Gazzetta Musicale di Milano, 1884/N. 39
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ANNO XXXIX. - N. 39. 28 SETTEMBRE 1884 DIRETTORE GIULIO RICORDI REDATTORE SALVATORE FARINA SI PUBBLICA OGNI DOMENICA ★ Sommario: La questione corale: Giulio Roberti. — Di alcuni fenomeni prodotti dai suoni musicali sull’organismo umano. (Memoria letta nell’Adunanza Solenne del di 20 gennaio 1884 dall’accademico onorario cav. prof. A. Filippi. — Alla rinfusa. — Etnografia musicale: N. Maugeri Zangàra. — Bibliografia musicale: Filippi. — Corrispondente: Firenze, Genova, Trieste, Parigi, Brusselle, Pietroburgo. — Notizie italiane. — Teatri. — Poesie per musica. — Necrologie. — Concorsi. — Liceo Musicale Rossini in Pesaro. — Sciarada. LA QUESTIONE CORALE (Continuazione. Vedi N. 38). gHgg ’ insegnamento del canto corale nelle scuole § Erg normali d’Italia é tutt’altro che allo stato di desiderio. Francesco De Sanctis, «tornato dal lungo esilio, avendo udito una sera a Torino un coro di operai stati istruiti in una scuola popolare di canto, ne era rimasto profondamente commosso e soggiogato dalla santità dell’arte nella sua manifestazione la più pura e la più diretta. Questo si fu che lo spinse, non appena egli venne chiamato a sedere nei consigli della Corona, a rendere lo studio del canto obbligatorio delle scuole normali dei due sessi.» In questi precisi termini ebbe ad esprimersi meco l’illustre uomo, a Napoli nel luglio del 1876. Il regolamento approvato con decreto reale del 9 novembre 1861, pone il canto corale fra le materie obbligatorie di corso in tutte le scuole normali e magistrali del Regno. — Voglio affrettarmi a notare che nel medesimo regolamento la ginnastica non figura ancora fra le materie obbligatorie di corso, ma vi si parla unicamente in modo assai vago, di esercizi ginnastici e militari per i soli maschi, in corrispondenza coi lavori d’ago per le femmine. La obbligazione imposta a ciascun insegnante di presentare, all’aprirsi dell’anno scolastico, il programma didattico che intende svolgere in correlazione coi programmi di esame, si trovò inutile di estenderla anche all’insegnante incaricato del canto corale; questa materia, benché obbligatoria di corso, é considerata solamente come materia facoltativa di esame per l’ottenimento del diploma normale. L’art. 25 cosi si esprime: Gli aspiranti alla semplice patente di maestro elementare, quando oltre alle materie obbligatorie, superino l’esame anche sopra alcune facoltative, potranno esigere che se ne faccia menzione sul diploma, il che sarà per loro un titolo di maggiore merito nei concorsi. Avranno lo stesso diritto gli aspiranti che facciano buona prova nel canto. Cosiffatte disposizioni si direbbero inventate a bella posta per falsare radicalmente lo scopo ch’ebbe in mira il De Sanctis nel prendere una tanto utile iniziativa, e — 351 seppure egli non se ne fosse reso ragione direttamente, la essenza stessa della cosa lo indica. Questo scopo é di formare nelle scuole normali futuri insegnanti di canto per le scuole elementari e non già unicamente, come non si può a meno di argomentare dal contenuto dell’articolo 25 sopra riferito, di procurare agli allievi delle scuole normali un mezzo, aprir loro una via più certa a conseguire un impiego. La disposizione del regolamento che lascia facoltativa per gli esami magistrali la materia dell’insegnamento musicale, distrugge quasi totalmente gli effetti benefici di quella che la dichiara obbligatoria per il corso. Nello svolgimento pratico, poi, si va di male in peggio. Canto ad orecchio su tutta la linea: più della metà dell’anno scolastico impiegata ad imparare a mente, 0 signore dal tetto natio, Va pensiero sull’ali dorate, la preghiera del Mosè, dei Rataplan «d’ogni mistura e d’ogni cotta» e via dicendo, nelle scuole normali maschili; la Carità di Rossini, l’Avemaria di Gounod, l’Addio di Schubert, — e non parlo che delle scuole più esemplari — e simili nelle scuole femminili, il tutto ben inteso quasi esclusivamente all’unisono senza che si ponga mente alla diversità delle voci, tornando quasi ogni anno a ripetere la medesima musica, coll’aggiunta di un qualche corettino di occasione, sempre di stile affatto melodrammatico, per le distribuzioni di premi e di attestati; in taluna scuola femminile — e qui si crede addirittura di toccare il cielo col dito — esecuzione tirata via a forza di schiena di una qualche scipita operetta come Le Sartine, la Festa dei fiori, Il ballo improvvisato, H genio benefico, ed altri gioielli consimili; in taluna scuola maschile, canto d’una messa da vivo o da morto in chiesa, Dio sa come abborracciata, perdendo per ciò l’intero anno scolastico. Non sarebbe malagevol cosa lo addurre con qualche fondamento, molteplici ragioni d’uno stato di cose tanto sconfortante. La più grave di tutte é senza dubbio la mancanza assoluta di una direzione uniforme e regolare, in ordine alla natura ed ai limiti dell’insegnamento musicale educativo per parte dell’autorità centrale, la quale mai non volle curarsi d’imporre o per lo meno d’indicare norme generali tanto sotto il punto di vista artistico e tecnico, quanto sotto il punto di vista pedagogico e disciplinare; lo che tutto sempre si lasciò, come pure la scelta degli incaricati del canto, ciecamente alla direzione dei direttori locali; e quest’ultimi, dal canto loro, parlando in generale, quando non considerano lo studio del canto nelle scuole normali, addirittura quale un perditempo o peggio, non gli danno altra importanza che come se si trattasse di un’ora di ricreazione, e non vi applicano perciò misure disciplinari. Davvero che, se si potesse scherzare a proposito d’una questione di tanta gravità, nella quale sono strettamente impegnate la educazione intellettuale delle popolazioni e per molti rispetti la moralità del paese; se,, sopratutto, non ei fosse di mezzo la inesorabile questione economica — l’assegno annuo agli incaricati del canto é di lire 500 in media, le scuole sono circa 48, salvo errore, e il canto vi si insegna da ben 23 anni: é adunque una somma di un mezzo milione di lire, a dire assai poco, che il Governo spese finora — sarebbe il caso di applicare qui il famoso dilemma dell’odierno Amleto... il marchese Colombi. Ma se si può dire molto a proposito: le accademie si fanno 0 non si fanno, non potrebbesi con egual ragione dire: il denaro dei’contribuerai si spende utilmente e logicamente, 0 si bietta via senza costrutto! Se non chè, frammezzo a un cosi disgraziato sciupio di tempo, di danaro e di logica, che dura da poco meno di un quarto di secolo, pur si fecero due passi capitali che avrebbero potuto, anzi dovuto portare ad uno scioglimento decisivo il problema della educazione musicale popolare in Italia, quando solo si fosse voluto e saputo fare in prò dell’insegnamento del canto anche una minima parte di quanto si volle e si seppe fare in prò della ginnastica. Il De Sanctis, in fatto, per la seconda volta ministro, diede opera efficace ed entusiastica a sollevare in altissimo onore l’insegnamento della ginnastica, rendendolo strettamente obbligatorio in tutte le scuole elementari maschili e femminili del Regno, perfezionandone e completandone lo studio nelle scuole normali, ordinando numerosi e frequenti corsi magistrali su tutta la superficie della penisola, negando la patente ai candidati che non dessero ampia prova di abilità in un minuzioso esame, imponendo norme generali e libri di testo redatti da penna competente e sicura, creando infine una direzione speciale od ispezione presso l’autorità centrale. Ministro per la terza volta, l’illustre e benemerito personaggio di cui l’Italia piange tuttora la perdita, sia che per un lodevole sentimento di commiserazione verso la povera Cenerentola degli insegnamenti, che pure vent’anni addietro aveva potuto infiammare di nobile entusiasmo la eletta ed altissima mente di Lui, egli abbia voluto stenderle una mano amica per rialzarla di fronte alla trionfante ginnastica, sia ch’.egli abbia acquistata la convinzione tardiva della assoluta deficienza di risultati della istituzione dovuta alla di Lui iniziativa, stà in fatto, che un ordine ministeriale del 30 settembre 1880 rende l’esame di canto obbligatorio per l’ottenimento del diploma normale, ed il regolamento, pure in data del 30 settembre 1880, contiene il seguente programma — per modo di dire — dell’insegnamento del canto: Si lascia al professore di ordinare siffatto insegnamento, solo che non dimentichi di aver sempre di mira la scuola elementare. Dia la maggiore importanza al canto corale (!) e insegni canzoni popolari e semplici melodie che, portate poi nelle scuole elementari, promuovano nei fanciulli, con la educazione estetica, la educazione del sentimento morale. Ora, domando io, se in luogo dell’ordinamento completo e particolareggiato a cui sopra accennai, il ministro si fosse limitato a consacrare all’insegnamento della ginnastica un breve paragrafo di questo genere: Si lascia al professore di ordinare siffatto insegnamento, solo che non dimentichi di