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Francesco d'Assisi e il suo secolo/Appendice/Canto XI del Paradiso di Dante Alighieri, col commento storico, morale ed estetico

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Appendice - Canto XI del Paradiso di Dante Alighieri, col commento storico, morale ed estetico
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CANTO XI DEL PARADISO
DI
DANTE ALIGHIERI
COL COMMENTO STORICO, MORALE ED ESTETICO

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Il Canto XI del Paradiso di Dante Alighieri è al certo il più grande e splendido elogio fatto da mente umana al santo Poverello d'Assisi. Epperò mi avvisai riprodurlo come appendice al mio lavoro, e commentarlo dal lato storico, morale ed estetico e ciò feci con idee alcuna fiata nuove conciossiachè m'ebbi in pensiero di offrire queste mie interpetrazioni come saggio d'un nuovo commento al divino poema.

E basti, quanto ho cennato, al mio divisamento. [p. 203 modifica]

CANTO XI DEL PARADISO


argomento


S. Tommaso ragiona del soccorso portato alla pericolante Chiesa Cattolica da S. Francesco e S. Domenico. Più calde però e più poetiche sono le lodi date a Francesco d'Assisi, di cui con affetto tutto celeste e' ritesse l'angelica vita. Qui l'amore della povertà ci è dipinto con tenerezza, come amore di donna: e veramente se l'avarizia è lupa, la povertà dev'essere legittima sposa.



[1] Oh insensata cura de' mortali,
Quanto son difettivi sillogismi
Quei che ti fanno in basso batter l'ali!

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[2] Chi dietro a' jura, e chi ad aforismi
Sen giva, e chi seguendo sacerdozio,
E chi regnar per forza e per sofismi,
[3] E chi rubare, e chi civil negozio;
Chi nel diletto della carne invollo
S'affaticava, e chi si dava all'ozio;

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[4] Quand'io, da tutte queste cose sciolto,
Con Beatrice m'era suso in cielo
Cotanto glorïosamente accolto.
[5] Poi che ciascuno fu tornato ne lo
Punto del cerchio in che avanti s'era,
Fermo sì come a candellier candelo;
[6] Ed io sentii dentro a quella lumiera
Che pria m'avea parlato, sorridendo
Incominciar, facendosi più mera:
[7] — Così com'io del suo raggio m'accendo,
Sì, riguardando nella Luce eterna,
Li tuo' pensieri onde cagioni, apprendo.

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[8] Tu dubbii. Ed hai voler che si ricerna
In sì aperta e sì distesa lingua
Lo dicer mio, ch'al tuo sentir si sterna,
[9] Ove dinanzi dissi: U' ben s'impingua;
E là 've dissi: Non surse il secondo.
E qui è uopo che ben si distingua.
[10] La Providenza, che governa il mondo
Con quel consiglio nel qual ogni aspetto
Creato è vinto pria che vada al fondo;

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[11] Perocch'andasse ver lo suo Diletto
La sposa di Colui ch'ad alle grida
Disposò lei col sangue benedetto,
[12] In sè sicura, e anche a lui più fida;
Duo principi ordinò in suo favore,
Che quinci e quindi le fosser per guida.

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[13] L'un fu tutto serafico in ardore,
L'altro per sapienza in terra fue
Di cherubica luce uno splendore.
[14] Dell'un dirò, perocchè d'amendue
Si dice l'un pregiando, qual ch'uomo prende,
Perch'ad un fine fûr l'opere sue.

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[15] Intra Tupino, e l'acqua che discende
Del colle eletto dal beato Ubaldo,
Fertile costa d'alto monte pende,
[16] Onde Perugia sente freddo e caldo
Da Porta Sole; e dirietro le piange
Per greve giogo Nocera con Gualdo.
[17] Di quella costa là dov'ella frange
Più sua rattezza, nacque al mondo un Sole
Come fa questo talvolta di Gange.

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[18] Però chi d'esso loco fa parole,
Non dica Ascesi, che direbbe corto,
Ma Orïente, se proprio dir vuole.
[19] Non era ancor molto lontan dall'òrto,
Ch' e' cominciò a far sentir la terra
Della sua gran virtute alcun conforto.
[20] Chè per tal donna giovinetto in guerra
Del padre corse, a cui, com'alla morte,
La porta del piacer nessun disserra;

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[21] E dinanzi alla sua spirital corte
Et coram patre le si fece unito:
Poscia di dì in dì l'amò più forte.
[22] Questa, privata del primo marito,
Mille e cent'anni e più dispetta e scura
Fino a costui si stette senza invito.
[23] Nè valse udir che la trovò sicura
Con Amiclate, al suon della sua voce,
Colui ch'a tutto il mondo fe' paura.

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[24] Ne valse esser costante nè feroce,
Si che dove Maria rimase giuso,
Ella con Cristo salse in sulla croce.

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[25] Ma perch' io non proceda troppo chiuso,
Francesco e Povertà per questi amanti
Prendi oramai nel mio parlar diffuso.
[26] La lor concordia, e i lor lieti sembianti,
Amore, e maraviglia, e dolce sguardo,
Facean esser cagion de' pensier? santi:
[27] Tanto che 'l venerabile Bernardo
Si scalzò prima, e dietro a tanta pace
Corse, e correndo gli parv'esser tardo.

