Gazzetta Musicale di Milano, 1884/N. 41
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REDATTORE SI PUBBLICA DIRETTORE OGNI DOMENICA SALVATORE FARINA GIULIO RICORDI ANNO XXXIX. - N. 41. 12 OTTOBRE 1884 ★ Sommario: Isora di Provenga, di Luigi Mancinelli, al teatro Comunale di Bologna: Filippi. — Alcune osservazioni intorno alla Lettera critica scritta da Benedetto Marcello sopra il Libro dei Madrigali di Antonio Lotti: Avv. Leonida Busi. — Concerto sinfonico dell’Orchestra di Parma al teatro Dal Verme: Filippi. — Alla rinfusa. — L’Orchestra Parmense a Torino. — La mia casa: A. Ghislanzoni. — Corrispondenze: Napoli, Firenze, Bassano, Trieste, Ginevra, Parigi, Brusselle, Vienna, Londra, Pietroburgo. — Poesie per musica. — Necrologie. — Posta della Gazzetta. — Rebus. — Municipio di Piacenza. — Errata-corrige.
- Illustrazioni: Casa di A. Ghislanzoni a Caprino Bergamasco, disegno
di A. Montalti, da uno studio di F. Fontana. £££££*££££££££££££££££££££££££££££££££££££££«<! ISORA DI PROVENZA Musica di LUIGI MANCINELLI AL TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA uando Luigi Mancinelli, nei suoi lavori sinfon^’ s* rivelato un cosi sicuro ed originale coloritore, sorse nei suoi amici ed ammiratori la speranza che di tanto splendore di tavolozza egli si servisse per dipingere un dramma scenico, nel quale potesse aggiungere l’efficacia della voce e dell’azione. L’indirizzo odierno del dramma musicale, che trae tanta efficacia.dall’orchestra, giustificava questa speranza, tanto più coll’esempio del più grande dei nostri maestri, il Verdi, e poi del Ponchielli, del Boito, che alle loro opere diedero tanto rilievo e tanto effetto coi coloriti istrumentali. Al Mancinelli sorrideva, da parecchi anni, l’idea di comporre uno spartito adatto alla sua tempra, ma il difficile era di trovare un soggetto drammatico da musicare; questo scoglio terribile sul quale s’infrangono a dozzine le navicelle dei nuovi compositori, anche dotati d’ingegno e di sapere. Una delle più belle e immaginose leggende di Victor Ugo, l’Evir admis, colpi talmente il Mancinelli, ch’egli se ne innamorò, colla persuasione, giustificata dall’esito, che quella situazione culminante non solo gli avrebbe offerto il destro di una forte, efficace ispirazione, ma avrebbe contribuito alla teatralità del lavoro, anche se impernata sopra antefatti ed intrecci melodrammatici molto discutibili, come sono realmente quelli contenuti nei primi due atti del libretto. Del resto l’esempio non é nuovo di opere in musica i cui libretti, scipiti o farraginosi, sieno stati salvati dalla potenza della musica, e neppure é nuovo che grandi maestri, innamorati di qualche situazione, abbiano scritto capolavori sopra aborti melodrammatici che avrebbero schiacciati gli ingegni mediocri. Mi ac.contento di citare il Don Giovanni ch’é tutto nella musica del divino Mozart, mentre il libretto, di quello scioperato imbroglione dell’abate Da Ponte, è tutto quello che si può immaginare di più scipito e sconnesso. Il libretto, musicato dal Mancinelli, non resiste alla critica, se si esamina l’azione, la quale si compone di episodi, quasi tutti ingiustificati; ma però, dal punto di vista operistico, ha il vantaggio di presentarsi bene agli occhi, con un seguito di quadri interessanti, con molta varietà di situazioni, di colori, e un terzo atto bellissimo, palpitante, di getto, di un effetto di terrore, di commozione profonda pel pubblico, come ei sono pochissimi altri esempi nella storia dell’opera in musica. Qui il Mancinelli é sempre ispirato, melodicamente ispirato, e queste melodie sono per cosi dire incarnate nelle situazioni; per cui lo spettatore palpita, freme, si commove, cosi bene il dramma é espresso, colorito. Al teatro Comunale di Bologna il successo, oltreché clamoroso, é stato sincero fino allo scrupolo. Se il Mancinelli fosse stato un maestro completamente ignorato dai Bolognesi, non ei sarebbe stata la menoma differenza negli applausi e nelle dimostrazioni calorose della prima sera e delle successive, nelle quali il successo si é splendidamente confermato. Egli é che la musica di questa Isora é di quelle che s’impongono, che interessano, che indicano una personalità artistica, sorretta da una dottrina musicale vasta, completa. L’opera é composta con una spontaneità, con una sicurezza, con una coscienza da non transigere con veruna volgarità, come se il Mancinelli ne avesse composte, in precedenza, altre dieci. Ho già fatta l’analisi dello spartito altrove (1), né I qui la rifaccio, limitandomi alle osservazioni generali. Dirò solamente che in ordine di merito parmi che il terzo atto vinca gli altri due, perché tutto di un pezzo, e specialmente per il suo effetto drammatico straordinario. Dei due altri, dal punto di vista teatrale, preferisco il primo, quantunque nel secondo ei siano bellezze musicali di primissimo ordine. Forse al primo giova anche il colore festivo, la magia di quelle danze (1) Vedi appendice nella Perseveranza di sabato 9 ottobre. 367 — affascinanti, cosi originali, e l’onda melodica di quel pezzo concertato, la di cui ispirazione fece andare in visibilio Vorbetto, che l’ha voluto riudire. E poi c’é anche in questo primo atto la cannone d’Isora, ch’é di un’assoluta novità, tanto di forma come di pensiero, con quelle dodici voci di accompagnamento che le danno tanto risalto. Tre pezzi stupendi del secondo atto sono la romanza del tenore, il duetto d’amore cosi appassionato, cosi melodicamente italiano, e tutta la complicazione polifonica del finale, ottenuta con tanta chiarezza e con tanto effetto sul pubblico; il quale, finito l’atto, volle salutare tre volte il Mancinelli al proscenio insieme ai valentissimi esecutori. Il terzo atto, lo ripeto, non ha soluzioni di continuità, non ha riempitivi, e molto meno convenzionalismi, dei quali non c’é ombra neppure negli altri due atti. Il preludio originalissimo, la prima sera bissato, si collega al delizioso coretto d’introduzione, allo stupendo monologo d’Isora, al terribile duetto del baritono col basso, una delle pagine magistrali del moderno dramma musicale, al voluttuoso, ideale, duetto d’amore d’Isora col fantasma ed alla rapidissima catastrofe finale. L’Isora di Provenga di Mancinelli é stata molto discussa dai critici, più o meno autentici, ed anche da coloro fra gli spettatori che trinciano giudizi, dopo una sola udizione, frammezzata da chiacchiere. — Discussa, ma, bisogna dire il vero, cogli elogi soverchianti. — D’accordo sulla grande, ma non sconfinata ammirazione siamo stati in tre: il D’Arcais dell Opinione, il Misovulgo del Caffè ed il sottoscritto. Gli altri -lodarono molto e nello stesso tempo si affannarono in quell’operazione che a Venezia si chiama filar caligo, la quale consiste nel cercare il pelo nell’uovo e nell’esagerare i difetti inevitabili in ogni opera umana, ma specialmente nelle opere in musica; delle quali non ne conosco nemmeno una, anche dei più grandi maestri, che sia senza difetti, che non abbia lungaggini, e sovratutto che non si colleghi alle opere precedenti per via di imitazioni e di reminiscenze. I difetti dell Isora sono stato pronto e lo sono a riconoscerli. Qualche volta, é vero, c’é della prolissità, ma questo guaio é facilmente correggibile: cosi sarebbe stata opera utile se il Mancinelli si fosse rassegnato a far qualche taglio; per esempio nello schermo ballabile, e tagliando e trasportando altrove la leggenda del tenore che guasta l’ineffabile duetto d’amore del secondo atto. Nell’Aom c’é pure un eccesso di lavorio tematico, per mezzo di passaggi e di ingegnosissime modulazioni, tanto più che questo lavorio non ha l’importanza del leitmotif tedesco e non vale che ad ottenere l’ammirazione dei musicisti per Mancinelli, dal punto di vista arido ed esclusivo della composizione. Alle volte eccede anche il sinfonismo, il tritume degli archi divisi, i tre. muli e gli accordi acuti dei violini, il lavorio minuto, di filagrana, ammirabile come fattura istrumentale, ma non sempre opportuno. Cito di nuovo lo schermo che serve di finale alle danze, fatto dal Mancinelli per emanciparsi dalla convenzione coreografica del solito Galop. Questo schermo é una meraviglia, ma in una sinfonia, a quattro tempi, sarebbe più adatto. Ho già detto ed insisto a dichiarare che nell’Aura di Provenga ei sono i due pregi essenziali di un compositore d’opere: l’individualità e la teatralità, valendomi di questo secondo appellativo che io ho inventato e che ormai é ammesso nel vocabolario della critica musicale. La personalità di Mancinelli si era svelata ed affermata nei suoi Intermedi Sinfonici, in tutte le sue composizioni per canto da camera, ed in teatro mi sembra più spiegata nello svolgimento caratteristico della melodia, nelle forme nuovissime dei pezzi e nel colorito che, come dice egregiamente il mio dolce amico Misovulgo, é il massimo pregio. Per negare questo carattere personale si é ricorso al solito espediente di accusare il Mancinelli di aver copiato i maestri Tizio, Caio e Sempronio, ma specialmente il gran babau dell’avvenire. Ed io non nego che non ei siano elementi di autori precedenti, ma nel valersi di questi elementi il Mancinelli fece come tutti i maestri di vero ingegno, che non copiano ma assimilano, acconciano i materiali altrui alla propria natura, e ne fanno uscire una nuova manifestazione, la quale, alla sua volta, serve a quei pochissimi. altri, che non sono l’immagine vivente della teoria di Darwin. Nessuno ha mai osato, né oserebbe, di rimproverare a Bellini il clair de lune né l’adagio del Settimino di Beethoven introdotti nella Norma, e cosi dicasi di altre somiglianze che si riscontrano in opere di sommi autori. Il vero ingegno del compositore, ed anche genio se meglio vogliamo chiamarlo, consiste appunto nel prendere il bello ed il buono dagli altri, vestendoli coi propri panni, come fece colui che tanto prese da Mozart e da Cimarosa, quel certo Rossini che fu tanto ammirato e lodato per la sua inesauribile fantasia. Certo é sorprendente che un’opera di tanta levatura, di tanta sicurezza, di tanta forza inventiva, qual’é VIsora di Provenga, sia il primo tentativo teatrale uscito, cosi armato di tutto punto, dal cervello di un giovane maestro. Io credo alla sua vitalità e il tempo che mi ha dato ragione in altre occasioni, spero me la darà anche in questa, tanto più che stavolta c’é anche il pubblico della mia stessa opinione. — Filippi. Alcune ofservagioni intorno alla Lettera critica SCRITTA DA BENEDETTO MARCELLO sopra il Libro dei Madrigali di ANTONIO LOTTI Ho letto il pregevole articolo dettato dal dott. Oscar Chilesotti, ed inserito nella Gaietta Musicate di Milano del 24 agosto, anno corrente. L’ho letto con molta curiosità; perocché vi si dà notizia di un esemplare a stampa della lettera di Benedetto Marcello sui Madrigali di Antonio Lotti, e così vi è trattato un argomento, che per la storia, e più ancora, per