aver sempre di mira la scuola, elementare. Dia la maggiore importanza alla ginnastica (!) e insegni esercizi popolari e semplici giuochi che, portati poi nelle scuole elementari, divertano i fanciulli e contribuiscano al loro sviluppo fisico e morale. •. Non voglio nemmeno fermarmi a supporre ciò che si sarebbe detto... ma, per il canto, tutto passa. Non avevo io forse ragione di chiamarlo la Cenerentola degli insegnamenti? (Continua) Giulio Roberti. Di alcuni fenomeni prodotti dai suoni musicali SULL’ORGANISMO UMANO MEMORIA letta nell’Adunanza Solenne del dì 20 Gennaio 1884 dall’accademico onorario Cav. Prof. A. FILIPPI (Continuazione, vedi N. 38). Hel melodramma stesso vi sono esempi a ribocco con i quali si può provare una tal verità: vi sono esempi nei quali, oltre alla nota musicale, al ritmo, alla melodia, adoperate dal compositore, un artista che abbia intelletto, sa trarre dal colore naturale di alcune parole un colore che, quasi direi, non può essere fissato dalla sola nota musicale. Ad esempio: nell’Otello?... sulle parole «si dopo lei morrò» sono davvero ugualmente capaci tutti gli artisti a trar fuori il colore eminentemente drammatico contenuto nelle parole «Sì dopo lei morrò»? L’ironia stupendamente colorita nella strofa: a Belf ardir, di congiurati» nel Marin Faliero del Donizetti, é da tutti gli artisti tratta fuori dalle due parole Belrardir di congiurati. — Belle prove di valor?! È evidente che qui nell’aggettivo bello sta un colore di brutto, nelle parole ardir e valor sta un colore dispregiativo, di viltà. Queste finezze di colorito incastrate proprio nelle parole, le quali in qualche caso prendono un significato che non avrebbero in sé stesserla nota musicale non può segnarle, ma piuttosto é la voce parlata che può trarre da esse un colore adeguato unitamente alla nota stessa, completandola col colore naturale e giusto della parola. La parola — taci — del Duca Alfonso, nel famoso terzetto della Borgia, chi la rende vera, efficace, se non la voce parlata? Il colore tremendo ch’è dentro al verso della stessa Lucrezia Borgia: «Duca Alfonso, mio quarto marito» chi lo renderebbe efficace se l’artista non traesse fuori il sentimento, il colore, che stanno precisamente nella ■parola quarto, — cioè il quarto omicidio commesso per opera di quella donna feroce?! È famoso, ad esempio, nella storia del teatro italiano il colore che la Malibran traeva fuori, quasi parlando, da due stesse parole del famoso verso del Romani nella Norma: «Vedi, ah! vedi a che son giunta» — nel primo vedi significa «guarda» — nel secondo vedi, faceva intendere che non vedeva più nulla altro che i cadaveri dei suoi propri figli uccisi nel delirio della passione! Nell’altro punto della Norma sulle stesse parole «Non sai tu che il mio furore» essa traeva fuori un colore di passione esplodente. Poi, quando ripeteva: «Non sai tu che ai figli in core» pronunziandolo serrato ed a voce parlante, esprimeva l’ira che pel tradimento le serrava la gola!... Le stesse parole, dunque, segnate con le stesse note possono secondo la loro giacitura avere un colore differente, e chi lo intende e lo sa trar fuori é artista sommo. E potrei durare per un pezzo a cogliere esempi in molte opere del Rossini, del Bellini, del Donizetti, del Verdi e di tanti altri, da provare, a luce di sole, che vi sono parole nelle quali, o per loro propria costruttura, o, per un significato che vengono a prendere in certe contingenze del discorso o del verso, contengono un colore ad esse proprio, efficace, che può essere già un’armonia e che nel melodramma stesso, senza nuocere alla melodia, anzi, la completano. Nell’oratoria poi, nella poesia, nel teatro drammatico, é inutile il ricordarlo; tutto dipende da questo studio di saper render giusto il colore delle parole pronunziate, dalle quali emana una pittura vivissima dell’idea in esse circoscritta. Nessuno leggerà il famoso verso del divino poeta: «Graffia li spirti, li squoja, ed isquatra» come leggerebbe quello soavissimo’: «Dolce color d’orientai zaffiro.» Ma chi potrebbe negare che nelle parole «squoja e isquatra» vi sia un colore e un suono che ricorda il sangue e lo sgretolio che si sente nel franger le ossa, e nelle parole «■ dolce color d’orientai zaffiro,» vi sia invece una tinta serena, lucente, un’armonia soave che rapisce? Si domanda: se alcuno di Voi, ottimi e valenti Signori, volesse o dovesse musicare questi due versi, adopererebbe mai o lo stesso ritmo, o le stesse note, insomma lo stesso colore indifferentemente, dopo aver sentito bene e valutata ogni parola, ogni suono che dalla sola pronunzia di quei due versi proviene? Da tutto questo, per le applicazioni musicali, scende la seguente questione; e cioè: «la parola, per sé stessa, può, oltre al concetto, dare un colore trasfusibile nello stesso suono analogo istrumentale?» Io non tardo a crederlo. Vincenzo Bellini diceva sempre: «Datemi buoni versi ed io vi darò buona musica» e quando davvero li aveva avuti eccellenti da quell’eletto poeta drammatico che fu Felice Romani, il Bellini (lo scrive Lui stesso) prima di. musicarli, chiuso nella sua stanza, declamava con tutto il calore della passione la parte del personaggio, notando le inflessioni della propria voce, l’affrettamento o il languore della pronunzia delle diverse parole, e da tutto questo insieme di studio, gli scaturivano (sono sue precise parole) «i motivi e i tempi musicali adatti a dimostrare e trasfondere le passioni in altrui per me^o dell’armonia.» Ecco il perché, la nota musicale del Bellini si fonde sempre col colore della parola, si compenetra, s’incastra, come diceva il Rossini, quando analizzando il famoso duetto della Norma: «In mia mano alfin tu sei» questi diceva: «sono qui talmente incastrate le note nelle «parole e queste in quelle, che formano un insieme «completo e perfetto.» Ed io proprio non capisco come oggi in Italia da alcuni si predichi tanto contro questa filosofia dell’arte musicale, a bene valutare il valore e il colore della parola da musicarsi! Io non lo capisco, perché questa critica mi pare una contraddizione in termini del vero e del bello, mi pare una contraddizione in termini con le tradizioni storiche delle nostre glorie musicali, le quali, dal Lulli al Verdi inclusive, toccarono l’apogeo della fama, appunto perché, oltre all’adoperamento di tutti i mezzi dell’arte, in molti punti delle loro opere esse mantennero alla parola la sua naturale armonia, il suo colore, il suo naturale suono. Riccardo Wagner disse nel 1880: «Tutti mi credono «un orco in riguardo alla musica italiana, e mi ponce gono in antitesi con Bellini. — Ma no, mille volte «no! — Bellini é una delle mie predilezioni: la sua «musica é tutta cuore, legata intimamente alle parole.. «La musica che io aborro e quella vaga, sconclusionata, «che si ride del libretto e delle situazioni.» In questa espansiva generosità dell’Alemanno, io non trovo nessuno sforzo, perché noialtri italiani, fino dai primi tempi del melodramma, si sapeva e si sentiva, per naturale sentimento, la colleganza intima tra la parola della poesia e la musica, e si sapeva e si sentiva che da tale colleganza poteva scaturirne fonte di vero, di bello e di purissimo canto. In Bellini si personificò tale sentimento forse più continuatamente che in altri, e tutta l’opera di questo Genio fu appunto costantemente riposta nell Iniziare fino dal 1827 una riforma psicologica nell’arte del comporre, sempre e poi sempre fondata sull’intrinseco suono é colore tra la parola e la melodia. I ■ (Continua). — 353 ★ Il Corpo di musica municipale di Milano si recò, come abbiamo annunciato, a Torino, per darvi due concerti di beneficenza. Il successo artistico fu completo, i nostri bravi professori festeggiatissimi e vive congratulazioni ed applausi ebbe il maestro direttore Guarneri. L’ospitalità torinese ebbe campo di mostrarsi anche questa volta, e come sempre, grandissima. ★ In un concerto Wagneriano, testé datosi a Bresiau, venne eseguito il finale degli addii di Wotan e Brunhilde con un a solo di trombone che faceva le veci del tenore. E, tanto per rendere efficace il fracasso del pezzo musicale, l’intelligente direttore dello stabilimento, in cui aveva luogo il concerto, non ha trovato di meglio che di improvvisarvi un accompagnamento... pirotecnico; fuochi di bengala, luce elettrica, razzi e candele romane!!... Il pubblico rimase sbalordito. Oui, cela s’est passé a Bresiau! ’k Un amatore di cifre, ha fatto il calcolo, che i 2552 teatri sparsi negli Stati Uniti d’America del Nord rappresentano, insieme, un valore di 150 milioni di dollari. L’amatore di cifre è, beninteso, americano puro sangue. ★ Il nuovo teatro di Schwerin, attorno al quale lavorano più di 200 operai — giorno e notte — sarà quel che si dice a prova di fuoco. È tutto quanto costrutto di pietra e ferro. Tutt’al più, gli spettatori, invece di bruciar vivi, potranno far la fine di San Lorenzo... Scherzi a parte, la nuova costruzione è molto opportuna, e dicesi molto ben fatta. ★ Nelle scuderie reali di Madrid si è scoperta... una voce — una stupenda voce di baritono: La persona che la possiede è certo Santiago Leon. Il generale Reina ed il marchese di Villasegusa hanno fatto assaggiare quella voce nè più, nè meno che se fosse un diamante — e credesi fermamente che Santiago lascierà la spazzola e la striglia per i trionfi ed i fascini della ribalta. Se Santiago fosse un uomo di genio, invece di un canarino, scommettiamo che nessuno s’occuperebbe di lui. ★ UArt Musical di Parigi, assicura che la salute di Liszt è eccellente. Il grande compositore trovasi in Tirolo, presso una antica sua allieva, la signora Sofia Menter, colla quale suona spesso pezzi a quattro mani. ★ Un caso di longevità straordinaria venne dato nell’anno 1814 da certo Bartolomeo Johnson, di Scarborough ( Inghilterra ), che mori il 26 febbraio all’età di 101 anni. Era un gentleman violoncellista di prima forza, venerato dalla nobiltà e dalla gentry della sua contea. Al ioo.