Fosca/Capitolo XLVIII

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Capitolo XLVIII

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Suonava la mezzanotte quando io entrai nella camera di Fosca.

Ella era inginocchiata a piedi del letto, colla testa appoggiata ad una seggiola, in attitudine di preghiera. Non mi udí e non si volse; io mi tenni ritto sulla soglia, immobile, combattuto da mille dubbi, da mille paure, col cuore soffocato dall’angoscia. Girai l’occhio intorno a me, e contemplai con un senso di raccapriccio tutti quegli oggetti che mi ricordavano tanta parte del mio cuore. Colà io aveva vegliato un’intera notte al suo fianco, su quella sedia aveva evocato le dolci memorie di Clara, al fioco barlume di quella lampada aveva accarezzato le lusinghiere promesse d’un avvenire ampio e sereno. Ed ora!…

Mossi un passo verso Fosca. Ella rivolse il capo con un moto sí risoluto che i capelli, appena trattenuti da una reticella, si sprigionarono e caddero sulle spalle e sul collo. Mi vide, diè un grido, balzò in piedi, e mi corse incontro con le braccia protese, e mi avvinghiò al suo seno palpitante. Il mio cuore fremeva come all’aspetto d’una immensa sciagura.

Quell’amplesso fu lungo e penoso. L’emozione ci aveva reso mutoli entrambi.

La pallida luce che illuminava la stanza, il crepito lieve del lucignolo, il battito affrettato dei nostri petti, e la calma che vegliava al di fuori, davano a quel momento una solennità che cresceva il mio affanno.

Feci un moto come per ritrarmi da lei; ella se ne avvide, ne indovinò il senso e gettandomi le braccia al collo, piegò il mio capo verso il suo, si sollevò sulla punta dei piedi, accostò le sue labbra arse dalla febbre alle mie labbra, e mi coprí di baci brevi, replicati, frenetici. Tutta la sua natura combatteva una terribile lotta di desiderio e d’amore; il suo corpo fragile e consumato dal dolore aveva un’energia che m’impauriva.

La trassi con dolce violenza presso un divano, e la feci sedere; io me le posi d’accanto. Mi afferrò le mani, me le strinse con forza, le accostò al suo seno, poi alla bocca fremente. Il suo corpo tremava tutto.

- Hai freddo? - le domandai commosso?

- Ho paura - mi rispose.

La guardai in volto meravigliato.

- Di che?

- Di morire, di non poter reggere l’urto di quest’onda di felicità che mi opprime. Ho pregato il cielo che mi desse la forza che mi manca; poche ore, poche ore sole, e poi la morte; che importa a me di morire quando io abbia vissuto questa notte nelle tua braccia? Il cielo è generoso, non è vero? Ha pietà di coloro che amano?

Non risposi. Fosca proseguí senza badare.

- Domani tu dovrai partire, domani io morrò. Ma non è che mezzanotte. Abbiamo sei ore innanzi a noi, sei ore per noi, per noi soli, pel nostro amore; poiché tu mi ami, non è vero? tu me l’hai detto.

Mi guardò colle pupille scintillanti di passione. Il suo volto pareva illuminato da un entusiasmo gagliardo che ne rendeva meno sgradevole la deformità; le guancie leggermente rosate, i capelli nerissimi e abbondanti che contornavano il suo volto come in una cornice d’ebano, il vivo contrappunto della sua veste di mussola bianca l’assomigliavano ad una visione fantastica; in quel momento nissuno avrebbe detto che Fosca era assolutamente brutta. Io pensai a Clara, alle menzogne che le avevano guadagnato il mio cuore, all’inganno bassamente concepito e stoltamente svelato… Oh! sí, Fosca soltanto aveva meritato il mio amore, ella sola mi aveva amato, ella che aveva sfidato il ridicolo, il disprezzo, la collera; ella che aveva rinunziato al suo orgoglio di donna, domandando per pietà ciò che le altre dànno per debolezza, per vanità o per vizio.

- T’amo - le risposi.

