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Frammenti (Corinna - Romagnoli)/6

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La gara fra il Citerone e l’Elicona

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Corinna - Frammenti (V secolo a.C.)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1931)
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Frammenti Frammenti
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LA GARA FRA IL CITERONE E L’ELICONA

Su la frontiera meridionale della Beozia, limitando a Sud la pianura dell’Asopo, si levava il Citerone, vasta catena, irta di tetre boscaglie e orridi burroni, asili di leoni e di lupi. «A vedere la sua aria selvaggia e tetra — dice l’Ampère — sembra anche oggi colpita da maledizione. Il famoso Schistòs, dove Edipo colpí Laio, facilmente si identifica con una biforcazione sulla via di Delfi, angusta, incassata fra montagne selvagge, seminate i fianchi di pietre nerastre, dirupo solitario, gola sinistra, in cui la fantasia dei poeti greci ha bene immaginato il parricidio»[1].

Ma una idea anche piú profonda e precisa della suggestione che il monte esercitava su la fantasia dei poeti greci possiamo derivarla da Le Baccanti di Euripide. Questa tragedia è veramente piena del Citerone, del Citerone maledetto — come geme infine Agave — specie di pauroso idolo imminente su tutta l’azione[2]. [p. 252 modifica]

Ma già prima d’Euripide, la fantasia popolare aveva trasformate in fantasmi antropomorfi quelle terrifiche parvenze.

Leone di Bisanzio, nelle sue Storie di Beozia, che, in sostanza, erano una raccolta delle stesse anticaglie a cui si ispirava anche Corinna, narrava la seguente leggenda[3].

Tisífone, una delle Furie, presa dal desiderio d’un giovine bellissimo, Citerone, e non potendo dominare il proprio amore, glie lo dichiarò. Ma quello, che non sentiva per lei se non ribrezzo, neppur la degnò d’una risposta. Ond’ella, delusa, strappò uno dei serpi del suo crine, e glie lo scagliò contro, mentre pasceva le greggi sul monte Asterio. L’infelice morí tra le mortifere spire; e per volere dei Numi, il monte mutò il nome, da Asterio in Citerone.

Ma ad Est, proprio di fronte al Citerone, nella parte occidentale della Beozia, sorgeva, quasi a contrasto, l’Elicona.

Fra tutte le montagne della Grecia, l’Elicona era la piú ridente e la piú fertile. Limpidi ruscelli scorrevano giú per le sue floride balze, e due, piú copiosi e piú chiari, Aganippe ed Ippocrene, alimentavano fitti boschi di mirti e di oleandri innumerevoli cespugli offrivano una varietà di fragole selvatiche (ándrachnos) dolci come non si trovavano in alcuna altra parte di Grecia; e nessuna delle piante e delle radici che vi crescevano causava la morte, anzi perfino il veleno dei serpenti era qui reso quasi innocuo dall’erbe che cibavano (Pausania, IX, 26-28).

Questo luogo incantato la fantasia dei Greci aveva designato come dimora delle Muse: il loro boschetto frondeggiava sulle acque di Aganippe. [p. 253 modifica]

Cosí, dunque, sorgevano l’uno di fronte all’altro il soggiorno delle Muse e il soggiorno delle Furie.

E la fantasia popolare sviluppava il contrasto, e ne derivava una piú complessa storia, narrata poi da Ermesianatte di Cipro[4].

Elicone e Citerone erano fratelli, assai differenti d’indole è di costume. Elicone, dolce e benevolo, manteneva caritatevolmente i genitori: Citerone, avido e bramoso di posseder lui tutta la sostanza, prima uccise il padre, poi, con una insidia, spinse il fratello in un burrone; ma precipitò, e trovò anch’esso la morte. E per volere dei Numi furono trasformati in due monti, che portavano il loro nome, alberghi, uno delle Muse, l’altro delle Furie.

Ma di fronte a questa leggenda, e, in certo modo, contrastante, stava il fatto che la cima del Citerone era sacra a Giove, e ogni anno vi si celebravano feste in suo onore.

