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Frammenti (Archiloco - Romagnoli)/Introduzione

Archiloco - Frammenti (Antichità)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1932)
Introduzione
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La prima e piú completa notizia che l’antichità ci abbia tramandata della vita e della personalità d’Archiloco, è quella del filosofo Crizia (uno dei trenta tiranni: 404-403), riferita da Eliano (Varia Historia, X, 13): «Se egli non ne avesse sparsa fama tra i Greci, noi non sapremmo che fu figlio d’una schiava, Enipò, né che, abbandonata Paro, per la miseria e l’indigenza, venne a Taso, né che qui si inimicò con la gente del luogo, né che fu adultero, lascivo, ingiuriatore, e, cosa anche più brutta, che gittò lo scudo in battaglia. Archiloco non fu dunque testimonio benevolo verso sé stesso, quando lasciò di sé tal fama».

Da questo passo si raccolgono due fatti che documenti intorno alla vita di Archiloco non esistevano, tranne le sue poesie; e che il contenuto di queste offriva ampii tèmi da sviluppare ai pettegoli e ai maligni.

E infatti, durante l’intero svolgimento della letteratura greca, intorno alla figura d’Archiloco fu un gran frondeggiare di storielle e di favole, che lussureggiò specialmente nella commedia attica, massime nella antica, e nella tarda retorica. E dentro a questa boscaglia d’erbacce e di piante parassite, l’immagine del poeta, che certo dall’opera com[p. 20 modifica]pleta dové balzare con sommo rilievo, se tanto viva e colorita balena anche oggi dai miseri frammenti, riuscí a man a mano mortificata e ridotta a brutta caricatura. In sostanza, non rimase altro se non il violento iroso detrattore di tutto e di tutti.

Tale già lo aveva stigmatizzato Pindaro: «Il maledico Archiloco — che impingua tra l’odio e le scede». Ma il primo a darci la caricatura fu Callimaco; il quale unisce cosí anche questo ai tanti altri suoi meriti libreschi (37 edizione Schneider):

     Infusa ebbe la rabbia feroce del cane, e l’aguzzo
     pungolo della vespa: due tòschi ha la sua fauce.

Ma l’episodio che dette il tono alla tarda pettegola erudizione, fu quello che si riferiva alle figlie di Licambe. Riflesso, anche questo, nelle poesie. Come e quanto, non sappiamo bene. Ma si raccontò che Archiloco, prima accolto, e poi rifiutato per genero da Licambe, avventò contro lui e le sue tre figlie giambi cosí terribili, che li indusse ad impiccarsi tutti e quattro. E, poiché fra le esercitazioni dei rètori erano di moda le «riabilitazioni» (Gorgia per Elena: Isocrate per Elena e Busiride: se ne trova traccia anche in Euripide), le figlie di Licambe sembrarono soggetto adattissimo. E le riabilitazioni retoriche trovarono una pronta eco loquace in una frotta di galanti poeti alessandrini.

E cosí parlavano le calunniate fanciulle in un epigramma attribuito, ma a torto, a Meleagro (Antol. pal., VII, 352):

Per la man destra d’Ade signor lo giuriamo, e pel negro
talamo di Persèfone, cui nominar non lice,

vergini sotto la terra noi siamo discese; eppur, molte
calunnie quell’acerbo sparse contro la nostra

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     verginità dei canti la bella melode rivolse
     contro fanciulle, in guerra: certo non fu prodezza.

     Pièridi, perché contro pure donzelle volgeste,
     per compiacere un empio, vituperosi giambi?

E in un altro epigramma, di Dioscòride, le medesime donzelle, fatte loiche, asserivano che la prova migliore della loro innocenza consisteva nel desiderio d’Archiloco di farle sue consorti (parlano cosí al plurale; ma non risulta che Archiloco aspirasse alla trigamia (Antol., VII, 361):

     No, lo giuriam per gli estinti, santissimo giuro, noi, figlie
     di Licambe, che abbiamo tanto odïosa fama,

     mai la verginità non macchiammo, né il padre o la madre,
     né Paro, che l’eccelsa è fra l’isole sacre.

     Bensí, contro la nostra progenie l’orribile oltraggio
     e l’odïosa fama Archiloco scagliò.

     Archiloco, il giuriamo pei Numi e pei Dèmoni, mai
     né per la via vedemmo, né d’Era nel gran tempio.

     Se mai lussurïose, se fossimo state impudiche,
     non avrebbe legittimi figli da noi bramati.

E un tal Giuliano, in una epigrafe che avrebbe dovuta essere incisa sulla tomba del poeta, avverte i viandanti di tenersi alla larga (Antol., VII, 71):

     Questo, vicino al mare, d’Archiloco è il tumulo: primo
     con fiele viperino l’acerba Musa ei tinse,

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     il placido Elicona di sangue imbrattando: Licambe
     lo seppe, che tre figlie dove’ piangere appese.

     Non fare, o viandante, rumore, ma tira di lungo:
     ché, se qui siedi, stuzzichi vespe da questo avello.

E un certo Getulico, infine, ammoniva Cerbero che, se non voleva vedere spopolato l’Averno, per carità, non lasciasse entrare l’anima d’Archiloco (Antol., VII, 70):

     Or, piú che per l’innanzi, le porte dell’orrido abisso,
     can tricípite, guarda con insonni pupille.

     Ché, se, a fuggir dei giambi d’Archiloco il vampo selvaggio,
     abbandonar la luce le figlie di Licambe,

     come non lascerà le porte del buio soggiorno
     ogni uomo, per fuggire degli oltraggi il terrore?

