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Francesco d'Assisi e il suo secolo/Parte Terza. Periodo di civiltà/Capitolo quinto - Nuova Èra

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Parte Terza. Periodo di civiltà
Capitolo quinto - Nuova Èra

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CAPITOLO QUINTO

Nuova èra




SOMMARIO


Francesco d'Assisi e i Francescani nel primo secolo — Loro missione morale e civile nella società — Propagazione maravigliosa de' due Ordini de' frati Minori e dei Predicatori in Italia e in Europa — Brano d'una lettera di Pierdelle Vigne a Federico II, pagina monumentale nella storia della civiltà — Trionfo della fede e del cattolicismo, e propagazione della civiltà — Fede e patriottismo di Rosa di Viterbo e di Chiara d'Assisi — Entusiasmo de' popoli pei frati Minori — Solenni pacificazioni, operate dai Francescani in tutta Italia — Quali fra essi levarono più forte la lor voce, e furono di grande importanza politica Antonio da Padova: sua missione religiosa e sociale - Ezelino da Romano: suo terrorismo nel Padovano, e sua influenza politica in tutta Italia — Santo Frate gl'incute spavento ed infrena le sue tirannidi — Le Concordanze bibliche di Antonio da Padova — Sua morte, o sua canonizzazione — Grandezza morale e civile dell'Istituto Francescano — Nuovo trionfo del cattolicismo sul paganesimo — Le arti e le cronache ritraggono le glorie di Francesco e de' suoi seguaci, e destano d'essi più vivo l'amore nel cuore de' popoli — Miriade di martiri e di santi nel francescano Istituto — Concetto filosofico e politico di Francesco d'Assisi.


Gli scrittori di storia ecclesiastica han fatto aperto il mandato provvidenziale di Francesco d'Assisi, allorchè insieme a [p. 92 modifica]92 Domenico di Guzman, venne a puntellare le crollanti pareti di santa Chiesa. Gli storiografi incominciano pure a conoscere l'opera civile de' Frati Minori, milizia contemporanea ai Comuni italiani, alleata naturalmente co' deboli, ed avversa agli oppressori, da cui nulla non si aspettava nè nulla temeva. A buona ragione confessano i savii, che i dottori della scuola francescana han di molto aiutato la umana sapienza, come s. Bonaventura, che fu il Platone del Medio-Evo; e Ruggero Bacone, che vide il germe di molte odierne scoperte; e Duns Scoto, il solo che poneva un limite alla mente di S. Tommaso d'Aquino: dei quali sapientissimi e maravigliosi uomini, e di altri ancora che per odore di santità, per maschie e generose virtù, per sapiente impeto poetico alto levarono il loro nome nel Mondo civile, verremo in questo e nel vegnente capitolo in acconcio e sobrio modo a favellare.

L'Ordine Francescano adunque diramatosi rapidamente in Italia, per non dire in tutta Europa e in altre regioni ancora del cognito Mondo, era divenuto un bisogno per le società, le quali eransi legate in fratellevole amore con esso. E qui soprammodo in Italia, conciossiachè nelle guerre civili che desolavano le amene nostre contrade per le contese tra la Chiesa e l'Impero, il Monaco era il primo germe del popolo che lo confortava ne' dolori, lo assicurava nelle ambascie, lo affrancava colla potenza della sua umiltà dalle oppressioni de' tiranni. Ora vedremo quanto prevalsero la dottrina e le opere di Francesco d'Assisi, e la luce del Francescano Istituto sulla società e sulla civiltà.

I grandi principii di riputare ed amar tutti come fratelli fanno le basi del Cristianesimo: ecco questa filosofia del dritto che protesta in nome della natura contro la più terribile ineguaglianza sociale, e che si fa l'eco delle massime del Vangelo. Quest'altissime vero balenò nel santo petto di Francesco d'Assisi: epperò nel suo secolo prevale la fierezza e ogni cosa va in risse, omicidii, tirannia? e Francesco porgesi lutto soavità e pazienza; per le ingiurie non ha che perdono; alle parole oltraggiose non risponde che coll'amorevolezza, e sgrida un suo frate che ai masnadieri [p. 93 modifica]capitati nel suo convento avea dato rimproveri invece di pane. I tiranni uccidono, straziano, molestano? Egli e i suoi frati prendono a cura i poveri, gli esuli, i mendicanti, i lebbrosi, da tutti fuggiti per ischifo. Il lusso delle corti, dei principi già varca alle chiese, e í prelati sbizzarrendo in pompe, sfoggiano gran manti in via, gran tappeti in palagio, grand'ori nel tempio? e Francesco vi mette a rincontro la mortificazione, la privazione perfino del necessario! Il mondo agogna alle ricchezze, perchè fonte di autorità e di agi, perchè occasioni di orgoglio e di soperchierie? Francesco vuol la povertà, non solo per sè, ma per tutto il suo Ordine: nel quale introduce per virtù ed elezione que' sistemi, che, falsando lo scopo, vorrebbero a tutti estendere i più avanzati socialisti odierni. Il pensiero si sveglia a coscienza di alti veri, e le acquistate libertà tendono a trascendere, fino ad impugnare l'autorità del senso comune per dar ogni importanza all'individuo? e Francesco vuole interissima soggezione, e comincia: La regola dei Frati Minori è d'osservare il Vangelo, vivendo in obbedienza senza nulla di proprio, e in castità. Frati minori si chiamano i suoi, perchè devono gareggiare d'umiltà; lavavansi i piedi gli uni con gli altri, i superiori intitolavansi servi: e Beato il servo quando non si tien migliore quand'è dagli uomini esaltato, che quando vilipeso: giacchè l'uomo è quel che è avanti Dio e nulla più.

Tra i Frati Minori non v'eran leggi nè uffiziali se non fatti dalla comunità: tutti i membri concorreano alla nomina del Generale, che risedeva in Roma assistito da un consiglio, e da cui dipendevano i provinciali e i priori, eletti essi pure dalla provincia o dal convento. Ciascuna comunità teneva Capitolo una volta l'anno: i capi di ciascuna provincia, i priori e deputati di ciascun Convento formavano il Capitolo generale. Ecco la più perfetta eguaglianza che toglieva ogni qualsiasi adito alle mondane ambizioni.