- Ripetilo.

- T’amo.

- Ripetilo ancora.

- T’amo.

- Oh! mio Giorgio, mio Giorgio!

Cadde a’ miei piedi, mi strinse le ginocchia, e vi nascose la fronte. Quando la risollevò, vidi la sua faccia bagnata di pianto.

- Tu soffri? - le chiesi con dolcezza.

- No.

- Tu piangi?

- Sono lagrime dolci.

Tacque, si curvò sopra di me e coprendosi il volto colle mani continuò a singhiozzare in silenzio. La sollevai da terra, allontanai le sue mani, e la baciai sulla bocca. Trasalí, levò gli occhi verso di me, volle parlare, ma gliene venne meno la forza, e si abbandonò nelle mie braccia mormorando il mio nome.

- Fosca! Fosca!

Non mi rispose. Trasognato, istupidito, senza mente e senz’anima, io sentiva il suo petto asciutto premere sul mio, la sua faccia appoggiata alla mia faccia, cosí presso da udire le pulsazioni affrettate delle sue tempia.

- Fosca! Fosca! sii forte, sii calma; io sono tuo, sono tuo, di nissun’altri che tuo.

- Di nissun’altri? Ripetilo. Non è un sogno? Oh! sí, sarò forte, sarò calma; il tempo è geloso della mia felicità, vedi le freccie di quel pendolo come corrono veloci! Oh! mio Giorgio, mio Giorgio! tu sei mio!

V’era un accento di cosí selvaggia voluttà nelle sue parole, che il mio cuore si contorse nel seno come un serpente. Quella ripugnanza invincibile che la natura aveva posto fra di noi risorse impetuosa come una corrente per separarci.

Un moto, un gesto, una mal frenata contrazione dei miei muscoli le rivelarono forse la mia intenzione, poiché in quel punto sentii i nervi delle sue esili braccia stirarsi come corde e stringermi in un amplesso soffocante. Gridai… si ritrasse, mi abbandonò impaurita, s’inginocchiò domandandomi perdono.

Abbassai lo sguardo verso di lei; quel volto sfigurato dalle lacrime e dal sentimento eccessivo del piacere, i suoi grandi occhi sporgenti dall’orbita, il tremito del suo corpo, mi rivelarono brutalmente tutto l’orrore della mia posizione. Non era la mia anima, non era la mia volontà; era il sangue, erano le fibre, i muscoli, i nervi che si ribellavano a quell’amplesso. L’immaginazione raddoppiò il mio ribrezzo: ricercai sotto quella veste, sotto quei nastri il suo corpo… Ed avrei io?… Mio Dio! Mio Dio!

Oh! Clara, Clara, perché hai tu ucciso il mio cuore? perché non posso riconfortarmi del tuo pensiero, della tua memoria? perché mi hai lasciato solo colle mie paure, coi miei vaneggiamenti? perché hai tu posto la maledizione sulle mie labbra che non conoscevano che l’amore?

All’improvviso Fosca tacque, si sollevò, mi guardò in volto e sorrise.

- Sono pazza! - mi disse - sono pazza! Il mio cuore trabocca di piacere, ed io piango come una sventurata.

Andò con passo fermo verso la lampada, la prese e la collocò dinanzi ad uno specchio. Si guardò, gettò indietro con un moto energico della testa il lusso dei suoi capelli nerissimi, e ritornò a me col volto rasserenato.

- Sono brutta; - mi disse con calma - le lagrime sono un falso ornamento.

- Non è vero - le risposi tanto per liberarmi dal peso del mio silenzio.

Tentennò il capo.

- A quindici anni le lagrime, a trenta i sorrisi.

Poi con una specie di civetteria che contrastava stranamente colla sua natura, si accostò alla toletta, si lavò la faccia, arruffò bizzarramente i capelli, e ritornò a me lieta, voluttuosa, tutta profumi, sorrisi e desideri.

- T’amo - mi disse, e si sedette sulle mie ginocchia, incrociando le mani sul mio capo.

