Gazzetta Musicale di Milano, 1843/N. 2

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N. 2 - 8 gennaio 1843

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N. 1 N. 3
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GAZZETTA MUSICALE

ANNO II.
N. 2

DOMENICA
8 gennaio 1843.

DI MILANO
Si pubblica ogni domenica. — Nel corso dell’anno si danno ai signori Associati dodici pezzi di scelta musica classica antica e moderna, destinati a comporre un volume in 4.° di centocinquanta pagine circa, il quale in apposito elegante frontespizio figurato si intitolerà Antologia classica musicale.
La musique, par des inflexions vives, accentuées. et. pour ainsi dire. parlantes, exprimè toutes les passions, peint tous les tableaux, rend tous les objets, soumet la nature entière à ses savantes imitations, et porte ainsi jusqu’au coeur de l’homme des sentiments propres à l’émouvoir.

J. J. Rousseau.

Il prezzo dell’associazione annua alla Gazzetta e all’Antologia classica musicale è di Aust. lire. 24 anticipate. Pel semestre e pel trimestre in proporzione. L’affrancazione postale della sola Gazzetta per l’interno della Monarchia e per l’estero fino a confini è stabilita ad annue lire 4. — La spedizione dei pezzi di musica viene fatta mensilmente e franca di porto ai diversi corrispondenti dello Studio Ricordi, nel modo indicato nel Manifesto — Le associazioni si ricevono in Milano presso l’Ufficio della Gazzetta in casa Ricordi, contrada degli Omenoni N.° 1720; all’estero presso i principali negozianti di musica e presso gli Uffici postali. Le lettere, i gruppi, ec. vorranno essere mandati franchi di porto.


SOMMARIO


I. Congresso Scientifico a Strasburgo. - II. Critica Melodrammatica. Assedio di Corrinto. - III. Bianca di Santafiora. Nuova Opera in musica del conte Giulio Litta. - IV. Album. - V. Carteggio. - VI. Notizie Musicali Italiane. Milano, Venezia, ecc. - VII. Notizie Varie Straniere.



CONGRESSO SCIENTIFICO

A STRASBURGO


La decima sessione del Congresso Scientifico di Francia tenuta a Strasburgo il 28 settembre e 9 ottobre or passato, si occupò, tra le altre, di alcune quistioni riguardanti la musica. Il programma del Congresso conteneva le cinque quistioni seguenti:

1.° Indicare i rapporti che esistono tra la musica e le altre belle arti; mostrare in qual modo nei grandi periodi dello sviluppo dell’arte, i pregi e i difetti che si notano nel gusto o nello stile della musica si osservano egualmente nello stile della poesia, pittura e architettura.

2.° La differenza del carattere nazionale basta per se stesso a spiegare le qualità distintive della musica italiana, della musica tedesca e della musica francese?

3.° Perché a’ nostri giorni la musica ecclesiastica non trae miglior partito in prima dal canto all’unisono eseguito dai cori (di fanciulli, d’uomini e di donne) poi dal canto non misurato, il cui effetto musicale si ammira nelle letture religiose degli Ebrei, e nei recitativi delle Opere?

4.° Paragonare la musica ecclesiastica moderna coll’antica, per vedere se in questo genere è uopo attenersi rigorosamente allo stile uniforme e sostenuto dei capolavori dell’antica scuola romana, o se può essere permesso di darci un po’ più di varietà con motivi di uno stile meno severo.

5.° Qual parte in Francia dovrebbe prendere l’Amministrazione municipale al mantenimento e al progresso dell’arte musicale? I soli tre ultimi quesiti ebbero risposta e vennero sciolti dai signori Berg, Blanchet, e Stephen Morleau.

Il signor Berg considera la musica non solo come arte di diletto, ma come una scienza, la quale a questo titolo esige degli studii profondi al pari di qualunque altra. Non è, a suo giudizio, da misurarsi la prosperità attuale dell’arte musicale in proporzione del gran numero di coloro che la coltivano o pretendono coltivarla; ciò proverebbe che il gusto per la musica è generale, ma non già che la musica è compresa come dovrebbe essere, e come merita. La musica ha una missione che è ben altra cosa del solo divertire, ella debbe tendere a innalzar l’anima, sviluppare i più nobili istinti, e in ispecie deve svegliare i sentimenti religiosi. Basta il gettare uno sguardo sulla storia della musica per convincersi che la sua missione è al tutto religiosa. Questa verità è dimostrata dalle sacre carte, e i progressi della musica si legano intimamente ai progressi del cristianesimo.

Procedendo all’applicazione di questi principii allo stato attuale della musica in Francia, il signor Berg vorrebbe che il Governo e i Consigli municipali unissero i loro sforzi per organizzare in tutte le grandi città un valido insegnamento di musica, principalmente religiosa. Egli fa osservare che se, sotto l’aspetto musicale, la Germania è superiore alla Francia, ciò è da attribuirsi in parte almeno alla sua decentralizzazione la quale permette ad ogni piccolo suo sovrano di avere la sua cappella o almeno la sua orchestra ben compita, mentre in Francia la sola Parigi è il punto centrale dei forti studii musicali. Inoltre in Germania la musica fu fatta parte dell'insegnamento universitario, come a Berlino, a Gottinga ecc.