Col rinnovamento degli studii entra la pompa dell'erudizione, lo sfoggio di cognizioni, le allusioni argute, i profumi del bello stile, cioè dell'affettato e del manierato. Fino a questa [p. 94 modifica]seduzione così lusinghiera da sottrarsi Francesco; parla e scrive la lingua vulgare; e primo o dei primi l'adopera alla poesía, senza alcuna reminiscenza di antichità nè lambiccatura di frasi: vuol parimente che le prediche non abbiano formole e testura di scienza profana, nè cosa che non rechi edificazione, come nessuna ne respinge che all' edificazione conduca. Perciò non si volge egli ai ricchi, ma cerca i poveri: fa vestire i suoi col saione che usavano i villani; e con quello non si pianta in mezzo a popolose città, come gli ordini e le regole del cinquecento, ma diffondesi nella campagna a consolare i dolori e a nutrire la rassegnazione del povero con semplici parole, con mostrare che il mondo è un viaggio d' espiazione verso la patria.

Quanto più Francesco si studia coll'umiltà e col disprezzo de' beni di farsi piccolo innanzi agli uomini, tanto più gli uomini si accalcano dietro a lui, o per raccoglierne l'ispirata parola, o per dispogliarsi di tutto, abbracciando, come lui, la perfezione evangelica. Così egli s'avanzava senza mancar di lena alla riforma del genere umano. Vedeva egli nella sua grand'anima il clericato e la Podestà temporale inviziati e malvogliosi a render giustizia con ragione e carità alle genti; ed ei fidente volgea loro la sua voce, sia in vicini che in lontani paesi. — Ci rimangono ancora delle lettere con che il Santo raccomandava quelle care primizie del nascente Istituto; testimoni non perituri dell'animo suo benevolo, e franco d'ogni umano riguardo. In quella diretta agli ecclesiastici, chiamandosi debitore dinanzi al mondo della salute di tutti, e impedito di supplire a tutto egli solo a cagione della sua miseria e debolezza, gli esorta e ricevere in sua vece que' poveri frati, e a gradire gli ammonimenti che per essi mandava loro. Erano ammonimenti e divote istituzioni concernenti l'Eucaristia e la divina parola. Una, diretta alle podestà temporali, diceva così:

«A tutte le podestà, consoli, giudici e magistrati di qualsivoglia luogo, e a tutti gli altri a' quali perverranno queste lettere, frate Francesco vostro servo nel Signore, piccolo e spregevole, desidera salute e pace. [p. 95 modifica]«Considerate e vedete che la morte ne stà dietro le spalle. Però con ogni maggiore riverenza vi prego di non dimenticarvi di Dio fra le cure e i mondani pensieri ne' quali siete ravvolti, e a non rigettare la sua legge; poichè chi dimentica Iddio e rigetta da sè la sua legge, è dimenticato e maledetto da Dio; e quando verrà la morte gli sarà tolto ogni cosa: e quanto più savio e potente sarà stato nel mondo, tanto più sarà tormentato nell'inferno. Laonde, o miei Signori, vi esorto a disvilupparvi da ogni briga e sollecitudine, a ricevere con pio affetto il santissimo corpo e sangue del nostro Signore Gesù Cristo in memoria di lui, e a riferire al Signore gli omaggi dei popoli a voi commessi, ordinando che ogni sera si dia un segno che chiami il popolo a lodare e ringraziare Iddio onnipotente. E se ciò non si faccia da voi, io vi dico che a Gesù Cristo vostro Dio e Signore dovrete renderne conto il dì del giudizio. Chi riterrà questo scritto e l'osserverà sarà benedetto da Dio.»
L'ordine Francescano, siccome quel di Domenico, ben presto invasero la società; e persone di gran casato e di gran sapere abbandonavano la gloria, le lettere, le armi, fin le corone per entrarvi. Frate Minore fu Lodovico, figlio di Carlo II di Napoli; Dante volea cingersi quel cordone, poi ne fece quell'elogio pomposo che ognuno legge e fa suo quotidiano alimento. Domenico, fondato a Genova il Convento di S. Egidio, v'ebbe amico il famoso trovadore Folchetto da Marsiglia. A Bologna faceasi tal ressa per vestire il povero abito, che la forza pubblica intervenne per impedirlo. Questa maravigliosa milizia evangelica era naturalmente alleata del popolo, del quale riveriva la povertà: nemica de' tiranni de' quali non sentiva nè paura nè bisogno; onde Pier delle Vigne, segretario di Federico II, scriveva: — Per affievolirci ognor più si crearono due nuove fraterie che abbracciano uomini e donne, tanto che appena uno o due troveresti che non vi siano aggregati; e levatisi contro di noi in ira, pubblicamente riprovano la vita e il parlar nostro, spezzano i nostri diritti, e ci riducono al nulla.» Ecco una pagina monumentale [p. 96 modifica]nella storia della civiltà! Conciossiachè le sante massime del Vangelo, fondamento de' diritti inviolabili dell'umanità, diffuse fra mezzo alle generazioni dal novello popolo di Dio, semplice e povero come gli Apostoli, colla parola e colle opere incutera spavento alla Corte di Federico II, infrenava le sue tirannidi, e smentiva l'empia voce che osava levare contro la Cattolica Chiesa per offuscare i suoi lucidi veri, render brute e carnali le gentỉ, regnare così e despotizzare più largamente, più malvagiamente. Da questo fatto è manifesto quanto peso dassero i nuovi due Ordini monastici nella bilancia politica dell'Europa.