la bibliografia dell’arte musicale, pi esenta una singolare importanza. L’ho pur letto con molta soddisfazione; avendo forse il Chilesotti tolta l’occasione a comporre quello scritto da un picciol libro, in cui fu data alle stampe una conferenza intorno alla vita e alle opere di Benedetto Marcello, che fin dal marzo dello scorso anno io tenni all’Accademia Filarmonica di Bologna. D’una cosa solamente ho a dolermi; ed è che lo scritto del Chilesotti 11l’abbia messo nella necessità di por mano alla penna, e di dargli in qualche modo una risposta. Non intendo di accingermi ad una polemica; me ne manca il tempo. E quand’anche lo avessi, mi mancherebbero pur sempre l’autorità e la dottrina per sostenere una disputa con un musicista valente, con un rinomato scrittore, quale è il dott. Oscar Chilesotti. Voglio bensì, quasi a modo di appendice al mio opuscoletto, chiarire alcune particolarità di fatto; desidero di accennare ad alcune carte e documenti, che valgano, non dirò a corroborare, ma per lo meno a difendere qualche mio giudizio; e che, ad ogni modo, stiano a dimostrazione del buon volere, ch’io posi nelle mie ricerche, e ne’ miei studi. Innanzi tutto adempio un dovere. E cioè esprimo al dott. Chilesotti i sensi della mia gratitudine. Egli, più che con urbanità, con vera benevolenza e cortesia, riguardò quel mio lavoruccio. Lo disse «ben fatto e con diligenza:» e trovò che io l’avea corredato di «molte note importanti.» Codeste parole lusinghiere sono, a dir vero, il premio più ambito, ch’io potessi ripromettermi per le modeste mie fatiche. Ancora di una spiegazione mi sento in debito verso il signor Chilesotti. Nel mio libretto, dopo stampata la conferenza, ebbi cura di enumerare gli autori e le opere, a cui avevo attinto le notizie biografiche e bibliografiche su Benedetto Marcello. In quell’elenco non feci alcun cenno del libro ■—• I nostri maestri del passato — pubblicato, or sono all’incirca due anni, dall’egregio dott. Chilesotti. Non vorrei che tale omissione potesse sembrare a qualcuno o disdicevole noncuranza, o trascuratezza imperdonabile. Dirò come avvenne la cosa. Allora che divisai di prepararmi a tener discorso all’Accademia Filarmonica intorno a Benedetto Marcello, una duplice domanda mi si affacciò alla mente: in qual modo avrei potuto procurarmi notizie? a quali libri, a quali documenti avrei dovuto ricorrere nelle mie ricerche? E da prima posi mano alla libreria, dirò così, di famiglia; ove trovai e lessi il Fontana, il Fétis, il Clément, il Galli. Mi fu agevole dippoi procurarmi i libri del Caffi, del Mazzucchelli, del Perotti, il nome dei quali aveva visto citato presso qualcuno de’ sopradetti autori. Ma nella libreria non esisteva l’opera del Chilesotti; nè l’opera stessa, giova ch’io lo dichiari con sincerità, era da me altrimenti conosciuta. Questo pei libri; quanto ai documenti, le mie indagini furono rivolte all’Archivio di Stato in Venezia, alla Marciana; e, più specialmente, alla ricchissima biblioteca del Liceo Musicale di Bologna. Tengo per fermo che il Chilesotti conosca le opere preziose e rarissime, che stanno in gran copia raccolte nella nostra biblioteca; anzi, fuor di dubbio, a lui sarà pur nota la interessante ed accurata descrizione, che ne fece l’esimio prof. Federico Parisini nella stessa G aggetta Musicale di Milano (i). Ebbene; entrato che io fui nella biblioteca del Liceo, e dato principio alle ricerche, parvemi di aver rinvenuto tutto ciò che mi poteva occorrere; e stimai cosa inutile lo andar investigando se, in questi ultimi tempi, altri avesse scritto intorno a Marcello, oltre quegli autori, che già da me erano conosciuti, e che io avevo consultati. Difatti io ebbi la fortuna di trovare lettere autografe di Marcello; di poter esaminare una copiosa raccolta delle sue opere musicali, molte delle quali tuttora inedite; di aver perfino nelle mani un esemplare manoscritto della lettera o dissertazione critica sui Madrigali del Lotti. Che poteva io, che doveva desiderare di più? Aggiungo, che, a raffermarmi nella persuasione della impossibilità di trovare altrove maggiori documenti e notizie, di quelle che forniva la biblioteca del Liceo, mi soccorreva alla memoria un ricordo. Ed era questo: che lo stesso Fétis teneva in gran pregio la nostra biblioteca. In una sua lettera interessantissima al professore G. Gasperi, nel 27 ottobre 1846, G. F. Fétis così scriveva: «je visitai Bologne en 1841, et y passai 8 ou io jours occupé de recherches dans la belle bibliothèque du Lycée Musical. Je regrettais ALORS DE n’avoir PAS FAIT CE VOYAGE QUELQUES ANNEES PLUTÔT, A CAUSE DES IMPERFECTIONS QUE j’AURAIS PU ÉVITER DANS ma Biographie universelle des Musiciens.» (2). Che se il Fétis, insigne musicista, storico e bibliografo dottissimo, era d’avviso che la doviziosa biblioteca del Liceo bolognese, qualora ei l’avesse per lo innanzi conosciuta e visitata, gli avrebbe risparmiato lacune e difetti che qua e là occorsero nella sua grande opera, a me parve, per lo scopo che m’era proposto di raggiungere, che dovessi limitare le mie indagini ai materiali esistenti nella nostra biblioteca. E quivi studiai, raccolsi, annotai, trascrissi; nè mi diedi pensiero di cercar più oltre. Ecco in qual modo e per qual ragione non mi fu dato, prima ch’io dettassi la mia conferenza, di conoscere e di leggere il libro del Chilesotti. (1) Anno XXXVIII — 1883 — N. 43 e 443 pag.. 383 e 393. (2) Biblioteca del Liceo Musicale di Bologna; Corrispondenza epistolare di G. Gaspari con M.r F. G. Fétis. Lettera autografa di Fétis, n. 3, Non di meno, per verità, debbo soggiungere, che nell’aprile di quest" anno, e precisamente dopo consegnato il mio manoscritto all’editore, trovandomi un giorno, per altre diverse ricerche, nella biblioteca del Liceo, vidi sul tavolo della sala di lettura, fra mezzo ad altri libri restituiti dagli studiosi, anche il volume — I nostri maestri, ecc., — del Chilesotti. Lo presi fra mano; e, come è naturale, trattandosi di libro per me nuovo, mi diedi a scorrerne l’indice; trovai che conteneva la biografia di Benedetto Marcello. La lessi premurosamente, anzi meglio, la divorai d’un tratto. Ma che ho a dire? avrò forse errato; però ne riportai la impressione, che non vi fosse esposto alcun che di nuovo o di singolare, che di necessità si dovesse aggiungere a quanto io aveva già per lo innanzi e detto e scritto sull’argomento. Per un istante pensai se mi convenisse almeno di annoverare anche il Chilesotti nell’elenco di quegli scrittori, le opere dei quali aveva preso ad esame. Ma poi decisi di non mettervelo; da un lato io aveva divisato di pubblicare la mia. conferenza su Marcello, senza correzioni e senza aggiunte; dall’altro lato la verità era questa, che, avanti di comporla e di pronunciarla, io non aveva avuto contezza alcuna del libro del Chilesotti. Ecco il perchè non ne feci parola. Fu quindi una accidentalità; ciò non avvenne nè per negligenza, nè per dispregio. I. Ed ora vengo all’unico punto di questione, in cui sorgono le divergenze fra me ed il dott. Oscar Chilesotti. Non di altro si tratta, fuor che della Lettera famigliare d’un Accademico Filarmonico ed Arcade scritta da Benedetto Marcello; nella quale, facendo egli un’analisi accurata e minutissima d’un libro a stampa di duetti, terzetti e madrigali composti da Antonio Lotti, ne rivelò le mende, ne segnalò i difetti e ne propose le correzioni. Anche su questo proposito, mi sa grado di rammentare che il dott. Oscar Chilesotti dichiarò aver io trattata codesta quistione che gli interessava «con una certa ampiegga.» Non basta; riconobbe come io avessi provato «con nuovi e buoni argomenti» che la Lettera famigliare era veramente e certamente di Benedetto Marcello; come io fossi riuscito a dimostrare «seng ombra di dubbio» essere stata scritta quella lettera non prima dell’anno 1711 o 1712; come finalmente pei fatti e documenti da me addotti rimanesse «provato» che non prima del 1716 Marcello aveva consultato l’Accademia Filarmonica di Bologna sui passi dei Madrigali del Lotti che diedero motivo alla Lettera famigliare. Mi si permetta di notarlo, e di compiacermene. Dunque, anche secondo l’avviso del dott. Chilesotti, sembra che con quell’opuscoletto io abbia fatto cosa non del tutto inutile; dappoiché ho potuto precisare date, che da prima erano incerte; ho potuto stabilire fatti, intorno ai quali i biografi si erano mostrati sino allora o perplessi o discordi. Se non che al Chilesotti piacque di rilevare come forse potesse sembrare superflua ogni indagine diretta a stabilire se Benedetto Marcello fosse stato, oppur no, l’autore della Lettera famigliare; dappoiché, osserva il Chilesotti «veramente ciò non erat demostrandum, perchè oramai ammesso generalmente.» Davvero? mi sia lecito dubitarne. A buon conto, il Fétis fu d’avviso essere molto verosimile che il Marcello fosse autore di quella Lettera; ma tuttavia non lo affermò giammai come cosa certa (1). Il Caffi, in due distinte parti della sua opera, ebbe ad occuparsi di questa quistione; e concluse per negar sempre, e virilmente, che quello scritto si potesse attribuire a Marcello (2). Che più? lo stesso signor Chilesotti nel suo libro non si avventurò ad una affermazione positiva; si limitò invece ad una frase che suona piuttosto dubbiosa, dicendo «si crede che sia del Marcello la Lettera famigliare» (3). Dunque non mi apposi malamente, se, di fronte all’incertezza del Fétis, alla negativa del Caffi ed al dubbio del Chilesotti, stimai opportuno di adoperarmi a portare, per quanto mi fu possibile, un poco più di luce su questo punto controverso. (1) Biographie Universelle des Musiciens; 2.0 edit. Tom. V, pag. 443. (2) Storia della Musica Sacra nella già Cappella Ducale di S. Marco in Venezia; Vol. I, pag 339; Vol. II, pag. 214. (3) I nostri maestri del passato; pag. 89. 369 Ma non è qui tutto; sembra che anche in altra parte della mia conferenza, io non abbia saputo meritarmi l’approvazione del Chilesotti; ed è precisamente là dove io dico: «PAR DUNQUE CERTO che di codesta Lettera fosse intrapresa una edizione per le stampe.»
Fa d’uopo non dimenticare che io discorreva e scriveva cosi nel mese di marzo dell’anno 1883. A quel tempo, chi mai conosceva (io no di certo!) che il compianto abate prof. Canal avesse ripetutamente assicurato il dott. Chilesotti com’egli possedesse un esemplare a stampa raRissimo, forse l’unico esistente, della Lettera famigliare di Marcello? A quel tempo, chi avrebbe mai potuto presagire, che nel giorno 2 agosto 1884 il Chilesotti si sarebbe recato a Crespano, e, fra le rarità della biblioteca del prof. Canal, avrebbe pur veduto un esemplare stampato della famosa lettera? Invece, a quel tempo, e cosi nel marzo 1883, io mi trovava dinanzi soltanto ad un esemplare manoscritto esistente nella biblioteca del nostro Liceo. Ed esaminandolo, mi proposi il quesito: questa Lettera fu data alla stampa, od è sempre rimasta inedita?
