Gaetanino
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GAETANINO
Prima che si iniziasse l’ampliamento di Roma, divenuta capitale d’Italia, quel lungo tratto di via che si apre dinanzi a chi muove da piazza di Venezia per andare al Teatro Drammatico Nazionale, non era così largo come è presentemente. In quella via sorgeva una fila di case che prospettavano sopra una strada più stretta, e questa strada prendeva il nome dalla Chiesa e dal Convento di S. Romualdo, che fra quella fila di case sorgevano, l’uno annesso all’altro.
In quella stretta viuzza di S. Romualdo si apriva una modesta botteguccia sull’insegna della quale era scritto: Barbiere e Parrucchiere.
L’uomo che esercitava quella professione nella bottega indicata si chiamava Rocco Moroni. Chi fosse entrato in quella bottega nell’anno 1816 vi avrebbe veduto un giovinetto fra i 13 e i 14 anni, alto, snello, ben formato, dalla carnagione bianchissima, dai capelli castani, dalle pupille azzurre, mobili, intelligentissime, la cui fisonomia avvenente e simpatica avrebbe subito prevenuto l’avventore in favore del giovinetto. Il quale, con modi ossequiosi, con dolce sorriso, si sarebbe fatto incontro all’avventore, offrendosi, con belle e aggraziate parole, pronto a servirlo.
Quel giovinetto aveva nome Gaetano, era figlio di Rocco Moroni e, per vezzo, dai frequentatori della bottega paterna, era chiamato col diminutivo di Gaetanino.
Gaetanino era nato a Roma il 1802; e appena giunto all’età di sette anni era stato inviato alle scuole dei RR. PP. della Dottrina cristiana, volgarmente e argutamente detti gli Ignorantelli. Questo epiteto era stato evidentemente usato da prima per denotare gli allievi che frequentavano le scuole dei Reverendi Padri suddetti, poi, vista la bestialità dell’insegnamento, si era finito per appiccarlo — con meritata mordacità — ai Professori.
Quale era di fatti l’insegnamento impartito ai giovanetti dai Padri della Dottrina Cristiana?... Era semplicissimo, e per enunciarlo non farà d’uopo di periodi complicati. Essi insegnavano al fanciullo a leggere sull’Abecedario, poi quando l’allievo cominciava a compitare, gli facevan leggere — con metodi antidiluviani — la Dottrinella del Bellarmino; poi, quando l’alunno leggeva correntemente, gli mettevano in mano la Dottrina Doppia dello stesso Eminentissimo Bellarmino e quando, sbadigliando fino a scomposizione di mascelle, i giovanetti ingegni si erano ben bene inebetiti sulla dilettevolissima scienza dogmatica contenuta nella Dottrina Doppia del Cardinale Gesuita, allora si avviava lo sventurato discepolo alla lettura dell’ufficio latino della Beata Vergine. Contemporaneamente si insegnava al giovane a scrivere e a far di conti; e, allorchè l’infelice ragazzo, dopo quattro anni di questi studii, leggeva velocemente, senza capirne verbo, i Salmi di David e le Lamentazioni di Geremia, e aveva acquistata una certa scioltezza calligrafica, senza nessuna cognizione sintattica e ortografica, e si era mostrato esperto abbastanza nelle prime quattro operazioni aritmetiche... le colonne d’Ercole erano raggiunte; il sapere dei Padri Ignorantelli non andava più in là, o, se andava più in là il loro sapere, più in là non andava il loro insegnamento: il giuoco era fatto e il cretino, che usciva da quelle scuole, era completamente allestito.
Il nostro Gaetanino, adunque, aveva già subito, nel 1816, questa doccia educativa: e sul suo intelletto svegliato, perspicace, sul suo animo desideroso di più larga cultura, i PP. Ignorantelli avevano già operato l’eviramento bizantino che era il risultato immancabile del loro metodo didattico. E il solo rimedio che alla insufficienza della sua educazione il giovanetto potesse apportare egli, smanioso di apprendere, ve lo apportava: nelle ore di ozio, leggeva, con grande passione, sebbene disordinatamente, quanti libri gli era dato procurarsi, quanti gliene capitavano fra mano.
Così fra la rasatura di una barba e la tagliatura di una zazzera e fra la lettura di un romanzo di Madama De Genlis e quella di un dramma del Metastasio, il giovane Figaro di via S. Romualdo giunse all’anno 1818, sedicesimo dell’età sua.
In una mattina del giugno di quella anno il frate portinajo del vicino convento dei Camaldolesi, parecchi dei quali si servivano dell’opera del barbiere Moroni, fattosi sull’uscio della bottega di questo, disse:
— Ohe!... Sor Rocco, fate il piacere di venire subito in convento! Il nostro nuovo Abate Generale, il Padre Mauro Cappellari, ha bisogno di radersi la barba.
Il Sor Rocco stava appunto radendo la barba a un Canonico grasso, grosso, rubicondo e rispose:
— Ecco... subito... Fra Anselmo... vengo subito.
Ma il giovine Gaetanino, deposto sopra una seggiola il volumetto delle Ultime Lettere di Jacopo Ortis, che egli stava leggendo, sorse da sedere e si offrì di andar subito egli stesso dall’Abate Generale dei Camaldolesi.
Assentì il padre, non omettendo di raccomandare al figliuolo di essere garbato, ossequente e sopra tutto accurato nel radere la barba dell'onorando cliente che la fortuna faceva loro capitare quella mattina.
Allorchè il Padre Mauro Cappellari vide entrare nel piccolo appartamento, ove, fra tutti gli agì e con tutti i suoi comodi, quasi piccolo sovrano dell’ordine camaldolese, egli dimorava nel Monastero di S. Romualdo, il giovine Gaetanino, una smorfia di malcontento si disegnò sul suo volto paffuto e rotondo, dai lineamenti marcati, espressivi, sebbene piuttosto grossolani, ed esclamò, con l’usata sua bonomia:
— Ma come?... vuoi radermi la barba tu, ragazzo mio? La mia è una barba folta, dura... e temo che questa non abbia a riuscirti impresa superiore alla tua abilità.
— Se ella vorrà avere la bontà di non diffidare della mia giovane età, Padre Reverendissimo, io farò di ogni mio meglio per accontentarla.
Così disse, con voce dolce ed insinuante il barbiere, dopo essersi profondamente inchinato all’Abate Generale e dopo avergli baciata la mano.
— Bene, bene... proviamo — rispose il Padre Mauro Cappellari.
