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Frammenti (Mimnermo - Romagnoli)/Introduzione

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Mimnermo - Frammenti (Antichità)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1932)
Introduzione
Frammenti 1
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MIMNERMO

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Ermenesiatte, poeta alessandrino, fiorito sul principio del secolo terzo prima di Cristo, scrisse per una bella, certa Leonzio, tre libri d’elegie, nel terzo dei quali era contenuto un «Catalogo d’innamorati». Di questo catalogo è giunto sino a noi un brano che, fra altri nomi illustri — Orfeo, Museo, Esiodo, Omero, Antimaco, Alceo, Anacreonte, Sofocle, Euripide, Filòsseno, Fileta, Pitagora, Socrate, Aristippo — annovera anche Mimnermo. E con tali versi:

Anche Mimnermo, che, dopo lunghe sue doglie, rinvenne
     l’eco soave, e il molle del pentametro spiro,
ardea per Nanno; e spesso, costretta la bocca nei lacci
     del bianco loto, i carmi d’Esàmia accompagnava[1].

Non conviene badar troppo a questo verboso querulo poeta, che, per amore del suo tèma (il trionfo d’amore), ci dipinge tutti i più grandi spiriti della Grecia in sembianza di ram[p. 148 modifica]mollite piagnucolose vittime d’Afrodite. Ma forse tale figurazione conviene a Mimnermo. Per lo meno in questo senso: che, in mezzo alla poesia di Ionia, piena di vivacità e d’ebbrezza, la sua è tutta imbevuta d’un senso di melanconia, di pessimismo, di perdizione.

Distinguiamo bene. Pessimista è anche Omero: pessimista è Archiloco, e sono Pindaro, Simonide, i tragici, e tutti, possiamo dire, i grandi poeti di Grecia. Ma il pessimismo è breve impaccio al loro canto, che presto scote da sé ogni mòra, e, affisandosi alle immagini di bellezza e d’ebbrezza che formano il prodigioso tessuto della vita, ne fa la propria materia, esaltandole e sublimandole, senza mortificarle ad ogni passo con vani problemi d’essenza.

Il canto di Mimnermo ne riesce invece tutto irretito e aduggiato. Le belle parvenze del mondo colpiscono anche il suo spirito (se no, non sarebbe poeta). Ma appena un istante; e spariscono dietro le nubi delle immagini tristi, che rapide vaporano sull’azzurro della prima ispirazione.

Vediamo la sua famosa comparazione della vita umana con le foglie caduche, e poniamola a confronto con quella d’Omero (vedi framm. 2). Per Omero il termine di confronto è argomento a vivaci pitture. Non dice che le foglie cadono; ma che il vento le sparge via dai rami: immagine di moto, dunque di vita; e, súbito dopo, c’è il pullulio delle nuove foglie, e la comparazione si conclude con la visione della primavera. È il trionfo della vita.

Mimnermo, invece, ricorda appena il dato pittoresco, le foglie; e súbito si sprofonda in una serie di lugubri meditazioni, alla fine delle quali ci fa balenare dinanzi agli occhi le funeree figure delle due negre Parche. E il trionfo della morte.

E cosí avviene per ogni visione di bellezza, di energia, di vita. [p. 149 modifica]

Tutti i poeti di Grecia si esaltarono nella contemplazione della gioventú: essa ispira ad Archiloco versi immortali: perfino Ipponatte, quando vede passare una giovinetta, leva le pupille dal suo brago, e saluta. Quale è invece l’effetto che la gioventú produce su Mimnermo? Un brivido d’orrore.

Perché afferma che è bella; ma non indugia in questo pensiero, e non se ne compiace. Riflette che dura poco. E che presto arriva la vecchiaia. E qui si ferma. E sosta a lungo. E annovera, quasi compiacendosene, le sue molte miserie.

Ma la piú strana delle sue poesie è quella, pur bellissima, ispirata al sole. Il sole fu sempre, per tutti i poeti, immagine della forza, della energia perenne, della divinità trionfante. Mimnermo, invece, lo guarda, e pensa alla fatica che deve compiere a batter tutti i giorni l’arco del cielo. Piú che alla fatica, direi, alla noia. È proprio l’impressione d’un nevrastenico.

E tale è il carattere principale della poesia di Mimnermo. È astenica.

Di fronte a questa parte negativa, troviamo un’unica affermazione, sebbene anch’essa indiretta. Una sola cosa di buono ha la vita: l’amore. E l’amore come non lo troveremo piú cantato da verun greco, almeno nel periodo classico (anche in Saffo è altra cosa): l’amore furtivo: il talamo considerato come una preda: l’amore adultero, parrebbe: in ogni caso, illecito che deriva il suo fàscino principale dal mistero. Amore nel senso moderno.

Tutto ciò si può ricavare, sembrerebbe, dalla elegia prima. Quali sviluppi avesse poi nella sua opera quest’unico tèma positivo, non sappiamo. Ma non c’è ragione per non prestar fede alla concorde tradizione dell’antichità, che lo salutò gran poeta d’amore; né vorremo contendergli il bell’elogio che gli fece Properzio in un brutto verso: [p. 150 modifica]

Plus in amore valet Mimnermi versus Homero.

Ma parrà quasi certo che anche le sue poesie d’amore, al pari della prima elegia, fossero offuscate dalla nebbia di pessimismo che fascia tutte le altre; da visioni di malanni, di decrepitudine, di morte.

E come si spiega allora il singolarissimo fàscino che Mimnermo esercitò sugli antichi, ed esercita ancor sui moderni?

Pei moderni si spiega quasi piú che per gli antichi; perché lo stato d’animo di Mimnermo ricorda assai da vicino la famosa «doglia mondiale», che, sebbene si proclami «superata », informa tuttavia tanta parte degli spiriti contemporanei.