Favole che, ad ogni modo, conviene ascoltare, perché, come tutte le favole, pure adombrano qualche aspetto del vero.

Notizie sicure intorno alla vita di Archiloco, se ne possono determinare ben poche. Nacque a Paro, intorno al 650, ai tempi, su per giú, del re di Lydia Gige (687-652), che egli ricordava in una sua poesia. Suo padre Telesicle aveva guidata una colonia da Paro a Taso. Polignoto, anch’egli di Paro, aveva posto il suo avolo nell’Ade vicino a Cleobèa, fondatrice del culto di Demetra in Taso (Pausania, X, 28, 3).

Per bisogno lasciò Paro e si trasferí a Taso. Vi giunse in un momento in cui le popolazioni barbare vicine disputavano l’isola ai coloni di Paro. Ma questi divennero presto padroni incontestati dell’isola; e di qui travalicarono alla costa vicina, e divennero padroni della regione del monte Pangèo, ricco di miniere d’oro. [p. 23 modifica]

Come s’intende, questo possesso non fu senza contrasti. Contro loro mossero continuamente, non soltanto le popolazioni tracie, bensí anche numerosi altri coloni greci, da Andro, Clazomene, Chio, Mitilene. Di qui, una serie di guerriglie, di vittorie, di sconfitte. A tutte, piú o meno, fu mescolato il figliuolo di Telèsicle: tutte diedero, se non ispirazione, almeno motivo al suo canto.

Taso non gli piaceva in un frammento ne fa una descrizione ispirata all’odio. Anche con gli abitanti se la diceva poco; e ne abbiamo un indice nella storia di Licambe. Ma particolari non ne conosciamo. Verso la fine della sua vita, lo troviamo di nuovo nel Mezzogiorno, impegnato in una guerra coi Nassi. E in questa trovò la morte.

E qui porgiamo ascolto ancora alla leggenda. Calonda di Nasso, che lo aveva ucciso, andò a Pito, a consultar l’oracolo; e la sacerdotessa lo respinse con queste parole:

     Hai delle Muse il ministro ucciso: va’ fuori dal tempio.

⁂

Ma se poco sappiamo della sua vita, assai viva possiamo ricostruire la figura dell’uomo. Archiloco è di quei poeti per cui ciascun caso della vita, grave o fatuo, triste o giocondo, è motivo d’ispirazione, argomento al canto. Per lui possiamo ripetere ciò che Orazio scrisse di Lucilio (Sat. 11, I, 30):

          Ille velut fidis arcana sodalibus olim
          credebat libris, neque si male cesserat usquam
          decurrens alio, neque si bene: quo fit ut omnis
          votiva pateat veluti descripta tabella
          vita senis.

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E cosí, l’uomo e l’artista sono assolutamente una sola cosa: intendere l’arte è intendere l’uomo; e, quasi direi, viceversa.

Archiloco ha poesie di guerra; ma la nota eroica no. Dice (Framm. 2) che la lancia è per lui pane, vino, divano di convito; ma non risulta che lo dica per entusiasmo. Sinesio, anzi, cita questi versi in un contesto che potrebbe lasciar supporre il contrario. «Ora io — egli dice — posto di guardia sotto il bastione, sto lottando col sonno; e non so se piú a ragione di me Archiloco poteva dire:

     È per me l’asta pane buffetto, vin d’Ismaro è l’asta,
     e, quando bevo, l’asta mi serve da divano».

C’è, in Sinesio, un senso di fastidio; e non parrebbe improbabile che un senso simile avesse ispirato i versi che egli cita.

E, a parte questo brano e certe altre osservazioni anodine (p. es. 57), in un altro passo ricorda le spade come ministre di gemiti e pianti altrove beffeggia la millanteria di soldati che si vantano di avere sterminati nemici neppure intravisti (61); e, infine, in un frammento celeberrimo, quasi pare si compiaccia di aver gittato lo scudo.

E neppure di quest’ultimo vanto gli faremo colpa; ma, insomma, non sono propositi da eroe. E, manifestamente, la guerra non era per lui fonte d’ispirazione: Archiloco non era un Tirteo, un Callino, un Alceo.

⁂

Il gruppo dei frammenti etici, gnomici, filosofici, serve mirabilmente a determinare l’uomo.

Archiloco ha profonda e costante coscienza della misera condizione umana. L’uomo è un giocattolo in mano dei Numi (58) tutto dipende dal fato e dal destino (8): tutto è per l’uomo fatica e travaglio di morte (14). [p. 25 modifica]

E l’uomo rende piú misere queste condizioni con la sua tristizia. Ciascuno vede il suo piccolo interesse, e, un palmo oltre, nulla lo tocca (68). E le alleanze e le amicizie durano quanto dura il tornaconto (13). E dei morti, per quanto benemeriti, nessuno si dà pensiero: tutti cercano di accaparrarsi le grazie dei vivi (68). E la gente non fa altro che sparlar di tutto e di tutti (9).

Ma a queste misere condizioni, alle sventure, alle delusioni, non bisogna opporre un cordoglio donnesco, bensí due armi virili ed efficaci: la forza d’animo e la rassegnazione (67).

E perché tutto è effimero, all’effimero non bisogna dar troppa importanza. E bisogna disprezzare le ricchezze: non prestare orecchio alle chiacchiere della gente: non deprimersi nell’avversa fortuna, non esaltarsi nella prospera.