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[28] Oh ignota ricchezza! oh ben verace!
Scalzasi Egidio, e scalzasi Silvestro,
Dietro allo sposo; si la sposa piace.
[29] Indi sen va quel padre e quel maestro
Con la sua donna, e con quella famiglia
Che già legava l'umile capestro.

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[30] Nè gli gravò viltà di cuor le ciglia,
Per esser fi' di Pietro Bernardone,
Nè per parer dispetto a maraviglia;
[31] Ma regalmente sua dura intenzione
Ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe
Primo sigillo a sua religïone.
[32] Poichè la gente poverella crebbe
Dietro a costui, la cui mirabil vita
Meglio in gloria del ciel si canterebbe;

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[33] Di seconda corona redimita
Fu per Onorio dall'eterno Spiro
La santa voglia d'esto archimandrita.
[34] E poi che per la sete del martiro
Nella presenza del soldan superba
Predicò Cristo e gli altri che 'l seguiro;

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[35] E per trovare a conversione acerba
Troppo la gente, e per non stare indarno
Reddissi al frutto dell'italic'erba..
[36] Nel crudo sasso intra Tevere, ed Arno
Da Cristo prese l'ultimo sigillo,
Che le sue membra du'anni portarno.

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37.[37] Quando a Colui ch' a tanto ben sortillo,
Piacque di trarlo suso alla mercede
Ch' e' meritò nel suo farsi pusillo;
          A' frati suoi, si com' a giuste rede,
Raccomandò la sua donna più cara,
E comandò che l'amassero a fede.
39.[38] E del suo grembo l'anima preclara
Muover si volle, tornando al suo regno;
E al suo corpo non volle altra bara.

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[39] Pensa oramai qual fu colui che degno
Collega fu a mantener la barca
Di Pietro in alto mar per dritto segno.
[40] E questi fu il nostro patriarca:
Perché qual segue lui, com'ei comanda,
Discerner puoi che buona merce carca,

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[41] Mal suo peculio di nuova vivanda
É fatto ghiotto, si ch'esser non puote
Che per diversi salti non si spanda.
[42] E quanto le sue pecore rimote
E vagabonde più da esso vanno,
Più tornano all'ovil di latte vôte.
[43] Ben son di quelle che temono 'l danno,
E stringonsi al pastor: ma son sì poche
Che le cappe fornisce poco panno.

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[44] Or se le mie parole non son fioche,
Se la tua audienza è stata attenta,
Se ciò ch'ho detto alla mente rivoche;
        In parte fia la tua voglia contenta;
Perchè vedrai la pianta onde si scheggia,
E vedrai 'l corregger che argomenta:
        U' ben s'impingua se non si vaneggia.—

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Questo Canto, nell'insieme, è nel suo concetto morale un inno sublimissimo e in uno soavíssimo, cantato dal santo Dottore della Chiesa al fondatore della famiglia de' poveri e all'apostolo della nuova civiltà in Europa. Quivi con maravigliosa brevità, e in istile tanto pietoso, è discorsa tutta la vita dell'umile Poverello d'Assisi; e dalla sua prima giovinezza tu sei accompagnato fino alla sua tomba. E quanta poesia, e quant'olezzo d'amore non si eleva da que' concetti casti e gentili; quanta fede e preghiera non esala da' que' santi e purissimi affetti?! È aura fresca d'aprile tra' rosai, é arcana notturna melode, è tocco di angeliche arpe vespertine. Ma l'elogio tessuto alla povertà vince ogni bellezza, e ritrae con colori dolci e sfumanti, tutta l'indole davidica ed evangelica. Come la rugiada del mattino sui languidi fiori, i sospiri e i celesti desiderii che si levano da questo canto, scendono sull'anima umana, e la consolano di tanta dolcezza. Il concetto del Canto XI del Paradiso è si alto, sì pio, sì amoroso, si vasto, che anzi che parte d'un epopea, è esso stesso un ampio poema, che le glorie del più grande e più popolare Santo Italiano enarra a tutto quanto il mondo civile!

Note

    e dare una mentita anche alla propria coscienza! L'errore aveva maggior preponderanza nella bilancia política? Ebbene, essi lo leggittimavano e lo elevavano a base fondamentale del loro impero. Infatti il Soldano sente la verità della divina fede, ma per principio politico, e per non affrontare la falsa opinione dominante de' suoi popoli non rinuncia alla bugiarda credenza in Maometto, e non abbraccia la verace o salutare cristiana... Ah! ed a che mai non menano le convinzioni politiche?! Francesco intanto prima di lasciar l'Oriente, attraversò coraggioso deserti e borgate, città e villaggi, e sparse da per ogni dove i semi della luce e della civiltà; e lasciò a custodia del Santo Sepolcro, e della spada di Goffredo una famiglia di frati.

    de' malfattori. E ciò da un lato per assomigliarsi a Cristo, che morì e fu sepolto in simil luogo nel monte Calvario, e dar così una mentita al lusso clericale; dall'altro per non rendere più odioso quell'infausto luogo, destare un forte senso di pietà per que' miseri uccisi, e dare una lezione ai potenti della terra, i quali, quasi trastullo, donavano sovente a que' tempi al popolo impaurito, la festa del sacrificio umano! Quel luogo veniva detto per l'innanzi l'inferno; ma dopo che fu onorato da questa volontà del santo Serafico, esso depose la turpe primiera denominazione, e fu chiamato invece Campo del Paradiso.