Ma per i moderni e per gli antichi vale un altro fatto: che cioè, come già accennai, la sensibilità del poeta alle bellezze dell’universo è viva e profonda. E, sebbene non trovi lunghe effusioni nei suoi versi, pure li permèa di continuo. E gli accenni, anche brevi e fugaci, sono cosí felici, cosí sentiti, che valgono ad illuminare la tetraggine del contesto. Anzi, da questa tetraggine e da quelle balenanti visioni di bellezza e di vita, la poesia di Mimnermo deriva un carattere originale, strano, squisito, come d’un marmo sepolcrale velato di fiori luminosi fragranti.

Ma il fàscino principale consiste forse nell’armonia musicale.

Armonia di note, quasi di certo. Non è sicuro che a Mimnermo si debba attribuire la composizione del nomos cradías (canto del ficastro) che serviva ad accompagnare i capri espiatorii al luogo del supplizio (vedi Ipponatte, framm. 6-13): Plutarco, o, meglio, Ipponatte da lui citato, dice che Mimner[p. 151 modifica]mo lo suonava; e non già che lo avesse composto[2]; e Strabone chiama il poeta semplicemente aulèta, suonator di flauto (XIV, 28). Ma suonatore e compositore, in un uomo di tanto ingegno artistico, doverono essere una cosa sola.

Fu, dunque, fàscino della melodia, delle note. Ma questo fàscino si effondeva, come era avvenuto un po’ sempre, e come doveva nuovamente avvenire, con piú fervida ripresa del fenomeno d’origine, nella poesia eolica, dalle note alle parole. Queste, nate direttamente con quelle, da un unico alito creatore, rimanevano infuse, madide quasi della lor veste mèlica, anche se venivano separate dalle note. Questo fascino sentirono tutti gli antichi, i quali non avranno cantate le elegie di Mimnermo tutte le volte che le ripetevano, deliziati dalla loro armonia: questo sentiamo anche noi moderni, quando le recitiamo con una giusta valutazione ritmica.

Né lo spirito musicale informava di sé soltanto le parole; bensí investiva anche le immagini, i concetti, insomma il contenuto della poesia. Anche nella concezione e nella condotta dei pensieri, le poesie di Mimnermo sono, preludendo alla grande poesia eolica, eminentemente musicali.

E con una sottile analisi si potrebbero forse trovare i fattori obbiettivi di tale caratteristica. Ma giova? Tutti intendiamo che cosa si vuol dire quando si dichiarano musicali la canzone petrarchesca «Chiare fresche dolci acque», o il «Canto d’un pastore errante nell’Asia», o il coro finale della Ermengarda di Manzoni. Le elegie di Mimnermo sono imbevute di una simile musicalità; la quale, non essendo indissolubilmente legata al suono delle parole, meno va perduta nelle versioni. Anche a questo si deve la gran popolarità, in ogni tempo e presso ogni gente, dell’antico poeta di Colofone.

Ed anche in tanta scarsità di documenti, riesce possibile [p. 152 modifica]una sicura illazione sul temperamento musicale di Mimnermo.

Egli fu un mèlico anziché un ritmico. In contrasto, anche qui, coi poeti del suo tempo[3]. Quando già Archiloco aveva dato cittadinanza ionica a tutti i ritmi, certo per secoli e secoli elaborati dai popoli civili e semicivili del bacino mediterraneo, egli si attenne costantemente al distico elegiaco. Evidentemente, cercava negli accenti mèlici tutta la forza della espressione.

I Greci dicevano che il ritmo era l’elemento mascolino della musica, il mèlos l’elemento femmineo. Sicché, anche in questa predilezione riesce confermato il temperamento di Mimnermo, molle e quasi femmineo.

Tuttavia, non bisogna dimenticare che, accanto alle poesie amorose e flebili, possediamo tre frammenti, uno sulla spedizione pel Vello d’oro, due sull’antica colonizzazione degli lonii, nei quali non è traccia della solita querulità, e suona anzi, un accento assai maschio. A me sembra che siano in genere troppo poco considerati. Potrebbe essere che una piú larga conoscenza dell’opera di Mimnerno ci inducesse a una diversa valutazione dell’arte sua.

Dati obiettivi della sua vita, pochi e poco precisi. Fra le varie città che si disputavano l’onore di avergli dato i natali, Colofone ha forse piú diritto d’ogni altra. Suida ci dice che nacque nella olimpiade 37 (633-629); e ottime sono le ragioni che adduce il Fraccaroli perché non si voglia spostare questa data. [p. 153 modifica]

Se è vero quanto dice Ipponatte, che suonasse la canzone del ficastro all’accompagnamento del capro espiatorio, supporremo facilmente che il bisogno lo costringesse a sobbarcarsi anche ad uffici a cui non poteva non ribellarsi il suo animo certamente gentile.

Dal nome di Nannò, la sua collega suonatrice di flauto, che vedemmo ricordata da Ermesianatte, ebbe il titolo la principal raccolta delle sue poesie.

Note

  1. Il «bianco loto» è il flauto: i lacci sono quel singolare bavaglio con cui i suonatori assicuravano lo strumento alle labbra, e che impediva il turpe aspetto delle enfiate guance». Non sappiamo chi fosse questo Esàmia.
  2. De Musica (ediz. Weil e Reinach, 86).
  3. Nel De Musica di Plutarco (203 ediz. Weil Reinach) si dichiara che gli antichi erano piú vaghi del ritmo, i moderni del mèlos: οἱ μὲν γὰρ νῦν φιλομελεῖς, οἱ δὲ τότε φιλόρρυθμοι.