Galateo overo de' costumi/XXII

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XXI XXIII

Le parole, sì nel favellare disteso come negli altri ragionamenti, vogliono esser chiare, sì che ciascuno della brigata le possa agevolmente intendere, et oltre a ciò belle in quanto al suono et in quanto al significato, perciò che se tu arai da dire l’una di queste due, dirai più tosto il ventre che l’epa, e, dove il tuo linguaggio lo sostenga, dirai più tosto la pancia che il ventre o il corpo, perciò che così sarai inteso e non franteso, sì come noi Fiorentini diciamo, e di niuna bruttura farai sovenire all’uditore. La qual cosa volendo l’ottimo poeta nostro schifare, sì come io credo, in questa parola stessa, procacciò di trovare altro vocabolo, non guardando perché alquanto gli convenisse scostarsi per prenderlo di altro luogo, e disse:

Ricorditi che fece il peccar nostro
Prender Dio, per scamparne,
Umana carne al tuo virginal chiostro!

E come che Dante, sommo poeta, altresì poco a così fatti ammaestramenti ponesse mente, io non sento perciò che di lui si dica per questa cagione bene alcuno. E certo io non ti consiglierei che tu lo volessi fare tuo maestro in questa arte dello esser gratioso, con ciò sia cosa che egli stesso non fu, anzi in alcuna Cronica trovo così scritto di lui: «Questo Dante per suo sapere fu alquanto presuntuoso e schifo e sdegnoso e, quasi, a guisa di filosofo, mal gratioso, non ben sapeva conversare co’ laici». Ma, tornando alla nostra materia, dico che le parole vogliono essere chiare; il che averrà, se tu saprai scegliere quelle che sono originali di tua terra, che non siano perciò antiche tanto che elle siano divenute rance e viete, e, come logori vestimenti, diposte o tralasciate, sì come spaldo et epa et uopo e sezzaio e primaio; et oltre a ciò, se le parole che tu arai per le mani saranno non di doppio intendimento, ma semplici, perciò che di quelle accozzate insieme si compone quel favellare che ha nome «enigma» et in più chiaro volgare si chiama «gergo»:

Io vidi un che da sette passatoi
fu da un canto all’altro trapassato.

Ancora vogliono esser le parole il più che si può appropriate a quello che altri vuol dimostrare, e meno che si può comuni ad altre cose, perciò che così pare che le cose istesse si rechino in mezzo e che elle si mostrino non con le parole, ma con esso il dito: e perciò più acconciamente diremo «riconosciuto alle fattezze» che «alla figura» o «alla imagine»; e meglio rappresentò Dante la cosa detta, quando e’ disse:

Che li pesi
fan così cigolar le sue bilancie,

che se egli avesse detto o gridare o stridere o far romore. E più singolare è il dire «il ribrezzo della quartana» che se noi dicessimo «il freddo»; e «la carne soverchio grassa stucca» che se noi dicessimo sazia; e «sciorinare i panni» e non ispandere; et i moncherini e non le braccia mozze; et all’orlo dell’acqua d’un fosso

Stan li ranocchi pur col muso fuori

e non con la bocca: i quali tutti sono vocaboli di singolare significatione, e similmente «il vivagno della tela» più tosto che l’estremità. E so io bene che, se alcun forestiero per mia sciagura s’abbattesse a questo trattato, egli si farebbe beffe di me e direbbe che io t’insegnassi di favellare in gergo overo in cifera, con ciò sia che questi vocaboli siano per lo più così nostrani che alcuna altra natione non gli usa, et usati da altri non gl’intende. E chi è colui che sappia ciò che Dante si volesse dire in quel verso:

Già veggia per mezzul perdere o lulla?

Certo io credo che nessun altro che noi Fiorentini; ma, non di meno, secondo che a me è stato detto, se alcun fallo ha pure in quel testo di Dante, egli non l’ha nelle parole, ma (se egli errò) più tosto errò in ciò, che egli -si come uomo alquanto ritroso- imprese a dire cosa malagevole ad isprimere con parole e per aventura poco piacevole ad udire, che perché egli la isprimesse male. Niun puote, adunque, ben favellare con chi non intende il linguaggio nel quale egli favella, né, perché il Tedesco non sappia latino, debbiam noi per questo guastar la nostra loquela in favellando con esso lui, né contrafarci a guisa di mastro Brufaldo, sì come soglion fare alcuni che per la loro sciocchezza si sforzano di favellar del linguaggio di colui con cui favellano, quale egli si sia, e dicono ogni cosa a rovescio; e spesso aviene che lo Spagniuolo parlerà italiano con lo Italiano, e lo Italiano favellerà per pompa e per leggiadria con esso lui spagnuolo: e non di meno assai più agevol cosa è il conoscere che amendue favellano forestiero che il tener le risa delle nuove sciocchezze che loro escono di bocca. Favelleremo adunque noi nell’altrui linguaggio qualora ci farà mestiero di essere intesi per alcuna nostra necessità, ma nella comune usanza favelleremo pure nel nostro, etiandio men buono, più tosto che nell’altrui migliore, perciò che più acconciamente favellerà un Lombardo nella sua lingua, quale s’è la più difforme, che egli non parlerà toscano o d’altro linguaggio, pure perciò che egli non arà mai per le mani, per molto che egli si affatichi, sì bene i propri e particolari vocaboli come abbiamo noi Toscani. E se pure alcuno vorrà aver risguardo a coloro co’ quali favellerà e perciò astenersi da’ vocaboli singolari, de’ quali io ti ragionava, et in luogo di quelli usare i generali e comuni, i costui ragionamenti saranno perciò di molto minor piacevolezza. Dèe oltre a ciò ciascun gentiluomo fuggir di dire le parole meno che oneste: e la onestà de’ vocaboli consiste o nel suono e nella voce loro o nel loro significato, con ciò sia cosa che alcuni nomi venghino a dire cosa onesta e non di meno si sente risonare nella voce istessa alcuna disonestà, sì come rinculare (la qual parola, ciò non ostante, si usa tuttodì da ciascuno); ma se alcuno, o uomo o femina, dicesse per simil modo et a quel medesimo ragguaglio il farsi innanzi che si dice il farsi indrieto, allora apparirebbe la disonestà di cotal parola, ma il nostro gusto per la usanza sente quasi il vino di questa voce e non la muffa.