Il signor Blanchet parlò nel medesimo senso; egli vorrebbe una scuola normale superiore la quale fosse una specie di seminario di professori di musica da somministrarsi ai diversi centri musicali della Francia. La sorte della musica francese sta nelle mani dei Consigli municipali: a suo giudizio non è da far verun conto di ciò che ordinariamente si chiama gusto pubblico (1); perocché in Francia la musica è meglio un affar di moda che non una passione popolare; per dargli maggior popolarità sarebbe neccessario un più generale insegnamento. Il signor Blanchet indica come uno de’ mezzi da adoperarsi a questo scopo l’insegnamento della musica vocale nell’esercito, e conchiude manifestando il desiderio di veder ristabilite le maestranze nelle Cattedrali, e di vedere il clero prendere sotto la sua protezione la musica ecclesiastica.

Il signor Stephen Morleau riconosce che le tendenze attuali della musica sono più gravi, più religiose, più sante, che non pel passato (2). L’arte cercando a ridiventare un sacerdozio, anche la musica ha finalmente una voce degna di lei. Egli fa una distinzione tra la musica religiosa e la musica liturgica: quest’ultima, destinata al santuario, deve rimaner soggetta ai sacerdoti del santuario; ma la prima ha diritto a maggior libertà; essa può ubbidire a tutte le ispirazioni de’ maestri delle arti. Citare i nomi di Palestrina, di Christo Morales, di Vittoria e del celebre Gregorio, é dire quanto basta per segnare l’altezza cui giunse la musica religiosa nel secolo XVI.

Ella però non seppe usare che molto timidamente l’elemento della dissonanza, la cui unione coll’elemento della conso[p. 6 modifica]nanza forma l’armonia perfetta. Ma nel secolo seguente anche questo elemento della dissonanza fu volto a un uso più ardito, e il progresso della musica religiosa sarebbe stato rapidissimo da quel momento, se le composizioni teatrali non si fossero appresentate a guastarne la natura, provandosi a far servire le sue risorse ad ottenere effetti mondani. Il signor Stephen Morleau finisce per ricordare che l’uso degli stromenti nella musica religiosa non potrà mai essere abbastanza limitato, e cita quale esempio da seguirsi il regolamento di fresco adottato negli Stati Pontifici, per vietare nelle chiese l’uso degli stromenti tutti, all’eccezione dell'organo e di alcuni stromenti da fiato (3)


CRITICA MELODRAMMATICA

del Maestro Rossini.


La riproduzione dell’Assedio di Corinto, al Teatro alla Scala, merita, tutto l’interesse che si darebbe ad una nuova Opera, e può chiamarsi un faustissimo avvenimento per chi si appassiona al bello musicale. Delle quattro composizioni teatrali di cui Rossini fece dono all’Accademia reale di musica di Parigi i nostri cultori della bell’arte finora non hanno avuto la fortuna di sentirne se non una sola (il Mosè) degnamente interpretata, che il primo eseguirsi di questo Assedio di Corinto alla Scala nel carnevale del 1828-29, e del Conte Ory al teatro alla Canobbiana, bastò solo a dar rilievo ad alcuni pezzi, e la rappresentazione della grand'Opera Guglielmo Tell! potè quasi tenersi una parodia della musica, come lo fu del melodramma di Jouy! Non vogliasi però supporre che l’esecuzione dell' Assedio di Corinto, quale ora ci vien offerta nel maggior nostro teatro, sia superiore ad ogni critica: in essa vi abbondano le mende. Il carattere di Maometto è assai debolmente sostenuto; il tenore dimostra una troppo evidente tendenza a far isfoggio di forza di voce, e ciò a detrimento della soavità di modi nel canto: la parte di Neocle, in origine scritta per tenore, giusta la consuetudine comunemente invalsa in Italia, viene affidata al contralto, e da un tale cambiamento di tessitura vari pezzi non ponno a meno di scapitarne. Qua e là vi abbisogna pure più diligente graduazione di colorito, più omogenea o serrata fusione nell’assieme, maggior esattezza ne’ tempi e negli accenti, meno frequenti puntatine, alcuni attori ed i cori dovrebbero mostrarsi più compresi del carattere delle loro parti, ecc. Ma con tutto questo la presente esecuzione dell' Assedio di Corinto, se si pon mente alla odierna spaventevole scarsità di cantori capaci di ben rendere i canti-rossiniani, potrebbe riuscire di sufficiente aggradimento; e laddove declama Derivis e canta senza inciampi la De-Giuij i generali desiderj devono essere e furono assecondati.

Un soggetto di Voltaire ridotto a due terzi, e snaturato da un librettista di Napoli per adattarlo alle esigenze melodrammatiche, servi a formare il Maometto II. ivi rappresentato nel 1820. Da questo Maometto a Parigi il Balochi trasse e ad esso aggiunse quanto richiedevasi a costituire l’Assedio di Corinto, che il 9 ottobre 1826 venne prodotto a quel Teatro dell’Accademia reale, esecutori essendovi la Cinti Damoreau, Nourrit e Derivis padre. Passando sulle scene francesi lo spartito del Maometto II, ritoccato ed ampliato da Rossini, si arricchì d’eccellenti pezzi e da esso ebbe principio una novella era nell’esecuzione e composizione vocale in quei teatri, ed i sistemi di canto che fin allora ivi regnarono vennero sconvolti per non dire abbattuti. L’imponente Mosè (1827), luminosamente proseguì l’intrapresa rivoluzione, il Conte Ory (1828) la convalidò, ed il Guglielmo Tell, (1829), che può conderarsi come un riassunto di tutto ciò che la musica drammatica seppe offrire di più perfetto, non solo compì la riforma a cui ora si accenna, ma ben anco valse ad introdurne una nuova, e questa con varie modificazioni fu seguita dall’illustre autore del Roberto il Diavolo, da Halevy e da altri compositori che recentemente scrissero per la Grand’Opera, e venne trapiantata in Italia, per cura in ispecie di Mercadante.