Pareva cosí felice, cosí riconoscente, cosí carezzevole, che se anche il proposito non avesse prevenuto il mio cuore, egli si sarebbe arreso per un senso irresistibile di pietà. Quella donna mi amava!

- Tu parti? - mi domandò qualche istante dopo con accento di melanconia.

- Domani stesso.

- Domani!

E parve raccogliersi a meditare. All’improvviso si riscosse.

- Vuoi che io venga teco?

E siccome io non risposi subito, pose una mano sulla mia bocca e mi disse:

- Non schermirti; io so bene che noi non possiamo amarci come gli altri uomini. Un giorno, un’ora, un istante, e poi…

- E poi?

- Si muore.

Ella disse queste parole con tanta sicurezza, che mio malgrado sentii un brivido corrermi per le vene.

- Qual è la donna che tu hai amato sopra tutte?

La guardai meravigliato.

- Mia madre.

- Non è questo.

- Non domandarmi altro.

- Voglio saperlo; è un capriccio; ho i miei capricci anch’io; tutte le donne innamorate ne hanno; tutti gli innamorati li soddisfano. Oggi tu sei il mio innamorato.

- Domandami qual è quella che io amo.

- E sia. Qual è la donna che tu ami sopra tutte?

- Sei tu.

Non si aspettava questa risposta; tremò, si fe’ rossa in volto dal piacere, e nascose il capo nel mio seno.

- Quand’è cosí, - prese a dire poco dopo - dammene una prova.

La baciai sulla bocca.

- Non basta.

La baciai ancora.

- Non basta.

- Farò ciò che vorrai. Comandami.

- Non voglio comandarti.

- Desidera.

- Nemmeno.

- Che ho da fare?

- Indovina. Ciò che faresti con una donna che amassi, ciò che hai fatto con le donne che hai amato, ciò che hai fatto con Clara.

- Clara! Tu dici?…

Mio Dio! Mio Dio! Perché risuscitava ella questo terribile pensiero in quel momento?… La strinsi al petto con forza, con una forza rabbiosa che aveva apparenza di passione. Ella si abbandonò palpitante, senza dir parola. La mia stretta fu lunga; il suo fragile corpo fremeva fra le mie braccia.

- Giorgio, mio Giorgio!

- Sei paga?

- Non ancora.

- Non credi dunque al mio amore?

- Ci credo, ci credo; spirerei ai tuoi piedi se non ci credessi. Mordimi la guancia.

- Perché?

- Mordimi la guancia; tu l’hai fatto con Clara, non lo negare; gettati ai miei piedi, appoggia il tuo capo sulle mie ginocchia.

Mi arresi come un fanciullo. Tutte le forze della mia volontà erano domate dall’aspetto di quell’energia.

M’inginocchiai a’ suoi piedi. Ella batté palma a palma le mani con uno slancio di gioia puerilmente selvaggia.

- Cosí, cosí… lo vedete, è proprio lui, il mio amore, il mio bello; lui cosí forte, cosí grande! Egli domanda la mia pietà, lo vedete, lo vedete!

Passò le mani affilate fra i miei capelli, li attortigliò fra le dita come avrebbe fatto con un bambino, mi lisciò la fronte, mi prodigò cento carezze, mi chiamò con cento nomi teneri. Io taceva e tremava.

- Credi nella virtú della donna? - mi domandò improvvisamente.

Perché quella domanda? E quale sarebbe stato l’effetto della mia risposta? Voleva ella darmene una prova? O piuttosto prevenire il mio disprezzo? Assicurare l’impunità della sua colpa?

- Ci credo - le risposi con un esaltamento che nascondeva assai male la mia convinzione.

- Non ti pare che vi possano essere delle circostanze che scusino e legittimino il fallo?

Non risposi. La sua intenzione era palese. Ripugnava alla mia dignità d’uomo contrastarle e schermirmi con un sotterfugio da una promessa che il dispetto e l’affanno avevano strappato al mio cuore. Ripugnava alla mia debole natura incoraggiarla con bugiarde lusinghe.