Questa la filosofia della vita d’Archiloco. Sanissima filosofie, dobbiamo credere, fedelmente seguíta. Ma, riguardo all’arte, si rileva facilmente che questi aforismi, per quanto sinceramente, e, sia pure, profondamente sentiti, e sovente ripetuti, non sono vera fonte d’ispirazione al poeta. Appaiono, per lo piú, in forma di semplici enunciazioni. Immagini, o slanci lirici o commozione, nulla. Poco valore ha lo sviluppo plastico del concetto che i Numi atterrano e suscitano a lor capriccio (58); e perfino l’ipotiposi, evidentemente curata e prediletta, del cuore in figura d’atleta (67), non ha né il colore né l’icastica arguzia di tanti e tanti frammenti archilochei.

⁂

Altri sono i centri d’ispirazione di Archiloco. E uno dei principali, innegabilmente, l’odio. Quando Orazio disse:

          Archilocum proprio rabies armavit iambo,

disse certo bene. In Archiloco c’era proprio la vocazione giam[p. 26 modifica]bica. La rissa, che per molti è oggetto di repugnanza, o, per lo meno, di fastidio, è per lui un gaudio. «Di azzuffarmi con te — dice — quanto l’assetato di bere, tanto ho desiderio», Dice. «Una cosa so bene assai: chi mi fa del male, ripagarlo con malanni grossi».

E i frammenti che ci rimanevano fino a poco tempo fa, potevano farci credere che la tradizione avesse esagerata l’acrimonia e la ferocia di quei suoi giambi. Ma, a disingannarci, ecco, il 1899, in un papiro dell’Università di Strasburgo, l’imprecazione contro un suo nemico che si appresta ad un viaggio di mare (79). È veramente terribile. Egregiamente osservò il Piccolomini che sembra di vedere una fiera che, non contenta d’avere uccisa la preda, ne strazia e dilania il cadavere[1].

E in tutti i giambi si ammirano una vivacità, un colore, un movimento d’immagini, una ricchezza di atteggiamenti, una opulenza stilistica che sono chiari indici della ispirazione.

Qui troviamo una delle comparazioni piú argute ed efficaci di Archiloco e di tutta la poesia greca. Un nemico lo aveva stuzzicato. Ed egli pensò alla cicaletta che da mane a sera stride, anche senza provocazione. Ora, se qualcuno la stuzzica, chi si salva piú? - E disse:

                    Hai la cicala — presa per l’ala.

⁂

E connesso allo spirito giambico è lo spirito scommatico, beffeggiatore, che scopre il lato ridicolo, fisico o morale, di´ [p. 27 modifica]una persona, e ne deriva, direttamente o per via di comparazione, immagini argute.

Non è pura malignità, non è, nei riguardi etici, indignazione, come in Giovenale, né desiderio di migliorar sé stesso col rilevare i difetti degli altri, come, a dargli retta, in Orazio: è, solamente, bisogno di fissare con linee precise qualche ridicolaggine umana che abbia ferita la sua sensibilità. Estro di caricaturista.

E, infatti, da ciascuna di queste poesie scommatiche, o, meglio, dai loro miseri avanzi, balza fuori il tipo.

Ecco, indimenticabile, il capitano spaccone, tutto ricci e tutto boria, sbarbato a contropelo, che quando cammina squinterna le gambe, ma poi, se si viene al buono, gli tremano sotto (60).

Ecco, dietro a lui, i mille fanfaroncini, che, essendo, Dio sa come, caduti sette nemici, tutti si vantano di averli sterminati, e non li hanno neppur visti (61). E sembrano come un gran coro di spavalderia che faccia ala a quell’impareggiabile corifeo.

Ecco Leofilo (70), che fa alto e basso, comanda e scomanda, chiacchiera a vanvera. Il vero factotum in città. E si pensa al Cleone e ai tanti altri demagoghi di Aristofane e dei poeti comici.

E, poi, c’è lo scroccone, che, senza aver ricevuto alcun invito, e senza aver pagato alcuno scotto, si presenta ad un banchetto, e a chi lo rimprovera della sua sfacciataggine, risponde: fra amici usa cosí (78).

E il donnaiolo merlo, che, a soldo a soldo, ha messo insieme un capitaletto, e poi una baldracca gli divora tutto in un boccone (142 Bergk).

E l’effeminato elegantone, che perde il tempo a farsi la testa riccioluta. Per lui Archiloco foggia un vocabolo: ricciolifattore (59). [p. 28 modifica]

Né sono risparmiate le donne. Vediamo Pasífile, la pandemia dai mille amanti, «ficastro di roccia che offre i suoi frutti a mille cornacchie» (15).

E una vecchia pazza, con la pelle mummificata, che tuttavia persevera ad ungersi di mirra (27).

E una sua emula, che nel piacere d’amore scrutrettola come una cornacchia (47).

Non è, in un campo tanto devastato quanto l’opera poetica d’Archiloco, una piccola messe; e ancor ci sarebbe da spigolare. Ma la qualità supera la quantità. Nel testo, tutti questi tipi risultano scolpiti con arte straordinaria. Vita rubata e incisa con linee definitive. Arte, in sostanza, di poeta comico. Archiloco è il primo vero commediografo di Grecia. Ciò spiega il grandissimo influsso da lui esercitato sulla commedia attica, massime sulla antica.

⁂

Ed eccoci ad un’altra fonte d’ispirazione. C’è tutta una famiglia di frammenti dai quali trapela una viva predilezione per una vita che, con vocabolo anacronistico, direi picaresca: vita dei bassifondi, di vagabondaggio, avventuracce, malandrinerie, malefatte, millanterie, risse, bagordi, amorazzi.

Il riflesso d’una tal vita, certo non può essere puro. Ed Archiloco, anziché attenuarne i colori, palesemente li esagera. E cosí, molti dei frammenti potranno a molti ispirare disgusto.