Le mani alzò con amendue le fiche,

disse il nostro Dante, ma non ardiscono di così dire le nostre donne, anzi, per ischifare quella parola sospetta, dicon più tosto le castagne, come che pure alcune, poco accorte, nominino assai spesso disavedutamente quello che se altri nominasse loro in pruova elle arrossirebbono, facendo mentione per via di bestemmia di quello onde elle sono femine. E perciò quelle che sono, o vogliono essere, ben costumate, procurino di guardarsi non solo dalle disoneste cose, ma ancora dalle parole, e non tanto da quelle che sono, ma etiandio da quelle che possono essere, o ancora parere, o disoneste o sconcie e lorde, come alcuni affermano essere queste pur di Dante:

Se non ch’al viso e di sotto mi venta;

o pur quelle:

Però ne dite ond’è presso pertugio;
. . .
Et un di quelli spirti disse: Vieni
Dirieto a noi, ché troverai la buca.

E dèi sapere che, come che due o più parole venghino talvolta a dire una medesima cosa, non di meno l’una sarà più onesta e l’altra meno, sì come è a dire Con lui giacque e Della sua persona gli sodisfece, perciò che questa sentenza, detta con altri vocaboli, sarebbe disonesta cosa ad udire. E più acconciamente dirai «il vago della luna» che tu non diresti il drudo, avegna che amendue questi vocaboli importino «lo amante», e più convenevol parlare pare a dire la fanciulla e l’amica che «la concubina di Titone»; e più dicevole è a donna, et anco ad uomo costumato, nominare le meretrici femine di mondo (come la Belcolore disse, più nel favellare vergognosa che nello adoperare) che a dire il comune lor nome: «Taide è la puttana», e come il Boccaccio disse, «la potenza delle meretrici e de’ ragazzi»; ché, se così avesse nominato dall’arte loro i maschi come nominò le femine, sarebbe stato sconcio e vergognoso il suo favellare. Anzi, non solo si dèe altri guardare dalle parole disoneste e dalle lorde, ma etiandio dalle vili, e spetialmente colà dove di cose alte e nobili si favelli; e per questa cagione forse meritò alcun biasimo la nostra Beatrice, quando disse:

L’alto fato di Dio sarebbe rotto
Se Lethé si passasse, e tal vivanda
Fosse gustata sanza alcuno scotto
Di pentimento...,

ché, per aviso mio, non istette bene il basso vocabolo delle taverne in così nobile ragionamento. Né dèe dire alcuno «la lucerna del mondo» in luogo del sole, perciò che cotal vocabolo rappresenta altrui il puzzo dell’olio e della cucina; né alcuno considerato uomo direbbe che san Domenico fu «il drudo della teologia» e non racconterebbe che i Santi gloriosi avessero dette così vili parole come è a dire:

E lascia pur grattar dove è la rogna,

che sono imbrattate della feccia del volgar popolo, sì come ciascuno può agevolmente conoscere. Adunque, ne’ distesi ragionamenti si vogliono avere le sopra dette considerationi et alcune altre, le quali tu potrai più ad agio apprendere da’ tuoi maestri e da quella arte che essi sogliono chiamare retorica. E negli altri bisogna che tu ti avezzi ad usare le parole gentili e modeste e dolci, sì che niuno amaro sapore abbiano; et innanzi dirai: -Io non seppi dire- che -Voi non m’intendete- e -Pensiamo un poco se così è come noi diciamo- più tosto che dire: -Voi errate!- o -E’ non è vero!- o -Voi non la sapete!-; però che cortese et amabile usanza è lo scolpare altrui, etiandio in quello che tu intendi d’incolparlo, anzi si dèe far comune l’error proprio dello amico, e prenderne prima una parte per sé, e poi biasimarlo o riprenderlo: -Noi errammo la via- e -Noi non ci ricordammo ieri di così fare-; come che lo smemorato sia pur colui solo e non tu. E quello che Restagnone disse a’ suoi compagni non istette bene «Voi, se le vostre parole non mentono», perché non si dèe recare in dubbio la fede altrui, anzi, se alcuno ti promise alcuna cosa e non te la attenne, non istà bene che tu dichi: -Voi mi mancaste della vostra fede!-, salvo se tu non fossi constretto da alcuna necessità, per salvezza del tuo onore, a così dire; ma, se egli ti arà ingannato, dirai: -Voi non vi ricordaste di così fare-; e se egli non se ne ricordò, dirai più tosto: -Voi non poteste- o -Non vi tornò a mente- che - Voi vi dimenticaste- o -Voi non vi curaste di attenermi la promessa-, perciò che queste sì fatte parole hanno alcuna puntura et alcun veneno di doglienza e di villania; sì che coloro che costumano di spesse volte dire cotali motti sono riputati persone aspere e ruvide, e così è fuggito il loro consortio come si fugge di rimescolarsi tra’ pruni e tra’ triboli.