Primieramente consultai il Fétis; e vidi ch’egli, in modo risoluto, erasi espresso con questa asserzione: «ce petit ouvrage... est resté en manuscrit» (1). Qualora io avessi avuto per costume di copiare il detto altrui, senza disamina e senza critica, mi sarei di leggieri indotto a scrivere e a stampare che la lettera di Marcello era sempre rimasta manoscritta ed inedita. Ma, per buona ventura, dubitando sempre di me medesimo, non mi stetti pago a leggere il Fétis; volli ancora portare le mie osservazioni sull’opera del Lichtenthal; ed al cap. 6 della Letteratura della Critica Musicale, posta a complemento del Dizionario, trovai questa indicazione: «Marcello (Benedetto) patrizio veneto... Lettera famigliare d’un Accademico Filarmonico et Arcade discorsiva sopra un libro di duetti, terzetti, madrigali a più voci, stampato in Venezia da Antonio Bortoli.» Dopo di codeste indicazioni, lessi ancora nel Lichtenthal la seguente nota: «siffatta lettera è scritta sul famoso libro di duetti di Antonio Lotti; ED È MOLTO RARA; NÈ SI SA QUANDO E DOVE FU STAMPATA. V. Fabroni, Vit. Ital. Vol. IX. pag. 373.» Parea quindi che la Lettera fosse stata data alle stampe. Ma, neppur pago di ciò, per meglio accertarmene, volli risalire alla fonte; e ricercai nell’opera del Fabroni la vita di Marcello narrata dal padre Fontana. Difatti, svolgendo l’elenco delle — opera edita — che incomincia a pag. 371 del volume IX, trovai che vi era pur fatto cenno della Lettera, come di opera impressa per le stampe; e precisamente a pag. 373 esiste la indicazione, che qui trascrivo: «Lettera famigliare d’un Accademico Filarmonico et Arcade discorsiva sopra un libro di duetti, terzetti e madrigali a più voci stampata in Venezia da Antonio Bortoli, 1705.» Però il Fontana vi fa immediatamente susseguire anche questa nota: «HæC E PISTOLA, QUAMRARO ADMODUM OCCURRIT, QUIBUS TYPIS DESCRIPTA FUERIT MIHI INCOMPERTUM EST.» E come poteva ciò dirsi? Il padre Fontana era contemporaneo di Marcello; aveva avuto con lui dimestichezza, intimità; come adunque, se la lettera era stata riprodotta per le stampe, poteva essere ignoto al Fontana il nome dell’editore? Fu per tal modo, che là dove io sperava di trovare argomento di certezza, rinvenni nuova ragione per dubitare. E presi a riflettere. (Continua) Avv. Leonida Busi.
CONCERTO SINFONICO
DELL’ORCHESTRA DI PARMA
AL TEATRO DAL VERME
na volta, quando Parma era una capitale in diminutivo, l’orchestra del suo grande teatro godeva di una
grande e meritata riputazione, specialmente per le qualità. eccezionali degli istrumenti d’arco, ch’escivano da una scuola eccellente. — Da parecchi anni le tradizioni rimangono, ma, rimpiccioliti gli spettacoli, la grande riputazione appartiene ora più al passato che al presente. E stata quindi tanto più meravigliosa l’im-, provvisa apparizione, o, per meglio dire, risurrezione di questo sodalizio artistico, per opera indefessa, intelligente, appassionata di (f)
Biograph. Univers, des Musiciens. Tom. V, pag. 443 e seg.
un giovane, apparso pure improvvisamente, il maestro Cleofonte Campanini, fratello di Italo, il celebre tenore. Io l’ho udito e veduto alle sue prime armi, a Parma, quando diresse ’ la Carmen con un risultato veramente straordinario, trattandosi di uno spartito di cosi difficile interpretazione, e tutto indicava nel giovine Cleofonte un direttore che in poco tempo avrebbe preso posto tra i primi. E così fu realmente, nè ei poteva essere prova più eloquente e decisiva di quella, data in questi primi giorni di ottobre, colla formazione di un’orchestra grandiosa, eccellente, la quale ottènne tre trionfi completi, definitivi, da metterla colle primissime; con quelle cioè, dirette da Faccio, da Martucci e da Mancinelli. È ammirabile poi anche la formazione così rapida e T aver ottenuto tanto affiatamento, colore, slancio e precisione, in uno spazio di tempo ristrettissimo, con pochissime prove, relativamente all’importanza ed alla difficoltà dei lavori eseguiti. Quest’orchestra di Parma si compone di 120 professori, cento dei quali parmensi autentici, e gli i. altri sono pure buonissimi elementi, raccolti di qua e di là. La base dell’orchestra è di 14 contrabassi ed il culmine 22 primi violini, i quali sono un vero splendore, insieme agli altri istrumenti d’arco, compresi i dodici deliziosi violoncelli.
Non posso parlare che del programma dei pezzi eseguiti al nostro Dal Verme, nel concerto dato da quei bravi professori a beneficio dei danneggiati dal morbo fatale, e questo programma è stato molto interessante, essendo composto con un criterio eccletico da accontentare tanto gli amatori del vecchio, come quelli del nuovo. — I pezzi a parti raddoppiate erano forse soverchi, ma ebbero il pregio di far conoscere e risaltare la meravigliosa bravura degli archi in genere e dei primi violini in ispecie.
L’effetto fu immediato al primo numero, ch’era la Ouverture bellissima dell’opera Francesca da Rimini di un maestro parmense, il Morlacchi, celebre autore del Tebaldo e Isolino. Questa ouverture, che ha delle combinazioni, degli intrecci istrumentali, sorprendenti per l’epoca in cui fu scritta, contiene dei passi di violino vorticosi, al sommo grado difficili e che furono eseguiti in modo da destare un vero e clamoroso entusiasmo, col desiderio esaudito di udire Y Ouverture da cima a fondo ripetuta. L’andante del Quartetto di Raff contiene bellissimi squarci con lunghe ed oziose digressioni. Il pubblico, compreso il sottoscritto, ha gustato molto di più l’esecuzione accurata di quel gioiello sinfonico ch’è la Sinfonia in Re del vecchio Haydn, l'andante specialmente il cui tema è variato con una profluvie di ceselli e ricami. Molto effetto anche il prestissimo, così originale e pieno di fuoco, del Quartetto in Mi di Verdi, benché poco adatto, a mio avviso, al raddoppiamento delle parti.
Il bravo maestro Bolzoni, scrisse appositamente per l’orchestra di Parma un Idillio marittimo, composto di una barcarola piena di colore, oserei dire, di fosforescenza, e di una danza vivace, di effetto, nella quale parmi che il dotto compositore piacentino abbia un po’ troppo sacrificato le idee alla ingegnosità bizzarra e complicata dell’istrumentazione, tutta a passi veloci e minuti, ed anzi più triti che minuti.
La seconda parte del concerto si aperse colla non mai abbastanza lodata Ouverture del Ruy Blas di Mendelssohn, seguita da due piccoli ma graziosissimi pezzi ch’ebbero ambedue l’onore meritato del bis: una Gavotta, espressamente composta dal nostro egregio Celega, nella quale il colore incipriato si unisce simpaticamente colle ingegnosità della moderna modulazione: poi quell’amore della Berceuse di Dunkler, scritta per un violoncello, ma viceversa eseguita da 14, con un effetto paradisiaco: fra quei quattordici si distingueva la cavata espressiva dell’arco di un nostro egregio professore della Scala e del Conservatorio, il Magrini.
Un altro pezzo, di compositore vivente, è stato il Preludio-Marcia del parmense Rossi, il quale si è mostrato degno del suo bel nome, così per il carattere come per la fattura elaborata e l’istrumentazione sostanziosa che sono i pregi principali di questo suo nuovo componimento.
Il grande successo della serata è stato per le Variazioni del vecchissimo Corelli, suonate da trenta primi violini con una nettezza, una proprietà di stile ed uno slancio, che mise il pubblico in visibilio e lo eccitò a chiedere un altro bis, dopo il quale si rinnovarono anche più intense le acclamazioni.
Il concerto terminò colla Ouverture del Tannhàuser, ma io, chiamato urgentemente altrove, non ho potuto udirla.