Ma errerebbe chi li ritenesse indici di volgarità e grossolanità. In realtà, la vita dei pitocchi presenta anch’essa un lato poetico, che ha forse la sua radice nella emancipazione quasi assoluta dei poveretti dalle convenzioni sociali. Un artista non può non sentirlo alcuni ne rimangono presi, affa[p. 29 modifica]scinati[2]. E per un artista, interesse e bisogno d’espressione, non sono due cose, bensí una sola. E, d’altronde, l’artista, anche negli oggetti brutti o repugnanti, sa scorgere un aspetto mirabile, che egli, nella trasposizione artistica, saprà isolare dalle concomitanze mortificanti, e rendere mirabile anche agli altri, mercè la virtú dello stile. Cosí il gioco della luce sa convertire una pozzanghera in una miracolosa Golconda. E in Archiloco, tutte quelle immagini o equivoche o sozze, e quegli dal improperii, e quei vocaboli e quelle locuzioni tolte di peso linguaggio del volgo, compaginate e cristallizzate in ritmi perfetti, si purificano, e assurgono ad un alto clima d’arte. Lo stesso vediamo avvenire per tante parti della commedia d’Aristofane, delle satire d’Orazio, dei sonetti del Belli.

⁂

E poi, l’abbiamo veduto, nell’opera di Archiloco non è questa la nota unica, come, per esempio, in Ipponatte; e neppure ossessionante e dominante: è uno dei tanti tèmi rapito alla complessa polifonia della vita. Ma accanto alla bruttezza c’è la bellezza: accanto al sarcasmo, l’esaltazione: accanto all’odio, l’amore.

E nella poesia d’amore, Archiloco ha note profonde e [p. 30 modifica]sincere come pochi altri poeti di Grecia. Trova accenti di passione da gareggiare con quelli di Saffo. «Tale un desiderio d’amore serpendomi sotto il cuore - fitta nebbia mi versò sugli occhi rubandomi dal cuore il molle animo» (112). «Misero me, giaccio nel desiderio senza piú anima, da strazianti spasimi, mercè dei Numi trafitte l’ossa» (164). E vicino a questa passione, di tono altissimo, e di modernità stupenda, sono tocchi di delicatezza squisita: «Tenendo un rametto di mirto si allegrava, e un bel fiore di rosa; e la chioma le ombrava gli omeri e il seno». «Trepida come pernice» (Berg, 106). «Deh, mi fosse concesso di toccar la mano di Neobule!» (71). Note di gentilezza e tenerezza che l’amor d’uomo per donna non trovò piú mai nella Grecia classica.

Cosí, dal grottesco, dal deforme, dal turpe, al bello, al grazioso, quasi alla quintessenza, si svolge l’amplissima gamma degli interessi artistici di Archiloco. È sua vocazione riprodurre nella materia dell’arte tutta la meravigliosa fantasmagoria della vita. Non solamente ogni persona, bensí ogni vicenda, sia pure insignificante, purché pittoresca, ogni visione di paese, ogni fenomeno che colpisca la sua sensibilità, trova immediato riflesso in nitidi versi. L’aspetto dell’isola di Taso vista dal mare una fazione, in guerra, sui banchi della nave (uno della ciurma mesce in giro il vino da un panciuto boccale): l’addensarsi di nubi temporalesche sulle rupi del promontorio Girèo: un eclissi di sole.

E ciascuno dei varii tèmi della sua ispirazione sbocca in un accordo unico, che tutti li unifica e nobilita: la perfetta elaborazione stilistica. Trovare, per virtú d’intuizione, il vocabolo diretto, o l’immagine metaforica che meglio rappresentino alla sensibilità altrui quanto egli ha sentito. E, congiungendo un vocabolo all’altro, cercare, sin tra le pieghe delle interferenze, nuove virtú espressive; e le locuzioni e le loro [p. 31 modifica]compagini distendere su moduli ritmici che, cooperando alla creazione, e lusingando le orecchie, le imprimano nella memoria, per l’eternità. Questa la gioia suprema d’Archiloco: questo il fine della sua vita.

Onde Archiloco ci appare come il prototipo dell’avventuriero soldato, il quale non crede se non alla spada, anche se non l’ama molto, e alla poesia, che adora, pronto a seguire il proprio istinto, anche se non perfettamente collima con la legge, spregiatore delle convenzioni sociali, e beffeggiatore impenitente di tutto e di tutti, pronto ad inchinarsi solo dinanzi alla bellezza.

Tipo che si riscontra anche altre volte nella vita, e, piú, nella letteratura.

Ma Archiloco è della vita, da cima a fondo; ed è il primo, a memoria d’uomo.

⁂

In qualsiasi storia della letteratura greca si trova Archiloco opposto ad Omero. Questi campione e corifeo della poesia oggettiva, Archiloco della soggettiva: quegli epico, questi lirico.

In realtà, queste vecchie distinzioni fra soggettivo ed obbiettivo non hanno ragione d’esistere. Poesia è circonfondere con l’alone del proprio spirito la materia prescelta al canto; la quale, direttamente o indirettamente, deriva dal mondo dei fenomeni. Se quest’alone non c’è, non c’è poesia, ma fotografia. Dunque, poesia e poeti oggettivi non esistono tutti i poeti sono soggettivi, e, in certo senso, tutti lirici.

