenda accolta da tutti gli antichi cronisti e da Dante nel poema divino, ma sfatata anche pel ritrovamento di una costruzione romana, su parte della quale il tempio è costruito. Han voluto però alcuni — con l’architetto Nardini — considerarlo sempre edificio antichissimo, e risalente almeno al secolo V; mentre altri - e fra questi il Supino - vi ha veduto il più splendido portato di quell’arte che dopo il mille trasse germi di vita novella dalla romana, anticipando di tre secoli un più vasto e completo rinascimento.

E tutto porta ormai a ritenere che nelle sue parti essenziali il Battistero sia da assegnarsi all’undecimo; e che Niccolò II lo consacrasse così quasi come noi lo vediamo: ottagonale, con tre porte e un’abside circolare, della quale sono apparse le fondazioni in scavi eseguiti di fronte al vescovado, e sostituita più tardi dall’attuale scarsella rettangolare. All’interno, superbo per colonne policrome, pilastri scanalati, capitelli ionici e corinzii e compositi, in gran parte antichi o da antichi imitati, per trabeazioni dai profili robusti, per specchi marmorei sapientemente disposti a rivestir le pareti tra svariate cornici; elementi da un artefice mirabile adoperati a comporre un tutto che ha dell’età classica la severa magnificenza e la misurata armonia; solo la vasta cupola non splendeva, com’oggi, di musaici svarianti nell’incerta luce. All’esterno, una decorazione semplice, ma doviziosa, di marmi bianchi e neri su di un motivo classicheggiante; mancava però l’alto attico diviso da pilastri scanalati, e l’estradosso della cupola appariva scoperto. E attorno erano le arche e i sarcofagi, in parte pagani, che vi stettero fino quasi alla fine del XIII secolo. [p. 28 modifica]Immagine dal testo cartaceo Col Battistero, Niccolò II consacrò anche le chiese di San Lorenzo e di SantaFelicita, allora rifatte con maggiore magnificenza, più tardi distrutte per dar luogo agli edifici attuali; e dovette veder quasi compiuta la basilica che fino dal 1018 il vescovo Ildebrando aveva cominciato a rinnovare in onore del martire Miniato, e che ancora domina superba la città adagiata sul fiume: classica nella pianta basilicale, nei capitelli per gran parte antichi, nei particolari decorativi; splendida di marmi nella facciata compiuta o alterata nel XII e nel XIII secolo, e nell’abside, ove attraverso gli specchi marmorei lumeggiava, com’oggi, il sole, fantasticamente; ma non ancora recante nella capace conca il musaico con Cristo, tra la Vergine e il Santo.

E di contro, su di un altro colle, la Badia Fiesolana svariava d’altri marmi nella facciata; e giù, entro o subito fuor delle mura, SS. Apostoli poggiava i bianchi capitelli compositi di schietto carattere classico sulle robuste colonne di verde di Prato; e San Salvadore al Vescovo nel suo prospetto offriva un riflesso stanco e sfiorito delle magnificenze del Battistero; e Sant’Iacopo sopr’Arno apriva sulla via il suo portico romanico.

Ma se la città grandisce, non posa. Se non v’è timore di pericoli esterni, se goti, franchi, normanni, ungari non battono più le sue campagne, entro le mura sicure s’agitano la discordia e lo scisma.

I vescovi, ricchi per donazioni e forti per privilegi, insuperbiscono, trascendono a violenze, s’appropiano dei beni privati, tengono vita scandalosa. Il magnifico Ildebrando ha figli e dà udienza in vescovado, tenendosi presso la moglie [p. 29 modifica]Alberga, che interloquisce a suo piacimento, dominando il marito. Nè il clero è da meno. Pochi sono gli ecclesiastici che non abbiano almeno una concubina e numerosa figliolanza, per la quale dilapidano i beni della chiesa. I benefici divengono proprietà famigliare. Gli uffici, anche quello di vescovo, si comprano e si vendono impunemente. Per tremila libbre si può succedere nella cattedra di santo Zanobi.

Ma ecco d’un tratto giungere nella città simoniaca Giovan Gualberto, che abbandonati i piaceri di una vita gioiosa, cerca nella religione riposo all’animo irrequieto. Però l’abate di San Miniato, che l’ha accolto, ha comprato il suo ufficio; Atto, il vescovo, la sua carica. Ed egli tenta di promuovere una agitazione popolare; in giorno di mercato sale sul banco di un venditore e lancia la sua accusa violenta contro il vescovo. Ma i tempi non sono maturi; il popolo gli si solleva contro, i partigiani di Atto gli si fanno addosso, lo malmenano; a mala pena salva la vita. Allora si ritira sdegnato nella solitudine di Vallombrosa, vi raccoglie fedeli, bandisce la riforma benedettina annunciata da Cluny, e vede diventar folla i suoi seguaci. I conventi di Settimo, Marturi, Passignano, San Salvi stanno per lui e per la riforma canonica, che ormai ha numerosi proseliti fra i monaci e fino in corte di Roma.

Ma quasi a sfida viene ora eletto vescovo Pietro Mezzabarba di Pavia, creatura dell’imperatore; e suo padre si vanta di avergli comprato l’ufficio per tremila libbre d’oro. I riformisti insorgono; le genti del duca Goffredo assalgon di notte il convento di San Salvi e lo saccheggiano; ma Giovan Gualberto è a Vallombrosa. Per protestare contro tanta violenza egli scende in città, e manda una ambasciata a Roma ad accusare il pavese. Alessandro II invia a Firenze, a metter pace, san Immagine dal testo cartaceo