Rosa da Viterbo, fanciulletta, affrontò le persecuzioni di Federico II. I Saraceni che costui assoldava a danno de' Comuni italiani, irrompono nella valle di Spoleto; e le monache d'Assisi sgomentate si stringono intorno a Chiara, l'amica e coadiutrice di S. Francesco: e questa che giaceva malata, levasi, prende l'ostensorio, lo colloca sulla porta, inginocchiata al cospetto de' Musulmani, volge fervorosa la mente a Dio, pregandolo che campasse la città dalle stragi e nefandezze delle masnade infedeli. E, (sublime miracolo della Provvidenza!) gl'infedeli disfatti volgonsi in fuga. Ed indi a poco Vitale di Aversa, capitano di re Federico, sperperava i contorni di Assisi; onde Chiara adunate le suore, dice loro: — Noi riceviamo il pane quotidiano da questa città, ben è giusto che la soccorriamo a poter nostro. E cosperse di cenere supplicano e supplicano, finchè Dio non libera la cara patria dai rapaci ed oppressori stranieri.

I Francescani, Apostoli della povertà e dell'amore, mendicando in nome di Cristo, spargendosi da per tutto, annunziavano e praticavano tutte le virtù del Cristianesimo, le quali essi rendeano popolari colla facile e calda eloquenza, e colle dimostrazioni di maraviglioso che commuovono ed entusiasmano il popolo di ogni età, di ogni nazione; e coll'austerità d'una vita penitente, col macerarsi e flagellarsi dinanzi alle affollate udienze, traevano dietro a sè innumerabile concorso, su cui poterano quanto volevano. Le città, sempre in sospetto delle mal assicurate libertà, commettevano ad essi i più gelosi ufficii: essi [p. 97 modifica]tesorieri, essi camerlinghi, essi archivisti, anziani, segretarii nelle repubbliche. Le consulte si tenevano nei conventi; ivi le intelligenze segrete e le aperte leghe. Ai Frati commettevasi l'eleggere le podestà; essi all'uopo tribuni del popolo, essi capitani d'eserciti, essi riformatori di statuti; con quel misto d'uffizi che è proprio di società, non così bene classificate per numero ed alfabeto come la odierna. E quel trionfo era dovuto non a politici raffinamenti, neppure a grande accorgimento, ma alla bontà; la bontà che viene intesa da tutti, anche quando più sono travisate le idee del giusto e del retto, quella bontà che basta conoscerla per averla in pregio; che è ammata perchè propizia e tutelare; che si sottrae all'invidia perchè semplice e senza arroganza.

Principale uffizio de' frati Minori era il mettere pace fra tante discordie che allora laceravano l'Italia, ed altre contrade di Europa. Tommaso, arcidiacono di Spalatro, nella storia Saloniana, racconta: — «Il dì dell'Assunta, anno 1222, stando io agli studii a Bologna, vidi S. Francesco predicare nella piazza del pubblico palazzo, dove quasi tutta la città era raccolta. E fu esordio al predicar suo il parlare degli Angeli, degli uomini e dei demonii: intorno ai quali spiriti razionali tanto bene propose, che a molti letterati ivi presenti recò non poco meraviglia un parlare sì giusto di persona idiota. Ma la materia del suo ragionare tendeva sovrattutto ad estinguere le nimicizie, e fare concordati di pace. Sordido d'abiti, spregevole d'apparenza, di faccia abietta, pure Iddio aggiunse tanta efficacia alle parole di lui, che molte tribù di nobili, fra cui inumana rabbia d'inveterate nimicizie aveva infuriato con molta effusione di sangue, vennero ridotte a consigli di pace».

A que' tempi di ferocie e di vendette nacque tra' magistrati e 'l vescovo della città d'Assisi fiera e irreparabile discordia: il vescovo fulminò l'interdetto, i magistrati bandirono che chi ammazzava lui era ben ammazzato, e vietarono che niuno avesse che fare con lui e con i suoi. Il Santo, accorato di tal discordia, lamentavasi del vedere che niuno entrasse di mezzo per mettere pace, e por termine a tanto abominevole scandalo della [p. 98 modifica]chiesa e del governo: e allora aggiunse al suo Cantico del Sole il seguente versetto, che a maggior pregio dell'opera qui noteremo come fu scritto in quella rozza e bambina lor lingua:

«Laudato si', mi' Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore, e sostengo infirmitate e tribulatione. Beati quelli ke 'l sosterrano in pace, ka da te, Altissimo, sirano incoronati».

Comandò poscia a'suoi frati che arditamente andassero dai magnati della città, e li pregassero di recarsi dinanzi al vescovo, e, colà giunti, che a due cori intonassero il nuovo versetto. Tanto fecero i suoi discepoli; ed al canto di quelle parole, alle quali pareva che Dio prestasse segreta virtù, gli avversarii pentiti si abbracciarono e si chieser perdono l'un l'altro. — E lieto di tanto trionfo rivolto a'suoi frati loro raccomandava: — Annunziate la pace a tutti, ma abbiatela nel cuore come nella bocca, anzi più. Non date occasione di collera o di scandalo, ma colla vostra mansuetudine fate che ognuno inclini alla bontà, alla pace, alla concordia».