Si è detto e ripetuto a sazietà che la personalità d’Omero rimane perfettamente nascosta nei suoi poemi. E se vogliamo far consistere la personalità nelle materiali vicende della vita, va bene; ma se si crede, invece, che essa consista in un com[p. 32 modifica]plesso di attributi spirituali, allora si risponde che la figura d’Omero risulta benissimo dall’Iliade, e piú, dall’Odissea[3].

È vero, invece, che tutti i poeti si dividono in due grandi famiglie: quelli che non si pèritano di esporre a tutti le intime vicende e i misteri della loro anima direttamente, senza veli né trasposizioni ed altri che, invece, ne hanno gran pudore, e, pur costretti dal dèmone dell’arte ad esprimere il loro mondo lirico, lo fanno per mezzo di trascrizioni e di adombramenti. Per altra via, non saprebbero. Cosí i poeti drammatici, che attribuiscono, o, meglio, affidano ai vari personaggi segreti spirituali che non oserebbero confessare se dovessero attribuirli a sé stessi. Nel Capitan Fracassa di Teofilo Gautier, il barone di Sigognac, finché deve recitare a viso scoperto, non riesce a spiccicare una sillaba; ma appena si adatta una maschera, le parole e i gesti gli sgorgano spontanei, ed eccolo attore perfetto.

Ciò premesso, osserviamo che, ad ogni modo, la differenza fra Archiloco ed Omero, è realmente grande, e índice, se non di mutata sostanza della poesia, di mutato ufficio dei poeti.

Sinora il poeta era stato un po’ come un sacerdote, o, almeno, una specie di pubblico ufficiale, che alle genti ignare narrava la storia, esponeva i misteri divini, enunciava i precetti etici (vedi prefazione ad Esiodo). La sua poesia era compatibile con una impersonalità quasi assoluta. S’intende poi che, di fatto, interessavano, ed hanno varcato i secoli solamente le opere personali. Ma, insomma, ufficialmente, importavano i fatti narrati, le sentenze esposte, i precetti impartiti; e la figura del poeta poteva rimanere implicita nella poesia, senza palesemente mostrarsi. [p. 33 modifica]

Archiloco, invece, mette la propria vita al primissimo piano, presumendo che tutti debbano interessarsi ai suoi casi. E riesce ad interessare. Sia pure con la maldicenza. Sia pure esercitata alle proprie spalle.

Certo, cosí la poesia discende dal cielo sulla terra: il poeta non può piú presentarsi alle turbe come intermediario delle Muse, e, per loro interposizione, di Giove. Egli è uomo fra gli uomini. Non cerca di gabbare la gente vantando una genealogia che, in un modo o nell’altro, risalga ad un Ne; ma dice chiaro e tondo: io sono figlio d’una schiava. Dice che è povero in canna, violento, attaccabrighe, salace, adultero, che ha gittato lo scudo in battaglia. A momenti si sospetta un fanfaronismo a rovescio. È uno sfoggio di personalità esagerato e quasi scandaloso, che a volte prende un sapor di confessione.

Ed è questa una delle ragioni, non ultima, per cui anche oggi ci sembrano cosí freschi e cosí vicini a noi, sebbene tanto miseri e mutilati, i frammenti dell’antichissimo poeta di Paro.

⁂

Uno dei tratti caratteristici dell’opera di Archiloco è costituito dalla ricca polimetria.

Archiloco è fabbro perfetto dei due versi che già da molti altri poeti erano stati portati a perfezione somma: l’esametro ed il pentametro; ma, accanto a questi, ne tratta, e da maestro, altri che troviamo in lui per la prima volta.

Innanzi tutto, il tetrametro trocaico.

Il ritmo trocaico è uno dei primi, o addirittura il primo nel quale trova naturalmente sbocco il compresso impetuoso estro musicale che è tanta parte dell’animo umano. Nella forma, anch’essa elementare ed intuitiva, della tetrapodia (il nostro ottonario), lo troviamo presso tutti i popoli del mondo, [p. 34 modifica]agli albori della poesia, e non solo in brevi canzoni liriche, bensí anche in composizioni di lungo respiro, e di contenuto epico (p. es. nel Romanziero del Cid).

E cosí fu anche nel mondo greco. Lo vediamo anche dai canti popolari, che, quando posso, scelgo per esempî, perché, o sono antichissimi, o ripetono continuamente i fenomeni d’origine.

Una ronda che i bambini di Rodi cantavano quando il sole si nascondeva, diceva: «Vieni fuori, sole bello». Le parole del testo - ἔξεχ᾽ ὦ φίλ´ ἥλιε — sono sicura guida a ricostituire lo schema ritmico della cantilena:

X́ X, X́ X, X́ X, X́ 𝄐,


che nella realizzazione fonica risultava presso a poco tale[4]:


\relative c'
\new Staff { \key c \major \time 6/8
e4 f8 g4 f8 | c4 c'8 a4\fermata r8 \bar ""
}
\addlyrics
{ Ex -- ech’ o fil’ | e -- li -- e }


Immaginiamo facilmente che centinaia e centinaia di canzoncine siano state composte, sin dai tempi antichissimi, su questo schema. E da principio le sillabe delle parole si saranno congiunte allo schema con una certa libertà; ma, a mano a mano, secondo l’indole della lingua, che, via via, si andava concretando nella sensibilità del popolo, e, massime degli artisti, si formò la legge che sotto i punti percossi dall’accento ritmico si collocassero le cosí dette sillabe lunghe, e sotto i non percossi le brevi.

— ́ ⏑ , — ́ ⏑ , — ́ ⏑ , — ́ 𝄐

[p. 35 modifica]

Secondo una legge fondamentale degli sviluppi ritmici[5], ben presto questi brevi periodi si unirono a due a due, costituendo una unità superiore: l’ottapodia o tetrametro trocaico.