Ben presto Gaetanino, con delicatezza quasi femminile, accomodato l’asciugamani attorno al collo taurino del monaco, cominciò ad insaponargli il viso, intanto che, con garbo e con avvedutezza andava favellando.
— Ella aveva tutte le ragioni. Padre Reverendissimo, di dubitare della mia abilità.... In genere i giovanetti sono distratti, sventati... e, in ufficio così delicato, benchè così modesto, quale è quello di rader la barba, c’è poco da fidarsi di loro. Ma io, veda, Padre Reverendissimo, aiuto da parecchi anni il mio genitore e — non creda che lo dica per vantarmi, sa — ma pongo nell’esercizio dell’arte mia la massima attenzione, tengo sempre in ordine i miei rasoi, procuro di insaponare il meglio che sappia la barba e mi adopro a scorrere sulla pelle con la massima leggerezza e creda che farò di ogni mio meglio perchè Ella non abbia a lamentarsi di me e mi stimerò felicissimo se riuscirò ad appagarla.
E, alle parole, corrisposero i fatti: che Gaetanino, in quella mattina, mise in opera non soltanto tutti i lenocinii dell’arte di Figaro, ma anche tutte le grazie del suo dire, nè insulso, nè sguaiato, ma misurato anzi e assennato e oltremodo aggraziato.
Di che il Padre Mauro Cappellari prese molto diletto a muovere varie interrogazioni al giovine e ne ebbe avvedute e piacevoli risposte: onde l’Abate Generale dei camaldolesi fu soddisfattissimo sotto ogni rispetto dell’opera di Gaetanino, il quale si ebbe in dono un papetto e se ne tornò a bottega lieto e orgoglioso, fra le lodi e le benedizioni di Rocco suo padre.
Il Padre Mauro Cappellari, Abate Generale dei Camaldolesi, era nato a Belluno nel 1765; nel 1783, in età di diciotto anni, aveva indossato l’abito monastico: quindi, nel 1818, egli aveva cinquantatre anni, trentacinque dei quali li aveva vissuti nella solitudine dei chiostri del suo ordine.
Al fonte battesimale aveva avuto i nomi di Bartolomeo Alberto i quali egli mutò in quello di Fra Mauro, allorchè fu ricevuto nell’ordine camaldolese nel monastero di S. Michele di Murano.
Fin dai primi anni il giovine Bellunese aveva dimostrato ingegno alacre e pronto e indole nemica dei rumori e delle emozioni, amica della quiete e della solitudine. Rapidi furono i progressi da lui fatti negli studii delle lingue classiche e nelle giuridiche e teologiche discipline.
Le tendenze naturali dell’animo suo traevano il giovine frate più alla contemplazione che all’operosità; di qui il fervore e il compiacimento coi quali egli si immergeva nella postuma e tranquilla ammirazione della storia e della civiltà greco-latina e nelle fredde e spassionate indagini sulla origine e sulle evoluzioni della Chiesa e della civiltà cristiana.
Del resto la natura timida, pacifica, e perciò disposta a indulgenza e a tolleranza del Padre Mauro Cappellari si fondava principalmente sopra una base: l’amore di se stesso.
Egli amava la sua quiete, i suoi comodi, le buone vivande, gli squisiti vini: amava la vita metodica e tranquilla, le passeggiate igieniche di quella data lunghezza, fatte a quella data ora, in quel determinato spazio di tempo, amava il sonno prolungato e riparatore, poi, in ultima linea, le occupazioni dello studio, non faticose al corpo, dilettevoli allo spirito.
In fondo a quella indolenza a quel torpore, a quella inerzia del Padre Mauro Cappellari c’era della bontà, ma questa bontà si effondeva, per la maggior parte, a beneficio del Padre Mauro Cappellari stesso, sugli altri se ne diffondevano i rimasugli.
D’altronde la natura stessa della vita monastica, senza emozioni, senza affezioni, senza passioni, aveva maggiormente sviluppato nell’animo dell’Abate Generale dei Camaldolesi le tendenze ingenite di lui al più profondo egoismo.
Su chi, di fatti, avrebbe potuto versare l’Abate Mauro Cappellari l’esuberanza delle sue qualità affettive, se esuberanza ve ne fosse stata nell’animo suo? sui suoi confratri, tutti chiusi in loro stessi, tutti macchiati della stessa pece di soverchia tenerezza verso sè stessi?
Per queste ragioni, adunque, alcune intime e subiettive, altre esteriori e di ambiente il Padre Mauro Cappellari, vissuto trentacinque anni nel silenzio e nel concentramento del chiostro, era divenuto dottissimo in storia, in diritto canonico, in teologia, e sapiente, amoroso, abitudinario curatore del proprio benessere e della propria tranquillità.
Della sua vasta erudizione e dell’acutezza del suo ingegno nelle sottigliezze delle argomentazioni scolastiche il Padre Mauro Cappellari diede ampia riprova nel libro da lui pubblicato nel 1799, allorchè egli aveva 34 anni, dal titolo: Il trionfo della Santa Sede. Tutte le vecchie ragioni militanti a favore della sede apostolica appaiono schierate in questo libro in bell’ordine di battaglia. Lo stile è talvolta olezzante di cattolica unzione, tal’altra rigurgitante di immagini fastose, ma in genere è freddo e compassato: vi si palesa più l’esercitazione accademica e il desiderio di far pompa di dottrina, che un sentimento profondo e un intimo convincimento dell’animo dello scrittore.
Nondimeno quel libro, ponderoso di citazioni, basato sulle sentenze dei più gravi scrittori ecclesiastici, riproduzione rimodernata delle antiche dottrine patristiche, apparso in tempi tanto calamitosi per la Chiesa, quando la navicella di S. Pietro era sbattuta terribilmente dai fiotti della rivoluzione, allorchè il soffio del razionalismo prorompente dagli scritti degli Enciclopedisti, e la bufera dell’incredulità suscitata dall’amara irrisione volteriana, imperversavano non solo contro il dominio temporale dei Papi, ma contro gli stessi dogmi religiosi, quel libro, inspirato alla tradizione chiesiastica, alla dialettica dei Concilii, agli interessi del papato, non mancò di levare un certo rumore in mezzo a tutta la caterva di Preti, di Monaci, di Vescovi onde si componeva la gigantesca piramide delle gerarchia cattolica.