In varj periodi dell’Assedio di Corinto, per merito e per effetto in pieno meno sorprendentemente valido del Mosè e del Tell travedesi che Rossini s’indusse a far una transazione colla maniera a lui abituale e con quella che convenivagli abbracciare; alcuni pezzi risentono ancora di que’ modi e di quelle forme di convenzione di cui tanto si abusò, oltrapassato il terzo lustro del corrente secolo; per cui non deve recar maraviglia se talvolta da uno squarcio all’altro scontrasi una certa qual disparità di stile.

«La sinfonia (e qui adoperansi le parole di Ortigue, l’ingegnoso panegirista di Berlioz, ed il savio sostenitore della profonda musica alemanna, e delle elevate composizioni da chiesa) creata per le nostre scene assai più che le precedenti di Rossini, si avvicina alla bella fattura della nostra scuola. Dopo un andante in cui l’autore lasciò in non cale i passi rapidamente ornati o spiccali per un canto grave ed un’armonia fortemente e largamente tratteggiata alla maniera di Haydn, si passa all’allegro, ove le prime frasi sotto differenti forme percorrono l’intiero diapason de’ violini, e son seguite da un tutti brillante a cui tien dietro la cabaletta obbligata la quale alla sua volta conduce al crescendo. Ma il crescendo non è altro se non quella marcia sì fiera ed originale, e come taluno disse, quell’ammirabile contraddanza sì potente per ritmo e d’un carattere tanto nobile, che nel finale del secondo atto sentiremo fra un formidabile coro, a continuato battere de’ tamburi ed allo strepito delle armi. Dopo il crescendo Rossini aveva sempre usato di ritornare tutto ad un tratto al primo motivo senza sviluppo alcuno e senza seconda parte. Or qui uopo è ringraziarlo degli sforzi da lui adoperati per togliersi dal favorito suo metodo: avanti ripigliare la prima frase dell’allegro s’impadronisce di un pensiero secondario, con assai di accorgimento c di vaghezza facendolo passare da un istromento all’altro. Ah! mio Dio! il genio non ha che a volere!»

Tutti i brani dell’introduzione meritamente annoveratisi fra i più splendidi titoli alla gloria dell’Orfeo Pesarese. La patetica cantilena del primo coro - Signor, un sol tuo cenno - è condotta ed istromentata a maestose proporzioni. Ridondanti di energia sono i recitativi di Cleomene. L' a solo di Jero - Si, combattete - impone. Prodigioso per concepimento e per intreccio è il pezzo concertato a tre voci con coro, in cui alla modulazione dal sol minore al maggiore sentesi rapiti da indefinibil trasporto che vieppiù vien accresciuto dal modo incalzante con il quale il capolavoro si compie. La stretta di questo pezzo consiste nel giuramento de’ Greci, e le concitate note musicali dan maggior risalto alla forte situazione poetica.

Del successivo terzetto meglio ci garba l’eccellente andantino a 3 e 4 che il brillante allegro sviluppato con un crescendo che rimembra molti altri del sovrano maestro. Nulla dicasi della rimbombante marcia con banda e coro alla sortita di Maometto e della famosa cavatina di questo. Chi non la sa a memoria? L’ultimo tempo del finale primo (in qualche istante di una risuonanza piuttosto strepitosa) è di un carattere che pare non convenga molto all’antecedente ben elaborato adagio ed al rimanente dell’opera.

L’aria del soprano con cui si apre il secondo atto al primo udirsi al teatro di Parigi pel quale fu immaginata, vi produsse una sensazione straordinaria, ed i peregrini suoi pregi di concetto apparvero tanto spontaneamente intrecciati alle fioriture ed ai passi di bravura all’italiana, che all’effetto di quest’aria si vollero principalmente attribuire i germi della trasformazione introdotta da Rossini nel canto francese. Qui è luogo di soggiungere che, se la ragione o le convenienze drammatiche disapprovano i brillanti passi che sembrano opposti ai sentimenti da cui i personaggi de’ melodrammi serii devono esser mossi, da un altra lato non puossi negare che alle orecchie ne risulta allettamento. Fétis asserisce, esser una concessione, un consentimento accordato dal pubblico per l’interruzione dell’efficacia drammatica alla condizione però che cessando d’interessarlo, lo abbia a dilettare. Mozart medesimo, il severo Mozart ha sparso nelle sue opere de’ passi destinali a far brillare i cantanti.