— ́ ⏑ , — ́ ⏑ , — ́ ⏑ , — ́ 𝄐 | — ́ ⏑ , — ́ ⏑ , — ́ ⏑ , — ́ 𝄐


Naturalmente, il legame che stringeva le due frasette, rendendole parti di una maggiore unità, era offerto dal senso della parola. Ma quanto alla forma, tra la prima e la seconda parte vaneggiava una pausa (vedi pag. 8). Fu riempita mediante una sillaba. Onde lo schema:

— ́ ⏑ , — ́ ⏑ , — ́ ⏑ , — ́ ⏑ | — ́ ⏑ , — ́ ⏑ , — ́ ⏑ , 𝄐


Questa lunga sequela uniforme di lunghe e brevi alternate (trochei puri), presto ingenerava sazietà. Per evitarla, nella tecnica fu stabilita la legge che nei piedi pari (2, 4, 6) il trocheo potesse essere sostituito da due sillabe lunghe (spondeo). Allora unità di misura del verso divenne la dipodia; e in ciascuna dipodia rimase percosso dall’accento il primo piede, e l’accento del secondo si attenuò e quasi sparí.

— ́ ⏑ — ⏒ , — ́ ⏑ — ⏒ | — ́ ⏑ — ́ ⏒ , — ́ ⏑ , — 𝄐


Il tetrametro trocaico è dunque largamente rappresentato in Archiloco. Ne riporto uno, aggiungendovi le note di una antica melodia greca[6], che per caso gli si adattano perfettamente. [p. 36 modifica]


\relative c' \new Staff { \key f \major \time 6/8 c4 f8 a4 a8 | c4 bes8 a4 a8 | g4 f8 g4 8 | g4 d8 e4\fermata r8 }
\addlyrics
{ Au -- tos ex -- ar -- | chon pros ay -- lon | les -- bi -- on pa_i | e -- o -- na }

Accanto ai ritmi trocaici si sviluppano ben presto i giambici, che da quelli differiscono perché avanti alla prima percussione presentano un momento ritmico in levare.

Si deve però intender bene che la differenza tra le due famiglie di ritmi non consiste solamente nella maggiore intensità che, per effetto dell’abbrivo impresso dal primo momento in levare, acquista la prima battuta. L’effetto di quel primo momento si propaga per tutta la serie, perché ciascuno dei momenti dispari, per simpatica attrazione del primo, acquista carattere quasi di sillaba in levare, precipitante via via sul rispettivo momento pari. Sicché, in tutta la serie giambica permane un carattere di vibrazione e di concitazione, mentre una serie trocaica serba carattere di rapida ma serena agilità. E da questo carattere dipende il fatto che i metri giambici sono fin da principio adoperati per la satira, e poi trionfano nel dialogo drammatico, sede per eccellenza della concitazione e della passione.

Una delle prime serie giambiche sarà stata la tetrapodia (dimetro). Nei simposii, al principio delle libagioni, alcuni domandavano: «Chi è qui presente?». E altri rispondevano: «Molti, e brava gente» (Scol. Arist. Pace, 968). E domanda e risposta formavano appunto un dimetro giambico. Eccolo, nella realizzazione fonica:


\relative c''
\new Staff { \key a \minor \time 6/8
r4 r8 r4 a8 | e'4 d8 b4 b8 | e4 d8 b4\fermata r8
}
\addlyrics
{ tis | tei -- de? pol -- loi | ka -- ga -- thoi }

E le fanciulle di Beozia, quando si recavano ad Atene, cantarellavano in coro (Plut., Quest. greche, 35): «Andiamo ad Atene». [p. 37 modifica]


\relative c'' \new Staff { \key a \minor \time 6/8 r4 r8 r4 b8 | a4 g8 e'4 d8 | e4. e4\fermata r8 \bar "" }
\addlyrics
{ i -- | o -- men eis A -- | the -- nas }

Lo schema ritmico è il seguente:

⏑ — ́, ⏑ — ́, ⏑ — ́, ⏑

La medesima legge metrica che vedemmo stabilirsi per le serie trocaiche, valse anche per le giambiche; e fu tollerato che nelle sedi dispari al giambo puro fossero sostituite due sillabe lunghe (spondeo).

In Archiloco il dimetro giambico ricorre frequente, ma non mai come metro a sé, bensí unito con altri versi. Citiamone uno.


\relative c'' \new Staff { \key c \major \time 6/8 r4 r8 r4 g8 | g4 b8 g4 b8 | a4 g8 e'4\fermata r8 \bar "" }
\addlyrics
{ pa -- | rel -- the gen -- nai -- | os gar  ei \bar "" }

Leggiamolo ora all’infuori delle note, tenendo conto solo delle percussioni ritmiche, attenuando l’ultima ed accentuando l’antipenultima, come facevano anche i Greci, per una legge che si venne spontaneamente determinando nello sviluppo del verso[7]; e si vedrà che risponde perfettamente al settenario sdrucciolo italiano.

Secondo un’altra legge fondamentale degli sviluppi ritmici, questa breve serie giambica si ampliò mediante la gemmazione d’una propria metà:

⏓ — ́ ⏑ — | ⏓ — ́ ⏑ — | ⏓ — ́ ⏑ — 𝄐

È il trimetro giambico, il famosissimo verso, che, dopo aver trionfato nei drammi dei tre sommi tragici e di innume[p. 38 modifica]rabili poeti comici, doveva, attraverso la trafila di derivazioni latine, metter capo al glorioso endecasillabo di Dante[8].