Il trionfo della S. Sede che, secondo le intenzioni del pacifico autore doveva rappresentare il poderoso anelito alla vita di una grande Istituzione, che ha tuttora in sè i germi di una possente vitalità e che in effetto, alla poverezza slombata delle argomentazioni su cui si appoggiava, appariva invece il gemito d’agonia di una grande istituzione che muore, il Trionfo della S. Sede procacciò, lì per lì, qualche plauso all’autore, e gli fruttò considerazione di uomo dottissimo. Ma ben presto, in causa degli avvenimenti, che privarono il papato della podestà politica e che spinsero al bando e alla relegazione il Pontefice stesso, cadde in dimenticanza e, quando la rotta di Waterloo e il Trattato di Vienna ebbero restituito alla Chiesa i suoi antichi possessi, le nuove cure politiche cui ebbe ad attendere la Chiesa non consentirono ad alcuno di rammentare il libro del Padre Mauro Cappellari, venuto in luce sedici anni prima.
Nè se ne dolse l’apatico autore il quale, se avesse voluto, con una nuova edizione dell’opera sua, dedicata a Pio VII avrebbe secondo ogni probabilità, potuto richiamare nuovamente su di sè l’attenzione del Pontefice e ottenere, forse, dieci anni prima quel cappello cardinalizio, che gli fu conferito, dieci anni più tardi, da Leone XII.
Ma l’Abate Generale dei Camaldolesi non era ambizioso: in fondo all’animo suo, attorno all’egoismo che vi primeggiava, alitava, da parecchio tempo, una auretta di scetticismo fra oraziano e volteriano che gli impediva di conturbarsi per le ingratitudini umane o per le ingiustizie del mondo.
E mai un lamento uscì dalla sua bocca per la dimenticanza in cui egli era tenuto, neppure quando si abbatteva nelle fastose carrozze cardinalizie di imbecilli, ignoranti ed inetti quali erano gli Eminentissimi Galeffi, Nembrinì, Pallotta, Doria, Barberini, Arezzo e Ruffo Scilla.
Tale era il Padre Mauro Cappellari allorchè, nel Giugno del 1818, conobbe il giovinetto Gaetano Moroni.
Da quel giorno una benevola intrinsichezza strinse fra di loro l’Abate Generale dei Camaldolesi e il giovane Gaetanino.
Questi tornò altre volte a radere la barba al dotto frate: i modi affabili, insinuanti del giovinetto, la svegliatezza del suo ingegno, l’ossequiosa sua servitù finirono per far breccia nell’anima di quella torpedine fratesca, impastata di egoismo e di indifferentismo. E poichè le scarse qualità affettive di quell’anima non avevano mai avuto occasione di espandersi su qualcuno, e poichè nessuno aveva mai circondato di cure tenere e amorose quell’anima assiderata nella solitudine glaciale del chiostro e poichè Dio ha posto, secondo il poeta, un po' di scintillaccia anche in corpo alla torpedine, così accadde che il Padre Mauro Cappellari venisse, pian piano, preso dalle sollecitudini affettuose del giovinetto, sempre intento a rendergli ogni maniera di ufficiosi servigi, e a lui si affezionasse ogni giorno più.
Di che una dimestichezza sempre crescente si stabilì fra l’Abate dei Camaldolesi e il giovane barbiere, il quale finì per divenire affettuoso e servizievole cameriere del Monaco, che, corrispondendo al vivo desiderio di istruzione di Gaetanino, cominciò ad ammaestrarlo nella lingua latina.
Così il giovane Moroni fra il 1819 e fece rapidi progressi negli studii di questa lingua classica e lesse quasi tutte le opere raccolte nella Biblioteca del Convento di S. Romualdo, corrispondendo all’Abate Cappellari, suo maestro, come mercede delle cure che questi spendeva intorno a lui, ogni maniera di attenzioni premurose e di ossequenti cortesie.
Nel 1822, col consenso del suo autorevole protettore, Gaetanino menò in moglie la giovinetta Clementina Verdesi; le munificenze del suo patrono avevano posto in condizione il giovane cameriere, che era economo ed assestato, di formarsi una famiglia.
Ma le gioie coniugali non distrassero un solo istante Gaetanino dal suo ufficio di cameriere presso il Padre Mauro Cappellari: egli continuò a frequentare il Convento di S, Romualdo, allorchè ivi dimorava l’Abate Generale e quello di S. Gregorio al Celio, allorchè — generalmente nell’inverno — esso trasferiva lassù la sua dimora. E quantunque l’accorto e perspicacissimo Gaetanino si fosse avveduto come per il Padre Mauro Cappellari, assuefatto ormai ai suoi servizi e alle sue premure, la propria presenza presso di lui fosse divenuta indispensabile, pur tuttavia non abusò di questa favorevole condizione e raddoppiò di cure presso il dotto Camaldolese.
Il quale cominciò ad espandere sui figlioletti del suo cameriere ed alla moglie di lui, una parte di quella viva e sincera affezione onde si sentiva congiunto al suo Gaetanino.
Le cose procedevano a questa guisa: il benessere e l’abbondanza allietavano della loro presenza la modesta dimora del giovane Moroni, quando un bel giorno del 1825 una novella assai gradita all’orecchio di Gaetanino si sparse per la città: Sua Santità Papa Leone XII, felicemente regnante, aveva nominato il Padre Mauro Cappellari, Cardinale di Santa Romana Chiesa, conferendogli l’alto e onorevole ufficio di Prefetto del Collegio di Propaganda Fide.
Questo annuncio più assai commosse il cameriere Gaetanino di quello che non commovesse l’Abate Generale dei Camaldolesi.
Il quale dovendo porre su casa adeguata al suo nuovo grado disse al suo fido barbiere:
— Le noie e le responsabilità che reca con sè la porpora cardinalizia affievoliscono la consolazione che dovrebbe produrre in me l’avere conseguita l’alta onorificenza, la quale è pure così agognata ed ambita. Ad ogni modo io mi rallegro della tua contentezza e confido che la dignità conferitami mi permetterà di accumulare su di te e sulla tua famiglia beneficii più solidi e consistenti che non siano stati quelli di cui ti ho potuto gratificare fin qui.
— Oh Vostra Eminenza è troppo buona verso di me!... E come, come potrò io mai sdebitarmi verso di Lei di tutte le beneficenze che Ella ha sparse su di me fino ad oggi?...
— Col continuarmi a voler bene, con l’aver cura di me, che son solo nel mondo, che non ho alcuno che mi ami...