Il duo tra Pamira e Maometto eseguito da Tamburini e dalla Lalande l’altra volta, e stato accolto con manifesta approvazione, non esclusa eziandio l’intromessa cabaletta di Donizetti (!!), ora non aggradì né punto né poco e venne abbandonato. Il Corradi-Setti nel secondo atto mostrasi di troppo inferiore alla sua parte, da lui disimpegnata con titubanza e senz’anima. Questo basso nella sua voce possiede un tesoro di cui finora non può servirsi che ad intervalli: indefesso studio è l’àncora a cui pel suo utile ei deve appigliarsi. - L’infelice ballabile che veniva in seguito dopo la prima rappresentazione si tolse: al gusto degli italiani non è consentaneo che un’opera in musica ne’ varj suoi atti venga interrotta da inconcludente mover di piedi. Non bastano forse le lunghe composizioni coreografiche per satollare gli smaniosi del ballo, e per far provare le pene di Tantalo a chi non disprezza un continuato interesse drammatico-musicale? -L’Inno Divin Profeta, preceduto da sì stupendo ritornello d’orchestra, per la sua tinta calma e misteriosa e per la sublime sua sempli[p. 7 modifica]cita serve avvedutamente di contrasto ai pezzi che lo avvicinano. La notevole istromentazione ad imitazioni magistrali al principio della Scena VI, prepara assai bene la magnifica esplosione del vigoroso finale secondo basato sull’elettrizzante motivo nella sinfonia già ammirato nella tonalità di la minore e qui posto in maggiore. Onde questo complicato pezzo a doppio coro ed a cinque parti principali abbia a produrre tutto l’effetto di cui è suscettibile, si vorrebbe che l’esecuzione (ciò vien pure a taglio per gli altri pezzi concertati) fosse meglio diligentata, e si curasse di renderla più chiara, distinta e pomposa tanto nel complesso che nelle sue particolarità.

Nell’ultimo atto, dopo un accurato preludio d’orchestra, in tutto degno del grande autore, ed un’aria del contralto che non troviamo nella partizione edita dal Ricordi, viensi all’inspirato andante in la minore la cui melodia potrebbe quasi tenersi pel degno riscontro della magica preghiera del Mosè, se non che dagl’incantevoli accordi a tre voci - Celeste Provvidenza - ne risulta maggior affetto e dolcezza - Mancan le parole per dire convenientemente della stupenda scena della Benedizione delle bandiere, composta anch'essa per Parigi. Il recitativo di Jero non può essere più profondamente concepito, gli istromenti da fiato emettono sotto voce degli armoniosi suoni tenuti che danno alla parte vocale più penetrante valore. - La profezia - Nube di sangue intrisa - è un miracolo d’inspirazione ad un tempo poetica, drammatica e religiosa; quivi l’orchestra non è meno eloquente della voce umana, e le entrate de’ cori hanno in sé qualche cosa che esalta e commove. L’affascinante slancio alle parole - Oh patria! - raggiunge la più elevata meta dell’arte. I sovrumani vaticinj del gran Sacerdote, non meno di quella dei meravigliati spettatori, scuotono ogni fibra del popolo Greco, i loro animi s’infiammano, più non sanno resistere all'impeto di salvar la patria, ed intuonando quell’inno marziale, che già scosse tutta Europa, pieni d’entusiasmo corrono incontro all’inimico; Il bello melodico congiunto alla potenza del ritmo e della massa, e rinforzato da scale ne’ bassi discendenti per due ottave, non ebbe mai miglior risultato. L’opera aveva fine con un’aria di Pamira e collo spettacolo dell’incendio della città di Corinto, che si ebbe a sopprimere.

Derivis ha riportato una vittoria, sì nobilmente e con tanta valentia creando fra noi la parte di Jero. - Abbiasi le meritate congratulazioni la festeggiata signora De-Giuli, la quale, massime nella difficile aria del secondo atto, alla prima rappresentazione superò la comune aspettativa per la brillante sua vocalizzazione nelle Corde acute-, essa però si accerti che la indipendenza nel tempo e gli stiracchiamenti delle frasi tornano di grave pregiudizio all’effetto musicale, come pure l’eccessivo spinger la voce, di cui vulsi accagionare l'applaudito tenore Severi, dai vibrati acuti, dalla chiara pronunzia e dalla buona volontà. Se si considera che l’Alboni è una giovane, la quale ha appena compito il suo diciassettesimo anno, non puossi a meno di rimaner sorpresi della sua franchezza: questa brava cantante allieva del Liceo musicale di Bologna è un bell'acquisto per l’operosa nostra Impresa, a cui caldamente ci raccomandiamo ondo esser presto beati dal Guglielmo Tell eseguito come conviensi alla regina di tutte le opere; intanto ce li protestiamo grati per la presente qualsiasi riproduzione dell’Assedio di Corinto.

Is. C.....



BIANCA DI SANTAFIORA

NUOVA OPERA IN MUSICA

Del Conte Giulio Litta.


Che molte lodi vogliansi tributare ad un giovane e ricco signore, il quale volge l’animo suo a studj gentili onde illustrare cogli ornamenti dell’ingegno la chiarezza dei natali, questo lo comprende ciascuno. Ma di quanti encomj rendasi meritevole chi ne’ più begli anni della vita, nell’età de’ passatempi e delle illusioni, non solo consacra sé medesimo alla coltura delle arti leggiadre, ma elargisce l’oro onde favoreggiarle, onde proteggerne i seguaci, onde ricreare gli amici suoi e i concittadini, questo è ciò che sfortunamente non si comprende da molti. E tanto ne sembra di poter affermare per la naturale e semplice ragione che se da molti fosse conosciuto il valore di quest’opere, assai men piccolo sarebbe il numero di coloro che s’adoprerebbero a meritarne gli onori. E per verità chi riguarda con occhio osservatore gli elementi della nostra società vede come la gioventù abbia tolto in noncuranza tutto ciò che veramente distingue l’uomo e lo separa dal volgo.