Ed a' suoi, e in generale agli ecclesiastici va dato merito se versavasi olio sulle piaghe aperte dai violenti; olio che scaturiva dall'altare. Sentivi tu (caso quotidiano a quei tempi) un ricambiare di bestemmie, di vituperii, un tempestare di colpi? eri sicuro di scorgere ben tosto fra gli azzuffati interporsi il frate, col rozzo saione, nudo il raso capo, tendendo in mezzo ai colpi la croce di legno che gli pendeva pel rosario alla cintura. Due fratelli si cercavano a morte? una famiglia, un corpo avea giurato vendetta di qualche insulto? l'oltraggio aveva aguzzato il coltello sotto la casacca d'un violento? Ebbene, Il frate s'affacciava alla porta con un Deo gratias sommesso; prendeva a ragionar del Signore, d'un Uomo-Dio che patì più di noi, per noi e senza colpa; dipingeva l'amarezza degli odii, la giocondità dell'abitare i fratelli in uno; poi un momento estremo nel quale riuscirà così dolce il ricordarsi d'una buona azione; un altro giudizio, dove chi perdonò sarà perdonato. Quei cuori feroci, che non avrebbe frenato impero di legge e possanza di magistrati, aprivansi alla benevolenza, fondevansi in lacrime, e [p. 99 modifica]correvano ad abbracciare il nemico, fra le benedizioni del frate paciere.
In Genova ferveano contese fra' nobili, e un figlio di Rolando avvocato era stato ucciso dagli arcieri di Marchese di Volta. Marchese di Volta fu trucidato poco poi: sangue per sangue, nè fu il solo. Invano i consoli si adoprarono per pacificare i feroci; onde finsero di voler risolvere il litigio con sei duelli. Accorsero le madri e le spose dei trascelti per impedire quel sangue; il che già disponeano a una pace ch'essi dissimulavano di desiderare. Perchè fosse più solenne il giudizio di Dio, invitarono l'Arcivescovo nel mezzo dell'adunanza collocarono le reliquie del Battista: attorno v'era il clero in pontificale: alle porte levavansi le croci della città: tutto incuteva un rispetto. Allora l'Arcivescovo parlò di Dio e del precetto suo nuovo, e cavò le lacrime ad intiere turbe; e quei che erano venuti per uccidere si confusero in un abbraccio di fratellanza: e un universale suonare a festa di campane, e un fragor di Te Deum annunziò la pace. A cosiffatto magnanimo esempio ne aggiugniamo ancora un altro, fors'anco più splendido e più generoso. Messer Baccio da Caprona uccise Farinata figlio di messer Marzucco degli Scormigiani. Questi, ch'era frate Minore, sopportò senza lacrime la morte del figlio, andò a baciar la mano dell'uccisore (virtù fortemente evangelica!) assistette alle esequie cogli altri frati, e vi tenne un fervoroso discorso, esortando il parentado a perdonare l'offesa, e l'uditorio a mantenere la pace. Onde l'Alighieri cantava:

                    . . . . . Quel da Pisa
               Che fè parer lo buon Marzucco forte [1]

In Milano, quando nel 1257 cozzavano nobili e popolani, vennero affidate le dissenzioni a quattro frati, e tutti stettero al loro giudizio. Essendo poi le dissidie novellamente scoppiate, i discordi si raccolsero a Parabiago, ove due frati dettarono le [p. 100 modifica]condizioni della pace. Più tardi venne a predicarvi la legge di amore il Beato Amadeo, cavaliere portoghese mutato in francescano, che fabbricò di limosine la chiesa di Santa Maria della Pace, nuovo titolo pietoso aggiunto ai tanti onde il medio-evo incoronò la Regina del dolore e dell'amore.
Molte risse contumaci nel Milanese, nella Valtellina, nel Comasco, chetò eziandio fra Venturino da Bergamo, che giunse a indurre oltre diecimila Lombardi a pellegrinare fino a Roma per la perdonanza. Vestiti in sottana bianca e mantello cilestro soprasegnato d'una colomba bianca con tre foglie d'ulivo in bocca, a schiere di venticinque o trenta, colla croce innanzi, procedevano di città in città gridando pace e misericordia; e venuti nelle chiese nudavansi fino alla cintola e flagellavansi. Giovanni Villani, il principe de' cronisti italiani, li vide arrivare a Firenze, e fin cinquecento alla volta refezionarsi in piazza di S. Maria Novella, provisti per carità.
Avanzi di quelle antiche istituzioni vedonsi ancora in Toscana nella compagnia della Misericordia, che ad ogni caso di rissa o di pericolo accorre per impedire il male; oppure in Roma, ove pe' trivi e nelle taverne, quando l'uomo malvaggio o inedacato tra il furore delle risse e l'ebbrezza del giuoco prorompe all'orrendo bestemmiare, gli si para dinanzi un Saccone, uomo ravviluppato sino alla faccia nella cocolla, il quale, senza far motto s'inginocchia davanti al bestemmiatore, tendendo le mani giunte. Il bestemmiatore intende quel muto linguaggio, cessa le imprecazioni, e non di rado caduto anch'egli in ginocchio, le converte in preghiere di espiazione. Sotto quel cilicio è forse celato uno dei primi signori, un prelato. «Belle istituzioni, esclama Cesare Cantù[2], se non ne discordassero troppo le carabine, inarcate al tempo stesso per punire il bestemmiatore» — Queste scene, osserva lo stesso scrittore, ora piacciono ai curiosi pel pittoresco: allora erano a luogo e tempo; e fra quel cozzare di parti faceano l'ufficio che la incivilita età nostra ha riservato alle vie politiche! [p. 101 modifica]E certo niun italiano dimenticherà quel fra Silvestro Minore Osservante, il quale fu chiamato dai magistrati perchè attutisse i dissidii fra' cittadini: e soprammodo memorabile è la pace a cui egli indusse i Comaschi. Andatovi, all'invito de' loro capi, predicò con fervore e frutto grande, la riforma delle leggi incominciando, come ognora si dovrebbe, dalla riforma de' costumi. Indi piovendo sugli animi preparati la parola del Vangelo, cioè della carità, fece abolire i maledetti nomi di Guelfi e Ghibellini che si lungamente fecero dimenticare quelli di Cristiani ed Italiani: poi ad un giorno determinato impose che tutti, dalla città e dai contorni, convenissero sullo spazzo che si dilata dinanzi alla porta Torre. Ivi con parole piene di spirito di unzione e di evangelica carità infervorò gli animi così che fra tutta la folla accorsa era un piangere, un singhiozzare, un picchiar di petti: e ciascuno deposti i rancori si strinsero tutti in fratellevoli abbracciamenti. I nomi di tutti vennero scritti sul libro della Santa Unione, e fu pronunziato l'anatema del cielo ed il gastigo degli uomini a chi violasse le pacifiche promesse.

E chi scorre le pagine delle nostre istorie trova mille altri esempi di carità e di pace operata dai figli ferventi di Francesco; i quali amati fino all'entusiasmo dal popolo pe' beneficii della parola e delle opere che ad ogni ora ne fruiva, essi gridava suoi arbitri, suoi legislatori, suoi riformatori civili, suoi duci supremi; e in loro mani riponea fidente tutte le sue sorti e speranze. Ed essi, operosi apostoli della civiltà, pacificavano città e borgate, rompeano le catene che i potenti teneano sui deboli, e spargeano ovunque il seme dell'amore e della carità.