L’impressione fatta dall’orchestra di Parma e dal talento incontestabile del suo giovane direttore è stata profonda, ed insieme agli applausi della sua patria e dei Torinesi, sarà per lui un grande incoraggiamento a proseguire, tanto nel campo sinfonico come nel
370 — drammatico. Noi, a Milano, dobbiamo apprezzare, oltre la benemerenza artistica, anche la premura con cui i professori di Parma e il loro direttore risposero all’invito di contribuire ad un’opera di beneficenza, alla quale concorse con generosa larghezza anche il signor Italo Campanini, fratello del direttore, che ei rimise del proprio molti ma molti quattrini, perchè i concerti riuscissero sotto ogni punto di vista utili e decorosi. — Filippi. ★ Nella sala di un albergo americano, leggesi il seguente avviso, accollato al pianoforte: «I profani suonatori, sono pregati a rinunciare all’uso di questo istrumento.» Possibilissimo — in America!?... ★ Domenica, 12 ottobre, alle ore 2 3/t, il Corpo di Musica Municipale eseguirà, ai Giardini Pubblici, i seguenti pezzi: ★ Riceviamo due importantissime pubblicazioni. La prima: Sulla scelta di un diapason normale per le musiche e le fanfare del R. Esercito; la seconda: Notifie spiegative sulla nomenclatura e forma degli strumenti musicali e sulla composizione strumentale delle musiche di fanteria e delle fanfare di cavalleria. È la prima volta che il Ministero della Guerra Italiano si occupa seriamente di una quistione artistica: ce ne congratuliamo e ritorneremo sull’argomento importantissimo. ★ Scrivono da Wiesbaden al Ménestrel, di Parigi, che in quella città ha ottenuto un successo clamoroso una giovane pianista distintissima — la signorina Maria Perez — suonando diversi pezzi di Beethoven, Bach, Henselt e Chopin. Essa ha letteralmente fanatizzato il pubblico. ★ In Norwalk (Connecticut), un famoso medico assisteva alla rappresentazione di un dramma nel quale l’eroina si avvelena. Nello svolgersi dell’azione, al momento culminante, la madre e l’amante dell’infelice si strappano i capelli, gridando: Mio Dio! Che cosa fare?... L’Esculapio, commosso, e tutto pieno della situazione, s’alza dal suo scanno, agitato, e risponde: Datele del caffè, sciocconi! Fu uno scoppio di omerica ilarità, che fece sospendere la scena. ★ Il numero de’ musici di professione, negli Stati Uniti, che nel 1870 ascendeva a 18,0 io, era, nel 1880, di 30,477. Nell’istesso tempo, le fabbriche di organi si aumentarono da 667 a 2,437, e quelle di pianoforti da 2,545 a 5Ar3★ A Vallarsa, nel Trentino, secondo quanto ei descrive II Lagarino, di Rovereto, venne impiantato in quella chiesa parrocchiale tln magnifico organo della rinomata fabbrica dei fratelli Rieger di Ja’gerendorf, dotato di tutti i pregi caratteristici di cotali strumenti. Notevolissimo n’è lo stile architettonico in consonanza con quello dèi tempio. f -k Massenet ha finito ora di scrivere, su poesia di Paolo Collin, Uria scena lirica per tenore ed orchestra — Apollo alle Muse — che verrà eseguita al grande festival di Norwich e che sarà cantata da Maas, un giovane artista prodottosi l’anno scorso ai concerti popolari. ★ Al primo concerto della Società dei Concordi Moderni, il 19 qttobre, si udranno per la prima volta a Parigi due opere orchestrali di Teodoro Ritter, una Invocazione ed una Polonaise héroïque, di un carattere grandioso. Questi due pezzi hanno già avuto clamoroso successo a Ostenda nei concerti sinfonici di M. C. Périer. Teodoro Ritter li ha presentati a Beniamino Godard che, dopo averli sottoposti ài suo Comitato, ha annunciato al loro autore che essi erano «accettati per acclamazione.» ’ ★ Cristina Nilsson, ch’è in questo momento a Londra, ha risicato di perdere la vita per un grave accidente toccatole. " La’ celebre artista passava davanti all’Atheneum-Club, allorché il cavallo del suo Hamsem Safety Cab stramazzò. Fu tale la scossa ricevuta dalla signora Nilsson, che rimbalzò violentemente sul marciapiede. Fortunatamente la diva non riportò che lievi contusioni al ginocchio ed alla mano. "Gli Hansem Safety Cabs (carrozze di sicurezza) non possono, infatti, ribaltare; bisognerebbe che un qualche genio originale trovasse’ modo di far stare in piedi anche i cavalli... che stramazzano. Un dispaccio da Vienna annuncia che la signora Fanny Essler, celebre ballerina, è gravemente ammalata e che i medici disperano salvarla. ’ La signora Essler ha 72 anni. Si è ritirata dalla scena sin dal 1851. — 371 1. Marcia: Felice augurio Barisoni 2. Sinfonia: Mozart Suppé 3. Valzer: Un sogno Guarneri 4. Dan^a delle ore nell’Opera La Gioconda Ponchielli 5. Mazurka: Biografia Rossari 6. Baccanale rreWOpera Filemone e Bauci Gounod 7. Polka: La Goriziana Bosig L’Orchestra Parmense a Torino Assente il nostro egregio corrispondente torinese, riportiamo dalla Perseveranza quanto segue: (g.i.a.) Come già si pronosticava, l’orchestra di Parma, diretta dal giovane maestro Cleofonte Campanini, venne qui accolta a festa e riportò come le altre consorelle ben meritati allori. Son no professori animati dal fuoco sacro dell’arte e a cui l’egregio e intelligente direttore sa infondere brio ed arditezza, come ne abbiamo avuto prova nella esecuzione dei singoli pezzi che facevano ieri parte del lungo programma. Al concerto intervennero molte persone, desiderose forse di stabilire un confronto fra le diverse orchestre che seppero farsi applaudire nella rotonda dell’Esposizione; assisteva pure S. A. R. il Duca d’Aosta, che al termine del concerto si fece presentare il Campanini e lo complimentò pel felicissimo esito riportato dall’orchestra parmense. Il concerto incominciò coW ouverture del Morlacchi per la Francesca da Rimini, lavoro ricco di ispirazione e di squisita fattura, tale da consolarci che anche presso di noi non manchino fra i classici scrittori di musica, del tempo passato, i compositori di lavori orchestrali degni di essere appaiati a quelli dei maestri stranieri ora posti sul candelliere, e da cui certamente gli odierni italiani possono mólto apprendere. L’esecuzione fu accurata, corretta, mirabile specialmente per gli archi, che sono in numero preponderante (12 violoncelli e 12 contrabassi, ed una trentina di violini, senza contare le viole). Il Campanini al pari del Mancinelli dirige senza spartito, e questo torna ad elogio della sua facile e tenace memoria. Dopo il Morlacchi si esegui la incipriata ed aristocratica Gavotta del Celega, che venne col Campanini e coll’orchestra acclamata lungamente. Seguì il caratteristico Trot de cavalerie del Rubinstein, pezzo di gran bravura per l’effetto di armonia imitativa e la difficoltà del ritmo e del tempo; piacque pure assaissimo l’Andante per archi di Raff, a parti raddoppiate, interpretato con uno slancio, una vigoria eccezionale. Se ne volle il bis. La Sinfonia in re di Haydn così ricolma di dolcezza, di fluidità, di armonici effetti, fu ascoltata religiosamente ed applaudita con calore pel modo elegante ed appassionato con cui l’orchestra del Campanini la seppe eseguire; altrettanto dicasi dell’ardua ouverture del Wagner per il Faust di Gœthe. Delle’ Danze ungheresi di Brahms e delle Folies d’Espagne del Gorelli, ben note ai frequentatori dei concerti popolari, e del Prestissimo dèi Quartetto in mi di Verdi, si volle sentire la replica il concerto ebbe termine coll’ouverture del Saul di G. Rossi, lavoroche fu premiato come quello del Bazzini a Milano. ’i Gli applausi calorosi del pubblico, a cui si associarono il principe Amedeo e. molti egregi intenditori di musica, còme il Faccio,»?? so, il Celerà, presenti al concerto, risonarono certamente’ ben graditi all’orchestra di Parma e al suo. valente e giovane direttore. Il fratello del Campanini, il famosotenore, assisteva alla pròva-solenne del suo Cleofonte ed era ragg-ian^e di gioia..Domani ha. luogo il’secondo concerto, e ven’erdl prossimo venturo il primo concerto dell’orchestra romana diretta-7 da Pinelli. ’ (Disegno di A. Montalti da uno studio di F. Fontana). on pago di avere, con indulgenza da amico, scritto un cenno biografico ad illustrazione d’un mio ritratto, il poetapittore Ferdinando Fontana volle anche prendersi la pena di riprodurre la mia casetta di Caprino in un quadro stupendo, che forse tra un secolo verrà iscritto fra i capolavori che non han prezzo. Frattanto, Giulio Ricordi si è affrettato ad arricchirne la sua pinacoteca, ed ha voluto che il dipinto venisse immediatamente tradotto in zincotlpia e impresso nella Gaietta Musicale ad invidia dei mille poeti melodrammatici che vivono in case d’affitto. I mille poeti melodrammatici italiani mi crederanno sulla parola quando io avrò loro affermato che la casa di mia proprietà non è frutto di risparmii adunati sul prodotto de’ miei sessanta libretti. Nell’acquisto dello stabile, che forse diverrà mobile fra qualche anno o qualche mese, ho impiegato una parte della eredità materna, già alquanto corrosa in precedenza dai suddetti risparmii. Questo sia detto a consolazione di tutti coloro, pei quali il socios habere, con quel che segue, costituisce il maggior godimento della vita. Ma non basta — vedete un po’, miei colleglli sventurati, se io sia degno di commiserazione o di invidia! La casa è solida, spaziosa, piena di luce e di ombre simpatiche — rustica e screpolata al di fuori, al di dentro, come il cuore di un innamorato, tutta fiori e bisbigli soavissimi. Dopo questo, farà meraviglia l’udire che la mia proprietà non è ancora coperta da ipoteche. E inverosimile, ma vero. Altresì è vero, ma non inverosimile che io pago a titolo di imposta quello che gli altri poeti melodrammatici probabilmente debbono pagare a titolo di locazione. Dunque — consolatevi, colleghi! — nessun profitto economico. Mi si dice: affittate gli appartamenti superflui e ne trarrete di che pagare le imposte. Ohimè! Vi è qualcuno a Caprino (parlo delle persone civili), al quale non sopravanzino degli appartamenti? Si vorrebbe un subitaneo aumento di popolazione; ma io sono arrivato troppo tardi per prestare efficacemente la mia cooperazione a tal sorta di sviluppi. Occorrerebbero dei collaboratori più giovani e più intraprendenti. Qui, gli intraprendenti non mancano, ma v’è carestia di giovani e assenza di guarnigione. Si cade nella, tristezza pensando a certi disinganni della proprietà^ Per un poeta (e un tal titolo’ mi compete di pieno dritto, dacché all’esattore, come si vedrà più innanzi, è piaciuto di conferirmelo) la miseria e la infelicità cominciano dal giorno in cui si annunzia possidente. Si è liberi, indipendenti; si vive di canto e di volo. Gli abiti che indossiamo, quattro camicie, tre calze, una spazzola, un calamaio, ecco il nostro corredo. Si viaggia spediti, con una valigietta. sotto braccio, o meglio, con un involto di stampati che pare un: gomitolo. Si alloggia in una camera ammobigliata più prossima ali cielo che alla terra. Una pallida sartorella, una crestaia di buon umore ei svegliano al mattino coi loro trilli, alla sera ei soffiano’ sulla candela. Il locatore lo si paga di promesse, la stiratrice di baci. Si è padroni della situazione finanziaria, si può ridere di una cambiale in protesto. Poeti! poeti! Qual suggestione di perfida Musa, di Musa borghese e trippaia può mai indurvi alla abdicazione di una sovranità sì invidiabile! Badate!... Ma, il liberticidio è consumato. Un editore vi ha pagato a contanti una raccolta di liriche, vi