° suo giorno natalizio, gli fu offerto un gran pranzo. In quella occasione, il vegliardo Johnson suonò sul violoncello un minuetto ed un trio — da lui appositamente composti — con una precisione ed una verve, che mandarono in visibilio i suoi amici ed ammiratori. ★ Gèmma Luziani, fece la sua prima apparizione ai Promenade Concerts di Londra, il 17 corrente. Destò grande impressione col Concerto in Mi minore di Mendelssohn, e fu chiamata e richiamata più volte fra gli applausi di uno scelto uditorio. ★ Nella chiesa di Salisbury (America) l’organo da poco costrutto, e di certo valore, cacciava da qualche tempo suoni orribilmente scordati. Dopo aver torturato, in vano l’innocente istrumento per ricondurlo all’armonia delle voci, si scoperse che un’amorosa coppia di sorci si era bellamente annidata presso la tastiera! Dicesi, infatti, che questi rosicchianti amino la musica... Come tutto è originale, in America! ★ Secondo la Zeitschrift für Instrumentent)au, esistono attualmente in. Germania 424 fabbriche di pianoforti, con un totale di 7834 operai, le quali producono 73,000 istrumenti all’anno. La metà si esporta in Inghilterra, Australia, Messico, America del Sud, ecc. I pianoforti tedeschi destinati all’estero sono, generalmente, di qualità superiore e rappresentano un valore di 19 milioni di franchi. ★ Da una finestra di Canal Street, a Nuova Orléans, è esposto un «violino silenzioso per eserciti.» Un giornale locale fa osservare, in proposito, che una grande fortuna attende quell’inventore di pianoforti e trombette, il quale ne fabbricasse per identico scopo! ★ in’imes di Salisbury (America), narra che un signor Whittington possiede un vecchio violino di una dolcezza di suono comparabile. Questo violino venne trovato, or son 40 anni, in camino nella contea di Northampton, pieno zeppo di polvere, scopritore del rarissimo istrumento ne tracciò la storia, e potè inun Lo accertare ch’era stato importato in America dal governatore Dinwiddie, dall’Inghilterra, veiso l’anno 1665. L’editore del giornale ut sopra, ha provato quel miracolo di violino, e non esita a dichiararlo una fenice del genere. Siccome la reclame è nel Nuovo Mondo una fenice di... audacia, così mettiamo il nostro punto interrogativo alla grande scoperta. ★ Col i.° ottobre, e nelle magne forme della solennità, deve aver luogo l’inaugurazione del nuovo teatro Nazionale di Pesth. Si rappresenterà il Faust di Gounod, tradotto in ungherese. La metropoli magiara è in grande aspettazione. ★ Un baritono poveraccio è il Lassalle. Egli aveva una parte di proprietà nei terreni di Pornichet — ei’ ha venduta ad una Società inglese per la rotonda e bella cifra di 500,000 franchi. Le pauvre homme! esclama il Ménestrel. "fc Una lapide recante l’iscrizione della nascita dell’opera a Parigi, verrà quanto prima affissa al N. 42, rue Mazarin. Colà i Parigini, e precisamente la sera del 13 marzo 1671, udirono per la prima volta un’opera, Pontone, musica l’abate Perrin. ★ Durante un ballo datosi al teatro artisti, trasformato in sala da giuoco, persone rimasero gravemente ferite. di di si Cambert su parole delCahors, il foyer degli è sfondato. Venticinque ★ A Coburgo, si è portata la sovvenzione dell’Opera — per la stagione teatrale 1884-85 — alla somma enorme di 5,000 marchi (6,250 franchi!) Ces) allemands, quels prodigues! soggiunge Le Progrès artistique. ★ Domenica, 28 settembre, alle ore 2 fk, il Corpo di Musica Municipale eseguirà, ai Giardini Pubblici, i seguenti pezzi: 1. Polka — La Fantastica
■ 2. Sinfonia originale
3. Mazurka nel ballo Devâdâcy
4. Intermezzi dell’Arlésienne: a) Preludio; IP) Minuetto; e) Adagietto; d) Farandola
5. Valzer — La gioia del ritorno
6. Marcia-Inno — Un saluto a Torino
7. Galop — Fra tuoni e lampi
Rossari Guarneri Dall’Argine Bizet Giorza Vanzo Strauss ETNOGRAFIA MUSICALE ienamente d’accordo con l’egregio signor V. Ugolini, anch’io posso portare l’esempio d’una cantilena degli abitanti il versante nord dell’Etna. È un’aria che si canta ancora; ma — perché nata parecchi migliaia d’anni indietro, quando non c’era civiltà — addimostra che questo popolo sin d’allora — selvaggio — comprese l’estetica del linguaggio musicale. Ecco la cantilena: D-C. Questa canzone é stata sempre cantata a tre voci unisone, prima senza strumento d’accompagnamento — chè forse non ne conoscevano — ora con la cornamusa. Il pensiero nascosto nella cantilena prima era quello di chiedere in isposa una ragazza: cosi l’aria la faceva da paraninfo. Ora é quello di addimostrare l’amore, la benevolenza a una donna, ma senza nessuna idea di unione. — V. Maugeri Zangàra. Gilda Ruta — G. Palloni — Ciro Pinsuti — Mario Costa — Nicolò Van Westerhout — Georges Pfeiffer — G. De Crescenzo — Giovanni Bolzoni — Franco Faccio. — Edizioni Ricordi. Ogni volta che m’occupo di musica nuova mi trovo nel desolante imbarazzo della scelta, e quando l’Appendice è uscita mi assalgono i rimorsi, mi duole di non aver potuto parlare di qualche altro autore valente, simpatico, specialmente se giovane. La situazione diviene sempre più imbarazzante in ragione del tempo, non breve, che trascorre fra l’una e l’altra rassegna di cose nuove, continuando gli invii, colle preghiere e le raccomandazioni di dirne qualche cosa, magari di dirne male, ripetono in coro gli umili compositori; ma provatevi poi di dire la verità vera e di acconciare per le feste coloro che lo meriterebbero, e salvatevi se potete dai lagni, dalle proteste ed anche dalle minaccie. Per cui, da un gran pezzo, ho adottato il sistema di non occuparmi della troppa e troppo cattiva musica che si pubblica dappertutto, considerando il silenzio, il più indulgente, ma nel tempo stesso il più efficace dei trattamenti. Quanto ai non pochi autori dei quali la critica musicale potrebbe e dovrebbe occuparsi, non li posso mettere tutti in una sola infornata, perchè allora, invece di un articolo di critica finirei a scrivere un foglio di annunzi, con una riga o due al più per ogni pezzo. Stavolta non faccio questione di preferenza; prendo l’ultimo pacco voluminoso, inviatomi da un gentile editore, e poiché vi trovo dei buoni nomi, dei giovani ingegni promettenti, e delle composizioni simpatiche, me ne occupo subito; e cosi dal lato della novità, dell’attualità, di più nè di meglio ei sarà da desiderare. La singolarità, che si risolve in una fortuna, di questo ultimo invio, è che gli autori sono tutti italiani, meno il Pfeiffer, francese, il quale si compiace che le eleganti sue composizioni escano colle vesti nitide, graziose, dell’editore artista. Il Westerhout, bravissimo giovane, ad onta delle consonanti esotiche del suo nome di famiglia, è napoletano, di origine olandese, e per persuadersene basta vedere il suo tipo accentuato e udire il suo caratteristico accento, ambedue napoletanissimi. Del resto Napoli occupa un bel posto nel pacco. Ricordiano, tanto come qualità, che come quantità. La signorina Gilda Ruta, per esempio, nientemeno che con diciassette pezzi, e nella copertina ce ne sono annunciati venti, fra quelli per canto e pianoforte e quelli per pianoforte solo. La signorina Ruta è stata a Milano e come compositrice fu apprezzata assai. Io, se devo essere sincero, udendo la sua musica parevami che mancasse un pochino di solidità, di consistenza, che talvolta peccasse di reminiscenze, ma questa impressione dipendeva da una considerazione, anzi da una premessa sbagliata: quella di giudicare quei pezzi come fossero da concerto, mentre si tratta di vere composizioni da camera, e da questo lato hanno non solo i requisiti voluti, ma hanno anche pregi molto notevoli. Aggiungo che alla lettura guadagnano, ei si trova la spontaneità, la chiarezza, la melodia che campeggia, le forme snelle, la buona condotta, l’armonia corretta, ed hanno un grande requisito: quello che quasi tutti i pezzi finiscono bene, con effetto, e con delle buone trovate; mentre ce ne sono alcuni che nel principio paiono rifritture, e vi si scorge qualche altro compositore che fa fatica a nascondersi, come nella Prima Gavotta, il cui motivo iniziale ricorda spiattellatamente quello della