  1. 1. Il poeta vede sotto di sè legisti e medici, e preti cupidi e mondani, e potenti armati di violenza e di sofismi, e ladroni e uomini politici e uomini carnali, e su d'essi mena severamente il flagello. Questo cominciamento consuona con le lodi di Francesco di Assisi, il quale fuggendo le grandezze e gli onori del mondo, raggiunse anco qua già l'altezza d'una gloria immortale. Sicchè nella nobilissima sua ira l'Alighieri si rivolge contro coloro che difettivi sillogismi, o ragionamenti falsi od inviziati guidano alla conoscenza di cose terrene e periture, che offuscano la ragione e la inviliscono; mentre la missione unica e sola dell'uomo, secondo la mente di Dio, è di elevarsi ad alti ed incorrottibili veri, che l'anima creata educano alla vita dell'angelo, e ad una scienza eterna ed immortale.
  2. 2. Chi appara la legge (jura) nella parte inviziata e dannosa del sofisma; e chi la medicina (aforismi), di cui fu padre Ippocrate, lasciandoci il suo libro monumentale gli AFORISMI. Ma qui il poeta col lamentarsi di coloro che studiano e van dietro a jura e ad aforismi, non intende vituperar la legge e la medicina, sante in sè stesse ed altamente umanitarie; ma sì coloro che tralasciano la conoscenza delle spirituali ed eterne cose, e tutti si danno a coltivare gl'interessi del senso, che solo può esser guarito della medicina, o può impinguarsi coll'altrui sostanze, rapite col sofisma, e gavazzare nell'altri male. Insomma jura ed aforismi adombrano due grandi infamie sociali: il primo l'arte d'ingannare, il secondo il deviamento dagli eterni veri, e lo studio solo della materia e dei terreni interessi, che l'uomo trascinano alla negazione della propria coscienza; epperò lo precipitano nell'abisso d'ogni male.
    Dante spinge ancora la sua indignazione contro coloro che fansi preti per calcolo, e colla veduta di far fortuna nella Chiesa. Quindi legittimate da costoro ogni generazione di simonie e di sacrileghi negozii. Ed alza eziandio il poeta la sua voce maestosa contro que' signorotti e re, che o per forza d'armi, o per inganno d'ipocrite parole, regnano e despotizzano.
  3. 3. E chi (proprio de' tiranni) portar usura sui poveri, ed involger l'umanità in mille frodi e in mille brighe cittadine. E chi infangato nelle voluttà della carne, soverchiare ed ottenebrar l'intelletto, e stancare ed affievolire in esse le proprie forze. E chi vivea marcito nell'ozio, e quindi affaticato da ogni generazione di vizii.
  4. 4. Quand'io lontano colla mente da questa vita di malvagità, laidezze e di superbie, mi ero colla mia Beatrice, o colla sapienza, elevato in un cielo di luce e di spirituali bellezze.
  5. 5. Ferme si come a candellier candelo; come la candela sta fissa al
    candelliere. Immagine eloquente ed efficacissima; e più eloquente, perchè popolare.
  6. 6. ...., quella lumieraS. Tommaso, detto dal poeta lumiera, perchè la luce è simbolo della scienza che rischiara gl'intelletti e gl'introduce alla conoscenza di altissimi veri, pe'quali l'umanità ha conoscenza del suo essere. — Più mera, più pura, epperò piùsplendente; conciossiacchè nella purità è luce.
  7. 7. Siccome io accendo e fortifico la mia mente agli splendori della lace divina, o ai sommi veri della filosofia e della teologia; così apprendo da qual fonte suprema tu trai i tuoi pensieri. S. Agostino (Confessioni, IV) lasciò detto: «Que' che mirano nella luce eterna a modo di Sole risplenderanno». Conciossiachè l'anima umana che s'illumina ai raggi della sapienza, illumina l'universo e diviene di angelicata natura.
  8. 8. Tu dubiti, e vuoi che il mio. linguaggio lasci il piglio mistico e divenga chiaro per modo che tu lo comprenda; e tal vero si appalesi liberamente al tuo intelletto.
  9. 9. .... U ben s'impingua, ec. — Seguendo la Regola di San Domenico l'anima ben s'impingua, cioè ben s'innoltra nelle vie della sapienza e della cristiana perfezione. Non surse il secondo. Nessun uomo mai levossi alle sublimi altezze della sacra Scrittura, ch'è il linguaggio stesso di Dio.... Ben si distingua. Si distingua in che Salomone è l'altissimo de' Veggenti. . . si distingua la natura fragile di Adamo, e quella divina di Gesù Cristo.
  10. 10. Le lodi del Poverello d'Assisi, e del Frate spagnuolo intuonansi con modo lirico e con epica dignità; ma a quelle principalmente di Francesco sono vestibolo, quasi di basilica, i versi: La Providenza che governa il mondo, ec. E in vero, la Providenza regge l'universo, e dirige ad infallibile segno i suoi morali destini, con altissimo ed incomprensibile consiglio, innanzi al quale si smarrisce la mente umana, ed è soverchiata da tanta e sempre nuova luce. E si smarrisce più ancora innanzi che giunga a penetrare gli altissimi misteri della sapienza eterna.