E voi, miserabili retori, che, mentre offuscate il buon senso popolare, vi piacete attizzare gli sdegni da provincia a provincia, da uomo a uomo in questa sciagurata Italia, che rovinaste qualvolta a voi cieca s'abbandonò: voi che, quando i potenti hanno spezzato nelle mani vostre le spade, vi armaste di penne intinte nel tossico e nella vostra bava giornale o settimanale, per contaminare chi non è fango come voi, vergogna vi prenda almeno al pensare che questa letteratura, da voi ridotta [p. 102 modifica]seminatrice di odii e di scandali, e traffico di brighe sfacciate ed invidiose, cominciò col diffondere la pace, predicar l'amore, riconciliare fratelli. E prima che Dante si lamentasse perchè non si stessero senza guerra quelli che un muro ed una fossa serrava; prima che il Petrarca, per mettere fra noi e la tedesca rabbia uno schermo migliore che le Alpi, andasse gridando Pace, pace, pace, un frate, strapazzato come il pessimo degli scrittori da un vanitoso retore nostro contemporaneo, adoperava i primi suoni della lingua italiana a rimproverar le fraterne discordie de' Fiorentini con nobilissimi ed amorosí accenti, ispirati da evangelico coraggio e da cristiana carità. Questo sublime monaco fu fra Guittone d'Arezzo.

Ugualmente degno di storia, ed onorevole nella memoria degl'Italiani vive ancora e vivrà lungo i secoli fra Jacopone da Todi, sfatato per pazzo, punito qual reprobo dalla corte romana sotto il pontificato di Bonifacio VIII, la di cui politica l'austero Francescano co' suoi fantastici canti popolari, teneva in bilico. Ma egli pieno sempre della sua coscienza, e caldo dell'altissimo verbo del Vangelo, dal fondo di una prigione folgora satireggiando il disordinato vivere del clericato e del popolo; e non ch'e' si tenga per questo dal discorrere in versi i più forti punti della teologia cristiana, ma toccato il fondo della misticità, suonangli già sulle labbra gli accenti che suonarono poscia su quelle di S.a Teresa e di S. Giovanni della Croce.

È della più popolare celebrità Antonio da Lisbona, che noi veneriamo col nome del Santo di Padova. Nato a Lisbona nel 1195, entrato francescano, volle, giovinetto, recarsi in terra di infedeli per convertirli ed acquistare la palma del martirio: ma un affanno di salute lo costrinse a ritornare. Dalla tempesta spinto in Sicilia va al Capitolo generale de' suoi frati che allora tenevasi in Assisi, e talmente dissimula il suo sapere che Francesco e gli altri lo credono uno zotico e da nulla. Fra Graziano il condusse nella Romagnola, ove al monte Paolo visse nella meditazione e nel silenzio. Cominciò poi a predicare, con gran sapere [p. 103 modifica] ed eloquenza, con tanto frutto e spirituale unzione, che il papa lo denominava Arca del testamento:e tanto era l’accalcarsegli intorno di numeroso popolo, che giovani robusti erano costretti fargli strada a spalle, affinchè non rimanesse soffocato. De’miracoli suoi potrebbero farsi, anzi si sono fatti, grossi volumi, perchè il suo secolo magnanimo vi prendeva interesse, quanto il nostro frivolo alle vicende di una avvelenatrice o di un’uxoricida, eroi di romanzi moderni della pessima scuola francese, seguíta fra noi ed ammirata!

Sul cadavere d’un usuraio Antonio profferì: — «Dove è il tuo tesoro, ivi è il cuor tuo»: e il cuore di fatto si rinvenne, caldo ancora, fra i mucchi del danaro. — Ad un giovane che gli si confessava d’aver ferito con un calcio la madre sua, avendo detto: — «Il piede che percuote padre e madre merita d’esser tagliato»; quegli preso alla lettera il dettato, andò e si recise il piede: ma il Santo ammirando tanta sua fede e pentimento sì sincero, glielo rappiccò. — Avvenendosi in un notaio di lubrica vita, se gl’inchinava ogni volta profondamente, scoprendosi il capo: onde quegli credendosi celiato ne montò in collera e, «Se non fosse per timor di Dio v’ammazzerei.» Ai che placidamente il Santo, — «Lo volesse il Cielo! ma io so da Dio che voi diverrete un gran martire, e deh! allora vi ricordi di me». Il notaio per allora si rise di lui e del vaticinio, ma poco poi convertito, andò in Terra Santa, ove incontrò il martirio.

Questi miracoli erano creduti; e dalla loro efficacia argomenti chi oggi crede movere il mondo col dargli a intendere le fole di cui s’empiono i circoli magnanimi e le intrepide gazzette.

La sua bontà non veniva meno d’avanti a qual si fosse colpa.