deliziosa Gavotta di A. Thomas, nella Mignon. Nei pezzi per canto la signorina Ruta è affettuosa, sentimentale, sempre appoggiata alla base melodica, e poi piace tanto a me, la brevità, quel finire presto e bene, mentre ei sono degli autori di più gran polso, anche più inventivi di lei, che non finiscono mai, a fòrza di menarè il cane per l’aja, mentre nella musica da camera, io l’ho cantato in tutti i tuoni, la brevità è indispensabile. Fra le migliori cose per canto della Ruta noterò: la Marinaresca, dedicata alla Regina, nel genere popolare, un po’ tostiano; Non dimandar, melodia romantica con una bellissima conclusione di stile drammatico; Voglio guarire, che comincia un po’ alla buona, ma finisce benissimo, parmi con molto effetto, ed anche in tutte le altre ei sono pregi che ne faciliteranno la diffusione. I pezzi per pianoforte della signorina Ruta, si possono dividere in due categorie: quelli originali e quelli che sono una voluta, determinata imitazione dell’antico, della musica incipriata specialmente. Fra questi ultimi metto le due Gavotte, e preferisco la seconda per il suo maggiore carattere arcaico; è una vera imitazione di stile, mentre nella prima, come già dissi, c’è un ricordo moderno, un pochino troppo palese. Anche nella Bourré l’imitazione è felice e mi sembra si avvicini, più che ad altri, allo stile dall’Hændel. L’aria di Danza è un quid medium, molto aggradevole e ben fatto, fra il moderno e l’antico, mentre l’altra che si chiama, con precisione, Danza del XVII secolo, mantiene la sua promessa ed è fatta con molta ingegnosità d’intrecci e gusto armonico. Dei pezzi originali per pianoforte solo, metto in cima d’ogni altro Mesta serenata, il quale fece già tanta impressione suonato con dolcezza ed espressione dall’autrice, ed ora ch’è stampato, sarà, ne sono sicuro, venduto a ruba: in questo pezzo, oltre la graziosa cantilena, l’idealità del colore, e la mestizia sincera, c’è, se non isbaglio, più che nelle altre composizioni della Ruta, qualche cosa di personale, di intimamente suo, senza di che non ei può essere stoffa di vero compositore. Tanto carina, poi, profumata, fantastica la Primavera, specialmente in principio ed alla fine: anche questo pezzo è dedicato alla nostra Regina, e, davvero, con j molta opportunità. C’è poi un allegro appassionato, che ha dei buoni particolari pianistici, uno scherzo abbastanza Mendelssohniano ed una Elegia calorosa molto ■ e appassionata. 354 — Le composizioni della signorina Ruta si raccomandano per innegabili pregi musicali, ma ne hanno anche un altro di valutabilissimo oggigiorno; quello di prestarsi al bisogno così sentito, che ei sia della musica, specialmente per pianoforte, la quale si presti all’intelligenza ed alle forze meccaniche di tutta quella faraggine di oneste persone, di dilettanti, di signorine che potranno decifrare e suonare la musica della Ruta senza rompersi il cervello, nè le dita, ma sopratutto senza corrompere il gusto, e senza offendere l’orecchio degli ascoltatori; quelli, voglio dire, che hanno l’animo onesto e l’orecchio delicato. Non faccio un merito alla signorina Ruta, nè mi stupisco che abbia scritte delle leggiadre composizioni, sebbene appartenente al sesso gentile, tutt’altro che debole. A Napoli, che ha ispirati gli stupendi romanzi di Matilde Serao, non dee far meraviglia di deliziarsi colla Mesta serenata, e di sapere poi che l’ha composta una donna. Nella musica per canto da camera abbiamo tre autori, il Pinsuti, il Costa, il Palloni, i quali hanno un nome e si sono acquistata una posizione da non permettere alla critica di trattarli da novellini. Il Pinsuti è stato per molti anni apprezzato a Londra, ove fece fortuna colle sue gentili canzoni, ed il Costa, ch’è più giovane, lavora ora molto nella metropoli inglese, è nel periodo ascendente ■ed è molto ricercato nei convegni più a modo, anche per la sua presenza simpatica e la garbatezza dei modi. Il Palloni, a Roma, è uno dei maestri di canto più apprezzati dalla numerosa colonia forestiera: la Storia mesta è uno dei suoi migliori pezzi pel giusto ed intimo rapporto della nota colla parola e per una squisitezza di sentimento che spiega la dedica alla signorina Alice Barbi, cantatrice ed interprete esimia. Il Pinsuti ebbe sempre una specie di devozione per le tradizioni italiane, e nella sua musica non vi sono mai quegli strani tentativi, i quali, guai se mancano di spontaneità, se non sono il risultato di un vero temperamento artistico. L’ultima composizione del Pinsuti, pubblicata dal Ricordi, è una melodia intitolata II Libro santo, di cui mi piace molto la parte quasi declamata in principio, accompagnata da un bel disegnino melodico, e di molto effetto lo slancio drammatico alla fine, Se non per te intorno l’aere si oscura. Le due ultime composizioni di Mario Costa sono musicate sopra due celebri poesie di Alfredo De Musset: fai dit à mon cœur e La Chanson de Barberine. Il signor Costa che, anche lui, ha incominciato col seguire le pedate del Tosti, si è poi fatto un modo a sè, e in queste due cosine francesi, che sono di una estrema e certo voluta semplicità, c’è anche un simpatico profumo personale. E tanto carina quella fai dit à mon cœur; ma, mi scusi, caro signor Costa, se nella seconda battuta del preludietto ella mi avesse privato di quell’urto del fa diesis col si naturale, mi avrebbe risparmiato una penosa e disaggradevole impressione. Sono bazzecole, è vero, sono note di passaggio e oggigiorno si fa molto di peggio, pure io sono d’avviso di permettere tutte le licenze possibili, immaginabili, qualunque calcio alle regole, purché l’orecchio non ne soffra. Ella mi risponde, ne sono sicuro, che si finisce coll’abituarsi, ma io le garantisco che non mi ei abituerei. Ora sono lieto di presentare ai buongustai, ai musicisti sensibili e delicati, alle persone amanti di un ideale forbito, una composizione che mi sembra di singolare bellezza, degna di ottenere un doppio successo, artistico e popolare: La Serenata del signor Van Westerhout, giovane e quasi nuovo compositore, molto conosciuto, apprezzato a Napoli e che con questo suo bel lavoro credo si farà conoscere ed apprezzare, dovunque penetrano le edizioni del Ricordi, cioè a dire dappertutto. La melodia è vaga, patetica, da trasportare subito colla fantasia in mezzo a quel divino golfo, in una notte estiva; questa impressione è meglio determinata dallo squisito accompagnamento, ch’è un continuo arpeggio pianissimo, ad una corda sola, intrecciato fra le due mani, ed interrotto periodicamente da alcuni accordi strappati, molto arditi, ma di una arditezza gustosa e quindi accettabilissima. Da principio, nelle prime battute, c’è come un lieve ricordo dell’^w Maria sul famoso Preludio di Bach, ma poi la rassomiglianza sparisce per dar luogo alla ispirazione personale del signor Westerhout. Ciò che avvi di veramente ammirabile in questa Serenata è il crescendo del colorito e della passione, nelle due ultime pagine, specialmente sul passaggio in sol minore: «No.... non canto per te! ma per te piango Qui, presso la tua porta, E impreco a ’l mio destino; E strappo, e strappo, e infrango Le corde a ’l mandolino.» Qui la passione è veemente: i due sol in ottava, sulla parola strappo, sono efficacissimi al pari degli accordi, strappando con forza, dell’accompagnamento. Parecchie altre volte ebbi occasione di occuparmi delle belle composizioni per pianoforte del signor Pfeiffer, che a Parigi è molto stimato per il suo talento di musicista ed anche molto amato per le più rare qualità dell’uomo per bene. Sono quattro i pezzi del Pfeiffer editi recentemente dal Ricordi, fra i quali la seconda edizione di una mazurka spigliata, di grande effetto, che l’autore ha riveduta e digitata. Degli altri tre preferisco la 2.m‘ Barcarolle, perchè non è delle solite, nemmeno in sei per otto, ma collo stesso effetto di ondulazione, ottenuto con un accompagnamento nuovo, originalissimo. Questa Barcarola, che non è di una grande difficoltà, è uno dei pezzi migliori che un dilettante possa studiare ed ottenerne effetto suonandola nei privati convegni, meglio che certi altri pezzi di certi altri autori, troppo indigeribili. C’è molto valore artistico nella Novellette, nella quale il signor Pfeiffer ha fatto bene di attenersi un po’ allo stile di Schumann, che si può dire è il creatore del tipo e del titolo. Il Valse-Caprice è pure assai ben fatto ed esige, parmi, una esecuzione pianistica vivace, spumeggiante, da ottenere un grande effetto, appartenendo al genere dei così detti pezzi di bravura. Il signor De Crescenzo mi trasporta di nuovo in Italia, senza fare un salto periglioso; anzi tutt’altro, chè la sua Gavotta è una composizione di ottimo stile, perfettamente in carattere, senza pedissequa imitazione di verun parruccone e con un senso di modernità molto aggradevole, specialmente nel brano in si maggiore e poscia in tutto il trio. Due ricordi molto interessanti e graditi dei Concerti orchestrali della Scala sono il Minuetto di Giovanni Bolzoni e lo Scherzo, frammento