— All’infuori, però, del suo fedel Gaetanino, Eminenza; il quale, come per lo passato, così anche per l’avvenire, se potrà continuare ad aver l’onore di servirla, consacrerà tutte le sue forze e tutto il suo cuore a corrispondere il meglio che per lui si possa alla benevolenza dell’Eminenza Vostra.
— Se continuerai ad aver l’onore di servirmi?! — domandò, meravigliato, il nuovo Cardinale — Ma sicuro che mi servirai ancora... e spero bene che non penserai neppure per un istante ad abbandonarmi!... Oh di chi mi dovrei servire, di chi mi dovrei fidare io, se non di te?... Tu conosci i miei bisogni, i miei difetti, le mie abitudini... E come farei io senza di te?...
Nuovi ringraziamenti e nuove proteste di affetto e di devozione per parte del cameriere tennero dietro alle parole del porporato, il quale, poco dopo, soggiunse:
— Ora bisognerà pensare ad allestire un conveniente appartamento, bisognerà metter su carrozza, bisognerà circondarsi di numerosa servitù e bisognerà amministrar le mie rendite, provvedere alle spese, governare la famiglia!...
— Senza dubbio, Eminentissimo...
— Ebbene a tutto ciò ci penserai tu. E perciò fin da ora ti nomino mio Maestro di casa.
Gaetanino tornò quel giorno, gongolante di gioia, a casa sua ad informare la sua Clementina della buona ventura che loro era capitata.
E ben presto egli si trovò messo in possesso del suo nuovo ufficio e, con l’usata avvedutezza ed intelligenza e con la parsimonia che gli era abituale, provvide all’ampliamento, all’arredamento e al buon governo della casa del suo padrone, del quale, più che l’amministratore, continuò ad essere il confidente ed il favorito,
E, a lode sua, va detto che l’esaltazione del suo protettore e l’aumento di autorità e di agiatezza, che da quella esaltazione a lui era derivata, non produssero, come di solito avviene, nessun cambiamento nei suoi modi, nelle sue idee, nelle sue azioni. Gli splendori della grandezza non suscitavano orgoglio in quell’animo mite, calmo, modesto per natura, nè i profumi dell’ossequio e dell’adulazione che son sempre bruciati sotto il naso dei potenti davan le traveggole al suo sguardo azzurro e sereno, ne inebbriavano il suo intelletto acuto e calcolatore.
Gaetanino, Maestro di Casa dell’Eminentissimo Cardinale Cappellari, conservò verso gli uguali e verso gli inferiori le maniere dolci, amorevoli ufficiose onde si era insinuato nell’animo del Padre Mauro Cappellari, Gaetanino, il giovinetto barbiere di Via S. Romualdo.
La stessa affabilità, la stessa semplicità, la stessa compostezza, la stessa modestia nella vita domestica, nei cibi, nel vestire usate durante i sette anni trascorsi presso l’Abate Generale dei Camaldolesi, usò dopo che divenne Maestro di casa e fac totum del Cardinale Prefetto di Propaganda Fide.
Con tutti coloro che gli erano appena appena superiori continuò ad adoperare quelle ossequiose maniere adulatorie proprie delle corti e della papale in ispecie e nelle quali madre natura lo aveva creato maestro.
Verso il suo protettore e benefattore raddoppiò di cure, di zelo, di devozione.
Egli aiutava il Cardinale a levarsi di letto e a vestirsi, egli lo aiutava nel suo coricarsi. Esso gli radeva la barba, esso provvedeva alla sua colazione, al suo pranzo, procurando che gli si imbandissero le vivande a lui care e i vini prediletti. Egli cercava di riuscirgli utile con le informazioni che sapeva opportunamente dargli intorno agli affari che potevan riguardare o interessare Sua Eminenza, preparandogli la corrispondenza privata, tenendolo al giorno delle notizie di corte, dei pettegolezzi cittadini, della cronaca galante, dissipandone il malumore con graziose novellette, con motti piccanti.
Insomma Gaetanino non aveva che un obiettivo nella sua vita: far contento il Cardinale, suo padrone, soddisfarne i bisogni, prevenirne i desiderii, renderglisi indispensabile.
E in ciò pose tanta arte, tanto zelo, tanta previdenza che vi riuscì perfettamente.
Appena costituito nel suo nuovo ufficio di Maestro di casa, Gaetanino si accorse della necessità in cui si trovava di conoscere un poco la lingua francese: onde tosto si applicò a quello studio, con la pertinacia e con l’amore che accompagnavano la sua operosità in qualsiasi utile occupazione,
E di quello studio assiduo, che in diciotto mesi lo condusse a parlare correntemente la lingua dei giacobini, ebbe subito a sperimentare l’utilità, perchè ben presto l’Eminentissimo Cardinale Cappellari, suo padrone, ebbe dal Pontefice l’incarico diplomatico di trattare col governo dei Paesi Bassi per stringere un concordato con quella nazione, la cui popolazione in parte era cattolica e in parte protestante.
Il Cardinale Cappellari, in quella delicata missione fece mostra di grande abilità e di non poca tolleranza, onde riuscì a concludere il concordato, abbastanza favorevole ai cattolici Belgi e agli interessi della Chiesa.
A questo primo incarico ne tenne ben presto dietro un altro, egualmente alto ed importante, che Papa Leone XII volle affidato al Cardinale Cappellari, la conclusione di un concordato con la Spagna, dove aleggiava già lo spirito liberale dei tempi nuovi.
Ora durante tutte queste trattative, in mezzo agli andirivieni diplomatici il maestro di casa del Cardinal Prefetto di Propaganda Fide ebbe spesso necessità di adoperare la lingua francese da lui di recente appresa.
Conchiuso il concordato con la Spagna, l’Eminentissimo Cappellari ebbe l’incarico di condurne a termine uno con il Regno di Sardegna.
E anche in queste missioni diplomatiche, riuscite tutte abbastanza soddisfacenti per la Santa Sede, l’opera perspicace e avveduta di Gaetanino concorse a facilitare l’azione del padrone suo.
L’abile Maestro di casa, allorchè il Cardinale Cappellari si recava a visitare i Ministri plenipotenziari delle diverse nazioni con cui si trattavano quei concordati, restando nelle anticamere era tutto orecchi per raccogliere ciò che dicevasi intorno al Diplomatico Apostolico e intorno alla sua missione e intorno alle trattative che erano in corso e di tutto informava poscia il Cardinale. Leggeva tutti i giornali e prendeva annotazione di quelle notizie che egli, col suo savio discernimento, riteneva potessero riuscire utili al suo padrone e che gli potessero facilitare l’adempimento della missione affidatagli.