ha spinti verso l’abisso. Vi siete messi nei vostri mobili. La proprietà di un letto, di un cantarano, di quattro seggiole vi ha perduti. Addio indipendenzadi azione! addio libertà di moto! Pagando un semestre di locazione, avete «firmata la vostra condanna al domicilio coatto. L’idea del trasloco vi mette i brividi— Perchè viaggiare? Si dorme tanto bene nel proprio letto. In città si muore dal caldo, la campagna vi attrae — vorreste uscire dalla bolgia asfissiante per riprendere cogli amici le allegre e sbrigliate escursioni; ed ecco, sulla porta della camera le vostre quattroseggiole vi oppongono una barricata. Com’è terribile questa cospirazione dei mobili contro un proprietario che anela al moto t 372 — Eppure, al primo protesto di una cambiale, questi mobili ingrati si lascieranno sequestrare con indifferenza platonica, e sfileranno l’uno dopo l’altro sulle scale senza un sospiro di rammarico. Faccio voti, o poeti fratelli, perchè mai non vi accada di dover assistere ad un tal spettacolo di ingratitudine mobiliare — ma, via! confessatelo: non è un melanconico pensiero codesto, che, pel fatto di possedere un corredo da camera, non vi sia più permesso di segnare a cuor leggero un semplice buono da cento lire? Non affliggetevi troppo. La vostra catena da schiavi è ancora leggera — i mobili non bastano — animo! fate quello che ho fatto io, comperatevi una casa e costituitevi prigionieri. Le quattro muraglie che voi con orgoglio chiamerete vostre, si impadroniranno di voi, anima e corpo. Padrone di casa vuol dire servitore perpetuo di un ammasso di tegole, di calce e di pietre, sorvegliante di grondaie e di imposte, approvvigionatore di sorci e di scorpioni, martire di inquilini e di confinanti. Cittadini dell’universo, eccovi relegati in una tana da grillo. Qualcuno verrà a stuzzicarvi colla pagliuzza, spiccherete un salto per uscire, ma una attrazione irresistibile vi ricondurrà bentosto nel bugigattolo. Quel bugigattolo vi appartiene; il mondo, che è di tutti, non ha più seduzioni per voi. Vedete! Il cortiletto è pieno di fiori — dietro quei fiori cantano degli uccelli — da quei cespi sorge un monotono pipilio di pulcini — sotto il portico due piccoli gatti tormentano la coda del cane accovacciato. Provatevi a partire! Una vostra assenza di ventiquattro ore può uccidere quel piccolo mondo. Si inaugura il traforo del Gottardo, la Patti canta alla Scala, si apre l’Esposizione di Torino... Quante seduzioni! Gli amici insistono: vieni! perchè non ti muovi? — E si rinunzia alla festa del Gottardo per non perder d’occhio i ristauri di un condotto, ed ai canti paradisiaci della Patti si preferiscono i melensi ritornelli di un mulo in amore. La schiavitù inebetisce. Dopo un anno di domicilio coatto, mi ero quasi, nella quotidiana contemplazione delle mie pareti, divezzato dal pensare nonché dallo scrivere. Ogni esercizio della mente, che hon fosse un progetto di riforma edilizia, mi incuteva sgomento. E Dio sa in qual profondo sopore di ebetismo sarei caduto, se l’esattore non fosse intervenuto a riscuotermi colla intimazione di una tassa da lire trecento sul reddito presumibile de’ miei lavori poetici! — Fu uno scoppio. Potete voi immaginare qualche cosa di più mostruoso? Sentirsi infliggere dall’Agente delle tasse il titolo di poeta, e dover scrivere dei versi per pagare l’esattore! Si eran mai accorti i Fiscali che io fossi capace di scrivere un sonetto, prima che il mio nome figurasse nelle anagrafi colla qualifica di poeta? Quanti sono in Italia i poeti che pagano una tassa di ricchezza mobile sul reddito dei loro versi? Forse ve n’ha uno solo; quel disgraziato che ha commesso la gagliofferia più incompatibile col temperamento di artista. Dire che io non aveva mai, prima di possedere una casa, nè pagato un centesimo di imposta, nè intraveduto il naso di un esattore! Ma forse non vi era alcuno, a’ quei tempi beati, che sul serio mi chiamasse poeta! Caprino Bergamasco, 25 Settembre 1884. A. Ghislanzoni. NAPOLI, 29 Settembre. Necrologie, nient’altro che necrologie per mancanza di notifie — Giovanni Moretti — Giovanni Zoli oli — Ernesto Sebastiani — Pietro Isidoro Boubée — Enrichetta Natali de Filippis — Maria Trani — Francesco Ammirato — Luigi Casa. ■ Ceglie, paesello di Terra d’Otranto, si è estinta una bella intelligenza musicale: Giovanni Moretti. Molto innanzi negli anni, e travagliato da malanni e dalla miseria, dirigendo la banda di un comune di poco meno che diecimila abitanti, ha finito i suoi giorni questo maestro, che ebbe grandissima parte nel movimento musicale di Napoli fino al 1870. Giovanni Moretti aveva studiato collo Zingarelli, e, fra’ condiscepoli, Luigi e Federigo Ricci, Carlo Conti, Vinçenzo Bellini, Michele Costa, Errico Petrella, Lauro Rossi, spiccava a punto per la facilità e la prontezza d’ingegno. Èra il più sollecito e più diligente a far suoi cómpiti, e senza che si applicasse molto. Talvolta, anzi, lavorava pure per conto di qualche compagno pigro, fra’ quali il Petrella occupava il primo posto, 0, portava a bannera, come soleva dire, com, piacendosene, il povero Moretti, che non parlò mai altra lingua, salvo il natio dialetto. Il Moretti come tutti i giovani che, a’ di suoi, addicevansi alla musica, eccezione fatta del Florimo, del Costa, del Conti, del Lillo e di pochi altri, i quali, per conto proprio, avevano atteso agli studi letterari, era digiuno d’ogni cognizione di lettere. Per ciò, non ostante la grande perizia, che aveva della parte tecnica, fu un compositore di cattivo gusto, e volgare assai. Alcune sue opere piacquero, allorché furono rappresentate; ma tosto caddero in dimenticanza. Io ricordo bene le Due Pascarelle, meschinissima commedia del Miccio, che aveva qua e là della buona musica, ma in generale fondavasi quasi tutta su effetti rumorosi, plateali, transiti improvvisi dal forte al piano e viceversa. Poco brio, poco estro; insomma poca fantasia; aveva una certa vena melodica, ma egli si appigliava alla prima idea, ehe balenavagli innanzi, e sola cura era quella di armonizzarla correttamente. Strumentava con effetti fragorosi, e abusava di alcune formule, che sapeva accette al gusto volgare. Se egli si fosse messo a scrivere sempre con calma, e avesse curato maggiormente la forma, avrebbe potuto dare alle sue opere un’uguaglianza di stile, ed un’eleganza, ed una finitezza, che avrebbero potuto supplire al difetto d’ispirazione. Egli aveva fatto buoni studi di contrappunto col Tritto e col Raimondi. Questi due maestri non erano, come lo Zingarelli, che pur aveva dato lezione al Moretti, timidi, e spacciatori di accordi consonanti solamente, e di quelli che face-. vano piacere al proprio orecchio; ma aprivano larghi orizzonti agli occhi dei giovani. Or, quando voleva, il Moretti si appalesava contrappuntista co’fiocchi; più d‘ uno de’ suoi finali aveva qualità e pregi artistici altissimi. Ma a questi lavori si sobbarcava di rado. Egli compiacevasi segnatamente d’una sua opera, nella quale, come assicurava, aveva lavorato assai. Era una Messa, che aveva fatto eseguire nel 1839 a S. Maria la Nuova, nell’occasione della festa di S. Giacomo della Marca. Uscito da pochi anni dal Conservatorio, voleva mostrare tutto il valore suo nell’arte, e quanto avesse approfittato negli studi con gli egregi suoi maestri. Anzi, com’egli diceva ad uno di essi, il Raimondi, cioè, voleva mostrare di poterne seguire le orme, e onorarne la scuola. Allora, e poi sempre dopo si usò, eravi grande emulazione fra le varie scuole di composizione. I discepoli dello Zingarelli erano rivali di quelli del Raimondi e del Tritto, come poi furono di quelli del Ruggì. Il Raimondi, non ostante l’avviso contrario del Florimo, l’affettuoso discepolo dello Zingarelli, era più profondo conoscitore dell’arte e meglio sapeva i segreti del contrappunto, che non il letterato direttore del Conservatorio. Intorno a lui si aggrappavano quanti volevano sapere addentro negli arcani della scienza, e il Moretti, che aveva un sentimento profondo dell’armonia, eragli sempre appresso, e dal Raimondi apprese, delle note. Era solito il Moretti Raimondi. Per esempio, come sovente ripeteva, a vincere tutte le difficoltà di ricordare le frequenti dispute fra lo Zingarelli ed il questi, un dì dava notizie di lavori ad otto, a sedici parti reali, che avea ideato. E lo Zingarelli, con quel suo sorrisetto beffardo, e con quella sua espressione favorita: Dio dell’anima mia, dicevagli, noi a mala pena e, non sempre, possiamo dare da mangiare a quattro persone, e voi come farete a dar cibo a otto, a sedici in pari tempo? E il Raimondi, di rimando: Io darò da mangiare pure a trentadue persone, e voi resterete pur sempre un f...elice partimentista. Per finirla con questa digressione, sarebbe ornai tempo di riconoscere l’efficacia dell’insegnamento del Tritto e del Raimondi, e di attenuare il merito, che ne venne in gran parte, e non a buon diritto allo Zingarelli. Il Moretti fu dunque miglior compositore nel genere sacro; ma non credo che ne sieno rimasti saggi, che nessuno cura ebbe mai de’ suoi scritti, e l’Archivio del Collegio conserva solamente quelli, che, per diritto, dovevano depositarvisi. Quindici opere scrisse il Moretti pel teatro Nuovo, tre o quattro per la Fenice; ma tutte premorirono al loro autore. Anzi ebbe egli il rammarico di veder rimusicato il libretto del Festino, rappresentato il 1854 al teatro Nuovo, che ora rivive sotto il nome di Napoli di Carnevale, e gira, con la musica del De Giosa, felicemente. Ebbe alcuna volta a lottare con gli antichi condiscepoli e allora metteva fuori lavori meglio pensati e condotti, nè sempre fu da meno. Cosi nel 1850 si misurò col Petrella, al teatro Nuovo; il Moretti compose una Cantata, per festeggiare il ritorno di Francesco I; il Petrella fece eseguire la sua seconda opera, il Giorno delle no^e. Il Moretti era ancora in Collegio, chè non ne usci prima del 1833, ed il Petrella, già ne era fuori, perchè non vi compì i suoi studi, e fu trovato che l’alunno era più sicuro del fatto suo, che non il proclamato maestro del Diavolo color di rosa, il primo buon successo del Petrella medesimo. Col Petrella il Moretti lottò felicemente nel 1834, e l’opera sua, Y Equivoco del ritratto, piacque; laddove lo Scroccone, opera dell’altro, non si resse. Vero è che l’una e l’altra cacciò di nido lo Scaramuccia del Ricci. I Ricci poi col loro Crispino e la Comare fecero cessare le rappresentazioni accette àeXY Oppresso immaginario, opera che il Moretti aveva fatta rappresentare pure al teatro Nuovo il 1853. L’ultima produzione, che il Moretti scrisse pel teatro Nuovo, fu l’Esultanza napolitana. Composta nel 1860, era un’azione che alludeva al fausto evento dell’annessione di Napoli all’Italia libera. D’allora in poi tacque e per sè e per gli altri. Per gli altri sì, perchè il Moretti scrisse, forse, più per conto altrui che pel proprio. Il Moretti per molti anni fu direttore della musica al teatro Nuovo; il Musella appena ebbe l’impresa di quel teatro, si mostrò troppo corrivo ad accettare lavori di esordienti. Le male lingue assicuravano che molte di quelle sconciature erano accette, perchè accompagnate dal valsente di parecchie azioni, le quali giovavano all’impresario per menare innanzi la barca, che non procedeva col vento in poppa. Or, siccome il fiasco dell’opera avrebbe fatto maggior danno all’impresario, anzi