sinfonico, di Franco Faccio. Il Minuetto dell’egregio musicista piacentino è ridotto molto bene dal signor Chiusuri, il quale ei ha messi tutti gl’intrecci ingegnosi, con chiarezza e con esecuzione non difficilmente superabile; c’è anche una riduzione a quattro mani. Nello Scherzo di Faccio, egregiamente ridotto a quattro mani dal Mapelli, c’è una brillante invenzione, c’è lo slancio voluto da questo brano che rappresenta la parte brillante della Sinfonia, e c’è, merito precipuo, il vero stile sinfonico, senza superfetazioni romantiche, nè descrittive. Mancano gli altri tre tempi, e perchè il mio carissimo Faccio non li scrive, non li fa eseguire, e non dirige egli stesso una Sinfonia tutta intera, di sua composizione? Sarebbe desiderabile per l’arte, per lui, e per il colto e rispettabile pubblico. Non c’è nemmeno bisogno di dirlo, che tutte queste nuove pubblicazioni del Ricordi sono, come edizioni, altrettanti gioielli, tanto nei frontispizi d’una semplice eleganza, come in quelli che sono ornati artisticamente. Nella copertina delle composizioni della signorina Ruta, c’è spesso un suo bel ritrattino e nelle due dedicate alla Regina, un delizioso paesaggio di un nuovo artista, il Montalti; il quale ha un talento veramente singolare che aveva già dimostrato nelle illustrazioni bellissime della Cavalleria Rusticana del Verga. Il Montalti mette nei suoi disegni, anzi nei suoi schizzi a colore, la luce, la vita, il vero, tradotto stupendamente con pochi segni. (Dalla Perseveranza) Filippi. Nel mondo musicale Eugenio Pirani gode giustamente fama tanto come pianista quanto come compositore, ed anche qui a Trieste l’abbiamo già conosciuto vantaggiosamente sotto questo duplice aspetto. Alcune sue composizioni per pianoforte, recentemente edite dallo Stabilimento Ricordi di Milano, ei porgono oggi occasione propizia di parlare del Pirani e noi lo facciamo di buon grado. Parleremo prima dei due Studi Op. 19, in cui non solamente è raggiunto lo scopo tecnico e meccanico di ottave e note doppie, ma pure si fa valere il lato assolutamente musicale; sono eziandio melodici e privi di quelle aridità pedagogiche che assai di spesso s’incontrano in composizioni di simil genere. L’altra, Op. 18, contiene tre pezzi di genere caratteristico e s’intitolano: N. 1, Murmures de la mer, che ritrae il mare, non il procelloso ma quello che descrive il Chiabrera nei bei versi: Quando avvien che un zefiretto Per diletto Bagni il pie’ nell’onde chiare, Sì che l’acqua in sull’arena Scherzi appena, Noi diciam che ride il mare. Il N. 2, Souvenir de Tyrol, è una canzone tirolese variata con un ritornello che imita il canto speciale di quei montanari (lodeln). UN. 3, Notturno, è di genere più intimo. Queste tre composizioni non sono tanto difficili come gli Studi, ma di effetto sicuro, che certamente sarà raggiunto dalle dita di un esecutore intelligente. A noi non resta altro che raccomandare questi lavori del Pirani ai nostri pianisti d’ambo i sessi. (L’Lndip elidente). Corrispondenze FIRENZE, 24 Settembre. Scarsezze di musiche — Le operette al teatro Nuovo — I preparativi per il Pagliano e le speranze per la Pergola. OO1 musiche siam sempre, se non allo stremo, a stecchetto, imperocché, tranne il teatro Nuovo sulle cui scene folleggiano Armi e Amori, Guerra allegra, Madama Angot, Satanello, ultimo gran successo di Parigi, come portano i manifesti, e simili, sulle scene degli altri teatri non si fanno che preparativi, più o meno cospicui e più o meno alla sordina, in aspettativa di prossime maravigliose comparse. E veramente al teatro Nuovo abbiamo una molto notevole compagnia, condotta da Castagnetto, non solo commendevole per buoni elementi nella parte vocale, e per un buon direttore, signor P. Romano, ma sì ancora per bellezza e sfarzo di vestiari, d’arredamenti e scenari. E quel Satanello è una vispa e briosa operetta condotta sopra un fatto pieno di piacevolezze e di comici intrighi, senza lordure troppo evidenti, sicché trattiene con diletto il pubblico fino alla chiusura dell’opera del maestro Varney. Se non che a me pare che in oggi queste operette, che dovrebbero contenersi nei limiti della semplice festività e di quella spigliata semplicità che s’addice al genere, tendano un poco, e non di rado, a farsi tronfie e magnifiche per frastuoni e per proporzioni di forme, massime nei pezzi concertati, da voler rivaleggiare colle operone tragiche e drammatiche, a scapito delle naturali primigene fattezze, a somiglianza della gazza che si fa bella delle penne del pavone; e quasi rinnovando gli artisti barocchi che presero a imitare il gran Michelangiolo, nelle protuberanze dei muscoli e nelle arditezze degli scorci. Scritture belle nell’apparenza, ma che lasciano svanire la formosità dei caratteri per la qualità dell’inchiostro che lascia di sè orma fuggevole. Non mi trattengo su qualche Messa eseguita in occasione di qualche solita festa, tanto per rifocillare la devozione dei fedeli. Non dirò di qualche altro trattenimento dove la musica venne adoperata a generoso sussidio per gli infelici percossi dal choiera; sussidio che invero è stato edificante per lo slancio di carità dei nostri fiorentini, in mille guise richiesti di beneficenza e di soccorso, e mai invano. Dirò invece che per la prima quindicina d’ottobre sono annunziate alcune rappresentazioni straordinarie della Favorita al Pagliano, e che son già sui pubblici cartelli annunziati i nomi di taluni artisti. E vuoisi che questo sia un preparativo o tentativo’ finanziario per far poi strada all’aspettata e desiderata Gioconda. 355 XW hic a l e d 1: Alla Pergola poi si parla sempre della provvida impresa Boracchi, della generosità della quale Firenze ha sempre viva la memoria nel Mefistofele dell’anno passato, e le cui bellezze si sentono ora ammirate nella lontana Dublino. Si dice ancora che Boracchi stia meditando un Roberto il Diavolo che a noi vecchi farà risovvenire la magnificenza dell’impresa Lanari, ed un’Ebrea non da Ghetto, nè da Sinagoga, ma degna del tempio di Salomone. E noi tutti auguriamo al Boracchi i guadagni che il Roberto procacciò ad A. Lanari, e, per giunta, che ei possa, come lui, edificare un palazzo di residenza nella città dei fiori. E con questa odorosa metafora do fine alla mia esigua corrispondenza, contento che ne abbia un qualche pascolo il naso, e pago ch’ei ne fiuti qualche olezzo vicino. V. M. GENOVA, 24 Settembre. Gli spettacoli musicali al Politeama. ■ N mezzo a tutti i timori, a tutte le ansie per la temuta invasione del maledetto choiera — ed ahi, pur troppo abbiamo già avuti i primi échantillons! — l’impresa del Politeama continua impavida il corso della sue rappresentazioni musicali, favorita da un discreto concorso di pubblico plaudente al valore degli artisti ed alla loro buona volontà. Vi ho già parlato dell’esito della Favorita, lodevolmente interpretata dalla signora Leonardi e dai signori Massimi, Bachs e Giommi, debbo ora darvi notizie dell’esito del Faust, che subì alcune peripezie essendosi indisposta la prima Margherita, cioè la signorina Rosina Isidor, la quale appena appena riuscì a far una sola rappresentazione onde non recar danno all’impresa, e quindi dovette essere surrogata. Per fortuna dell’impresa, e anche dell’esecuzione dell’opera, fu chiamata a surrogare la Isidor, la signorina Margherita Giollini, una giovane artista che pella parte capitale del capolavoro gounodiano sembra esser nata a bella posta. La figura graziosa, elegante, bellissima le dà il vero tipo della parte, e quando si aggiunga a ciò l’azione scenica corretta, efficacissima sempre, la voce simpatica, insinuante, se non voluminosa, e l’ottimo metodo di canto, ben si può dire che miglior scelta l’impresa non poteva fare. Il pubblico fu d’egual parere e gli applausi onde fu a tutti i pezzi salutata la signora Giollini in tutte e tre le sere in cui si eseguì il Faust, confermarono il bellissimo successo della medesima. Anche gli altri artisti se la cavarono con lode, così la signorina Leonardi, che gentilmente assunse la parte di Siebel, e che dovette replicare la ballata Le parlate d’amor: così il tenore Massimi, il baritono Bachs e il basso Giommi, i quali gareggiarono di valentia e di buon volere. Pel momento null’altro v’ha di nuovo. Se il choiera ei lascerà tranquilli, è facile che l’impresa continui la stagione a tutto ottobre, beninteso con altri spettacoli. Se poi, per somma sventura, il terribile morbo non si allontanasse tanto presto, allora il teatro si chiuderebbe, con grandissima jattura del pubblico e sopratutto della sfortunata classe musicale che quest’anno ebbe già a subire i dolorosi effetti delle tristissime condizioni in cui versò la salute pubblica in Italia Minimus. TRIESTE, 23 Settembre. Serata d’ònore — Carmen — Concerto di beneficenza — Il Guidaccordo. Il nuovo negozio di musica Vicentini. ni nnanzi a un pubblico affollatissimo, nella scorsa settimana, ebbe luogo al
| Politeama Rossetti la serata d’onore della signorina Toresella, la quale,