Per il che se da un lato, la nuova e alta posizione del suo protettore aumentava il credito e l’esperienza di Gaetanino e accresceva il benessere materiale di lui e della sua famiglia, rendeva dall’altro lato sempre più cara ed utile l’opera del maestro di casa al cardinale suo patrono, offrendo a quello sempre nuovo campo per porre in rilievo le belle doti dell’animo e dell’ingegno onde natura lo aveva fornito.
Di guisa che il Cardinale Cappellari nell’occuparsi degli affari di Propaganda Fide, si serviva anche dell’opera avveduta e zelante del suo maestro di casa, e l’animo suo era più che mai pieno di vivissimo affetto pel suo diletto Gaetanino.
Il 10 Febbraio 1829, Sua Santità Leone XII, dopo cinque anni e quattro mesi e mezzo di pontificato, in seguito a breve malattia chirurgica, secondo la comune opinione, assai male curata dal Dottore Todini, Chirurgo di fiducia del Papa stesso, cessava di vivere in età di oltre 68 anni.
E, mentre i rintocchi funebri di tutte le campane di Roma annunciavano l’infausta novella ai fedelissimi sudditi, arrabbiatissimi di vedersi, per quella morte, troncati a mezzo i divertimenti carnevaleschi, Pasquino sfogava il suo malumore contro il Pontefice defunto e contro i suoi amici.
Un epigramma divulgatosi il giorno 11 diceva:
«Al Chirurgo s’appone
«La morte di Leone:
«Roma però sostiene
«Che il buon Chirurgo abbia operato bene.»
E un altro più salace, cantava:
«A li dieci de Febbraro
«È successo un caso strano
«Un fierissimo Leone
«Fu ammazzato da un somaro»
E un terzo, non meno mordace, riepilogava le principali gesta di Papa Leone, le quali furono le rinnovate persecuzioni contro gli Ebrei, il ritorno alla costumanza del giubileo, da lui bandito nel 1825, l’ordinanza con cui fu impedito al popolo di trattenersi nelle osterie, che furono chiuse con un cancelletto di legno, al di là del quale l’oste dava il vino agli avventori, l’altra ordinanza sua che, per odio contro le scoperte della scienza, proibì l’innesto del vaiuolo e l’odio suo pertinace contro i liberali e contro le idee moderne.
L’epigramma diceva così:
«Rinchiuso in ghetto er popolaccio abbreo,
«Ce arigalava er santo giubbileo;
«Alli sudditi messe le manette;
«’N de li cancelli chiuse le fojette,
«A li popoli sui neganno er vino;
«Nun vorse più l’innesto der vaccino;
«Nun fece un passo che non fusse addietro.
«Leone no, ma grancio de San Pietro.»
E un quarto narrava, argutamente, ciò che fosse avvenuto dell’anima di Leone XII.
«Già l’alma di Leon dal corpo uscita
«Volava a ricercar più bella vita;
«Andata al Cielo domandò l’ingresso,
«Ma tanto onore non le fu concesso:
«Poichè Pietro avea messo a suo dispetto
«Alla porta del Cielo un cancelletto.»
E un quinto, alludendo all’opera di reazione compitasi durante il pontificato di Leone XII, il quale fu tutto inteso a distruggere le riforme introdotte sotto Pio VII dal segretario di stato Cardinale Consalvi, di animo nobile e mite e d’ingegno acuto ed illuminato, diceva così:
«A paro de Leone,
«Retrogrado feroce
«Che avrebbe, pe’ reazione,
«Cristo rimesso in croce,
«Consarvi Cardinale
«Pareva un liberale.
E in mezzo alle imprecazioni del popolino, si adunava al Quirinale il conclave dei cardinali per l’elezione del nuovo Pontefice.
L’Eminentissimo Cappellari vi entrò il 27 febbraio, conducendo seco come suo conclavista Gaetanino, il quale, anche in questa circostanza, servi il suo padrone con l’usato zelo.
Il Conclave, cominciato, come dicemmo il 27 febbraio si chiuse il 31 marzo. Da prima la lotta fu appiccata fra i due partiti in cui si divideva il sacro collegio, sui nomi dei Cardinali De Gregorio e Castiglioni. I Cardinali presenti, non essendo ancor giunti quelli che si trovavano più lontani da Roma, ascendevano il 5 marzo a 41 e su questi il Cardinale De Gregorio aveva, quel giorno, già ottenuto dieciannove suffragi, che il giorno successivo raggiunsero la cifra di 24, mentre soltanto a 15 aggiungevano i voti dati all’Eminentissimo Castiglioni. E in queste proporzioni durò la lotta fino al giorno 10, in cui un terzo candidato apparve d’improvviso con 7 voti nella lizza.
Questo nuovo candidato era il Cardinale Mauro Cappellari.
È facile immaginare quale fosse il cuore di Gaetanino dal giorno 10 al 17, durante i quali il suo patrono tanto nello scrutinio mattinale, quanto nel vespertino, raccoglieva sempre 7 od 8 voti sul suo nome.
Ma le sue secrete speranze, i suoi sogni dorati si dileguarono, allorchè, a datare dal 17 un altro candidato, il Cardinale Pacca venne a prendere il posto del Cappellari, raccogliendo sul proprio nome, fra i 20 voti dati al Castiglioni e i 16 dati al De Gregorio, 7, 8 e poscia fino a 19 voti, staccatisi fra il 17 e il 21 marzo dai suoi due competitori.
Ma il 23 le ansie e le trepidazioni di Gaetanino dovettero crescere a dismisura allorchè fra il Castiglioni e il De Gregorio, sparito completamente il Pacca, si vide sorgere nuovamente candidato minaccioso il suo Eminentissimo Cappellari con 16 voti, che giunsero a 22 dai 23 al 26 marzo.
Se in quei giorni, in quelle ore qualche medico avesse ascoltato il cuore di Gaetanino, quali e quante violente pulsazioni non gli avrebbe udito dare!...
Si può ritener per certo che il cuore del Maestro di casa batteva assai più forte dì quello del Cardinale suo padrone.
Ma il 27 i 22 voti ottenuti dal Prefetto di Propaganda Fide ridiscesero a 3, mentre salirono a 30 quelli dati all’Eminentissimo Castiglioni.