Uno rifluta di conoscere il figlio di sua moglie, credendolo adulterino, e il bambino parla e lo chiama padre. Ai carcerati per debiti ottiene misericordia, e dal consiglio di Padova fa decretare che un oberato, se in presenza di testimonii rassegni i suoi beni, vada franco da ogni molestia: del qual decreto rimane ancor la pietra nel salone della città. Intanto aveva così profondo il sentimento dell’autorità, che, anche dopo glorificato [p. 104 modifica]di tanti doni celesti, obbedi al Santo fondatore dell'Ordine che lo mandava a Vercelli a scuola di teologia mistica.
Antonio lavorava senza posa onde convertire gli eretici in Milano, in Tolosa, in Rimini; e li convinceva non solo con le ragioni, ma con evidenti miracoli. Tal fu quando fece che un giumento, sbiadato da più giorni, abbandonasse la mangiotoia offertagli, per inclinarsi al Sacramento. Tale e più clamoroso è il caso di Rimini. La città era ingombra di eresie, sicchè nessuno traeva ad ascoltarlo; onde Antonio voltosi alle acque della Marecchia, invitò i pesci a udirlo: ed ecco dal fiume, dal mare rimontare a frotte i muti abitatori, come sogliono i pellegrini che vanno alla perdonanza, e collocarsi in bell'ordine, prima í pesciolini, indi i più rilevati, e così via sino agli enormi; e stivati, intenti, sporgendo le teste, rimanere alle parole del Santo; anzi col boccheggiare mostrar desiderio di volere esprimersi, finché questi li congedò, ed essi con ordine ritornarono ai loro recessi, lasciando, ognun pensi, qual meraviglia negli spettatori.
Ecco i miracoli operati dalla fede fervente d'un uomo che esercitava potente dominio sulla natura, e traeva a sè intiera popolazioni! Ai quali però sogghignano alcuni spiriti leggieri dell'epoca moderna: epperò dar intendere simili baie, esclama, tentennado il capo, Cesare Cantù, all'età della radomanzia, della divinazione magnetica e delle tavole parlanti!.. Però se ammiriamo Ciceronefaticante in quistioni private e in infelice lotta contro l'ambizione di Antonio; o Demosteneche a stento traeva gli Ateniesi fuor delle mura contro Filippo aggressore, confessiamo che ben altra potenza d'emozione era in costoro i quali, credendo profondamente, operavano sopra credenti. A udire Antonio accorreva infinito popolo; e quando, nel 1331 predicò la quaresima a Padova, girava le diverse chiese, ma dovea star di fuori a cielo aperto, perchè fino trentamila uditori s'accoglievano, preparandosi già durante la notte: e chiudeansi le botteghe e i tribunali. E in tanto generale commovimento non v'erano borsajuoli, nọn licenziosità. [p. 105 modifica]Ed egli predicava francamente in italiano, come se fosse lingua sua; un silenzio universale regnava, sicchè nè tampoco i bambini vagivano; e gli ascoltanti dicevansi l'un l'altro: — «Oh! povero me! non avrei mai creduto che questa cosa fosse peccato.»: e ciascuno credeva parlasse di lui proprio; altri il vedeano la notte apparir loro a dire: — «Alzati, o Lorenzo, o Agnese, e va a confessare il peccato che facesti in tal giorno, nel tal luogo». Una donna costretta ad assistere il marito infermo, non sapeasi consolare del non poter assistere alla predica del Santo, lontan due miglia. Per farsi illusione s'affacciò alla finestra che dava verso quel lato, ed ecco ella intende le parole del predicatore: chiama il marito ed egli pure le ode; e ai compaesani, quando furono di ritorno, seppero ridire la predica tutta.

Per la Marca Trevisana fece egli prodigi di pacificazioni; altrettanti in Verona: Ma il maggiore e più alto e portentoso fu quello operato in Padova nel feroce Ezelín da Romano, di cui delineeremo, come a cenni, la fisonomia ed il piglio.