come d’uso, venne regalata di molti fiori e doni di valori, accompagnati da fragorosi, unanimi e questa volta ben meritati applausi. Oltre alla Lucia, la predetta artista coll’aria dell’atto secondo nell’opera i Puritani, seppe mettere in evidenza tutte quelle qualità volute per essere di primo grado. Ho detto erroneamente nella mia passata, che essa fosse nata a Trieste, invece nacque a Tiflis, venne però qui assai giovinetta, cosicché si potrebbe chiamarla concittadina, se non di fatto, di nome. Dopo cinque rappresentazioni dell’opera Lucia di Lammermoor, sabato andò in scena la Carmen di Bizet eseguita dagli stessi principali artisti della primavera scorsa. Lascio da parte la questione se stia nell’interesse dell’impresa la riproduzione di questa opera dopo pochi mesi e dico subito che il numeroso pubblico lasciò il teatro dopo la prima dell’attuale riproduzione non del tutto contento e quindi l’esito complessivo non corrispose alle aspettative e speranze di chi desidera che le cose vadino benino. Nè il tenore Mozzi, ancora indisposto, nè la Frandin hanno saputo destare quell’applauso intenso e generale, che è segno della soddisfazione dell’uditorio reale, vale a dire pagante. Però nel duetto dell’ultimo atto questi due artisti provocarono una manifestazione di generale aggradimento. Eccellente la signorina Nowah sotto ogni riguardo: il baritono Magini-Coletti è sempre un cantante dalla voce simpatica ed intuonata e di un corretto modo di porgere e quindi ■ l’applauso è a posto. Le signore Milanesi e Donati nelle loro parti di Frasquita e Mercedes hanno completamente soddisfatto, e così pure il basso Vileimi in quella di Zuniga. Le parti del Dancairo e del Remendado erano sostenute sufficientemente bene dai signori Ortali e Dorigo. Passabile il coro. Ciò che questa volta è realmente meglio dell’altra è l’orchestra diretta dal maestro Gialdini, il quale sa dare alla musica del Bizet un’interpretazione fina ed artistica. I preludi dei quattro atti ebbero un’esecuzione tale da rendere soddisfatto l’uditorio il più esigente; dell’ultimo si chiese e si ottenne la replica. Alla seconda rappresentazione gli applausi erano più frequenti e c’era quel che si dice un teatrone. Ieri sera all’Unione Ginnastica ebbe luogo un concerto istrumentale e vocale a favore dei danneggiati dal colera nella città di Napoli. Si sa che in simili occasioni la critica deve mettersi i guanti e fare il viso sorridente, però questa volta non ha bisogno di ciò e può lodare coscienziosamente in quanto all’esecuzione dei singoli pezzi del programma, ma potrebbe forse trovare a dire sulla scelta di alcuni numeri di questo. Ma lasciando ciò e senza entrare in particolari, faccio per ordine alfabetico i nomi degli esecutori, che erano le signore Corain e Toresella e i signori Cremaschi, padre e figlio, Dezorzi, Fabro, Piacezzi e Rota. Prese pure parte al trattenimento la Banda Sociale diretta dal maestro Roman. Tutti naturalmente hanno colta larga messe d’applausi, i quali, talvolta furono entusiastici. Lo scopo benefico fu pienamente raggiunto; mi si parla d’un introito di lire 5000, ed anche in questa circostanza la proverbiale splendida carità triestina non si è sbugiardata. Ho letto tempo fa, ed anche nella Gaietta Musicale, che all’Esposizione nazionale di Torino trovasi esposto il Guidaccordo di Picciola Orazio di Macerata, apparecchio d’ingegnosa invenzione per accordare i pianoforti. Un apparecchio consimile lo possiede già da quarant’anni il negozio di musica della vedova Maria Vicentini. Ecco come le idee s’incontrano. E già che ho nominato questo negozio di musica, che anche rappresenta la casa Ricordi di Milano, dirò sul conto suo alcune parole. Nel 1813 Domenico Vicentini, che fra parentesi era un bell’originale, aprì in questa città e precisamente in piazza della Borsa al N. 601 l’anzidetto negozio di musica, il quale, sino pochi giorni or sono si trovava in quella ubicazione occupando un locale, per dire il vero, poco adatto, anzi quasi indecente, ma l’abitudine passa su molte cose e non ragiona e lo ha fatto anche per anni su questa. Ora questo negozio si è trasferito in via del Teatro, nella casa Stratti, in un locale che corrisponde per eleganza, comodità e disposizione a tutte le esigenze del progresso: epperò ei congratuliamo vivamente con quell’egregia ed avveduta proprietaria ch’è la signora Maria Vicentini. Al teatro Fenice abbiamo una compagnia d’operette che fa discreti affari. O. V. PARIGI, 23 Settembre. La Notte degli schiaffi, opera comica in tre atti di Hervé, alle Nouveautés — Il Gran Mogol, opera buffa in tre atti di Audran, alla Gaîté — Joli-Gilles ritardato. uè nuove operette. Dico «operette» per risolvere la questione che viene agitata tra i librettisti, il maestro ed il direttore del teatro, ogni volta che un nuovo lavoro musicale è ammesso ad essere rappresentato, e che gli uni vogliono definirlo «opera comica» e gli altri «opera buffa.» È più semplice e più esatto il chiamarlo «operetta.» Altrimenti che avviene? Quel che è avvenuto per le due di cui mi accingo a parlarvi, vale a dire che sul cartello la Notte degli schiaffi è qualificata opera comica, mentre è più che buffa, una vera farsa in tre atti, o quel che di là dai pirenei viene chiamato ■{arsela; invece, il Gran Mogol che avrebbe il diritto d’intitolarsi opera comica, vale a dire semiseria, è qualificata sull’affisso opera buffa. Ciò premesso, passo ad una breve ana• lisi delle due nuove produzioni leggiere. La Notte degli schiaffi mi fa rammentare, almeno pel libretto, quel buon uomo di zio di provincia, che scrivendo al nipote nella metropoli, gli diceva: «Ti mando il mio vecchio pastrano, perchè tu possa fartene’ fare un abito nuovo.» Lasciando da parte la contraddizione del vecchio e del nuovo, si può magari da un pastrano tirar un abito. Il contrario sarebbe difficile. Ed è appunto quel che è avvenuto per questo libretto. Ecco come; D’Ennery fece rappresentare (quaranta anni or sono!) un vaudeville in due atti con lo stesso titolo. Il vaudeville, benché applaudito, aveva il torto d’essere dilungato in due atti, quando avrebbe molto guadagnato ad essere condensato in un solo. Il signor Ferrier ha creduto bene, d’accordo con D’Ennery, di allungarlo in tre per farne il libretto dell’opera buffa o comica, che ha messa in musica quel bizzarro ingegno d’Hervé, cui si deve per altro il Piccolo Fausto. Figuratevi un buon bicchiere di vecchio bordò in una bottiglia d’acqua. L’argomento è alquanto infantile. Tutto si riduce a questo: Una giovinetta francese, di recente arrivata a Ferrara, s’è innamorata d’un ufficiale, e per impedire ch’egli parta per la guerra, gli fa pervenire un biglietto anonimo, che è un vero cartello di sfida. Gli dà per luogo di convegno il parco del Duca regnante; l’ora, la mezzanotte. Il suo disegno è d’applicare, col favor della notte, un bel ceffone sulla guancia dell’uffiziale, affinchè egli mettendosi, naturalmente in cerca dell’incognito autore di quest’oltraggio, arrivi troppo tardi per imbarcarsi sul naviglio che deve condurlo sulla costa africana, ove dpvrebbe combattere i pirati, e resti a Ferrara. Indovinerete facilmente che altri schiaffi vengono ad aggiungersi a quello che dà la giovine francese e che alcuni di essi cadono su tutt’altro guancie che su quelle alle quali erano destinati. Pallida imitazione della scena notturna delle Nozze di Figaro. Uno degli schiaffi va a colpire il viso del Duca di Ferrara, un personaggio oltremodo grottesco che ha la manìa di modellarsi su Luigi XIV e vuol fare del suo parco’un facsimile di quello di Versailles. Egli ha nome Ercole III. Come se fosse facile inventare un Duca di Ferrara, ignoto alla storia!... Quando si ha bisógno qui sulla scena d’un piccolo sovrano ridicolo si va a cercarlo, o piuttosto ad inventarlo, in un ducato italiano! Per finirla, la francese sposa il suo uffiziale, come bene immaginate ed è probabile che ne avrà un erede; anche più d’uno. Su questa specie di pasticcio riscaldato, Hervé ha composto una musica di café-chantant, nella quale si è applicato a far imitare il verso delle anitre (coin, coin) alla graziosa artista Margherita Ugàlde. Tutta l’opera è d’un’indole volgare, triviale e peggio. Se non fosse per gli artisti, tra i quali primeggiano la giovine Ugàlde (reduce dalla Russia) e Berthelier (il Duca di Ferrara), l’operetta avrebbe fatto uno di quei fiaschi che sono la rovina d’un direttóre di teatro. Ma il pubblico applaudisce gli artisti e mercè la claque e la reclame dei giornali troppo compiacenti, essa avrà un buon numero di rappresentazioni. Non maraviglierò, se fra pochi giorni leggerò nelle gazzettino teatrali dei grandi fogli del mattino la cifra (esagerata) dell’introito serale. Brutto segno! Regola generale: se leggete nei giornali la cifra dell’incasso, potete dire che l’opera pericola. Quando il successo è vero, legittimo, innegablile, non v’è bisogno di questo stimolante per adescare il pubblico. Altrimenti felice è stata l’altra operetta, intitolata il Gran Mogol, ed eseguita alle Gaîté con un lusso da emulare