E il 31 marzo avendo questi ottenuto 47 voti fu eletto Papa col nome di Pio VIII.
Il Cardinale Francesco Saverio Castiglioni, nato a Cingoli, nelle Marche, nel 1761, aveva 68 anni quando fu elevato al pontificato. Era d’indole dolce, di fibra fiacca, privo di energìa e di volontà, dotto in diritto canonico, d’animo profondamente religioso.
Il suo pontificato fu breve, e non fu segnato da alcun atto che palesasse in lui un’attitudine qualsiasi ad esercitare degnamente l’altissimo ufficio in quei torbidi e difficili tempi. Non seppe e non volle fare il bene, non fu capace di impedire il male che, specialmente nell’amministrazione dello Stato, facevano quelli a cui egli ne aveva lasciato il governo.
Dopo 20 mesi di regno Pio VIII morì il 20 novembre 1830.
Due epigrammi di Pasquino ci danno la biografia e la narrazione delle opere di questo Pontefice.
Uno diceva:
«Giunto Pio — dinanzi a Dio
«Fu richiesto — che hai tu fatto?
«Ei rispose — niente affatto.»
E l’altro, notando la servilità del Cardinale Albani, Segretario di Stato di lui, verso l’Austria e alludendo all’abitudine del Papa di piangere per qualsiasi nonnulla, diceva così:
«Fra preci e lacrime
«Dell’Austria schiavo
«Visse l’ascetico
«Pio Papa Ottavo.»
Il 14 dicembre i Cardinali si raccolsero in Conclave ed uno dei primi a entrarvi fu l’Eminentìssimo Cappellari, accompagnato dal suo fido conclavista Gaetanino Moroni.
Tre Cardinali papeggiarono negli scrutinii dei primi quindici giorni, ed essi furono gli Eminentissimi Pacca, De Gregorio, e Giustiniani. Il primo giunse a raccogliere fino a 17 suffragi, e gli altri due fino a 16 voti per ciascuno. Il Cardinale Cappellari aveva, di quando in quando, qualche voto.
Al 7 gennaio 1831 il Cardinale Giustiniani aveva fatto grandi progressi ed era giunto a riunire sul suo nome fino a 21 suffragi: allora l’Ambasciatore di Spagna fece pervenire il giorno 9 al Sacro Collegio una lettera con la quale egli faceva noto che il Governo Spagnuolo, giovandosi del suo diritto di esclusiva, negava il suo assenso alla elezione del Cardinale Giustiniani.
Gli elettori, che si erano raggruppati intorno al nome del Giustiniani, si strinsero, di un subito, attorno al nome del Cappellari, il quale, nello scrutinio del giorno 10, raccolse, di un tratto, 19 voti.
Dal 10 al 28 il Collegio Cardinalizio continuò a lottare accanitamente, diviso fra Pacchisti, capitanati dall’astuto, influentissimo e austriacante Cardinale Albani, e Cappellariani guidati dall’autorevole Cardinale Giustiniani: il Pacca ondeggiò, in tutti gli scrutinii di quei diciotto giorni, fra i 16 e i 21 voti, il Cappellari fra i 19 e i 23.
La mattina del 29 il Cardinale Mauro Cappellari, con atto che, forse, fu nobilmente disinteressato, forse abilmente ponderato, scrisse un biglietto al Cardinale Giustiniani nel quale gli diceva: esser dolente che la Chiesa restasse tanto a lungo priva del suo capo; esser mortificato della pertinacia con la quale una parte del Sacro Collegio si ostinava a votare sul suo povero nome; ignorare quali fossero i Cardinali che votavano per lui; supporre però che i nomi di quegli Eminentissimi fossero noti al Cardinale Giustiniani: a lui rivolgersi egli quindi pregandolo ad adoperare la sua influenza perchè quegli Eminentissimi elettori cessassero di raccogliere i loro suffragi sul suo nome.
Alla sera dello stesso giorno il Cardinale De Gregorio recavasi nella cella del Cardinale Cappellari, dissuadendolo, a nome anche del Giustiniani, dall’insistere nella sua rinuncia: aspettasse e lasciasse fare.
Quale potesse essere l’animo di Gaetanino in quei giorni nei quali continuò il duello fra i Pacchisti e i Cappellariani descriverlo sarebbe difficile; è facile immaginarlo.
Finalmente il 1° febbraio il Cardinale Cappellari udì raccogliersi sul suo nome 25 voti, i quali, la mattina del giorno successivo, 2 febbraio, si elevarono, a 32, e cioè a 2 in più di quelli che fossero necessarii per la sua elezione e divenne Papa, assumendo il nome di Gregorio XVI.
Allorchè il nuovo Papa andò ad installarsi nei palazzi pontificii del Quirinale, del Vaticano e di Castel Gandolfo, in ognuno di essi ebbe l’appartamento per sè e per la sua famiglia Gaetanino, il quale, non appena il suo protettore fu elevato al soglio pontificio, si ebbe titolo e grado di Cavaliere, conferitogli dal Sovrano, presso il quale egli, modesto e avveduto sempre, non volle trovarsi, con altro titolo più pomposo di quello, umile e rimesso, di primo Aiutante di Camera di Sua Santità. Il che veniva a significare che Gaetanino rimaneva, ciò che era sempre Stato, primo Cameriere segreto di Mauro Cappellari.
Ma quale Cameriere!
Un Cameriere autorevolissimo, davanti al quale si inchinavano i Ministri, anzi non un cameriere, ma un favorito onnipotente.
E allora, in un paese retto a governo assoluto, in un paese in cui la volontà personale del Papa sovrastava a tutte le autorità, era norma a tutte le amministrazioni, in un paese nel quale un Decreto santissimo poteva sovrapporsi a tutte le leggi, Gaetanino, arbitro della volontà del Papa, divenne effettivamente l’arbitro del Governo, quantunque, in apparenza, non fosse che un cameriere.
Il diritto di grazia del Sovrano fu messo all’asta: non già che pubblicamente e sfrontatamente se ne facesse mercato, no: ma, in realtà, avveniva che chiunque avesse voluto conseguire una concessione, un privilegio, una commutazione o diminuzione di pena, un pubblico appalto, una promozione, un favore qualsiasi, non ai ministri segretari di Stato, non ai Cardinali di Santa Chiesa, ma doveva rivolgersi a Gaetanino, al quale veniva pagato sempre un premio adeguato al beneficio che, con la sua onnipotente influenza, egli faceva conseguire al postulante.