  11. 11. La chiesa di Dio, lorda a que' tempi di adulterii e di simonie, di vendette e di sangue, di scismi e di eresie, era quasi per crollare dalle solide primitive fondamenta. La Providenza adunque disegnò ne' giudizii imprescrutabili di sua mente che la Santa Romana Chiesa ritornasse alla primitiva purità e grandezza, su cui aveala collocata il suo divino sposo Gesù Cristo, il quale versò il suo divinissimo sangue per la santificazione delle anime e per l'avvenire dell'umanità: la quale forma, redenta, il corpo morale della chiesa, che (voce magna) con potente loquela ed alto grido proclamò sua sposa. E volle con questo lasciar testimonianza al mondo, che non si compiono grandi imprese senza forte ed incrollabile volontà, ch'è potenza massima dell'anima; e quindi senza supremi sacrificii, che dalla volontà sono generati.
  12. 12. Qui l'Alighieri, lasciando i dettagli della storia, dipinge con gagliarde ed accennate tinte i bisogni di quell'epoca funesta di scismi e di sangue, in cui la Cattolica Chiesa era per crollare fin dalle fondamenta. Ma la Providenza che governa il mondo, creò due maravigliosi uomini, i quali divenuti principi, o condottieri della croce, ritornarono la Chiesa di Dio alla primitiva grandezza, e l'adagiaron nel seno del suo divino sposo, a cui solo fu sempre più fida. I quali due nuovi Campioni le fossero sempre in avvenire col loro esempio e coll'operosa carità loro di guida e di sostegno. Nè solo la crollante Chiesa essi sostener doveano col loro consiglio e colla loro operosità, ma l'umanità tutta quanta oppressa ed avvilita, barbara e divisa. Infatti gl'Italiani ed altri popoli della civile Europa, innamorati del dogma della nuova scuola si stringeano riverenti intorno a' due uomini mandati da Dio, e ne seguivano con cieca fede le sante loro orme. Questa milizia evangelica era naturalmente alleata del popolo, del quale riveriva la povertà, nemica de' tiranni, de' quali non sentiva nè paura nè bisogno: onde Pier delle Vigne, segretario di Federico II, scriveva — «Per affievelirci ognor più si crearono due nuove fraterie, che abbracciano uomini e donne, tanto che appena uno o dne troveresti che non vi sieno aggregati: e levatisi contro di noi in ira, pubblicamente rimproverano la vita e il parlar nostro spezzando i nostri diritti, e ci riducono al nulla (*) Epist. 37, lib. I.». Ecco come oltre all'importanza religiosa, aveano le istituzioni de' poveri frati grande importanza politica nella società. fu sempre fermo, e più si strinse alla povertà, alla quale, come alla morte, niuno sorride con ardore e abbraccia
  13. 13. L'uno, cioè S. Francesco, arse della carità de' Serafini, ed accese ad evangelica virtù coll'esempio della povertà e dell'amore, tutto il mondo cristiano. L'altro, cioè S. Domenico, ebbe tal pienezza di scienza, che fa di cherubica luce uno splendore, ovvero rifulse della divina sapienza, dono speciale concesso da Dio all'Ordine de' cherubini. Ma la potenza morale della parola fu più forse sentita dal figliuolo di Pietro mercante, che dal nobil uomo Guzman: però Francesco è tutto serafico in ardore; l'altro è uno splendore di luce cherubica, perchè l'ordine dei cherubini è sotto l'ordine de' serafini.
  14. 14. Dirò in ispecial modo di S. Francesco, ma di qualunque de' due si prenda a fare onorata menzione, siccome si ebbero uno stesso intendimento nella riforma religiosa e civile del mondo, e furono i loro sforzi benedetti dalla stessa vittoria, verrebbesi la medesima lode a retribuire ad entrambi.
  15. 15. Tupino è un fiomicello vicino ad Assisi — e l'acqua che discende, ec, è il fiumicello Chiassi che scaturisce da un colle eletto da S. Ubaldo per suo romitorio nel tenimento d'Agobbio. Fra questi due fiumi dunque giace la verde e ridente pendice ove sorge Assisi.
  16. 16. Perugia che ha una delle sue porte, chiamata porta Sole, rivolta verso Assisi, l'inverno ha denso freddo pel tramontano che di là spira; e la state soffre cocentissimo caldo pel riflesso del Sole
    Dirieto ec. Dietro alla qual costa gemono sulle loro catene Nocera e Gualdo, città Umbre, suddite a re Roberto di Napoli, e gravate d'enormi imposte.
  17. 17. Da quella parte della su detta costa, dov'è men erta, nacque al mondo un Sole, cioè S. Francesco d'Assisi, Sole lucentissimo di religione e di civiltà. E S. Tomaso (nella vita di S. Francesco) esclamò: «Come Sole oriente nel mondo il Beato Francesco fu e di vita e di dottrina e di miracoli ». — E per dare più maestà ed elevatezza al concetto, il poeta lo paragona al Sole vero e maestoso della natura, non però nelle orbite naturali, conciossiachè è raro che sia tutto puro in cielo puro; ma quando talvolta, ossia nella state, nasce verso le bocche del Gange, e a noi apparisce più lucente.