quello dell’Opéra. Essa era stata già rappre sentala a Marsiglia con successo. Audran, che non prevedeva ch’essa lo sarebbe dopo qualche anno a Parigi, ne aveva preso due o tre pezzi per intercalarli nella sua Mascotte. Ha dovuto rifarli per il Gran Mogol. Il libretto è di Chivot e Duru, che cominciano ad esaurirsi. L’idea principale riposa su d’una falsa leggenda;, secondo la quale il monile di perle bianche dell’erede del trono di Delhi diviene nero, se egli perde la sua... innocenza prima d’essere nominato Gran Mogol. Anche qui una giovine francese, trabalzata non si sa come nelle Indie e divenuta ammaliatrice di serpenti, desta amore nel cuore del principe Mignapour, ch’è l’erede del trono. Ma egli ha una cugina che^per regnare, dovrebbe sposare il principe; e questi non l’ama! Come fare? Essa lo addormenta a mezzo d’un narcotico, e durante il sonno gli mette al collo un monile di perle nere in cambio del bianco. Scandalo della corte in vedere che il futuro Gran Mogol ha perduto la sua innocenza prima d’ascendere al trono. Espulso vergognosamente da Delhi, l’infelice è esiliato a Kashmir; ma trova il mezzo di fuggire, e di ritornare a Delhi, travestito da vecchio fakir. Fortunatamente per lui; poiché si è rinvenuto in un vecchio cassetto del defunto Gran Mogol una lettera nella quale è detto -che la credenza del monile era stata sparsa a bella posta per far osservare al principe le leggi del buon costume e della morale. Riconosciuto innocente (e quand’anche noi fosse stato!) egli sposa la sua bella parigina. Come vedete, anche questo libretto è un po’ infantile; ma la musica è così amena, svariata, vivace, elegante, ben orchestrata, l’esecuzione cosi perfetta e la messa in iscena così lussuosa, che il successo è stato splendidissimo. Molti pezzi sono stati ridomandati, ed un duettino a mezza voce è stato replicato quattro volte — il che è un po’ troppo. Bastano sei personaggi al Gran Mogol; due donne, la Thuillier e la Gelabert, entrambe molto distinte, un tenorino, un baritono che tenoreggia, e due parti buffe. Ma v’è una tale quantità di coristi, figuranti, ballerine, ecc., ecc., che il vasto palcoscenico della Gaîté è appena capace a contenere tutta questa gente. Uno scenario magnifico, un ricco vestiario, le danze e tutto quello che può affascinare lo sguardo, concorre al felice esito di quest’operetta, che avrà senza dubbio un numero considerevole di rappresentazioni, senza che ricorra all’aiuto della claque, della reclame ed alla cifra dell’introito nei’giornali. E se questa cifra sarà pubblicata, almeno essa sarà vera. — A. A.. PS. Doveva avere luogo lunedì ultimo la prima rappresentazione di Joli-Gilles di Poise all Opéra-Comique, ma una caduta del baritono Fugère, che avrebbe potuto avere gravi conseguenze, poiché dal palcoseenico egli venne a rotolare nell orchestra per di sopra alla ribalta, ne ha ritardato l’esecuzione. Povero JoliGilles! Non ha veramente fortuna. V’è sempre qualche incidente che Io ritarda. Spero potervene parlare nella mia prossima lettera... se l’artista sarà ristabilito. A. A. BRUSSELLE, 20 Settembre. I teatri piccoli ed il teatro della Monnaie — Un debutto infelice — Reprise del Guglielmo Teli; signori Seguin, Verhees e signorina Hamann — Le prossime rappresentazioni — Un Successo... fragile. ggi vi parlo ancora del teatro della Monnaie, siccome il solo che meriti Sa, l’attenzione degli amatori della musica. Ciò nullameno l’Alcazar ha riaperto i suoi battenti col Cœur et la main di Lecocq — ma se n’è discorso appena. Quanto al teatro delle Galeries-Saint-Hubert, non pare ripiglierà sì presto il suo repertorio d’operette, poiché il Tour du monde, rimesso a nuovo, ben rappresentato e agrémenté da un bel ballo, attira ogni sera molta folla di spettatori. Malgrado i torbidi scoppiati da quindici giorni nella metropoli belga, e le preoccupazioni politiche che distolgono qualche po’ le menti dallo studio delle arti belle, le rappresentazioni del nostro massimo teatro, sono pur sempre attentamente seguite. Sopratutto, sala piena in certe sere che comprende l’abbonamento detto delle «prime.» — Questo speciale abbonamento, che esiste da solo un anno, permette ai titolari di assistere alla prima rappresentazione delle novità propriamente dette, come pure a quella di opere che non furono rappresentate dall’anno precedente. Nell’ultima mia corrispondenza vi aveva annunciato i debutti di due cantanti leggiere: le signorine Giulia Potei e Beringier. La prima doveva apparire nei Diamanti della Corona, lunedi 8. Fin dal principio della serata, l’uditorio era numeroso. Dopo l’ouverture o preludio, eseguito senza veruna finezza, e l’aria del tenore, cantata senza leggerezza — il che non era proprio fatto per mettere l’uditorio di buon umore — ecco la signorina Potei. Non si è mai sentita una voce così piccina nella sala della Monnaie. Taluni dicono che l’emozione la soffoca e che farà d’assai meglio in seguito, ma quanto più la signorina Potei canta, di tanto si estingue la sua voce. Il primo atto viene penosamente a fine — poi, il buttafuori si presenta al pubblico chiedendone l’indulgenza, l’artista sentendosi indisposta. Oh, sì molto indisposta! Mezz’ora dopo, nuova apparizione del buttafuori, e questa volta dichiara che l’indisposizione della esordiente s’è aggravata, che lo spettacolo non potrà continuare e che verrà restituito il denaro. Rendiamo omaggio alla calma ed alla moderazione del pubblico che se n’è ito quasi senza mormorii. Alcuni spettatori soltanto si sono trovati indisposti’ di tanta indisposizione. Vecchi abbonati ei assicurano che, da vent’anni almeno, non s’era verificato un contrattempo simile... Da quella sera, l’avviso ei ha promesso quattro volte i Diamanti della Corona colla signorina Potei, ina all’ultimo momento si cambia sempre lo spettacolo, e noi cominciamo col. credere che questi Diamanti finiranno... in fumo. Una rappresentazione davvero soddisfacente, è stata quella del Guglielmo Teli. Senza raggiungere l’ideale che ei sognavamo per questo meraviglioso capolavoro, bisogna pur riconoscere che, nel suo insieme, l’interpretazione di quest’anno è di molto superiore a-quella dello scorso inverno.^ La serata fu eccellente per il Seguin — un baritono dalla voce robusta, franca e ben posata. Buon musico ed attore discreto, questo artista si rivela un prezioso acquisto per le nostre scene liriche. Scegliendo la parte di Raul — per fare conoscenza col pubblico — il tenore Verhees ebbe piena ragione, poiché quella di Arnoldo gli è assai, meno favorevole. Trascinato da un eccesso di zelo, gli accadde spesso di spingere il suono, di soffocarsi, con isforzi faticosi per lui e per gli uditori ad un tempo. Tuttavia, aveva per compagna la Hamann che rifugge dai grossi effetti della sonorità; e ei tiene sopratutto a conservare le belle tradizioni dell’arte del canto. La sua ’ voce non è voluminosa, ma l’adopera con metodo, con gusto, e l’interpretazione della deliziosa romanza Sombres forési e del duetto che segue ha provato un * vivo istinto musicale congiunto a seri studi di vocalizzo. Un fatto che ha molto contribuito al successo delle rappresentazioni del Guglielmo Teli, si è che le parti secondarie erato tutte formate da artisti di valore. E così dovrebbe sempre essere quando si tratta di una di quelle creazioni del genio ove la perfezione trovasi effettuata così ne’ particolari come nell’insieme. Ed ecco che è sempre l’opera, la grande opera che attira la folla e tiene il pallio. I buongustai non s’interessano gran che alle progettate rappresentazioni d’opera comica, quello ch’essi cercano sopratutto sono le opere nelle quali apparirà la Caron. E queste opere sono: Sigurd, l’Ebrea e la Norma — in attesa dei Maîtres Chanteurs ov’essa creerà la parte d’Èva. Tutti i tentativi fatti per ottenere dalla direzione una ripresa del Lohengrin, andarono a vuoto. Si sarebbe temuto, pare, di compromettere la riuscita dell’altra opera wagneriana che, •— per la prima volta — sta per eseguirsi nel Belgio. Ci ricordiamo, tuttavia, di stagioni teatrali nelle quali furono rappresentate parecchie opere di Meyerbeer, di Gounod e di Verdi — ma, bisogna credere che il successo dei Maîtres Chanteurs è di una natura più fragile e che bisogna prepararlo con una sollecitudine tutta speciale, ed una prudenza affatto eccezionale.: • P. Z. ■ PIETROBURGO, 21 Settembre. Notizie varie. ome vi diceva, nella mia antecedente lettera, i nostri teatri d’inverno cobSsOU minciano, a poco a poco, a schiudere i battenti. Così, l’u del corrente si riaprirono i due teatri Imperiali (drammatico e d’opera russa). Anche quest’anno, come per gli altri, si sono inaugurate le rappresentazioni liriche con quel sine qua non ch’è La vita per lo Czar di.Glinka. Ben inteso: teatro pieno, zeppo. Gli artisti d’ambo i nuovo contralto, la dinario. La sera dopo, il sessi erano vecchie nostre conoscenze, eccezione fatta di un signora Piltz — che, lo dico subito, non ha nulla di straor12, si rappresentò VAida, ed abbiamo fatto conoscenza con tre nuovi artisti: signora