Così Gaetanino arricchiva e — a dire il vero — senza danneggiare alcuno e giovando a moltissimi; nè il Pontefice, nel concedergli le grazie che gli chiedeva, nel porre sulle domande da esso presentategli rescritti favorevoli, nutriva alcun dubbio sul risultato finanziario che quelle grazie e quei rescritti avrebbero avuto per Gaetanino.
E a tal proposito, più volte accadde che il Papa domandasse al suo favorito, allorchè questi gli presentava appunto taluna delle istanze di grazia, di cui favelliamo:
— Ditemi un poco, Gaetanino, quanto ti hanno promesso per questa grazia?
— Oh Santo Padre! — mormorava, coll’atto pudibondo di una verginella cui si parli per la prima volta audacemente d’amore, il Cameriere — Ma le pare! Dunque Vostra Santità crede....?
— Ma sicuro che credo fermamente che tu ti farai ben bene pagare le grazie che mi domandi. E se ciò non fosse credi forse che tanto facilmente te le accorderei io?... Ma perchè, dunque, credi che io ti conceda tutto ciò che tu mi domandi, se non perchè ritengo per fermo che tu ne ritragga lauti compensi?...
E dopo un momento, riprendeva a dire:
— Orsù, dimmi, Gaetanino, quanto ti hanno promesso per questa grazia?... Dimmi la verità... voglio saperlo nell’interesse tuo.... perchè desidero giudicare se tu sai far bene gli affari tuoi.
Allora, dopo qualche nuova esitazione per parte del Cameriere avveniva che questi svelasse al Pontefice la cifra precisa della somma promessagli in compenso della grazia che egli doveva impetrare dal Papa, il quale soggiungeva tosto:
— Poco, poco, troppo poco, figliuolo mio. Questa è un grazia che vale assai più e assai meglio di cinquecento scudi: questa è una grazia che ne vale mille almeno, mille ne vale. Oh povero il mio Gaetanino, come approfittano del tuo buon cuore!... Sii più esigente e più avveduto per l’avvenire... Pensa che appena abbia chiusi gli occhi io, tu sarai dimenticato da tutti, nessuno ti corteggerà più, rientrerai nel nulla... e questo nulla potrà mutarsi nella vita agiata e tranquilla che procura la ricchezza, se tu, come la previdente formica, penserai a provvederti di grano nella buona stagione per far fronte all’inverno che sopravverrà per te, appena avvenga la mia morte.
I suggerimenti di Gregorio XVI non cadevano a vuoto, anzi erano superflui. Gaetanino sapeva fare i proprii affari meglio assai che il Papa non credesse e non vi fu dal 1831 al 1846 grosso affare in cui in qualche guisa entrasse lo Stato e agli utili del quale egli non partecipasse lautamente.
Gli stessi Cardinali Bernetti e Gamberini, Lambruschini e Mattei Segretari di Stato per gli affari esteri ed interni: lo stesso Cardinale Tosti Tesoriere, tutti i più alti e autorevoli personaggi della Corte Pontificia insomma, dovevano ossequiare e carezzare Gaetanino e domandare il suo intervento favorevole in ogni affare importante di cui dovevan trattare col Papa.
Un giorno il Papa, tratto Gaetanino in un angolo della sua camera da letto, aprì un baule che ivi stava da tanto tempo e così disse al suo favorito:
— In questo baule, mio caro Gaetanino, è raccolto il manoscritto di un’opera che io aveva ideato e cominciato a dettare nella quiete del Convento. Essa si intitola Dizionario di Erudizione Storico-Ecclesiastica da San Pietro fino ai giorni nostri... è una specie di enciclopedia della storia della Chiesa. I volumi completi sono parecchi: essi giungono fino alla lettera D. Inoltre vi sono molti articoli delle lettere successive e un grande numero di note concernenti tutta l’economia dell’opera. Essa rimase interrotta allorchè venni nominato Cardinale: io ti dono questi manoscritti; tu, con l’aiuto di qualche dotto Ecclesiastico potrai dar compimento al Dizionario e ritrarne utili e non lievi e anche nomea di dotto scrittore. Procura di por mano alla pubblicazione finchè io son vivo, giacchè iniziando ora la sottoscrizione di associazione a tutta l’opera troverai parecchie e parecchie migliaia di abbonati e ti assicurerai una nuova e cospicua rendita per molti anni.
Il Cameriere non si fece ripetere due volte il suggerimento e, dopo di aver reso grazie infinite al suo padrone, ritrattosi nel suo appartamento e dato ordine alle carte consegnategli dal Papa e presi a cooperatori alcuni dotti Preti e Frati, iniziò nel 1840 la pubblicazione del Dizionario, nel quale raccolse in Italia e anche fuori la firma di oltre ottomila abbonati.
E così il piccolo Barbiere di Via San Romualdo fu mutato in illustre e dotto scrittore.
La pubblicazione dell’opera, di oltre 100 volumi, ebbe termine nel 1870.
Essa riuscì una compilazione, se non assolutamente perfetta, certo molto utile agli studiosi, utilissima poi a Gaetanino che consegui con quell’opera vistosi guadagni.
Il regno di Gregorio XVI cominciato con intendimenti meno reazionari di quelli che avevano prevalso durante i pontificati dei due suoi predecessori, sotto la direzione intelligente e illuminata del Cardinale Bernetti, fu poi turbato dai paurosi sconvolgimenti del 1831; infine per opera del cardinale Lambruschini avviato nuovamente su quel sentiero reazionario, d’onde la politica papale, sino al giorno della morte di Gregorio XVI, non si dipartì più mai.
Iniziato con riforme abbastanze larghe nella legislazione penale, il pontificato di Gregorio XVI, dopo essere trascorso alle feroci repressioni di Romagna, finì nel languore di una politica passivamente sottoposta ai voleri dell’Austria.
Gregorio XVI, nemico dei rumori, delle emozioni, delle novità, non voleva essere disturbato nella beata quiescenza del suo chilo. I reclami dei sudditi, il desiderio immensamente sentito e abbastanza vivamente palesato di politiche e amministrative riforme, la costruzione delle ferrovie, il conseguente sviluppo delle industrie e dei commerci... tutti questi problemi che si imponevano al pontefice e gli si affacciavano minacciosi alla mente ogni mattino allorchè egli si svegliava e che rimanevano minacciosi dinanzi a lui sino al suo coricarsi, Gregorio XVI aveva deciso lasciare intatti al suo successore.