E Pausania cosí spiega l’origine di quelle feste.

C’era in Beozia, ai tempi dei tempi, un re chiamato Citerone, famoso per la sua scaltrezza. Ora Giove, trovandosi in urto con la sua. consorte Giunone, si rivolse a lui per consiglio.

E Citerone lo indusse a fabbricare un fantoccio di legno, e portarlo velato su un carro, dicendo che era Platea, la figlia di Asopo, e che egli la conduceva a nozze. Giunone accorse, strappò il velo, si ricredette, e si riconciliò con Giove. Di qui le feste dedalèe o del fantoccio: perché appunto gli antichi chiamavano dèdali i fantocci (Pausania, IX, 3). E perché, morto Citerone, il suo nome passò al monte, quivi si celebravano quelle feste.

(¹) ´ [p. 254 modifica]

Questi i principali geròia che riguardo ai due monti si offrivano alla fantasia della poetessa. Ai quali bisogna aggiungere un altro particolare: che, cioè, un bel giorno, l’Elicona, ad onta della sua mitezza, doveva aver provocato gravi danni con una enorme frana. E la fantasia popolare, al solito, fantasticò quali potessero essere le ragioni dell’ira. E, naturalmente, le trovò.

Sorgevano le due montagne, i due fratelli nemici, uno di fronte all’altro, guardandosi con odio, circondati, uno dall’ammirazione, l’altro dall’odio del popolo.

Ma il tristo Citerone era anche furbo. E perché la sua furberia gli era servita a ingraziarsi Giove, riuscí a far bandire una gara di canto, per decidere a chi dei due dovesse spettar l’onore d’ospitare un santuario del Nume.

E nella gara, tra per le sue benemerenze, tra per avere, come parrebbe da Corinna, scelto un soggetto particolarmente grato al figlio di Saturno, Citerone riuscí vincitore.

Ed Elicone, mal tollerando la soperchieria, divelse un gran macigno, e l’avventò lontano, causando una grande strage.

Questo l’argomento del canto, di cui i papiri ci hanno restituita soltanto l’ultima parte: la conclusione del canto di Citerone, la votazione dei Beati, il trionfo di Citerone, lo sdegno e l’inconsulto atto di Elicone.

Poesia non molto florida; ma neppure cosí arida come l’altra su le figlie di Asopo, che è una semplice enumerazione.

Qui parecchi particolari dànno al quadro vita e colore.

Ma c’è da rilevare una certa indeterminatezza ed imprecisione, che non sembrerebbe imputabile allo stato frammentario, bensí all’arte della poetessa.

Infatti, se cerchiamo di figurarci la scena, difficilmente [p. 255 modifica]riusciamo a comporne gli elementi in maniera congrua e chiara. Gareggiano i due monti, e assistono uomini e Numi. Ma dove son quelli? E dove questi? Non riusciamo a distinguerlo.

E la questione è legata all’altra. Come la poetessa ha concepiti i due monti? Come entità fisiche, geologiche? O come uomini?

Se è vero, come tuttora mi sembra, ad onta di dubbii recenti, che sotto il macigno di Elicone soccombe una quantità di genti, l’immagine culminante sarebbe d’una frana: e frana implica monte. Allora, il popolo starebbe alle falde dell’Elicona, e i Numi sulla vetta d’uno dei due. Ora, questa ubicazione dei giudici sulle spalle dei giudicabili, anche a non precisarla sino alle ultime conseguenze, riesce un po’ buffa.

Se, d’altra parte, li immaginiamo perfettamente personificati, riesce strano e indegno quel ciottolo lanciato da Elicone, e tutta la scena decade dalla grandiosità che innegabilmente le conferisce lo sfondo naturale geologico.