Ecco un trimetro di Archiloco, quale, piú o meno, poté risultare nella realizzazione fonica.


\relative c'' { \key a \minor \time 6/8 r4 r8 r4 a8\( | e'4 d8 a4\) a8\( | a4 b8 b4\) f8\( | e4 e8 e'4\fermata\) r8 }
\addlyrics
{ e -- chu -- sa thal -- lon myr -- si -- nes e -- ter -- pe -- to }
  \layout {
    \context {
      \Lyrics
      \override LyricSpace.minimum-distance = #2.0
    }
  }

Si legga con gli accorgimenti esposti a proposito del dimetro; e si udrà il suono preciso dell’endecasillabo sdrucciolo italiano.

Ora, nulla sarebbe piú falso che immaginare Archiloco «inventore» o «creatore» di questi versi[9]. I ritmi trocaici e giambici doverono esser comunissimi già ai tempi d’Omero.

Ma furono trascurati, forse per il loro carattere popolaresco, dai poeti d’arte, che dedicavano tutto il loro studio ai solenni ritmi dattilici; e visse Omero, il Dante dell’esametro.

Per quanto possiamo dire, però, Archiloco fu l’Omero di questi metri. Raccogliendoli dalle canzoni popolari o dalle elaborazioni di poeti mediocri, egli, con le sue mirabili facoltà musicali, li portò ad una perfezione che fu poi emulata, forse raggiunta da altri, ma superata non mai.

E suoi furono probabilmente gli ulteriori intrecci di ritmi.

Primo, il trimetro giambico alternato col dimetro. [p. 39 modifica]


\relative c' \new Staff { \key a \minor \time 6/8  r4 r8 r4 e8 | a4 b8 c4 b8 | a4 b8 c4 d8 | e4 c8 b8\fermata r8 \bar "" \break
b8 | d4 d8 c4 b8 | a4 a8 d4\fermata r8  }
\addlyrics
{ pa -- | ter Ly -- cam -- be | poi -- on e -- fra -- | so to -- de? tis  | sas pa -- re -- ei -- | re fre -- nas }

Ritmi, come si vede, della stessa famiglia: come il nostro endecasillabo col settenario. Ma un passo più in là mosse il poeta, alternando il trimetro giambico con una tripodia dattilica.


\relative c'' \new Staff { \key a \minor \override Staff. TimeSignature.break-visibility = ##(#f #t #t) \time 6/8 r4 r8 r4 e8 | d4 b8 a4 e'8 | d4 b8 a4 b8 | e4 a,8 d4\fermata  r8 \bar "" \break \time 2/4 \autoBeamOff e,4 a8 d | b4 d8 b | a4 \fermata r4 }
\addlyrics
{ e -- | reo tin’ y -- min | ai -- non o ke -- | ry -- ki -- de | ach -- ny -- me -- | ne sky -- ta -- | le }

Questa combinazione di ritmi ha una grande importanza. A noi, ora, sembra nulla: la musica moderna svolge le sue frasi fondendo in esse con facile temperamento le piú numerose e varie combinazioni di elementi ritmici; e gli uditori, e, quasi, gli stessi compositori, non percepiscono piú tali elementi nelle loro individualità, come né l’oratore né gli ascoltatori si rendono piú conto della sillabazione. Ma le prime formazioni ritmiche furono certo omogenee, e le serie delle varie famiglie per lungo tempo vissero l’una accanto all’altra senza interferenze. Effettuare queste interferenze fu scoperta che nell’ordine ritmico equivaleva alla scoperta della modulazione nell’ordine armonico. E se primo le effettuò, come parrebbe, Archiloco, il suo merito non fu piccolo. Sino ad ora, la condizione ineliminabile perché le parole del discorso comune assurgessero ad una armonia emula della musica, sem[p. 40 modifica]brava fosse la loro subordinazione ad una severa uniformità ritmica. Adesso era avanzato il primo passo verso una molteplicità e una libertà, che a poco a poco doveva introdurre nella sfera della parola musicata la medesima libertà che si riscontrava nel discorso ordinario.

Né Archiloco si limita ad aprire la via: anzi vi inoltra sicuro parecchi passi.

Ecco l’esametro sposato, con bellissimo effetto, al dimetro giambico.


\relative c'' \new Staff { \key d \major \time 6/8 \override Staff. TimeSignature.break-visibility = ##(#f #t #t) \autoBeamOff r4 r8 r4 d8 | d4 d8 d4 b8 | cis4 b8 d4\fermata r8 \break
\time 2/4 b4 d | cis d8 cis | b4 cis8 b | a4 b8 a | fis4 fis8 fis | fis4 fis8\fermata \bar "" \break
fis' | \time 6/8  fis4 fis8 f8 | d4 d8 d4 r8 }
\addlyrics
{ dys -- | te -- nos en -- kei -- | mai po -- thoi |a -- psy -- | chos cha -- le -- | pei -- si the -- | on o -- dy -- | nei -- sin e -- | ke -- ti pe -- par -- me -- nos di’ os -- te -- on }

Ed ecco, a queste due famiglie, giambi e dattili, unirsi la terza dei trochei.


\relative c'' \new Staff { \key a \minor \time 2/4 \override Staff. TimeSignature.break-visibility = ##(#f #t #t) \autoBeamOff a4 b | a g8 f | g4 f8 e | f4 g8 a \bar "" \break \time 6/8 b4 a8 b4 d8 |d4. e4 \bar "" \break e8 |d4 d8 b4 b8| a4 a8 a4 a8 | f4. f4\fermata r8 \bar "" }
\addlyrics
{ toi -- os gar fi -- lo -- te -- tos e -- ros y -- pò car -- di -- en e -- lys -- theis pol -- len cat’ a -- chlyn om -- ma -- ton e -- chey -- en }

[p. 41 modifica]

Le tre famiglie fondamentali di ritmi erano cosí riunite in complessi organici. E nei residui frammenti di Archiloco se ne trovano parecchi altri intrecci, e assai di piú se ne saranno trovati nell’opera integra.