  18. 18. Chi dunque prende a favellar di quel luogo non dica Assisi, chè direbbe poco; ma dica Oriente. Imperocchè siccome da quivi nasceva Gesù Cristo alla rigenerazione dell'umanità, così da questo nuovo Oriente nasceva il 'glorioso Poverello, che colle sue spalle far doveva sostegno alle crollanti mura della Cattolica Chiesa, spegnere le fraterne nimistà, ed accender negli umani petti l'amore e la carità evangelica. E sì questo amore e questa carità, secondo l'ideale del Cristianesimo; erano i due grandi e vitali elementi; i soli che poteano distruggere ogni residuale idea di paganesimo, ammansir la ferocia di quei tempi di sangue, e diffondere nel mondo cristiano una nuova civiltà. E S. Bonaventura, che precorso avea colla sua mente divina il suo secolo, applica a S. Francesco le parole dell'Apocalisse (VII. 2); «Vidi un secondo Angelo che scendeva dall'Oriente del Sole, ed aveva il segno dell'Iddio vivo».
  19. 19. Questo SOLE maraviglioso non essendo ancora molto lontano dall'orto, cominciò a far che la terra sentisse alcun conforto della sua gran virtù. Ovvero (lasciando la similitudine e l'allegoria dell'Alighieri) essendo Francesco ancor giovinetto diede al mondo sublimissimi segnacoli di fede e di carità.
  20. 20. Conciossiachè per la povertà ch'ei tanto predilesse, e come amorosissima sposa con vincoli indissolubili a sè congiunse, si attirò l'ira del padre che incarcerollo e fieramente il percosse. Ma
  21. 21. Francesco fu chiamato dal Vescovo d'Assisi nella sua Curia, onde dissuaderlo dal proposito fatto. Ma egli al cospetto del Prelato, e del padre mercante ed iracondo, rinunzio alle ricchezze di famiglia e ad ogni terreno interesse; e sì congiurise, come sposo a sposa, alla santa povertà, che amò sempre più ardentissima-mente fino all'estremo della vita, e lasciolla in retaggio a' suoi figliuoli. — Questa terzina, ed in ispecialtà il semplice verso — Poscia di dì in dì l'amò più forte —, ritrae degnamente e la vita di Francesco e la vita della vera virtù, ch'è un amore unico, ma sempre vario, perchè sempre crescente sopra sè stesso.
  22. 22. La povertà, privata di Gesù Cristo, che fu il suo primo marito, cioè che primo l'abbracciò volontario, vivendo povero in mezzo ai poveri, e la sposò sulla croce; questa povertà per mille e cent'anni e più visse disprezzata e oscura. Ma nel mille duecento sette fo la povertà abbracciata amorosamente da S. Francesco, e chiamata con dolcissime parole sua sposa. Se non che avendo poco innanzi il poeta accennato alla Chiesa come sposa di Cristo (terzina 11), ed ora dandogli sposa la povertà, non confonde le idee, ma sì un poco le immagini.
  23. 23. Il poeta con somma filosofia e profondo affetto dice che non era stato sufficiente per far la povertà cara agli uomini, l'udir come Cesare venne di notte alla casetta del povero pescatore Amiclas per passare il mare Adriatico, e le trovò sicuro e tranquillo tra i depredamenti e le incursioni di eserciti nemici: ci voleva ben altro esempio, l'annegazione e il disprezzo di uomo dovizioso e splendido cavaliere, agli agi di famiglia, ed agli onori che gli retribuiva la società. Ci voleva la virtù evangelica fondata come cardine della nuova scuola, per far amare la povertà agli uomini. E la povertà di Gesù Cristo, la povertà secondo lo spirito della religione, fu abbracciata da Francesco d'Assisi nel secolo XIII, e lasciata da lui in retaggio, come fuoco d'amore e di virtù, alle venture generazioni. più fortemente che mai si strinse ne' tuoi abbracciamenti, e più intimamente si congiunse con teco... ec. ». Ecco in qual reverenza aveva l'immenso Dante il Patriarca della famiglia de' poveri, che non isdegnò togliere ispirazione dalle parole e dagli affetti di lui!
  24. 24. Nè valse alla povertà essere stata costante e alteramente ferma in amar Gesù Cristo, fino a salir sulla Croce con Lui (perchè nudo nato vi fa confitto l'Uom’Dio) mentre Maria rimase giù a piè di quella. Tutti gli esempi della povertà non aveano avuto voce potente, nè avean destato nel cuor degli uomini dolcezza di affetto inmanzi la venuta di S. Francesco, e prima della sua sublime annegazione ai beni e alle blandizie tutte della terra. Questo è il concetto del poeta. Però osserviamo che il far salire la povertà con Gesù sulla croce intanto che Maria rimane giù appiè di quella, può parere giuoco d'ingegno, dacchè la Poveretta di Nazaret non fu meno sorella della povertà monda e dignitosa, di quel che Gesù fosse a lei sposo. Sicchè la personificazione qui è spinta tropp’oltre.
