Frammenti (Saffo - Romagnoli)/39
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La festa notturna
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LA FESTA NOTTURNA
Da parecchi tratti sembra che in questa poesia si parlasse di una festa notturna.
Al verso si ricorda la notte. Al 3 troviamo il verbo παννυχίζειν, specifico per indicare queste feste notturne; e al verso 2 un πάρθενοι = fanciulle, che avrà designato le partecipanti alla festa notturna. Ma a tali feste non prendevano parte solamente le ragazze, bensí anche — e in prevalenza — le donne maritate. Sicché il παννυχίσδομ del verso 3 facilmente si completerà in un παννυχίσδομεν; ed evidente sembrerà che il soggetto: «fanciulle» andava completato con un secondo termine, che assai probabilmente sarà stato un donne maritate. Si presenta facile la integrazione πάρθενοι δὲ καὶ γαμέται γύναικες[1].
Sarà facile allora completare anche l’ἀειδοι del verso 4 in un ἀείδοισαι.
Allora anche il resto s’intende facilmente. Il σαν andava unito con un sostantivo che indicasse l’attributo d’una divinità il cui nome si trovava, o dopo l’ἀείδοισαι, o prima del verso 4. E questa divinità non può essere la Ninfa dal grembo di mammole, che è in caso genitivo; ma sarà però legata a questa da stretto rapporto.
Facilmente si pensa a Demètra ed a Persèfone, alla quale ben conveniva l’epiteto di ἰόκολπος[2].
E si ricorda che Demetra e Persefone erano le Dee per eccellenza delle feste tturne, e che sono invocate prime nel bando dell’araldo de Le Tesmoforiazuse d’Aristofane[3]. La restituzione di un και dinanzi al νύμφας sembra evidente. Indovinare l’attributo della divinità, è assai meno facile; e non mi convince il φιλότητα proposto dal Lobel e dal Diehl.
A questa ovvia interpretazione si accordano egregiamente le parole della strofe seguente. Al verso 6 c’è un ἔγερθε, uno dei consueti incitamenti a non cedere al sonno; e uno στεῖχε, che avrà invitate le donne a dar principio alle danze sacre. Cosí ne Le Tesmoforiazuse d’Aristofane, il coro canta:
Lànciati, avanza,
sfiora coi pie la terra,
vòlgiti, la man serra
nella man, della danza
serba il numero, incedi
sui prontissimi piedi,
lo sguardo gira
tutto d’intorno, e mira
dei cori l’ordinanza.
Il δωμεν del verso 9 difficilmente si potrà completare altrimenti che in ἴδωμεν, e le parole ἤπερ όσσον (v. 7) e ὕπνον, assai probabilmente avranno appartenuto ad una frase che, piú o meno, avrà suonato: vediamo quanto sapete (o saprete) resistere al sonno. Per esempio:
ἤπερ ὅσσον ἀ[ντιβλέπην[4] δύνασθε]
ὕπνον ἴδωμεν.
Resistere al sonno sino all’alba, era, in queste feste, merito grande, e riconosciuto con premi. «Chi — diceva Callimaco, in una poesia di cui si è potuto ricostruire un brano (Sitzungsber. di Berlino, 1912, p. 537 sg.) — riuscirà a star desto sino alla fine (ὁ δ᾽ ἀγρυπνήσας ... μέχρι τῆς κο[ρώνης]), avrà una focaccia, e potrà baciare chi voglia, fanciulla o ragazza».
Ecco, dunque, quale poté essere il nòcciolo della poesia:
Vergini e donne coniugate . . . . . . . . . trascorriamo l’intera notte, cantando le tue lodi e della fanciulla dal grembo di mammole.
Orsú, ridéstati, e avanza movendo a danza i tuoi piedi: vediamo se saprete resistere al sonno[5].
Del tutto differente è l’integrazione dell’Edmonds, ma non mi sembra convincente.
Note
- ↑ Cfr. Esiodo. ìOp., 404.
- ↑ Vedi framm. 32, 13. Anche Alceo cantava: Ἄεισον ἄμμι τὰν ἰοκόλπον.
- ↑ Verso 295: Εὐφημία ’στω; εὐφημία ’στω. Εὔχεσθε ταῖν Θεσμοφόροιν, τῇ Δήμητρι καὶ τῇ κόρῃ, κ. τ. λ.´
- ↑ Cfr. Menandro, Stobeo, Florilegio, 70, 49. In scrittori più tardi ἀνιβλέπειν = resisto è frequente.
- ↑ Vedi Orazio, I, IV, 16: videamus uter plus scribere possit.