Pregio del nascere elevato era una volta lo studio delle scienze, delle lettere e d’ogni nobile disciplina: così che a quella gran mente del Vico parve di poter dire ciò che forse a’ nostri giorni parecchi troveranno impugnabile, cioè che de’ libri di conto che han sofferto la lunghezza dei tempi... le tre parti sono stati scritti da uomini nati nobili, appena la quarta da nati bassi. Oggidì pochissimi mostrano di curarsi di siffatte cose; e l’occuparsi di sapienza e di libri sembra a molti un oggetto fuor di moda, una superfluità, una pedanteria.

Per fortuna però l’abuso non è pervenuto a tal seguo che non siano da farsi, come notammo, alcune lodevoli eccezioni. Fra queste eccezioni vuol essere distintamente annoverato il conte Giulio Litta, il quale, come già si disse, non solo ha rivolto lo spirito allo studio della più soave tra le arti, ma profonde grandissima parte delle sue ricchezze a sostenerne i coltivatori, al quale intento da ultimo venne istituendo due doti per la gratuita educazione di due alunni in questo nostro I. e R. Conservatorio.

Frutto dell’amor suo per l’arte pervenne egli a vestire di note un melodramma che la sera del secondo giorno del nuovo anno offerse a trattenimento di elettissima adunanza nella gran sala delle accademie del Conservatorio medesimo. Come il divertimento riescisse geniale non è agevole narrarlo, perché non sapremmo rammentare quanti applausi venissero fatti agli attori cantanti, e quante volte il giovane compositore venisse dall’uditorio acclamato. bolo ricordiamo che di due parti del suo lavoro fu richiesta ardentemente la replica; a tutto il restante fu resa gran copia di battimani.

Fra i cantanti si distinsero la signora Giuseppina Cella, alunna dello stabilimento, che sostenne la parte della protagonista, e l’artista Gaetano Ferri, quel medesimo che nell’ora scorsa stagione autunnale disimpegnò nel nostro gran teatro la parte di Nabucco. Una bella porzione d’applausi toccò anche all’alunno Gandini, ed al tenore Regoli, i quali con qualche lode concorsero a ben sostenere lo spettacolo. Pure, bisogna confessarlo, gli onori della festa furono dati al compositore, la cui produzione, se a tutti non parve di un gitto originale, riesci però a tutti viva, animata e sempre con leggiadria condotta.

Del resto noi crederemmo d’esser tacciati di lusinga se, puramente ragionando dal lato dell’arte, avessimo a dissimulare che qua e colà alcune cose avrian potuto essere migliori; e se la vista dell’osservatore avesse potuto penetrare fin dove la critica s’ammutisce, forse, considerata la nuova opera come un primo esperimento, avria potuto fare alcun riflesso al nobile maestro, acciocché, ove intendesse, come sembra, progredire nell’incominciato cammino, i suoi parti abbiano a corrispondere al lodevole impulso che li detta. E per un esempio avria potuto ricordargli ciò che a niuno degli italiani compositori può riescire intempestivo, cioè che, prima d’accingersi al lavoro d’un melodramma, importa ben considerare il carattere del poema per ben appropriarvi lo stile e le idee; il quale carattere delle idee poi non dee desumersi dalle prime espressioni di un solo verso o di una sola frase, ma dall’intimo sentimento che anima tutto il discorso. Quando verbigrazia Gismondo rimprovera ad Armano la mancata proméssa della mano di sua figlia, declamando quei versi

Nel dì delle battaglie
Così non insultavi;
La mano di tua figlia
Mi promettevi allor!

non è già un’idea guerresca che dee esprimere la musica, ma il dolore profondamente melanconico di un uomo che si vede rapito un oggetto amato da chi dimentica una fede giurata. Così, mentre la più severa estetica non troverebbe a dire sull’indole della melodia dell’inno nuziale che cantasi internamente nella scena terza dell’atto secondo, non avrebbe forse trovato conforme alle migliori sue leggi quel gorgheggiare del flauto e de’ flautini che s’introduce in una sacra solennità come il canto d’un ussignuolo.

Ma a queste cose noi siam certi che lo stesso criterio del compositore ha già posto mente; ed ora non altro ci resta che rendere, come rendiamo, pubblica onorevole testimonianza di un tentativo così bene immaginato e di tante opere liberali così generosamente compiute.

G. V.



ALBUM

Vogliamo volgere una preghiera al signor Ernesto Cavallini, ed è che la prima sera che si riproduce la Vallombra, gli piaccia ommettere l’ a solo di clarinetto che precede la scena ultima nelle tombe..... Oltrecchè quell’ a solo è troppo lungo né abbastanza bello da interessare per sé stesso e come uno sfoggio stromentale, al luogo ov’è posto è fuori al tutto di nicchia, raffredda l’interesse dell’azione che presso alla catastrofe deve incalzare i mai viva, e manca poi incerai ruttore drammatico. Gli a soli stromentali nelle Opere per musica dovrebbero ap[p. 8 modifica]pena tollerarsi premessi alle arie di parata del primo atto, ove gli affetti drammatici non sono ancora abbastanza impegnati, e lo spirito dello spettatore è ancora libero e sufficientemente disposto ad udire qualche elegante obbligazione di flauto, di clarino o d’oboe, massime se eseguita con maestria. Ma al momento che la tragedia sta per sciogliersi con qualche inaspettato e terribil colpo, venir fuori con una prolissa chiaccherata stromentale che finisce per dir nulla, è un vero controsenso. Tutta questa critica non si riferisce al signor Cavallini, il quale non fa che eseguire appuntino quel che trova scritto sulla parte, ma va diritta al compositore, che coll'avergli dato quel lungo solo in un momento inopportuno, commise un musico pleonasmo senza verun pro, anzi con detrimento dell’effetto principale.