    Pur facciamo osservare ai lettori non essere questa immagine stata trovata dall'Alighieri, sivvero da lui tolta in prestanza dall'Orazione di S. Francesco in lode della Povertà. Ecco le parole medesime del Beato d'Assisi, che disse rivolto a G. Cristo: — «... Laddove la madre tua (la quale pur tanto t'amava, e teco pativa) non potè, per l'altezza della croce, arrivare a toccarti, la povertà nostra
    signora, con tutti i suoi disagi, piccola e carissima abitazione tua,
  25. 25. Ma acciocchè il mio dire non riesca malagevole agli umani intelletti, dirò apertamente che questi teneri amanti furono Francesco e la Povertà! Francesco volse eroicamente le spalle a tutte le dovizie e i blandimenti terreni, e quindi andò volontario incontro alla povertà, che amò teneramente e costantemente come carissima sposa.
  26. 26. Quale unzione religiosa non ti scende all'anima a versi così santamente ispirati? Da essi esala un odore soave come profumo mattutino di fiori; e spirano insieme diletto ed amore, come proprio i sospiri e gli sguardi di due novelli sposi di lor sorte contenti. L'ideale e la grazia divina ne accrescono la fragranza. Conciossiachè qui hai quasi fondamento dell'affetto la concordia del sentire, e segno dell'amor puro la letizia de' sembianti, e condizione del nobile amore non iscompagnato mai da umiltà, la maraviglia; e la mansuetudine che risplende nella dolcezza dello sguardo, qualità propria di quel d'Assisi, è più splendida tra la ferrea luce delle armi e tra i lampi dell'odio, epperò degna di piacere all'anima di Dante, sdegnosa sì ma non selvaggiamente feroce.
  27. 27. Ad esempio di sì sublime virtù, Bernardo da Quintavalle, nobile e ricco cittadino d'Assisi, diede tutti i suoi beni a' poveri e si scalzò prima, cioè fu il primo seguace e discepolo di S. Francesco: e come gli Apostoli e il suo divino Maestro si scalzò in odio alle mollezze mondane, e in amore alla povertà. E seguendo con ispirato affetto la via della pace, aperta dal glorioso Poverello, acceso da ardente desiderio per quella nuova vita, gli parve averla troppo tardi scorta ed abbracciata.
  28. 28. Qui il poeta nomina ad uno ad uno i primi seguaci del sublime Poverello, siccome degni di storia. Adunque alla nuova scuola della povertà entrano Egidio e Silvestro, dopo Bernardo, anche primi discepoli di S. Francesco; e della vita povera saggiatane la dolcezza e la tranquilla pace, si scalzano animosamente entrambi, ed animosamente confessano al cospetto del mondo civile esser la povertà un'ignota ricchezza, un verace bene. E dietro l'esempio di
    Colui che dopo Cristo la sposò primo, questa mistica sposa, creata dal concetto religioso, desta nel cuor loro amore svisceratissimo, ed impeto di nuovo e non ancora sentito affetto. E sì Bernardo, che Egidio e Silvestro appaiono uomini de' tempi eroici, e d'una virtù sconosciuta a que' giorni di fraterno sangue. — Qui però ci corre l'obbligo far osservare che il tocco dello scalzarsi tanti seguaci di Francesco dietro allo sposo, perchè la sposa piace, non è panto scendaloso in ragionamento sì celeste, come qualche interpetre arcigno e di malumore pretenderebbe far credere, ma solo rende discordanti le immagini.
  29. 29. Così Francesco, maestro della nuova dottrina, l'umiltà e la povertà della croce; e padre d'una nuova famiglia, quella sublime de' poveri, parte dalla patria per Roma accompagnato dalla sua sposa, e segulto da' suoi diletti figliuoli, cinti già il fianco dell'umile e penoso cordone.
  30. 30. Nè arrossì per esser figliuolo a Pietro Bernardone, mercante plebeo; nè vergognò della sua miseria e del disprezzo in cui l'ebbero da principio gli uomini. — E qui il poeta con intendimento filosofico ed altamente estetico dice che la viltà di cuore non gli gravò le ciglia; poichè lo scoraggimento e l'umile condizione di vita suole per ordinario ridurre l'uomo in uno stato di languore e di fiero abbattimento morale e fisico, per modo che, anche non volendo, va sempre co' guardi bassi e maninconoso. — Non arrossì dunque Francesco di tutte queste cose, sicchè il mondo di nulla ebbe a maravigliare, ma attonito invece guardò e stette muto. Che anzi Egli, come tutti i forti, tutto disprezzò per Dio e per gli uomini, andò glorioso della miseria, e della derisione degli stolti e de' reprobi, e diede grandissimo esempio di come veramente si debba amar Dio e i fratelli.