Per legami di tradizione devoto al passato, desideroso di godersi in pace il presente, incurante dell’avvenire, Papa Cappellari aveva per motto della sua filosofia, Otium cum dignitate ed anche sine dignitate, purchè ozio beato e pacifico fosse: per motto politico egli aveva scritto nel suo labaro: après moi le deluge. Purchè lasciassero vivere e morire in pace lui, nulla, assolutamente nulla gli importava di ciò che sarebbe accaduto. Chiuso in questa egoistica immobilità, dilettandosi di quando in quando della compagnia di scultori, di pittori, di architetti, di letterati e di eruditi, cullato continuamente fra le delicate cure di Gaetanino, cibandosi lautamente, e affogando le noie del governo fra le anfore dei vini squisiti, Gregorio XVI giunse al giorno della sua morte, la quale avvenne il I. Giugno 1846, dopo che egli aveva vissuto ottant’anni, otto mesi e sedici giorni e dopo quindici anni e quattro mesi di pontificato.
Ma quest’uomo, così poco sensibile e tanto egoista, il quale non aveva nutrito che un affetto nell’anima, quello pel suo cameriere, fu punito negli ultimi istanti di sua vita proprio in questo affetto; giacchè, quando la sera del 31 maggio la condizione di lui fu data per disperata dai medici, Gaetanino fuggì e lasciò solo a dibattersi nelle strette dell’agonia, senza medici, senza inservienti, il proprio benefattore fino alle ore due pom. del giorno I. giugno, che furono l’estreme della vita di lui.
Da quel momento si rovesciarono su Gaetanino le ire, le calunnie e i vituperii, e i più feroci a dilaniarne la fama furono coloro che più ossequentemente si erano prostrati a lui favorito onnipotente.
Da quel momento egli non entrò più nè al Vaticano, nè al Quirinale: rientrò nell’ombra e nell’oblio della vita privata, allietata di tutti i comodi che gli venivan procacciando le accumulate ricchezze. Desiderò di esser dimenticato e vi riuscì: sarebbe perciò difficile dire se gli venisse fatto ugualmente di dimenticare gli onori di cui aveva goduto nella prospera e le amarezze di cui era stato abbeverato nell’avversa fortuna.
Pasquino non mancò di farlo obietto delle sue freccie tanto ai tempi della sua grandezza, quanto in quelli immediati alla sua caduta. Quindi di lui e di Gregorio XVI una volta fu scritto:
Pasquino. — Dice che ar Santo Padre
Assai je piace er vino.
Marforio. — I due che lo commànneno
So Bacco e Gaetanìno
E un’altra volta:
Della Chiesa è il Pontefice Gregorio
Governato dal proprio Cameriere,
Onde in catino si mutò il ciborio
E lo Spirito Santo in un barbiere.
Così la barba, con esperta mano,
Al popolo vien fatta ed al Sovrano.
E molte altre satire furon scritte contro di lui che, per brevità, omettiamo.
Il Cav. Gaetano Moroni, ritrattosi come dicemmo, a vita privata, attese a completare il dizionario di erudizione storico-ecclesiastica. E morì nel novembre del 1883.
Il Moroni fu, come dicemmo, modesto e avveduto, e non volle onori, e l’essere, durante i quindici anni in che regnò Gregorio XVI, rimasto sempre e semplicemente il Cavalier Gaetano Moroni, è prova ad un tempo dell’acuto discernimento e della modestia singolare di quest’uomo, il quale esercitò sempre un ascendente irresistibile sull’animo del Pontefice il quale nulla avrebbe saputo, voluto o potuto negare al suo favorito.
Se Gaetanino avesse voluto un titolo di nobiltà, se avesse desiderato un’alta carica governativa, non avrebbe avuto che a fame cenno o motto: sarebbe immediatamente stato esaudito.
Egli non volle perchè aveva appreso con l’esperienza, quali e quante fossero le minuscole invidiuzze, le viperine gelosie, i sottili e perfidi pettegolezzi della Corte papale. Sicuro dell’influenza personale, potente, irresistibile che egli esercitava sul Pontefice, Gaetanino volle avere effettivamente il potere, ma senza le esteriorità e gli onori e, sopra tutto, senza gli oneri che al potere vanno uniti. Volle rimanere e rimase il devoto, l’affezionato, l’intimo Cameriere del Pontefice Cappellari, come lo era stato del Cardinale Cappellari, dell’Abate Generale dei Camaldolesi Cappellari. Continuò come prima, mellifluo, ossequioso, insinuante, a volte scherzoso, a volte atteggiato a mestizia, sempre accortissimo osservatore e calmo calcolatore, a rader la barba al Pontefice, ad aiutarlo nel levarsi, nel coricarsi, durante il desinare, durante la cena e visse sempre nell’anticamera del suo Sovrano pronto a prevenirne ogni desiderio; e di questa sua posizione, umile in apparenza e resa più umile dal contegno reverente e modesto di lui, ma in realtà potentissima, trasse per quindici anni interi lucri, onori, vantaggi infiniti onde il barbiere di Via S. Romualdo finì i suoi giorni ricco di censo, ritirato nella sua biblioteca, dimenticato dai suoi contemporanei, non conosciuto dalle generazioni succedute a quella, in mezzo alla quale aveva rappresentato una parte importantissima.
Ma a lode del vero, che ci fu guida in questa biografia, occorre dire che mai favorito fu più potente di lui e che nondimeno, giammai favorito abusò meno della sua potenza.
Dell’ascendente che egli esercitava sull’animo di Gregorio XVI, Gaetanino non si servì mai a danno di alcuno, anzi spesso egli adoperò quell’ascendente a beneficio di molti sventurati, avendo cura di ritrarne, insieme al beneficio altrui, anche guadagni e ricchezze per sè, e non sarebbe più stato l’avveduto e acutissimo uomo che egli fu, se avesse operato altrimenti.
Après moi le deluge fu, come dicemmo, il motto che guidò Gregorio XVI nel pontificato, che egli non aveva nè ambito, nè ricercato: après moi le deluge fu il motto che governò le azioni tutte del suo favorito Gaetanino, inteso a sfruttare, a proprio beneficio, mentre ne era tempo, la posizione autorevolissima che in parte la fortuna e in parte la sua abilità gli avevano creata, certo come egli era che, morto il suo protettore, l’invidia, la gelosia, l’odio dei cortigiani avrebbero avvolto il suo nome e la sua persona nel più completo oblio.
FINE