Abbiamo da osservare un’altra cosa. Nell'articolo da noi dato nel precedente foglio intorno alla Vallombra del Ricci abbiamo detto che la prima sera la cabaletta dell’ultimo duetto che forma la scena finale dell’Opera non piacque, e agli intelligenti parve riprovevole come l’intrusione di una frivolezza musicale in un punto scenico pieno di pretesa drammatica. Ora intendiamo di modificare quel nostro giudizio. Quella cabaletta, eseguita nelle susseguenti sere con molto maggior calore, con tempo più incalzante, e con più viva e sicura accentazione e vigor di voce dai due bravi artisti, ha perduto interamente la insignificante sua leggerezza, e prese l’importanza di un passo di carattere o stretta non inopportunamente applicata alla situazione. Ed ecco quanto contribuisce una esecuzione più o meno giusta a dare maggiore o minor risalto all’intenzione del compositore od a tradirla! Quanti passi o motivi musicali che eseguiti piuttosto ad un modo che ad un altro vestono carattere o tragico od anche comico, secondo la diversa accentazione, il diverso tempo, la diversa espressione!


CARTEGGIO.

Signor Estensore, Parigi li.....

Eccovi il seguito delle notizie che vi promisi nell'ultima mia. - Il signor P. Delécluze, noto scrittore francese, inserì tempo fa nella Révue de Paris diversi articoli storico-critici su Pier Luigi Palestrina. Ha egli ora raccolti questi suoi scritti sparsi per farne un opuscolo, che si pubblicò in fatto sotto il titolo del famoso compositore di musica sacra. Pare a me che il signor Delécluze, prima di rendere di pubblica ragione la sua operetta, avrebbe potuto consultare anche le preziose notizie riguardanti Palestrina date da voi nella vostra Gazzetta, e dovute, per quanto ho potuto indovinare, alla penna di uno de’ più dotti teorici e pratici musicali che vanti l'Italia, ed il cui nome suona riverito non solo in Germania ma anche in questa Francia che va sì a rilento nell'accordare il suo voto alle illustrazioni artistiche (4).

Il sig. A. de Garaudé ha qui recentemente pubblicato un Metodo completo di Canto. Quest’opera didattica è al tutto nuova, né dovete confonderla con altro Trattato dell'autore medesimo tempo fa dato alla stampa con testo italiano e francese. Forse non sapete che il sig. Garaudè è anche benemerito per essere stato il primo che nel 1811 tentasse in Francia la pubblicazione di una specie di giornale di Musica intitolato Tablettes de Polymnie. Questo primo saggio di giornalismo musicale in breve mori d’etisia. I tempi non erano maturi. In seguito nel 1827, il sig. Fétis intraprese la sua Gazzetta Musicale la quale, come vi è noto, prosegue ancora molto prosperamente le sue pubblicazioni. Ora a Parigi si contano a dozzine i giornali di musica; ma con quale e quanto vantaggio?

La grande Messa solenne che si carità la mattina del Natale nella nostra Cattedrale produsse il più profondo effetto. Immaginatevi di udire settecento e più fanciulli (coristi allievi delle scuole comunali di Parigi) eseguire dapprima della seriissima musica a canto fermo all’unisono, indi due sublimi pezzi, l’uno di Marcello, l’altro del Palestrina, e difficilmente potrete farvi idea delle vigorose impressioni che può svegliar l’arte, benché circoscritta ai suoi più severi mezzi primitivi.

La nostra Accademia delle Scienze si è degnata quest’anno di volgere un pochino della sua attenzione agli studii specialmente interessanti l’arte musicale: ella ha proposto da sciogliersi pel 1843 i seguenti due quesiti: 1.° determinare con sperimenti di acustica e di fisiologia qual sia il meccanismo della formazione della voce nell’uomo; 2.° determinare con delle indagini anatomiche la struttura comparala dell’organo vocale presso l’uomo e presso gli animali mammiferi. Il premio proposto consisterà in una medaglia d’oro del valore di 3,000 franchi. Fate che questa notizia si divulghi tra i vostri tanti maestri di bel canto, perché se mai taluno di essi, confidente nella dottrina scientifica che ogni istitutore di questa difficile arte deve possedere, volesse concorrere... Ma che! mi pare vedervi da star qui a sorridermi in viso... e dirmi sotto voce... «Acustica? fisiologia? parole arabe per taluno de" nostri artisti musicali!»

Ma se siete proprio in vena di sorridere sentite questa: - Una prima attrice cantante del nostro GrandOpéra, artista sufficientemente piena dell’idea del merito che crede di possedere, diceva una di queste mattine alla prova duna nuova Opera, rivolta con fare schizzinoso al maestro: «Ma, signore, come volete che possa farmi udire se l’orchestra accompagna così forte?» - Alla qual cosa il capo d’orchestra subito replicò «perdonate, signorina, ma lo facciamo pel vostro meglio!» Che vi pare di questa lezione?