  31. 31. Egli con quella sublime alterezza che viene dalla propria coscienza e dalle idee pure del cielo, aperse il suo animo a Papa Innocenzo III, manifestandogli il suo aspro proponimento. Aspro e difficile da potersi durare da umane forze, per la severità della Regola che s'imponeva, di stabilire egli povero e sofferente una famiglia di poveri e penitenti. Ed il sommo Gerarca maravigliato delle manifestazioni della Providenza che si svelavano sul novello Istituto, diede la prima approvazione alla Regola, ch'è compendio di tutte le virtù evangeliche.
  32. 32. Le antiche vite di S. Francesco, e in singolar modo quella del Vaddingo, narrano che i Frati Minori aveano per costume di cantare riuniti in coro le lodi e le austere penitenze del Santo loro Fondatore. Il poeta qui dunque nobilmente dice che Francesco è tal angelo umanato, che le salmodie in suo onore seriano meglio e degnamente cantate nella gloria degli altissimi cieli, anzichè da' suoi frati che già cominciavano a degenerare ed avere alcun che di vanitoso e di mondano.
  33. 33. E poichè la famiglia de' poveri si fu maravigliosamente cresciuta dietro le sante orme di Francesco d'Assisi, fu dalla Provvidenza coronata d'un secondo fulgentissimo diadema. Conciossiachè Onorio III, che vide in sogno i destini della famiglia francescana, confermò più solennemente la Regola e la istituzione del Capo dell'Ordine e santo condottiero del nuovo gregge.
  34. 34. Si bandì nel 1217 la V Crociata, capitanata da Andrea re di Ungheria; e l'anima di Francesco, ardendo d'amore e di fede, e vagheggiando, per imitar sempre più il suo divino modello, il santo martirio, passò nel 1220 il mare, e si unì alla gente cristiana sotto Damiata. Giunto in terra infedele, quivi predicò con animo sereno ed altero Cristo e gli Apostoli al cospetto del feroce Soldano; il quale raumiliato, e convinto delle divine verità del Vangelo, disse al Santo d'Assisi: «Frate Francesco, io volentieri mi convertirei alla fede di Gesù Cristo, ma io temo di farlo ora; imperocchè se costoro mi sentissero, eglino ucciderebbero te e me con tutti i tuoi compagni (*)».
    Ecco come la vana osservanza de' rispetti umani, e la demente e crudel brama di dominare indusse non di rado nel cuore de' potenti vil cecità di animo spinta a segno da rinnegare le più alte verità,
    (*) Fioretti di S. Francesco, Cap. XXIV.
  35. 35. Ma avendo trovato essere gl'infedeli avversie in nulla disposti a conversione, e di crudeli e sensuali costumi, divisò per non rimanere indarno e vanamente in que' luoghi, ritornare nella sua diletta Italia, siccome matura a messe di vita, a spegnere le ire fraterne e gli odii feroci che quivi da per ogni dove ferveano, e largire per tutte sue terre i frutti della fede e della carità.
  36. 36. Fra Tevere ed Arno nel Casentino in Toscana s'alza il superbo e selvaggio monte di Alvernia, dove una mattina S. Francesco rapito nel fervor delle lacrime e della preghiera innanzi al suo Signore Crocefisso, ebbe come ultimo sigillo di grazia alla penitente sua vita, l'impressione delle sacre stimmate, che furono la terza comprovazione dell'amore che Dio area verso quella santa creatura. Il qual miracoloso segnacolo rimase nelle benedette sue membra
    per gli ultimi due anni della sua vita. S. Bonaventura, nella vita di S. Francesco, narra con auguste parole la santa visione delle stimmate; e noi per non ombrare l'austerità del mistero, rimettiamo il lettore alle sublimi pagine del Dottor Serafico, dalle quali noi abbiamo estratto e riportato quanto basti nel IV Capitolo dell'opera nostra.
  37. 37-38. Quando piacque a Dio, che lo elesse a tanto bene, cioè all'altissima impresa della rigenerazione dell'umanità, di chiamarlo alle celesti imbandigioni, che egli avea meritato creando la scuola dell'umiltà, e divenendo pusillo e povero di spirito secondo il verbo altamente evangelico; egli raccomandò all'immensa sua famiglia di poveri, come a legittimi eredi, la sua donna carissima, la povertà, la povertà ch'è dispensatrice amorosa di beatitudine e di caste e tranquille gioie: e loro ordinò che l'amassero fedelmente, giammai in qualunque mondana fortuna le volgessero le spalle.
  38. 39. L'anima preclara di Francesco, segnalata dalla Provvidenza per le colesti beatitudini, spiccatasi dal suo corpo benedetto, macerato dalle privazioni e dalle austere penitenze, tornò al verace regno da dove era qua già discesa. E avvegnacchè l'anima del Santo Poverello dolorasse pel vivere sfarzoso o lussureggiante del clericato, volle dare, quasi controcolpo a tanto scandalo, l'estrema prova di umiltà e di avversione alle blandizie della misera carne, ordinando che il suo corpo venisse ignudo sepolto senza alcuna funebre pompa, in ispregevole luogo, in quello cioè dove si facea giustizia