I critici sono incerti nell’ammettere l’una anziché l’altra concezione. E analoga incertezza regnò, credo, nella fantasia della poetessa. E dice egregiamente il Bianchi (p. 264): «Presso Corinna, due idee, di Elicone cantore e di Elicone monte, coesistono ben lontana dal tentare di fonderle, ella ne è inconsapevolmente dominata, sí da lasciare che si manifestino a vicenda, non fuse, ma libere e talora in contrasto. Insomma, diremmo noi, le metafore mancano di correlazione, e l’allegoria squarcia a quando a quando inopportuna il tenue suo velo».

Proprio cosí. O, precisando, potremo dire che il processo di personificazione antropomorfa, nello spirito della poetessa è incominciato, e non giunto a compimento. Un po’ come il Margutte di Pulci, che ebbe voglia d’essere gigante, e a mezza strada si pentí. E le immagini che ne risultano hanno qualche volta un’aria un po’ grottesca. [p. 256 modifica]

E questo non si dice per toglier merito all’arte di Corinna, bensí per caratterizzarla.

Alla contesa fra i monti si ispirarono anche altri poeti: Esopo (Imerio, Oraz., XX, 5, 7), Demòdoco Lacone (Scolii all’Odissea, II, 267)[5], Lusania di Cirene (Tzetze, Proleg. a Esiodo, 30 Gaisford). E il motivo persiste anche nella moderna poesia popolare greca. Due canti (131 e 132 della raccolta Passow 1860) cominciano col verso: «Olimpo e Kissovo, i due monti, contendono». E nota giustamente Umbertina Lisi (pag. 112) che ne risulta comprovata l’origine popolare della leggenda trattata da Corinna. [p. 257 modifica]

LA GARA DEI MONTI

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.     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     
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di furto dall’astuto
Crono, per lui danzarono,
quando lo trafugò la Diva Rea,

e n’ebbe onor dai Súperi
grande. — Ei cantava questo.
E le Muse diêr l’ordine
ai Beati che presto
portassero nell’aurea
càlpide il voto; e in piedi ognun balzò.

Citerone ebbe il numero
maggiore; e la vittoria
bandiva Ermète súbito
a gran voce. E in sua gloria
con serti lo adornarono
i Beati onde in cuore ei giubilò.

Ma d’Elicone l’animo
punse cordoglio immane;

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e, svelto un masso liscio,
tra un gran crollar di frane,
con lungo urlo, dal vertice
su l’innumeri genti lo scagliò.


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Pli -- o -- nas d’ei -- le Ki -- the -- ron
ta -- cha d’Er -- más a -- ne -- fa ma -- 
kron a -- u -- sas e -- ra -- tan Os
e -- le ni -- kan ste -- fa -- ny -- sin
de kat’  oi -- an e -- kos -- mi -- on
ma -- ka -- res to de no -- os ge -- ga -- thi
}
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NOTE

Questo frammento, come l’altro che segue, è conservato in un papiro trovato ad Ermopoli, e ora conservato nel Museo di Berlino, 284. Pubblicato prima dal Wilamowitz in Berliner Klassikertexte, V, 2, 19 sg., poi dal Crönert (Rheinisches Museum, 1908, 161 sg.) e da altri. Oltre allo studio di Lorenzo Bianchi, già citato, ricordo l’altro, recentissimo, di Umbertina Lisi[6].

I primi versi della prima colonna del papiro, mutilati nei principii, presentano finali che sembrano appartenere a metri dattilici, o meglio, logaedici:

          1: στέφανον ([—́] ⏑ ⏑ , ⏓ 𝄐 )
          2: γῶ γ’ ἐπὶ λη (—́ ⏑ ⏑ , — 𝄐 ) —
          3: ἐπ’ άκρυ ([—́] ⏑ ⏑ ⏓)
          5: [φει]ρων τ’ δρίων([—] —́ ⏑ ⏑ , — 𝄐)
          6: φοῦλον ορνί[θων]( —́ ⏑ , —́ — , — 𝄐)

Invece i versi dal 13 in giú, sono, senza dubbio, ionici a minori; e, piú precisamente, strofe di sei versi, i primi cinque dimetri ionici puri, e il sesto trimetro, con uno ionico completo e due incompleti.