Il vostro C. G.

PS. Vengo a sapere in questo momento che nel budget da proporsi al voto delle nostre due Camere nella prossima sessione parlamentaria, il signor ministro dell’Interno, alle sovvenzioni già deliberate da parecchie legislature, altre due ne aggiunse, l'una di franchi 60,000 pel Teatro dell’Odeon. l’altra parimente di franchi 60,000 pel Teatro Italiano.



NOTIZIE MUSICALI ITALIANE

Milano. La mattina del giorno 1 corrente si eseguì nella nostra Cattedrale una nuova messa del chiarissimo maestro R. Boucheron. I molti intelligenti convenuti ad udirla lodarono altamente la severità dello stile di questa distinta produzione sacra, in cui le grettezze della nuda scienza non soffocano mai le bellezze delle ispirazioni sobrie e gastigalc convenienti al genere.

- Il pezzo che ebbe maggior lode fu il Laudamus nel Gloria in excelsis, cantato molto bene dal tenore signor Garzoni. Questo pezzo, accompagnato ed intrecciato con due cori, modulati a frasi piane sotto voce, riuscì di mirabile effetto e mostrò quanto addentro il compositore abbia compresa l’indole grave e maestosa della musica ecclesiastica.

È a desiderare che il bell’esempio dato dall’egregio Boucheron sia imitato da coloro tra i nostri signori maestri. i quali col dedicarsi alla composizione sacra, non comprendono forse abbastanza le somme artistiche difficoltà cui si fanno incontro.

— La musica che accompagna la danza caratteristica del primo ballabile della Luisa Strozzi, non è altro che una riduzione per orchestra della vivacissima Tarantella per pianoforte di Döhler da poco tempo pubblicata dal Ricordi.

Venezia. La musica del Nabucco, se la sera di S. Stefano col teatro illuminato fu accolta freddamente, non fu così in appresso. Il pubblico ora comparte numerosi applausi a presso clic tutti i pezzi ed in ispecie al bellissimo duetto fra Badiali c la Löwe, all’aria di questa ed a quella del primo. Il teatro è affollatissimo in ogni sera, ed alla sesta rappresentazione molti non hanno potuto entrare in platea, cosi almeno ci scrivono.

Trieste. Il Don Giovanni di Mozart, la classica opera che da più di un mezzo secolo vien ammirata in tutta Europa, comparve in questo teatro. Basta questa per onorar l’Impresa e la direzione teatrale ed giure zelo ne diresse le prove.

Torino. Il valente Poliedro nella solennità di Natale produsse nella chiesa di S. Giovanni una Pastorale che venne giudicata assai favorevolmente dagli intelligenti. Nel primo giorno dell'anno alla medesima Cattedrale il direttore d’orchestra Ghebart fece eseguire un Kyrie e Gloria di nuova e lodevole sua composizione, segnatamente il Qui tollis vi destò grande sensazione.

— Giuseppe Grassi piemontese, concertista di violino assai riputato, diede un’accademia al Teatro Regio nella quale si ammirò la sua valentia tanto nell’esecuzione come nella composizione. Gli spettatori lo rimeritarono con unanimi applausi. La sera del 20 dicembre era annunciato il secondo Concerto del Grassi alla Sala Senatoria.

Firenze. «La Regina di Cipro del maestro Halevy che sulla scena del Grand’Opéra a Parigi ebbe sufficiente esito, adattata a parole italiane ed udita da melodiche orecchie italiane, ed eseguita da cantanti italiani, fece un solennissimo fiasco. Che cosa sia questa musica non si può dire, che nulla o ben poco se ne comprende, tanto vi sono scarsi gli effetti ritmici, tanto vi è penuria di vera melodia e d'estro. Frastuono, confusione e grida sono i perni della partitura dell’egregio autore dell’Ebrea. - Lanari, ne’ vestiarii e nelle decorazioni vi sfoggiò un lusso sorprendente. Sonvi circa quattrocento persone in iscena ed un coro in cui le voci son concertate colle campane, colle trombe, col cannone, co’ tamburi!!!» Così si esprime il nostro Corrispondente. Al che noi aggiugniamo: forse l’esecuzione o non abbastanza matura, o non quale si conveniva all’indole eminentemente drammatica della musica potò pregiudicarne in parte l’effetto. In oltre è da osservare che difficilmente può riuscir gradevole lo stile melodrammatico de’ compositori della scuola oltramontana, al pubblico italiano troppo abituato a giudicare molto più coll’orecchio che non collo spirito e col cuore. Sul merito della musica della Regina di Cipro di Halewy attendiamo un giudizio di un valente nostro collaboratore, il quale a non poca dottrina unisce molta finezza di gusto e imparzialità.


NOTIZIE MUSICALI STRANIERE


— L’illustre maestro di cappella Spohr, altrettanto noto come compositore classico, quanto come insigne violinista, pubblicò or ora una doppia-sinfonia, intitolata: Il terrestre e il divino nella vita umana, e composta per due orchestre in tre parti: 1°. Mondo infantile, 2°. Epoca delle passioni, 3.° Vittoria finale del Divino. L’egregio maestro, noto in siffatto genere di musica per la sua Sinfonia storica (che dipinge le varie scuole, incominciando da Handel e Bach al giorno d’oggi) e pel suo Concerto, intitolato: Altre volte e adesso, è forse il creatore di questo altro genere di composizione musico-didascalica.