che all’inesperto maestro, così il Musella, abilissimo nel rendere gli altri docili al suo volere, persuadeva il Moretti a rabbreviare, migliorare, rifare di sana pianta. Sparsasi la voce che il Moretti era, musicalmente parlando, un abile ostetrico, e faceva, aver vita a certi mostriçini, che si sarebbero dovuto precipitare dal Tai:gete, tutti correvano a lui per consiglio, tutti volevano lezione da lui; ma, invece di fare un corso regolare di studi, erano tentati dalla bramosia dell’opera. Non potevano? Il maestro non si sgomentava, lavorava per loro, e così venne su una stereotipia di opere buffe, che danneggiò seriamente l’arte solenne, nocque a moltissimi giovani, tarpò le ali di assai ingegni, nè cessò che con l’incendio del teatro Nuovo. Il Moretti, che vi diresse la musica per circa 12 anni, non volle peregrinare nei teatri di provincia; dette lezioni; fu concertatore al Giardino d’Inverno; ma, quando il Musella ebbe il teatro S. Carlo, lo invitò a dirigere l’orchestra. Aveva allora sessantatrè anni, chè il Moretti nacque a Napoli il 1807; ma non fu trovato pari al compito. Il vecchio maestro prendeva per la prima volta la bacchetta del direttore; fin allora, seguendo l’uso, smesso di poi al S. Carlo nel 1860, aveva diretta la musica standosene sul palcoscenico e affidando al primo violino il battere il tempo. Dopo quella stagione, il Musella più non lo scritturò, ed il Moretti, di lì a poco, lasciata Napoli, dove non trovava neppur a dare una lezione, si recò nel piccolo centro, dov’è morto in condizioni miserrime. E pure il Moretti lavorò molto: maggiore serietà di propositi lasciava a desiderare e, per ciò, non ispiccò grandi voli, nè gli fu data l’iscrizione nel novero degli artisti benemeriti. Era bene e dentro ne’ segreti dell’arte; avrebbe potuto porsi a capo di una scuola seria di contrappunto, e conservare le più sane tradizioni; invece preferì di fare il preparatore di giovani, che, senza studi sufficienti, avventuravansi su teatri secondari in cerca di notorietà. Questa clientela di discepoli improvvisati finì con l’incendio del teatro Nuovo. Nè l’esperienza e la pratica che grandissime si aveva nel dirigere, gli valsero gran che. Ristretta questa sua attività al solo teatro Nuovo, non avendo mai voluto abbandonare Napoli, la fama di questo valore restò qui e nulla gli giovò. Fino al 1860 gli nocque l’arte ufficiale. Allora il direttore del Conservatorio, doveva essere anche il direttore della musica dei teatri regi, e l’ispettore generale delle musiche militari; il Moretti, che pure avea, con molta sua lode, diretto al Fondo il 1840-41-42, dovè discendere di seggio, acconciarsi al teatro Nuovo, non volendo fare da sostituto al S. Carlo ed al Fondo. Quando si metteva di proposito, le esecuzioni del teatro Nuovo, con mezzi scarsi di molto, riuscivano splendidamente. Talvolta si prendeva il gusto di emulare quelle del Massimo, e non faceva lasciare desideri. Non ricordo ora per quali ragioni VElnava, opera nuova per Napoli, fu data contemporaneamente al S. Carlo ed al teatro Nuovo; il Petrella lodò come più finita ed esatta l’esecuzione che se ne fece al teatro di minore importanza. Dopo il 1860, le mutate condizioni dell’arte, che vollero in orchestra un maestro esperto, non più un semplice violinista, non poterono giovare al Moretti: a cinquantatrè anni non poteva imprendere la carriera del direttore d’orchestra! Volle tentare ciò dieci anni dopo; ma quel passo segnò la sua morte all’arte. Ai sacri suoi massi riposo! Contemporaneamente al Moretti è morto Giovanni Zoboli, che fu suo aiutante di campo al teatro Nuovo. Non mancava di pregi come artista, e come il Moretti, morì prima alla vita dell’arte ed ebbe travagliatissimi gli ultimi giorni. Aveva occupato posti di certa importanza; aveva avuto l’insegnamento del contrappunto nelle scuole musicali del R. Albergo dei Poveri. Erasi avventurato alle scene e scritte nòve opere, tre delle quali pel teatrino dell’Albergo dei- Poveri; oltre a molta musica per chiesa. Il figlio di Papà, spartito rappresentato al teatro Nuovo il 1856, piacque molto. Non aveva, per altro, molta fantasia. Aveva fatto i suoi studi nel Collegio di S. Pietro a Majella, e valeva assai nel suonare il fagotto. Era il primo fra tutti, e in predicato di successore del padre, che, per molti anni, aveva insegnato al Conservatorio. Nella pubblica gara diconcorso lo vinse il Caccavajo, allora capo-musica in un reggimento di cavalleria. Nel 1879, lasciato l’insegnamento del contrappunto nelle scuole dell’Albergo fu ad Ariano direttore della musica Municipale. Non si trovò bene, e, abbandonato quest’altro posto, venne a Napoli, dove, per. vivere, fu costretto ad accettare il modestissimo posto d’invigilatore di quella scuola musicale, dove era già stato il primo maestro e che per qualche tempo aveva pur diretta. Da maestro di contrappunto a prefetto di disciplina! Scherzi della fortuna! Ernesto Sebastiani era una forte tempra d’artista. Vent’anni fa era riputato valentissimo pianista e il migliore discepolo di Ferdinando Bonamici, -coscienzioso e àbilissimo maestro, che, da qualche anno, per gli artisti napolitani, pur avendo gravissimi diritti alla generale stima, è come l’araba fenice.. Studiò poi composizione col Moretti, e, nel 1867, scrisse la prima opera, il Marchese Tra un teatri del nel 1876, L’autore mici- e le Taddeo, che fu rappresentata al Bellini, teatro diverso dal presente, bel tipo di musica buffa; peccato che non sia uscito dalla cerchia dei napolitano e della Sicilia. La seconda opera, il Povero diavolo, che, fece rappresentare alla Fenice di qui, era più ricca di pregi di fattura, mostrava mano spedita e facilità di concepire e rendere i vari tipi codiverse situazioni. L’autore venne a metterla in iscena,- e fu l’ultima yolta, che rivide il paese nel quale era nato il 1843. Il Sebastiani erasi stabilito a Tunisi, dove dirigeva una Filarmonica, fin dal 1870. Dopo aver impreso.un giro.artistico,-si fermò’ colà lungi da ogni rompre del mondo dell’arte militante e.trionfante, e ciò non giovò.all’ingegno, che, fervido, e potente, si aveva. A differenza del Moretti e dello Zoboli, il Sebastiani ha lasciato alla vedova ed ai sppi figlioletti una modesta fortuna, messa su co’ proventi dell’arte. E qui è il caso di notare che Ernesto Sebastiani non scrisse mai per Roma l’opera Raffaello e la Fornarina. L’autore di quest’ultimo lavoro è un maestro romano, scrittore pure di altre- opere, che si sperimentò al teatro per. la prima vplta. più di trent’anni or sono, e che, per lo più, dettò, versi e, musica, al pari del-Boito e-del Wagner. Il diligentissimo Pougin ne fa una stessa persona con Ernesto Sebastiani, e questo potrebbe indurre molti in errore.’ _,E pur morto Pietro Isidoro Boubée, Fu qn pomo. dotto -e amantissimo delBarte, che aveva coltivata con ardore grandissimo, Tutti quelli di sua.famiglia avevano dovuto studiarla, e due dei suoi figliuoli.,.. Paolo e Alberto:, sono qui; in fama di artisti valentissimi. Il primo, ingegnere e professore alla scuola di applicazione^ è un suonatore di..violino- che si la-spia à glande distanza molti artisti di vaglia, e il minore, concertista egregio di violoncello, ha messo da banda lo strumento, e in Inghilterra gode riputazione di valentissimo accompagnatore e maestro di canto, e si fa chiamare B. Albert, invece di Alberto Boubée. Il Boubée, nome -francese, confondendosi, in Inghilterra, con booby, che pronunziasi egualmente, è in perfetta antitesi con la qualità che spetta a questo giovine egregio, che è davvero un maestro. Il Boubée padre aveva qui fondato un Istituto educativo, molto rinomato. Ora insegnava nel Collegio Militare, nel R. Liceo Umberto I, nell’Educatorio femminile Regina Maria Pia, l’idioma suo natio (era nato a Parigi),. ma non aveva mai negletto la musica. Erano suoi idoli Rossini e Meyerbeer; scriveva tratto tratto musica sacra, e due volte aveva tentato le scene. Nel 1846 aveva scritto, pel teatro Nuovo, un’opera comica, Evelina, che fu ben accolta; d’un’altra aveva pure scritto il libretto; poteva vederla rappresentata nel febbraio 1880 al teatro della Filarmonica Società dei Nobili. Era intitolata il Diavolo a scuola: il Boubée fu lodato come poeta e come maestro. Aveva 78 anni, nel luglio scorso aveva celebrato le sue nozze d’oro: dopo qualche giorno fu colpito da una broncopolmonite, che lo ha tratto al sepolcro, dopo un mese di sofferenze. Di colera pur sono morti: Enrichetta Natali de Filippis; Maria Trani; Francesco Ammirato e Luigi Casa. La prima era da qualche anno scritturata al S. Carlo come seconda donna; ma già aveva percorso, in compagnia del marito, il tenore de Filippis, quasi tutti i teatri delle provincie napolitane, e da prima donna. La Trani, figlia di un maestro di pianoforte, aveva un bell’ingegno musicale ed era la speranza d’un’ottima pianista. Francesco Ammirato, dal 1854, che uscì dal Conservatorio, fino ad oggi, fu sempre occupato come primo violino e direttore di orchestra. Il Casa era un suonatore di clarinetto forte assai: aveva 24 anni, ed era già stimato fra’ primi. La sua morte ha vivamente addolorato tutti. Speriamo che il novero sia finito. Questa corrispondenza parmi un cimitero; ma di altro non potendo scrivere, gioverà per la statistica annuale. — Acuto. FIRENZE, 8 Ottobre. La Favorita al teatro Pagliano e le compiacente dell’impresario Galletti — Auspici per la nuova stagione — Sta per comparire il Don Pasquale al Niccoli™ — La Pergola e il giovanetto Sarti — Concorso all’Istituto — Mattinata musicale dei mandolinisti Margherita. DIl gentile e accorto signor Galletti ha ceduto a non so quale speculatore I affondatone, per poche rappresentazioni straordinarie, il teatro Pagliano; e ora ride e si compiace dell’esito fortunato della Favorita, in cui colgono le prime palme, la Oselio, sotto le spoglie di Leonora, e Siila Carobbi sotto quelle di Re Alfonso: e non ne mancano delle invidiabili agli altri due principali artisti, più provetti e più noti; il Manfrini e il Belletti, dalla voce poderosa e tonante. Ride partengono, trionfi: ride tervenire di il Galletti perchè la Oselio e il Carobbi sono due neofiti che gli aped ai quali, con felice accorgimento, va preparando più luminosi perchè il pubblico, che corse affollato alla Favorita, si dispone a inbuon umore alle feste più splendide e più geniali; prima, per quanto almeno si va dicendo, del Rigoletto e dei Puritani col celebre tenore Stagno e colla ben nota signora Gargano; indi dell’aspettata e desiderata Gioconda colla celebratissima Borelli; si parla eziandio del basso Navarrini; tutta milizia che poi combatterà le gloriose battaglie, sotto le bandiere del nostro Galletti. Immaginate se ora egli gongola per la gioia, e se fa quasi sue le acclamazioni al giovane V. Podesti che con tanta intelligenza dirige la brava orchestra, e tutti gli altri battimani che scoppiano frequenti nell’ampio recinto, quasi presagi di altri vicini e più fragorosi trionfi. Non voglio ridire per filo e per segno gli applausi e le chiamate ai singoli pezzi della Favorita; ma neppure voglio tacere (e me ne credo obbligato perchè quasi sulle prime mosse dell’arte) che la graziosa Oselio va guadagnando sempre in rotondezza di voce, in varietà e colorito d’accenti, in padronanza discena; e. che Siila Carobbi possiede una voce simpatica, animata e