Ella mi comprese e tacque.

- Parlami di Clara - mi disse poco dopo.

E siccome io non rispondevo, aggiunse con accento carezzevole:

- Non temere, mio bello, non temere; non ne sono gelosa. Tu non sei piú Giorgio per me, sei l’amore, sei il mio sole. Il sole illumina e riscalda; le creature ne fruiscono senza lamentarsi, ne fruiscono benedicendo; tu sei il mio amore, tu sei il mio sole… Tu l’ami, non è vero?

- L’ho amata.

- Non l’ami piú? Sarebbe vero? Oh! grazie, grazie. Non è vero, sai; io ho mentito, non è vero che io non sia gelosa; oggi sono forte, ecco tutto. Vorrei essere l’aria che tu respiri per confondere la mia vita colla tua, distruggere la mia natura per far parte della tua natura. Dimmi ancora che non ami piú quella donna.

Glielo dissi.

- Giuralo.

Giurai.

Si abbandonò fremente di piacere sopra di me, mormorando parole di desiderio e di preghiera.

Il mio cuore era straziato dall’angoscia.

Quella creatura selvaggia, resa terribile dalla deformità e dalla malattia, domandava da me l’ultima prova. Lottai contro me stesso, contro la mia natura codarda che si ribellava ad un sagrifizio che io stesso avevo provocato.

Se fosse stata Clara! Che dico? Se fosse stata la piú vile donnicciuola, io sarei caduto ai suoi piedi supplichevole, avrei dimenticato il mio cuore, la mia mente, la mia anima nell’ebbrezza dei sensi. Codardo! Codardo!

Nell’impeto generoso che succedette a questo pensiero l’afferrai convulso, la sollevai sulle braccia, la portai in giro per la camera smaniando. Cosí altre volte, con altro fremito, con altro spasimo, io aveva portato il corpo adorato di Clara! Erano le stesse grida, le stesse parole rotte, lo stesso fruscio di vesti, lo stesso ondeggiare di capelli disciolti, lo stesso profumo inebbriante…

Ansante, pallida piú del consueto, ella mi scivolò dalle braccia, e si accosciò sul nudo terreno. Me le assisi al fianco.

- Ho freddo, - mi disse.

- Ti riscalderò sul mio seno.

- Come sei bello! come ti amo!

Si levò d’un balzo, corse ad uno stipo, prese un paio di forbici: poi venne a me, e me le diede; trasse innanzi i suoi capelli, li raccolse in un fascio colle mani, e mi disse sorridendo:

- Recidili, mio bello, mio amore, recidili; sono tuoi.

E siccome io mi ritrassi, afferrò le forbici e fece atto di reciderli ella stessa. Una parte dei suoi capelli le era sfuggita, tentò di riafferrarli e fu vano; io ebbi tempo di trattenerla.

- Hai ragione, - mi disse ella - hai ragione; piú tardi.

Piú tardi! che voleva ella dire? Perché? E poteva io ingannarmi sul significato di quelle parole? Si sarebbe ella privata della sua sola bellezza in quel momento? Piú tardi! piú tardi! Mio Dio!

In quella si udí lo scatto d’una molla, poi quattro squilli sonori del pendolo.

Quattro ore! Erano passate quattro ore! Levai gli occhi in volto a Fosca e vi lessi lo stesso pensiero. Feci un moto come per ritrarmi; essa mi afferrò, mi strinse, e con un accento intraducibile d’affanno mormorò alle mie orecchie queste terribili parole: - Sii mio! Sii mio!

Una nebbia mi oscurò l’intelletto, e non ebbi forza di resistere. Ciò che avvenne dopo è cosí spaventoso che la mia mente ne rifugge inorridita. Due lunghe ore di spasimi, di grida, di ritrosie ispirate dal ribrezzo, hanno spezzato la mia natura, hanno sfasciato l’edifizio delle mie memorie e inaridito l’ultima sorgente delle mie speranze…