— S. M. il Re di Prussia, a vantaggio della Musica Ecclesiastica in generale, affìdò al maestro di Cappella Felice Mendelssohn l’ispezione e direzione di questa musica, conferendogli il titolo di Direttore generale di Musica, colla riserva di altre disposizioni da aggiugnersi alle già date. (Gazz. di Stato Prussiana).

-Il 16 dicembre p. p. morì a Lipsia il rinomato scrittore. Federico Rochlitz, consiglier di corte, e redattore de’ primi 20 anni della Gazz. Mus. Universale.

— Incominciando da questo anno 1843 si pubblica a Lipsia una nuova Gazzetta Musicale (la terza in quella città), col titolo: Segnali pel Mondo Musicale, e si occuperà pur anco del commercio musicale.




GIOVANNI RICORDI

EDITORE-PROPRIETARIO.




Dall’I. R. Stabilimento Nazionale Privilegiato di Calcografia, Copisteria e Tipografia Musicale di GIOVANNI RICORDI

Contrada degli Omenoni N. 1720.

  1. Per conto nostro opiniamo che anzi il gusto pubblico sia il più funesto sovvertitore o alteratore de’ buoni dogmi delle arti. Un solo sguardo che noi Italiani gettassimo alla storia della pittura, della scoltura, dell’architettura, della poesia, e vedremmo a quali traviamenti spinse gli artisti e i poeti questo noioso guastamestieri cui si dà nome di gusto pubblico. La pittura al tempo dei barrochi, la scultura e architettura all’epoca del Bernino, la poesia a’ giorni dell’Achillini e de’ secentisti, a che altro dovettero la falsa loro tendenza e la quasi totale dimenticanza delle più ovvie norme del vero bello se non al cieco favore onde il pubblico onorava gli strani concepimenti degli artisti or nominati e ne esaltava con ammirazione i nomi pur troppo memorandi nelle pagine; storiche delle arti? E a giorni nostri gli cri-amenti della; drammatica a che altro sono da attribuirsi se non al cosi detto gusto pubblico che osò pronunziarsi cosi favorevole alle stravaganti invenzioni delle fantasie più esaltate? E per quel che è più specialmente della musica, a che altro se non alle manifestazioni clamorose del gusto pubblico è da attribuire la gara dei compositori a scrivere in uno stile esaltato, fuor del naturale e quindi lontano le cento miglia dalla bella semplicità che tanto distingue i veri caposcuola? Il puro e soave canto italiano cacciato di scanno dal cosi detto canto lirico-tragico che alcuni artisti, onorati di alta fuma, son giunti a mettere di moda, e che in sostanza non è che una declamazione a suoni, o per dir meglio a gridi misurati, per qual altra cagione fu messo in bando, se non pel cieco favore accordato dal gusto pubblico a certe prime donne di mezzano talento, le quali credendo emulare la Pasta e la Malibran, in ciò che il loro cauto aveva di veramente passionato e drammatico, non fecero altro che contraffare le loro ispirazioni, e imitarle al modo stesso che le scimmie mutano i gesti umani?.. Il gusto pubblico, che d’ordinario è il risultamento del modo di sentire della moltitudine, per solito non perfetta nell’educazione e insubordinata o ignara delle leggi del bello, e troppo facile lasciarsi rapire da tutto ciò che colpisce i sensi, e per conseguenza dai pregi più materiali delle arti, il gusto pubblico, dicevamo, opera secondo la Sua natura, tendendo a trascinar fuori del loro buon sentiero esse arti, sentiero che vuol essere segnato dalle sane dottrine, patrimonio speciale degli spiriti eletti e delle menti educate che sono in si picciol numero nella totalità di coloro cui è attribuito il drillo di giudicare delle artistiche produzioni. L’ufficio di moltiplicare gli effetti di queste sane dottrine spetta alla critica, la quale col mezzo della stampa periodica ha la possibilità di propagare e diffondere a centinaia di esemplari le savie sentenze e i giudizii elaborati degli uomini colti e versati nei buoni studj teorici ed estetici delle arti. Ma perché la critica possa recare questo vantaggio e paralizzare l’azione funesta del cosi detto gusto pubblico, o almeno infrenarne gli slanci e guidarne la tendenza, è mestieri sia professata da’ scrittori illuminati, dotati di retto discernimento e gusto, imparziali, schietti manifestatoci del loro pensiero... Nella nostra Italia la critica artistica può ella vantare queste condizioni?

    B

  2. Non siamo di questo parere, almen riguarda le tendenze attuali della musica in Italia, ove possiamo dire quasi perfino dimenticata la bella gloria di Palestrina, Pergolese e Marcello!
  3. Non sottoscriviamo a questa opinione del signor Morleau, e pensiamo al contrario che non è l'uso in genere degli stromenti dell’orchestra che può scemare il carattere religioso della musica sacra, ma bensì il modo col quale essi stromenti si usano; ci proponiamo di tornare su questo argomento con apposito articolo.

    B.

  4. Del medesimo insigne scrittore e maestro daremo quanto prima uno schizzo biografico su Franchino Gaffurio