facile, e che ha da natura un modo di canto ed un’interpretazione così giusta, che non manca mai di quella espressione che interessa il pubblico. Gli fu fatto ripetere il largo della sua sortita; e ciò vuol dir qualche cosa: taccio del resto e passo ad altre novità. E già fuori il manifesto per alcune rappresentazioni del Don Pasquale al Niccolihi, colla signora Neyma, alunna della scuola della signora Marchesi, e che viene dal teatro di Siena dove ricevette segni sicuri del suo valore. Incomincia, come sentite, a dileguarsi il torpore che finora, colpa della stagione, aveva colto i nostri teatri; e colla più mite temperatura e colle diminuite apprensióni del colera, riprendono vita anche le liriche scene. Al teatro della Pergola, prima che incomincino le rappresentazioni ordinarie dell’opera sotto l’impresa Boracchi, si darà un lavoretto melodrammatico, credo di genere idillico o fantastico, a favore dei colerosi, composto espressamente dal giovane Sarti, tanto abile violoncellista quanto felice compositore. Questo, giovanetto’ ha proprio una scintilla sua particolare per indovinare le tinte locali e’ per dare carattere di vero alle fantasie che snelle e leggiadre gli frullano in capo. Sue sono- quelle Suites per strumenti ad arco chè già ricordai, e che piacquero tanto ogni volta che si riudirono. Ed è a lodare in lui il generoso pensiero di questo suo nuovo lavoro, ed il nobile scopo cui lq consacra. Il nostro R. Istituto musicale ha -aperto un concorso di composizione sopra un tema biblico, con Corale a quattro parti. Ma’io non mi diffondo sopra di esso perchè veggo- che la Gattello; ne ha già riportato l’intero testo. Dirò finalmente che il 28 settembre fu data una bella mattinata musicale nella ricca sala del Palazzo Rinuccini dal Circolo mandolinisti Margherita; e anche questa a favore dei poveri ’colerosi. Vi fu gradito assortimento di canto e di stru-mentàle;• canto eseguito finamente dal basso Bùttero è dalla signora Bottero-Sommelius; strumentale -bene scelto ed eccellentemente interpretato da quella valente schiera di mandolinisti, con tanta perizia agguerriti nelle piacevoli lòtte d’Euterpe dal maèstro Graziani-Walter. E con ciò: «saluto il porto e la mia vela abbasso.» -- > w" - - - • - J ü ’ " v: m. ‘ ‘ 374 BASSANO, 7 Ottobre. Arte e beneficenza. nche nella nostra città l’arte gentile si è unita alla carità per venire in soccorso delle tante infelici vittime del choiera e della miseria. Un pubblico discretamente numeroso assisteva domenica sera nel nostro teatro ad una accademia vocale ed istrumentale, in cui oltre al piacere di riconoscere il merito degli artisti di caùto signori Colombana e Rosina Berlini e il valore già noto dei nostri artisti, del pianista Sanfelici e del direttore della Banda cittadina, signor Alessio Cansin, avemmo la fortuna di fare una preziosa conoscenza nell’arte. Il giovane e valente contrabassista, signor Roveda, allievo del prof. Battioni di Parma, che di ritorno dall’America si prepara alla vita avventurosa del concertista, nei suoi pezzi che riscossero applausi calorosi e meritati, rivelò quella «sacra scintilla», privilegio di pochi, che è vita ed anima dell’arte vera; — intonazione perfetta, espressione giusta e fine, sicurezza mirabile d’esecuzione, soavità melodiosa di suono che trasformava il difficile istrumento, e gli darà le vibrazioni e le mille sfumature delicate della voce umana. Auguriamo sinceramente all’egregio e valoroso artista la brillante carriera, e quell’accoglienza festosa nel mondo musicale cui le qualità sue d’esecutore gli danno pieno diritto. — X. TRIESTE, 6 Ottobre. Mignon. 19 novembre 1866 venne data a Parigi, per la prima volta, l’opera Mi gnon di A. Thomas, e sei mesi dopo ne ebbe luogo la centesima, prova del suo reale ed incontrastato successo, e l’Opera Comica lo può e lo deve registrare nei suoi annali come tale. Il libretto, lavoro di M. Carré e L Barbier, è fatto bene, con molta abilità e conoscenza degli effetti scenici; però bisogna far astrazione da certe supposizioni arrischiate e dimenticare il Guglielmo Meister di Goethe, sebbene l’intreccio ed i personaggi principali sono presi da qùesto romanzo. La musica del Thomas si distingue per grazia, finezza e caratteristica. Se anche il Thomas non è un genio, se anche manca delle cosidette trovate, però d’altro canto si mostra sempre un compositore pieno di gusto, eleganza e coltura, e non occorre dire che il suo sapere è sodo e si manifesta con efficacia sotto qualunque forma, quindi melodia, armonia, condotta ed istrumentazione possono servire di modello allo studioso della composizione musicale. Nessun momento nell’opera potrà scuotere l’uditore, perchè essa, come dissi, non è la produzione d’un genio originale e ricco d’inventiva. Però è da considerarsi quale un lavoro coscienzioso e di un vero artista, esperto e sicuro del fatto suo. È quello che si dice un maestro nello stretto senso della parola. Talvolta la forma è piccola, la musica tendente allo stile del vaudeville, ma in complesso è drammatica, e lo ripeto, spiritosa e graziosa: non è di sentimento profondo, ma giusto e talvolta anche caldo. Naturalmente non devesi dimenticare che la musica della Mignon è prettamente francese e per giustamente gustarla, e trovarne diletto, bisogna famiglianzzarsi colle particolarità d’una nazione straniera. I pregi ed i difetti di quest’opera sono dunque del tutto d’indole francese: essa ancora oggigiorno forma parte essenziale del repertorio dell’Opera Comica. Mi astengo di farne un’analisi, perchè per lo meno questa verrebbe troppo tardi, e dirò solamente che dei tre atti ritengo il primo il migliore da tutti i lati, all’incontro il terzo è inferiore al primo ed anche al secondo. Per la prima volta la Mignon venne data qui a Trieste nella quaresima del 1870, ed in allora per la musica e per l’eccellente esecuzione da parte dei cantanti, fece impressione gradita. Da quell’epoca in poi non venne più riprodotta, e di confronto a tante altre opere, meritava una riproduzione prima di quella che attualmente abbiamo al Politeama Rossetti. Scrivo dopo la seconda rappresentazione, perchè più delle volte questa modifica in parte quella dopo la prima. La signora Frandin che sostiene la parte della protagonista, è certamente una cantante di non comune talento. L’interpretazione dipende quasi sempre dalla coltura, dal modo di sentire e vedere dell’artista pensante, e come cosa relativa è quindi discutibile. La Frandin ha dei bellissimi momenti, talvolta di dolce passione, tal’altra di slancio drammatico; è stata perciò giustamente, ma non entusiasticamente applaudita. In ogni modo, è una Mignon, se anche non ideale in tutto e per tutto, che non va messa in mezzo alle mediocrità. La parte di Filina non è troppo addatta alle qualità artistiche della signorina Nowak. Passabile la signora Donati quale Federico. Eccellente il tenore Garulli sotto le vesti di Guglielmo; possiede voce abbastanza voluminosa, per di più aggradevole, intuonata, e canta bene. L’applauso caloroso al suo indirizzo è ben meritato; ha dovuto ripetere (oh, le ripetizioni) la sua frase, in 9 s nel duetto con Mignon all’atto terzo. Per il baritono Pantaleoni la parte di Lotario non è del tutto confacente, però sa mettere in evidenza la sua forte e pastosa voce, la quale viceversa poi, talvolta, non sta in perfetta relazione coll’intonazione. Un discreto Laerte è il Magini-Coletti. Il coro non fila sempre diritto. Decente la messa in scena. Il Gialdini nel dirigere l’orchestra ha nuovamente confermata la sua valentìa, il suo sapere ed il suo sentire, e la replica della sinfonia è tutto merito suo. Del resto vorrei che si smettesse quest’uso antiartistico delle repliche. Alla prima rappresentazione c’era molta gente, non cosi alla seconda. Per debito di cronista devo dire che la Carmen nelle sue, credo, cinque rappresentazioni, ha procurato all’impresa dei begli incassi. Abbiamo pure avuto un’altra rappresentazione della Lucia, in cui sortì applauditissima la Toresella; parteciparono agli applausi il Mozzi, Pantaleoni e Fabro. O. V. là GINEVRA, 6 Ottobre. L’Ebrea al teatro Grande — Concerto Colonne — 1 festivals dell’inverno — Boccaccio, opera comica in 5 atti di F. de Suppé — Mignon di A. Thomas. ’ Ebrea di Halévy venne data al teatro Grande, per l’apertura della stagione, davanti ad una sala piena zeppa. Affrettiamoci a constatare che la esecuzione del capolavoro di Halévy è stata buona sotto tutti i rapporti. Il signor Guiot, primo tenore, che ei arriva da Tolosa, ha trasportato l’uditorio colla cavatina: Rachel, quand du Seigneur. Noce, vibrante, organo possente: ecco le principali qualità del nostro tenore, acclamato a -più riprese. Ci spiace, tuttavia, che siffatto artista lasci un poco a desiderare dal punto di vista artistico, e che a certi momenti — brevi assai, affrettiamoci a dirlo — un lieve «belamento,» specie sul principio delle frasi, sciupi il piacere dell’uditore. Ciò detto, crediamo che Ginevra debba essere felice di possedere un artista del valore del signor Guiot, che potrebbe assai bene tenere il suo posto sulla scena di una città di duecentomila anime. La signorina Poissenot, prima cantante di opera seria, ha ottenuto un vero successo nella parte di Rachele. Organo estesissimo, simpatica voce; non avremmo che un sol rimprovero a farle: troppa freddezza per l’appunto allora in cui la parte richiede il vero slancio della passione. La signorina Poissenot è quella stessa che creò ad Anversa, sotto la direzione di Ambrogio Thomas, la parte di Francesca da Rimini. Nel signor Séran (primo tenore d’opera comica) abbiamo trovato uno dei rari tenori capaci di farci dimenticare Degenne. Séran ha interpretato la parte di Leopoldo da provetto cantante. Avremo occasione di riparlare di questo artista simpatico che ha cantato testé a Bordeaux durante due stagioni con grandissimo piacere per gli amatori di quella città. Un grande concerto dato dall’orchestra Colonne (d’Aix-les-Bains) il 30 settembre: grande affluenza d’amatori — il che ha fatto salire gli introiti a cinque mila franchi, bella cifra per un concerto! Questa solennità musicale era stata organizzata dal signor Leopoldo Ketten, professore di canto al Conservatorio. Sei o sette pezzi furono bissati, ed il vostro compatriota, l’amabile signor Ferni, di Torino, ha fatto furore nel Minuetto del Bourgeois Gentilhomme di Lulli che dovette ripetere. Ferni è, voi lo sapete, primo violino solista dell’orchestra Colonne. L’Invocazione d’Elettra di Massenet, un a solo di violoncello suonato maestrevolmente dal signor Oudshoorn, fu del pari bissata. Fra i pezzi più applauditi noteremo ancora l’Ultimo sogno della Vergine di Massenet, e le Scene pittoresche, come la Serenata di Beethoven (op. 8), il Minuetto dell’Arlésienne di Bizet, e l’ouverture del Tannhàuser. Per quest’ultima, faremo posto a un po’ di critica in mezzo a tante laudi: il disegno dei primi violini, che spicca in modo così originale e piano sul coro dei pellegrini detto dagli ottoni, è stato press’a poco schiacciato da questi istrumenti che debbono per certo eseguire il canto di una così severa bellezza con forza e potenza, ma non già con esagerazione. Ecco il solo guaio. Abbiamo parecchie volte udito Y ouverture del Tannhàuser, diretta dal Wagner stesso, e sappiamo pure come l’interpretasse. Il prossimo inverno parecchi