Fride (Amneris) e signori Mikhailoff (Radamès) e Muratoff (il Re). Tutt’e l’arte delle scene. La signora Fride non memorabili concerti dati tre giovani molto, e perciò non peranco assuefatti almi era però nuova del tutto; l’ebbi già a udire in quei ’ qui lo scorso marzo e aprile dal gran Tamberlick. Possiede una voce simpatica, canta e fraseggia con eletta maniera, ed è assai notevole la nitidezza della sua pronuncia, così che nulla si perde delle parole. Il nuovo Radamès, nella persona del signor Mikhailoff, potrebbe fare maggior risalto se l’artista non si lasciasse impadronire dalla commozione. Non ha vóce estesa nè forte — ma canta correttamente; nelle note basse è debolino, e, per quel che mi pare, e forse attribuibile al patema d’animo, è di corto fiato. Del resto, a questi due artisti, che molto hanno di buono nel loro complesso, il pubblico è stato prodigo di generosi applausi, durante l’intera serata. Del basso Maratoff, sotto le spoglie del Re, non saprei dirvi qualche cosa di preciso, non essendo questa parte sufficiente per darne un giudizio corretto. Mi pare un basso cantante con voce anche troppo bassa, ecco tutto (e nell’opera russa v’hanno cantanti senza voce del tutto).. Lo scorso maggio si è fatto conoscere abbastanza favorevolmente nell’opera Feramors di Rubinstein, disimpegnando la parte del Falladin. Fra le rappresentazioni d’opere di vecchio repertorio, abbiamo avuto la settimana scorsa la prima rappresentazione della Rognieda di Sieroff, cori nuovi costumi e nuove scene. Ottima esecuzione, ’ con gran successo della signora Kameurky, che fu una protagonista insuperabile — notando che la sua parte è assai difficile. Col 16 corrente sono pure cominciate le rappresentazioni dell’operetta francese al teatro Piccolo. Finiti gli spettacoli al Livadia, la compagnia è andata su quelle scene, dove, dopo la partenza della gentile Margherita Ugalde, rimase la signorina Chevrier. Ora v’hanno débuts di nuovi cantanti, ma si può asseverare che l’insieme mutato riuscirà di molto inferiore in confronto della compagnia quale era al Livadia. Il 15 ottobre avrà luogo l’inaugurazione dell’opera russa comica, e ne sarà impresario l’ex-artista de’ teatri Imperiali, signor Sietoff, colui che tempo fa aveva la compagnia d’opera a Kieff, e che fu, la scorsa estate, impresario del teatro Arcadia. Promette di darci anzitutto II domino nero — opera finora nuovissima per Pietroburgo; poi, Fra Diavolo, Zampa, Dame bianche di Boieldieu, Postillon di Adam, I Dragoni di Villars del Maillart, ecc., ecc. Finisco dicendo un curioso incidente avvenuto durante la prima rappresentazione dell’opera Rognieda. All’atto quarto, proprio al momento più patetico, d’improvviso un individuo, grigio vestito e gesticolando a guisa di pazzo, uscì dalle quinte correndo a precipizio attraverso la scena. Questa inaspettata apparizione, fece sbellicare dalle risa il pubblico, ma non torna a lode del direttore di scena signor Kondratieff. — N. S. Giuntaci in ritardo per essere inserita, rimandiamo al prossimo numero le corrispondenze da Torino e Livorno. Notizie Italiane CITTÀ DI PESARO VENEZIA. — Un egregio amico nostro ei scrive: «lersera assistetti ad un piccolo concerto famigliare, ove, fra gli altri pezzi eseguiti da una brava suonatrice di pianoforte, udii la nuova Ouverture in Mi bemolle del maestro Renzo Masutto. «La composizione, trattata con felicissima indipendenza di forma, ottenne un pieno successo, anzi alcune variazioni nella parte più brillante furono interrotte da sinceri applausi, tanto si presentano graziose, e tanto risuonano gradite agli orecchi. «Io non parlerò dello stile della bella Ouverture, della dottrina a larga mano profusavi, chè questo compito lo lascio ai veri intelligenti; solo, da povero profano, osserverò, che alle ultime note risuonò per la sala un sonoro bis, ed il pezzo venne replicato, e maggiormente ancora gustato. «Codesta ripetizione a richiesta generale, dice assai più delle mie parole, essendo che dimostra il valore della bella composizione del Masutto.» Al distinto maestro le nostre congratulazioni. (Il Tempo). Teatri CREMONA. — Riceviamo dal nostro corrispondente: La sera del 23 andò in scena, al teatro della Concordia, la tanto aspettata opera del maestro Raffaele Coppola, Cid. — Il concorso del pubblico fu grande, ed il successo, se si deve considerarlo dagli applausi e chiamate al maestro e agli artisti tutti, è stato assai buono. La musica in generale fu trovata un po’ troppo elaborata, per cui alcuni pezzi riescono pesanti e l’azione languida. Le chiamate tutte sommate furono venticinque. — P. B. Poesie per Musica PRIMAVERA — E qualche giorno che un gentil bruciore Qui nel petto mi sento, amica mia; Dimmelo tu, delizia del mio core, Dimmelo dunque tu che cosa sia. — Svestirò i campi il lor gelato velo Palpitano d’amor la terra e il cielo, Parla d’amore la natura in festa, E... persin nel somaro amor si desta. (Proprietà letteraria). ZlSCA. Roscoff (Finisterra). — La signora Walvin-Taylor, pianista di molto talento, figlia del fu barone Taylor, fondatore di parecchie Società artistiche. La salma venne trasportata a Parigi e le esequie ebbero luogo il 9 settembre nella chiesa di San Martino, via Marais. Concorsi Caltagirone (Sicilia). •— Il Municipio ha aperto il concorso — per titoli e per esami — ài posto di Direttore dell’orchestra e della banda, con obbligo di concertare e dirigere in chiesa le Messe ed i Vespri. Stipendio, L. 2,000. Il concorso è aperto a tutto settembre. Liceo Musicale Rossini ANNO SCOLASTICO 1884-85. Col giorno i.° del prossimo mese di ottobre si apriranno le iscrizioni per l’anno scolastico 1884-85 alle seguenti scuole: 1. — Canto individuale e bel Canto per Uomini e Donne. 2. — Composizione. 3. — Organo. 4. — Violino. 5. — Viola. 6. — Violoncello. 7. — Contrabasso. 8. — Flauto. 9. — Oboe. io. — Clarinetto. 11. — Fagotto. 12. — Corno. 13. — Tromba, Cornetta, Trombone, Oficleide. 14. -- Arpa. Oltre allo studio principale, l’Armonia e il Pianoforte, come studi complementari, sono obbligatori per tutti gli allievi, come anche è per tutti obbligatoria la scuola di elementi di lingua italiana e latina, di storia e geografia. Le iscrizioni alle suddette scuole, per l’anno scolastico 1884-85, si prenderanno dall’indicato giorno i.° ottobre a tutto il 4 novembre successivo, presso la Segreteria del Liceo, nel locale provvisorio dell’ex Convento di S. Filippo, tutti i giorni, esclusi i festivi, dalle 9 alle 11 antimeridiane. Per conseguire l’iscrizione, i giovani dovranno esibire una domanda, in carta bollata da cent. 60, indirizzata al Sindaco, e i seguenti documenti: a) Fede di nascita; b) Attestato di buona condotta firmato dal Sindaco del Comune in cui l’aspirante ha domicilio; c) Attestato medico di sana fisica costitufione; d) Attestato di aver superato con buon esito l’innesto del vaccino, ovvero sofferto il vainolo naturale;, e) Attestato di aver superato il corso della ter^a elementare, 0 comprovarlo mediante esame, qualora fossero mancanti di titolo. I giovani non potranno essere ammessi nel Liceo prima degli anni 9, nè dopo i 14. Potranno essere ammessi nella scuola di canto i giovani e le giovani che abbiano superata l’età prescritta, a norma dell’art. 22 del Regolamento Generale. Col giorno 6 novembre, alle ore 9 del mattino, si darà principio agli esami di ammissione provvisoria avanti una speciale Commissione secondo il numero d’ordine col quale ciascun aspirante sarà stato inscritto. Gli allievi accettati alle scuole in conseguenza del buon esito dell’esame d’ammissione provvisoria, dovranno, dopo un congruo intervallo, essere confermati con un nuovo esame che li ammetta definitivamente, e nel caso di mal’esito saranno rinviati dal Liceo. Gli allievi dovranno conformarsi in tutto e per tutto alle discipline del Liceo, particolarmente alle disposizioni contenute nel Regolamento Generale del medesimo. Dato a Pesaro li $ settembre 1884. PER LA GIUNTA H Direttore del Liceo II Sindaco Comm. CARLO PEDROTTI. Gius. Vaccaj. Finché il secondo non ti vien, primiero; Che importa se ti chiameranno intiero? Fortunio. Quattro fra gli abbonati che invieranno l’esatta spiegazione, estratti a sorte, avranno in dono un pezzo di musica da scegliersi fra le Edizioni Ricordi, non eccedente il prezzo marcato di lordi Fr. 4 o netti Fr. 2. Nell’inviare la soluzione si deve in pari tempo indicare quale è il pezzo che si desidera in dono. SPIEGAZIONE DELLA SCIARADA DEL N. 37: Sai-gemma. Fu spiegata esattamente dai signori: R. Mainardi, L. Paronetto, C. Ruvidi, P. Palermi, E. Reviglio, G. Orrù, V. Montalban, P. B. Marconi, V. Faccanoni, C. Perodi, E. Ramperti, N. Cecchi, N. Tufari, L. Emiliani, M. Tornielli Bellini, F. Ghini, L. Savarè, G. Da Ponte, E. Marchesi, T. De Bezzi, A. Pasolini-Urtoller, V. Bianchi, P. Copello, F. Bianchi. Estratti a sorte quattro nomi, riuscirono premiati i signori: T. De Bezzi, G. Orrù, N. Cecchi, P. Palermi. Editore-Proprietario TITO DI GIO. RICORDI Oggioni Giuseppe, gerente. R. Stabilimento Ricordi. 358