Aver dunque elevato a forma d’arte tutti i metri popolareschi, e avere aperta la via alla onniritmia ritmica furono, nell’ordine piú strettamente tecnico, i titoli della perenne gloria di Archiloco.

⁂

Archiloco ci appare dunque poeta ed artista grande; e cosí ci sembra di trovarci un po’ in contraddizione con parecchi degli scrittori antichi, i quali stigmatizzavano l’ sua con parole di fuoco[10].

Ma alle testimonianze avverse, altre se ne possono contrapporre, entusiaste, e non meno autorevoli. Lo pseudo Longino, ponendolo accanto ad Omero, rilevava come speciale caratteristica dei suoi versi uno spirito d’energia demoniaca (p. 63, 7). Sinesio (Elogio calv. 75) lo chiamava il piú bello dei poeti (κάλλιστος ποιητῶν). Ermogene (Ret. 319 R) affermava che i suoi trocaici erano i piú veementi ed espressivi della letteratura greca. Dione Crisostomo proclamava che non esistevano se non due soli poeti, Omero ed Archiloco, ai quali nessun altro poteva essere paragonato. E, per venire al [p. 42 modifica]critico piú insigne, Aristofane di Bisanzio affermava che la più bella delle poesie d’Archiloco era la piú lunga.

E concludiamo con l’immaginoso giudizio d’un poeta.

Nella prefazione alla sua «Corona» d’epigrammi greci, Meleagro paragonava le produzioni dei varî poeti a fiori ed erbe differenti (A. P., I, 137). Ànito lo faceva pensare a gigli, Saffo a rose, Melaníppide a narcisi, Simònide a palmiti di vite, Riano a maggiorana, Erinna a croco, Alceo a giacinti, Callimaco a dolce mirto pieno sempre d’aspro miele, Bacchílide a bionde spiche. E via di questo passo, in mezzo alla filastrocca che non finisce mai, c’è anche Archiloco, paragonato ad un cardo (v. 37):

          Ed anche il fiore c’è pelicurvo del cardo, reciso
          dai pascoli, d’Archiloco: d’un mare esigue stille.

Dunque, spine ce n’erano; ma l’opera d’Archiloco era un mare. Pensiamo che Archiloco morí abbastanza giovane. E questa fecondità confermerebbe, se ce ne fosse bisogno, che egli fu realmente poeta di genio.

Note

  1. ↑ I dubbi sulla paternità archilochea di questo frammento non sono del tutto esclusi. Certo d’Ipponatte non parrebbe. Ma neanche mi sembra che sia, come vorrebbe adesso Goffredo Coppola, una imitazione alessandrina.
  2. ↑ Ricordo per tutti Cervantes. Caratteristica, nella sua opera, la novella La Ilustre Fregona. Il suo eroe, don Carriazo, sui tredici anni fu preso dalla inclinazione picaresca, non per alcun maltrattamento del padre, ma per pura inclinazione. E la seguí, «tan contento de la vida libre, que en la mitad de las incomodidades y miserias que trae consigo no echaba menos la abundancia de la casa de su padre, ni el andar á pie le cansaba, ni el frío le ofendía, ni el calor le enfadaba». Sempre allegro, in qualunque stagione, «con tanto gusto se soterraba en un pajar de un mesón como si se acostara entre dos sábanas de Holanda; finalmente el salió tan bien con el asunto de pícaro, que pudiera leer cátedra en la facultad al famoso de Alfarache».
  3. ↑ Vedi, in questa collezione, le prefazioni ai due poemi.
  4. ↑ Qui, come nelle analoghe esemplificazioni, colorisco gli schemi con qualche accento melico, senza, s’intende, la menoma pretesa artistica. Tocchi d’acquerello, per rendere piú perspicue le parti di un disegno. E, per lo piú, desumo gli accenti mèlici dai frammenti superstiti della musica greca.
  5. ↑ Vedi il mio studio «Il verso» nel volume Nel Regno d’Orfeo, pag. 205 sg.
  6. ↑ Vedi Nel Regno d’Orfeo, pag. 180.
  7. ↑ Vedi Nel Regno d’Orfeo, pag. 221, 230-31.
  8. ↑ Nel Regno d’Orfeo, pag. 225 sg.
  9. ↑ Come tale è presentato in un classico e prezioso passo del De Musica di Plutarco (28), dove poi gli sono anche attribuiti l’invenzione del cretico: — ⏑— , e quella del peone epíbato: — — — — — , metri che non si trovano fra i suoi frammenti, e che probabilmente non adoperò mai. Sul peone epibato vedi il De Musica di Plutarco, ediz. Weil e Reinach, nota 281.
  10. ↑ Conviene però osservare che anche i detrattori condannavano la parte morale, ma rispettavano, sembrerebbe, l’artista. Gli Spartani, secondo Valerio Massimo (VI, 3), fecero bandire dalla loro città i suoi libri perché poco verecondi e pudichi. Eraclito scrisse che egli ed Omero avrebbero dovuto esser banditi dagli agoni, e percossi con le verghe; ma perché tanto l’uno quanto l’altro crescevano prestigio, con la loro arte, a un mondo di finzioni che egli voleva filosoficamente abolite.