Si affacciano, naturalmente, due ipotesi. O tanto il gruppo 1-12 quanto il 13 sg. appartennero alla medesima composizione; ma [p. 260 modifica]difficilmente si potrà ammettere questa polimetria in un canto di Corinna; oppure i due gruppi appartennero a due canti diversi; e allora, si osserva facilmente che i due versi 7 e 8, palesemente piú brevi, poterono essere il finale del canto, o per lo meno, di una strofa. E al verso 8 segue nel papiro un segno che potrebbe essere inteso come separativo.

L’altro canto comincerebbe allora col verso 9, che termina con la parola γένεθλα. E, forse, non sarebbe ardito supporre che questo non fosse un verso, bensí il titolo d’una nuova composizione.

Se non che, le parole con cui comincerebbe questa nuova composizione presuppongono tutta una parte precedente che doveva contenere, retrocedendo verso il principio: a) il discorso di Citerone; b) il discorso di Elicone; c) la preparazione della scena.

Ora qualcuno, certo sottintendendo che i versi 1-8, ad onta della differenza di metro, appartenessero alla medesima poesia, ammise che in essi potesse esser contenuta, condensata, tutta quella materia. Ma per quanto mi sforzi, non riesco a concepire un tal grado di condensazione.

E allora, la conclusione piú attendibile, nello stato attuale, è che i due brani appartenessero a composizioni diverse. E il primo gruppo sarebbe il fine d’un carme, non sappiamo se intero o frammentario; il secondo sarebbe un frammento, tolto dal corpo della poesia, senza darne il principio.

Frammento che sarebbe allora una pagina d’antologia. E non mi dissimulo che, a giudicare dal secondo gruppo, assai strana ci sembra questa amputazione, dalla quale riescono soppressi elementi che a noi sembrano indispensabili. Ma se supponiamo — e non è illegittimo — che nell’antichità fosse popolare, a torto o a ragione, il giudizio dei Numi sulle due montagne, e lo scempio commesso da Elicone — il «pezzo della frana» —, anche la stranezza potrebbe sembrar minore, o, addirittura, sparire.

Ciò posto, bisogna anche osservare, per obiettività critica, che assai bene si potrebbe inquadrare nel soggetto della gara il contenuto del primo gruppo, almeno quale ci risulta dalle poche parole residue: corone (1), cime alpestri (2), corde (certo di lira) (4), fiere montane (5), tribú d’uccelli (6).

E se, nonostante la polimetria, appartennero di fatto alla medesima composizione, rimarrebbe stabilito che alla fantasia di Corinna non si librarono personificazioni perfette, bensí ancóra in abbozzo, quasi entòmata in difetto; le quali accoppiavano membra [p. 261 modifica]umane con elementi presi di sana pianta dal paesaggio: come si può vedere in qualche tarda opera dell’arti figurate.

E tanto in questa ipotesi, come nell’altra, che appartenessero ad una composizione differente, anche da queste briciole si raccoglie che la fantasia di Corinna non sempre fu cosí arida come parrebbe, per esempio dal frammento delle figlie di Asopo, ma si commoveva e vibrava al balenar d’immagini di scene naturali: come riesce poi piú precisamente documentato dal breve frammento dell’Oreste.

Note

  1. La Grèce, Rome et Dante, pag. 44.
  2. Vedi la prefazione alla tragedia nella versione di Euripide, vol. I, pag. 21.
  3. Opuscolo pseudoplutarcheo sui nomi dei fiumi e dei monti, II, 2.
  4. Opuscolo plutarcheo citato, II, 3.
  5. Δημόδοκος Λάκων μαθητής Αὐτομήδους τοῦ Μυκηναίου, ὅς ἦν πρῶτος δι’ ἐπῶν γράψας τὴν ἔριν Κιθαιρῶνός τε καὶ Ἑλικῶνος. L’attribuzione dell’ὅς è ambigua; e alcuni (Wilamowitz, Crönert) intendono che si riferisca ad Automede.
  6. Poetesse greche, (Catania, Studio editoriale), 95 sg.