Ezelin da Romano, uomo feroce e rotto alle più abominevoli libidini, e sitibondo in guisa di umano sangue, da disgradarne le tigri più feroci, imperava a que' giorni, nel Padovano. Iniquissimo da natura reputava andato vanamente un dì, ove in esso non avesse spento alcuna vita. E alla flerezza accoppiando lo scherno diceva esser la compassione propria delle deboli menti, ed appellava follia la carità. Nelle armi poi era invincibile quanto crudele; imperocchè o città o castella disegnasse di avere in sua podestà; e queste o impaurite si rendessero spontanee, o si piegassero superate in battaglia, aveansi del pari sterminio e saccomanno, e le vergini tutte gementi sulla sventura della patria, cadeano vittime della libidine della sua soldataglia.
Le cose d'Italia intanto erano cosiffattamente composte a que' tempi che la politica di Ezelino aveva acquistato maggior peso nella bilancia governativa, e fatale preponderanza su tutta la Penisola. Epperò teneva legati e quasi soggetti al suo principio tirannico tutti i principi italiani e quasi anche al di là delle Alpi il suo nome suonava temuto e in accento di mistero. [p. 106 modifica]A que' giorni il Conte Rizzardo, patrizio padovano, spiegato aveva a pro de' suoi compatrioti spirito di amore e di inenarrabile benevolenza. Non v' era pubblica sciagura ove il Conte non istendesse la sua mano a mitigarla; non miseria, non oltraggio d'onore ove l'illustre uomo non accorresse a riparare. Le quali cosiffatte opere reso aveano il nome del Conte Rizzardo popolare e riverito per tutta Padova. Ciò alcerto non potea tornar gradito al superbo Ezelino, poichè scorgea nel Conte una di quelle ombre moleste che minavano più efficacemente la sua politica. Onde ponendo in mezzo un pretesto politico, lo fece, come sospetto, incarcerare. Ne fremeva irosamente il popolo parendogli tanto attentato un parricidio e un assassinio sociale. E riunitisi i padovani accorsero a turbe da Antonio a supplicarlo perchè andasse nella Corte del tiranno a perorar la causa dell'illustre prigioniero. E il Frate, quantunque sofferente d'idropisia, andò, pieno della fiducia in Dio e della santità della propria coscienza, fino alla superba presenza del feroce Ezelino, nel Castello di Verona. Quivi tremendo era l'apparato guerresco, e quella Corte era piena di satelliti e sicarii. Lo sa egli che l'umile Frate a lui si avanza, e ne ride di livido scherno, in suo cuore disegna farlo prima esser l'oggetto di vituperevole celia, e quindi per punire la sua baldanza (così egli appellava questo diritto santo dell'umanità, la difesa dell'innocenza) dannarlo a crudelissima morte. Ma la Provvidenza avea serbato a un santo figliuolo di Francesco compiere uno de' più belli trionfi della fede cattolica che mai siensi letti nelle storie degli uomini. Giuntogli dinanzi in Verona, i biografi, tutti d'unanime voce, dicono esclamasse: — «O Ezelino, nemico di Dio; o crudelissimo dei tiranni; o can rabbioso, e quando cesserai tu di versare sangue, di vituperar la fede di Cristo, di gioir de' sospiri e delle lacrime di tante misere ed innocenti vittime, che fai segno alla tua empia e lussuriosa tirannide?» E continuava tale tempesta d'ingiurie, che i satelliti del tiranno aspettavano ad or ad ora il cenno d'ammazzarlo. Ma ben al contrario (e, soggiungono i biografi, fu prodigio maggiore che il farsi ascoltare dai [p. 107 modifica]pesci) Ezelino se gli prostrò ai piedi, con una corda al collo, venerandolo, e gridando impallidito e tra singhiozzi, sua colpa. Di che meravigliandosi i seguaci di lui, Ezelino disse: — Che mai volete? mentre il frate mi parlava, vedevo dal suo volto uscire una luce che m'empiva di terrore e venerazione; e avrei fatto qualunque cosa m'avesse egli comandato: tanto mi sentivo compreso di spavento al suo cospetto! — Ma dopo, pentito, e quasi vergognoso di sè medesimo, disegnò farlo uccidere; ma se ne astenne temendo non si levasse a tumulto tutto il Padovano su cui il santo Frate aveva mirabile influenza, e di cui ne possedeva le menti e le coscienze. E finchè il Santo visse, operò meno crudele. Gli spedì anche un dono, che Antonio gli rinviò, dicendo non volere roba distillata dal sangue d'innocenti che gridano vendetta al trono del Signore: prova di santissimo coraggio, che tre secoli dopo dava parimente S. Francesco di Paola allorchè rifiutava l'oro offertogli da Ferrante d'Aragona, ed al suo cospetto spezzava la moneta dalla quale ne spicciava vivo sangue.
Ma soverchiato dalle infermità Antonio ritornò nel Padovano, ritirandosi in un ermo solitario, ove scrisse le Concordanze della Bibbia, dotto lavoro, e caldeggiante di verità altamente religiose. Dopo pochi mesi dell'anno medesimo 1231, la sua anima benedetta volò al Cielo, in sul verde della giovinezza, nell'anno trentaseesimo di sua vita. Intiere popolazioni a lungo lo rimpiansero, perchè perduto aveano in lui il propagator della salute, il mediatore fra la loro fralezza e la clemenza di Dio, colui che infrenava, coll'opera della carità, e coll'eloquente minaccia, le crudeltà e le tirannie dei despoti. La morte di quel pacifico diviene attizzatoio di risse; i nobili di Capodimonte lo custodiscono in armi, perchè resti dov'era morto; i frati lo vogliono a Padova; il popolo irrompe ed abbatte le barricate; ma Iddio lo fa rimanere istupidito senza osare d'entrar colla violenza. Alfine il Podestà viene cogli armati, e porta a Padova il cadavere con solennissimo trionfo che oggi non si permetterebbe da alcuni falsi politici di Europa, perchè temono da ciò iniziarsi [p. 108 modifica]un tumulto, atteso la ipocrisia che ha svigorito i sentimenti degli uomini, ha stuprato le coscienze, e ha reso languidi que' caldi entusiasmi cattolici, che in que' primi tempi, vergini di sentimento, e tetragoni di vera fede, vedeansi sovente sulle piazze delle città, nelle vaste navate de' templi. Ma l'odore di sue virtù spirava tale fragranza che l'anno stesso di sua morte fu santificato, malgrado le cautele che la Chiesa mette in cosiffatti giudizii.
Adunque un cosiffatto Istituto che avendo in mira la diffusione di tutte le virtù evangeliche, aveva influenzato su di ogni casta sociale; e il regnante e il mendico accoppiando al giogo soave della carità, rendeva in terra l'imagine della vera eguaglianza cristiana, epperò trovar dovea molti amatori e seguaci. E cosiffattamente avvenne; chè il commovimento fu così universale in Italia al primo comparire di quello, come anche dell'altro che pur di quel tempo fondava Domenico sugli stessi principii e con eguale intendimento, che Pier delle Vigne, il Cancelliere di Federico, come poco innanzi abbiam cennato, ne scriveva al suo Signore lettere di forte rammarico: parergli fatte quelle due confraternite per indebolire i diritti di lui, fiaccarne la potenza e togliergli la divozione de' popoli: tutti raccetarvisi, uomini e donne: ed essere un gran che il trovare pur uno che non fosse arruolato o all'una o all'altra. Ed era vero. L'umile vessillo del glorioso Poverello coprì della sua ombra modesta persone d'ogni grado e condizione. Così mentre sui troni della terra rifulge più augusta e veneranda l'immagine della virtù per un'Elisabetta d'Ungheria e un Lodovico di Francia, lo stato dimesso del popolo si leva a pari onore per l'intemerato costume e più che femminile coraggio d'una Rosa di Viterbo, che di sole nove anni, per le vie andava predicando penitenza, e levò in armi i suoi cittadini contro chi attentava alla stabilità e supremazia della Cattolica Chiesa; e in fine per la vita di sacrificio e di espiazione di una Margherita di Cortona.
Ora dopo le tante prove d'amore e di carità, di coraggio e di fede date agli uomini dal Santo Poverello d'Assisi, e dagli [p. 109 modifica]entusiasmi che destò ne' popoli d'Europa, appare manifesto come Francesco adempiesse l'ufficio a che avealo chiamato la Provvidenza, la riforma cioè del genere umano ne' suoi destini supremi. E ciò sì per quello ch'egli operò nella sua mirabile vita, come ancora per quello che operarono gli Ordini cominciati da lui. Conciossiachè le nuove riforme religiose e sociali portate da Francesco frammezzo alle genti, strapparono quelle generazioni agli efferati costumi, a causa delle battaglie de' barbari contr'esse, e delle fraterne ire che le seindeano per ragione di fede politica; e sbandeggiarono l'elemento pagano che governato avea fino a que' giorni le scienze morali, e le arti tutte della parola, e quelle del bello visibile.

Ma quello ch'è veramente grande e maraviglioso, si è che tutto quanto operò il Santo Italiano non fu prodotto del calcolo o di filosofiche indagazioni, sibbene parto spontaneo della natura umana, avvalorata dalla grazia; il quale operando in quella cosiffatta maniera fu il simbolo e la manifestazione più luminosa degli arcani disegni della Provvidenza a pro dell'umanità. Ed ecco dopo la prima vittoria del Cattolicismo sul Paganesimo portata per virtù dei Santi Padri, compiersene una seconda per mano dell'umile Frate; la quale fu certo più ampia e luminosa, perchè spinse e maturò colle popolari istituzioni lo svolgimento morale e civile delle nazioni.