  39. 40. A que' giorni dell'Evo mezzano la Chiesa cattolica era lacerata degli scismi, delle eresie de Valdesi e degli Albigesi, dalle ire fraterne e dal vivere disordinato de' preti; quando la Provvidenza mandò sulla terra due uomini insigni per santità e per magnanime imprese, a sorregger le cadenti sue mura. Questi furono Francesco italiano, e Domenico spagnuolo; i quali con intemerato e fortissimo animo abbatterono gli errori e le superbie del secolo, e salvaron, mercè l'aiuto divino, la barca di Pietro che minacciava sommergersi, soverchiata da cruda tempesta: quella barca mistica che Iddio, per la loro fede e pel loro coraggioso amore, trasse vittoriosamente a riva, giusta la promessa fatta da Cristo al Principe degli Apostoli. Ora dunque che sai chi fu S. Francesco, pensa quanta virtù arse nel petto di colui, cioè di S. Domenico, che gli fu dato a compagno nella nuova e sublime impresa della rigenerazione morale e civile de' popoli secondo lo spirito di religione.
  40. 41. Questi fu il nostro Patriarca (è S. Tommaso che parla): questi fu dunque il fondatore dell'Ordine Domenicano, e chi segue la sua via ed abbraccia la sua Regola, avrà il guiderdone ch'ei s'è meritato, quello cioè d'una vita incolume ed elevata, e dell'eterno sodalizio de' santi.
  41. 42. Domenico per mantener sempre acceso ne' petti de' suoi frati la fede e l'amore, e per tenerli staccati dai mondani interessi, vietò loro che ricevessero prebende e vescovadi. Ma aimè, che a’ tempi di Dante degenerata questa gregge dalle severe istituzioni del suo Pastore, era fatta ghiotta di nuova vivanda, e si spandeva, per diversi paschi. Erasi dilungata dallo spirito verace della Chiesa, ed avvicinata a quello menzognero del secolo.
  42. 43. Dante vedeva a' suoi tempi trasgredita dai frati domenicani la rigorosa osservanza della Regola; è perciò che egli dice che quanto più i frati si dilungano dalle orme del santo loro fondatore, tanto più divengono mondani e digiuni di spirituale alimento. Laonde invece di esser essi la luce del mondo e il sale della terra, secondo la parola evangelica, sono candelabri ardenti sotto un moggio.
  43. 44. È chiaro che qui si parla de' domenicani, tra i quali benchè molti deviassero dalle orme del loro Fondatore, v'erano non pertanto di quelli che temendo i danni spirituali e temporali, rigorosamente osservavano l'austera ed efficace vita del frate, e stringeansi con amore e fede più da vicino al santo loro Pastore. Ma perchè questi buoni erano pochi, dice il poeta che poco panno bastava per fornir gli abiti, cioè che pochi eran quelli che degnamente poteano indossarlo. Qui intanto facciamo osservare che l'allegoria delle pecore in coppa (perdoni l'illustre creatore della europea letteratura) desta nientemeno che il ridicolo.
  44. 45-46-47. Queste due ultime terzine del Canto, in una al loro verso finale, non sono largamente poetiche come le precedenti, ma sì propriamente scolastiche, nelle quali la poesia più ragiona che canta. In esse S. Tommaso, rivolto a Dante, gli dice che se le sue parole non sono state bastevoli a dichiarargli l'idea, e se la sua attenzione è stata sempre pronta, e mai s'è distratta dal suo parlare; e se per poco richiami alla mente quant'egli ha detto (fin qui la terzina 45),il suo desiderio, essendo già sciolto il primo dubbio, sarà in una delle due parti appagato. Conciossiacchè vedrà di che nobile pianta che legno si taglia, ossia come la scheggia ritragga dal ceppo; e, lasciando l'allegoria, come i figli di Domenico ritraggano per virtù e sapienza dal loro fondatore. E vedrà qual mistica correzione contengano queste parole: dove l'anima umana s'impingua bene, cioè si alimenta fortemente e fervidamente di fede e d'amore, e di ogni spirituale vivanda, se da esso ammonimento, ch'è tutto spirituale ed evangelico, non si vaneggia e non si allontana.
    Altri leggono così il penultimo verso di questo Canto:
    E vedrai il Correggiér che argomenta:
    e spiegano: — e vedrai îl Domenicano (detto correggiero, perchè cingevansi quell'Ordine di religiosi i lombi di coreggia, come i Francescani venivan detti cordiglieri, perchè stringea la lor vita una corda), e vedrai il Domenicano che ragiona, ossia vedrai qual significato contengano le parole del Domenicano. Ma S. Tommaso Domenicano è che disse: U' ben s'impingua, e che qui tuttavia parla, epperò il Correggier vale: io parlante. E malgrado che il Foscolo e 'l Tommaseo tengano a questa lezione, e quindi a cosiffatta interpetrazione, noi purtuttavolta siamo del primiero avviso, e invece di Correggiér, leggiamo corregger.