Tal fu l'apparizione di Francesco e del Santo suo Istituto al cospetto del secolo. E non solo le turbe plaudenti si stringeano intorno a questa crescente e verdeggiante palma, ma le arti e la poesia, la quale ne' tempi che da' sublimi misteri della fede e dalle modeste virtù de' Santi prendevano le più gentili ed alte ispirazioni, onorarono la memoria di Francesco e de' primi suoi Frati, e ne ritrassero mirabilmente la vita, mentre le devote cronache la rendevano una delle più care letture del popolo. Però il povero Istituto, rispettato per i benemeriti che si andava ogni giorno acquistando verso la cristiana società, pigliava agli occhi del mondo quel maraviglioso e insieme quel gentile che sogliono imprimere le arti dovunque si posano. [p. 110 modifica]Laonde innammorato della loro parola e del loro operare, il popolo amò i poveri Frati Minori, cercò da loro le intime consolazioni spirituali, chiese a loro la parola potente che sulle labbra d'Antonio sgomentava il tiranno di Padova, e sulle labbra di Bonaventura svolgeva le più arcane dottrine: il popolo circondò di riverente affetto le povere figlie di Chiara, e ne’ loro claustri trovò un asilo per quel sesso che la infelicità dei tempi rendeva ancor più infelice: il popolo finalmente riguardò il terz'Ordine come un porto di pace fra le procelle del mondo, come un salutar freno della licenza, come un'arra dell'eterna salute: e sotto quella milizia si vide la prima volta agguagliata nella pietà e nel sacrificio l'altezza dei re alla umiltà dei sudditi.

In tal modo la famiglia di Francesco sí andò spargendo nel mondo. Nè valse a scemarla di numero o di coraggio la persecuzione de' potenti e la barbarie degl'infedeli. O benedetti e rigettati dagli uomini, essi lodavano sempre il Signore del pari nella gioia che nell'affanno; e procuravano in egual modo di risvegliar la fede nei petti de' Cristiani, e manifestarla agli occhi di coloro che giacevano nelle tenebre e nell'ombre di morte. Per i quali doveva essere di grande maraviglia l'ineffabile letizia che rideva su que' volti anche in mezzo ai più atroci tormenti; ignari, com'erano, che solo la fede di Cristo può far consolata la morte, perchè principio d'una vita rallegrata dalle divine promesse. Splendido esempio di questa serena fortezza furono i cinque compagni inviati da Francesco alla missione dei Mori a Marocco; Bernardo, Pietro, Accursio, Adiuto e Ottone. Imprigionati, battuti, rotolati su vetri e cocci, spruzzati di aceto sulle piaghe tuttor sanguinanti, trascinati a morte crudele, non cessavano di predicar Gesù Cristo e screditare la fede in Maometto: e intanto ne' volti pallidi e macri da’ digiuni e da' patimenti splendeva una gioia tranquilla, e le loro labbra non si aprivano che alla lode di Dio. Era la gioia del prode combattente che vede vicina la palma, era il cantico della vittoria. Furono queste le primizie del sangue generoso sparso dai [p. 111 modifica]figliuoli di Francesco: e il sangue de' martiri è semenza di ricca messe. Alla vista delle costoro reliquie portate in Coimbra, Antonio di Padova risolve di vestir l'abito de' Minori; intantochè altri sette confessori della fede si conducono a Ceuta, e vi ottengono la corona del martirio. Accesi dal medesimo zelo, e incuorati da que' trionfi, altri due incontrano animosi la morte in Valenza, fra i più crudeli tormenti che sappia trovare la rabbia di un re spietato e infedele. E se la ristrettezze che ci abbiam proposte ci permettessero di allargare un po' più l'argomento che svolgiamo, e varcare i confini del primo secolo dell'èra Francescana, noi vedremmo nel 1426, la palma dei martiri rinverdire; e nell'isola di Cipro coronare venticinque intrepidi promulgatori del vero; e, quasi due secoli dopo, in Olanda splendere vie più bella e radiosa sulla fronte di undici Campioni, non d'altro trovati rei, che dell'aver predicata la reale presenza di Gesù Cristo nel sacramento dell'Eucaristia, e sostenuto il primato del romano Pontefice. Ed anche i tempi moderni segnarono nell'albo de' martiri il nome di Giovanni da Triora, spento in odio della fede in Cina nel 1816, dopo inauditi martirii, che toccar possono l'ideale delle squisitezze barbare: tra' quali non mai un lamento; solo una preghiera ai carnefici, che prima di salire il patibolo ove dovea morire strangolato, gli permettessero di fare l'estrema preghiera al Redentore dell'umanità.
Nè questa sola era la gloria serbata della Provvidenza all'Ordine Francescano: d'un triplice serto esso dovea andare redimito in terra e in cielo; del martirio, della santità, della scienza. De' quali tre diademi volle Iddio ornare la fronte de' figli del novello Apostolo, e mostrare come mercè d'essi diffondersi dovea nel mondo la nuova civiltà venutaci col Cristianesimo.
Francesco d'Assisi adunque fu uomo mandato da Dio sulla terra; il quale apparso in tempi di tanta barbarie accettò la sfida in nome delle generazioni novelle, in nome dell'avvenire e del progresso. Laonde egli solo all'ombra dell'umile Croce sostenbe il luminoso arringo. La sua parola semplice e fortemente [p. 112 modifica]evangelica, la sua parola d'amore, d'uguaglianza e di carità fulminò l'uomo degli antichi tempi, l'avvocato dell'idolatria e del regno degli odii e della materia, e mirò far degli uomini una famiglia di fratelli, su quali passeggiasse lo spirito di Dio. Epperò in mezzo a tante tenebre che ingombravano l'umanità, egli Sole lucentissimo, apparso nell'alto de' cieli, rischiarò l'orizzonte cristiano e politico del nostro mondo.

Immagine dal testo cartaceo

  1. Dante, Purgatorio, canto 6.
  2. Cantù, Storia Universale.