festivals avranno luogo il sabato al teatro Grande, diretti da diversi maestri moderni, e fra gli altri Gounod, Massenet, Delibes, Guiraud, ecc. Inoltre, Joachim, il gran violinista, è scritturato pel concerto del 31 gennaio. Passiamo ad un genere meno serio per constatare il vivace successo del Boccaccio, la deliziosa opera comica di Suppé, al teatro Grande. Il signor Gravière ha messo in iscena questo lavoro con un lusso inaudito — il che, per altro, non ei stupisce: egli ce ne ha assuefatti. La signorina Nixau, che ha creata la parte di Boccaccio a Parigi, la interpreta in modo da rapire. Possiede una voce di bel timbro che le permette di tentare con successo, quando lo voglia seriamente, il genere dell’opera comica. Porta con molta disinvoltura e cranerie il costume del celebre poeta italiano. Un eccellente attore, il signor Génot, è stato applauditissimo nella parte del Principe. Venerdì s’è data Mignon davanti ad una sala completa. Séran fu molto applaudito nella parte di Wilhem-Meister e la signorina Félicie Arnaud in quella di Philine. Non potendo per oggi occuparvi altro spazio, riverrò fra breve sul conto di questi due eccellenti artisti. — J. K. PARIGI, 7 Ottobre. I Dragoni di Villars, di Maillart, all’Opera Comica, colla Galli-Marié — La ’ Corte d’Amore, nuovo ballo in 3 atti di Balbiani, musica di L. di Wenzel, all’Eden- Théâtre. ll’Opera Comica è stata, con molto felice successo, rimessa, dopo più anni, sul cartello, l’applaudita opera del rimpianto Amato Maillart, che ha per titolo I Dragoni di Villars. La parte di Rosa Friquet è benissimo eseguita pel canto, ma più specialmente per l’azione, dall’esimia Galli-Marié, che piace indistintamente sia che si presenti da Mignon, sia da Carmen, sia da Rosa Friquet. Di queste tre parti le due prime furono scritte per lei e la terza si direbbe che lo sia stato, tanto essa se l’assimiglia e la rende sua propria. Fa piacere di riveder tratto tratto una delle opere comiche d’altra volta, sul genere di quelle che scrivevano Boieldieu e.Hérold, Auber ed Halévy, Ambrogio Thomas e Massé, Adam e Grisart. Maillart fu di questo bel numero, coi suoi Dragoni di Villars.; Più tardi l’opera comica subì una trasformazione; di commedia lirica che era, divenne dramma musicato. Non più sorridente, gaia, leggera, amabile; ma triste e bramosa di commovere lo spettatore. Che importa! Tutti i generi son buoni, salvo quello che annoia. Se Carmen muore pugnalata, se Lakmè s’attossica con una pianta mortifera, se Manon finisce consunta, muoiono tutte e tre al suono d’una musica attraente, e non c’impediscono d’applaudir il domani altre musiche
| 1 più liete come quelle dei compositori già citati, ed in ispecie come lo spartito
375 — dei Dragoni di Villars. Del resto l’operetta avendo invaso i domimi dell’opera comica, è assai naturale che questa invadesse a sua volta quelli del lacrimoso melodramma. Rincrescerebbe nullameno a buona parte del pubblico, particolarmente del più attempato, se gli attuali compositori volessero assolutamente metter da parte un genere che piaceva tanto, e nel quale la scuola francese potè almeno brillare. So bene che fuori di Francia questo genere non è il più ricercato; ma si rifletta che non è proprio per gli stranieri che i maestri di qui lo trattarono. In ricambio, i balli alla maniera italiana, vale a dire i mimo-drammi, qui non sono proprio pregiati. Il ballo in Francia non è che un pretesto per far brillare una prima danzatrice; e questa ne è sempre la protagonista. Non ostante, l’EdenThéâtre ha operato il prodigio, e mercè un gran lusso di vestiario, di scenario, di personale, ha fatto correre tutta Parigi aV Excelsior del Manzotti, ed alla sua Sieba, benché un po’ meno a questa. La direzione del teatro essendo stata cambiata e venuta nelle mani del signor Cleves, questi aveva molto da fare per mantenersi almeno al livello del suo predecessore, se non per sorpassarlo. E pur vi è giunto col ballo la Corte d’Amore, del Balbiani, con musica del signor Leopoldo di Wenzel. L’argomento di questo ballo è assai ingenuo; ma per queste produzioni teatrali che si traducono solo coi gesti, la semplicità è un pregio. Almeno se ne capisce qualche cosa. Se fossero complicate, non vi s’intenderebbe nulla. La Corte d’Amore, scelta dal coreografo, ha luogo in Ferrara. Non so perchè questa città italiana seduce con tanta preferenza coloro che scrivono pel teatro. Anche nell’operetta la Notte degli schiaffi, di cui vi raccontai il povero intreccio, l’azione ha luogo a Ferrara. Se non che, nell’operetta il duca regnante era un personaggio di fantasia, ridicolo e grottesco, mentre nel ballo dell’Eden è Alfonso d’Este, non già quello che chiamò folle il Tasso che lo aveva chiamato magnanimo, ma bensì Alfonso I, il quarto marito di Lucrezia Borgia. Egli ei appare sotto un aspetto tutt’altro che truce. Prima d’andare a liberar Parma, ove Lautrec è assediato da Prospero Colonna e dagli spagnuoli, non immagina nulla di meglio che d’aprir una corte d’amore per proclamar regina della beltà la più leggiadra delle popolane del suo Stato. È la figliuola d’un armaiuolo che è proclamata, e che dopo varie peripezie poco interessanti a narrare ed a conoscere, sposa un giovine uffiziale che ha fatto prodigi di valore per liberar gli assediati. M’è sembrato un po’ singolare di leggere nel programma di questo ballo qualche frase come la seguente: «Un canto melodioso si fa udire — Regina si slancia sulla scena continuando la canzone incominciata.» Regina, la figlia dell’armaiuolo, è la prima ballerina, la signorina Cornalba. Naturalmente essa modula coi piedi il canto melodioso; e la cannone da lei cominciata si traduce in pirouttes. In un’altra scena, l’uffiziale amante di Regina ed il suo rivale sono per battersi, quando Regina s’interpone. Ed il programma soggiunge: «Alla sua voce i due rivali metton giù la spada.» La voce di Regina è nelle sue braccia e nelle sue gambe. Ma non ho parola per dirvi con qual lusso sia messo in iscena questo ballo, e quanto sia la profusione di costumi ricchissimi, di armi, di fiori, di luce elettrica, ecc., ecc. V’è un défilé che non è stato mai veduto, neppur all’Opera, ed una festa di fiori, all’ultimo atto, che finisce con una splendissima apoteosi, e che ha fatto scoppiare, la prima sera, i plausi più unanimi, più fragorosi, più prolungati. La musica del signor di Wenzel talora è un po’ assordante, ma a quando a quando, è gradevole e bene orchestrata. Insomma, la Corte d’Amore è sicura di restar molti mesi nel cartello, e di continuare le piene dell’Excelsior. — A. A. H BRUSSELLE, 4 Ottobre. Concerti — Debutto della signora Béringier nel Barbiere di Siviglia — Il repertorio d’opera comica e la Deschamps nella Carmen — Rappresentatone del Sigurd — La quistione dei tagli — Ciò che desiderano i frequentatori della Monnaie. essun concerto sull’orizzonte. Che cosa si farà al Conservatorio — che cosa udremo ai concerti popolari? Niuno lo sa. Taluni pretendono che il Conservatorio prepari un’esecuzione accuratissima della IXa Sinfonia di Beethoven; che l’amministrazione dei concerti popolari pensi a darci un’audizione del primo atto di Tristano e Isotta; ma, allorquando si interrogano le persone «bene informate,» esse rispondono invariabilmente che nulla è stabilito, sino ad oggi. Per vero dire, nè la musica, nè gli altri rami artistici, non sono punto stati all’ordine del giorno in questi ultimi tempi, e gli organizzatori di concerti avranno pensato che per lanciare il programma delle loro feste liriche, era meglio aspettare che la calma si fosse completamente ristabilita in Brusselle. Era scritto sul libro del destino, che quest’anno le cantanti leggere esordissero in condizioni tutt’affatto eccezionali. Vi ho narrato della comparsa infreddata della signora Potei che non s’è più riveduta dopo d’allora; il giorno nel quale la signora Béringier ha cantato per la prima volta il Barbiere di Siviglia, il 22 settembre, la città era in piena effervescenza. Mentre i graziosi accenti della musa di Rossini facevano risuonare la sala del teatro, furibondi clamori s’elevavano sulla piazza della Monnaie. Ne consegui che il pubblico, abbastanza scarso ha ascoltato la signora Béringier con poco attento orecchio, ed appena appena ha potuto accorgersi della sua completa inesperienza dell’arte musicale e di quella drammatica. Allieva del Conservatorio di Parigi — classe del signor Crosti — la signora Béringier è una gentile personcina, graziosa e giovanissima, dotata di una voce fresca e naturalmente flessibile. Più che «cantato» essa ha garrita la simpatica parte di Rosina, ma nel Valzer di Venzano — intercalato alla lezione di canto — ha fatto udire un trillo regolare e «periato» che ha deciso del suo successo. E si dice che i gorgheggi non sono più di moda!... La direzione, vedendo la premura del pubblico le sere nelle quali si ripete un’opera qualsiasi, cerca, naturalmente, di moltiplicare le ripetizioni. Gli è cosi che, in meno d’un mese, abbiamo udito una mezza dozzina d’opere comiche: Si fêtais Roi, i Dragoni di Villars, Carmen, il Barbiere, il Chalet e Gioconda. Di queste differenti rappresentazioni, quella della Carmen è stata incontenstabilmente la migliore. La signora Deschamps ha progredito come attrice e, senza uguagliare l’inimitabile Galli-Marié, essa fu negli ultimi due atti, e specialmente nella scena dell’assassinio, di una rara energia. C’è del nervoso, della violenza, del realismo — ma tutto ciò attrae gli spettatori che acclamano l’artista ogni volta ch’essa si presenta nell’opera di Bizet. Fin qui la Deschamps tiene lo scettro dell’opera comica, come la Caron quello dell’opera seria — la grande opera. S’è circondata con una certa solennità la rappresentazione del Sigurd, ch’ebbe luogo il venerdì 26 settembre. Ernesto Reyer ha fatto il viaggio da Parigi a Brusselle per assistere alla prova generale ed alle tre prime rappresentazioni; ma questa volta non ha diretto l’orchestra e ha lasciato questa cura al signor Giuseppe Dupont, che, del resto, se l’è cavata a meraviglia. In vista della presenza dell’autore, lo spartito venne eseguito per intiero. Un ammiratore entusiasta del Sigurd ei dichiarava testé che in quest’opera, lungamente meditata e profondamente lavorata, tutte le diverse parti si collegano, si incatenano in tal maniera, che la menoma soppressione vi fa un vuoto, ne distrugge l’armonia generale. Forse è vero; ma scrivendo un’opera, la cui esecuzione si prolunga per cinque ore — dalle 7 a mezzanotte — il compositore ha fatto calcolo sulla forza di attrazione de’ suoi uditori; come ha del pari fatto calcolo sulla forza de’ suoi interpreti, imperocché il tenore Jourdain e la signora Caron parevano proprio estenuati alla fine della serata. Cosa strana, in questo lavoro dalle tendenze wagneriane i punti che più strappano l’applauso sono quelli che costituiscono dei pezzi propriamente detti: al secondo atto la cavatina del Sigurd, al terzo il duetto per soprano e baritono, all’ultimo atto — il più bello dei quattro — l’aria di Brunnehild e il duetto d’amore. La scena del ridestarsi della walkirie, e quella in cui essa scopre lo stratagemma di cui è stata vittima, sono le sole pagine che, scritte in una forma ove dominano la melopea e la sinfonia, producano qualche effetto. La messa in scena è sempre abbagliante perfettamente regolata, e l’esecuzione accuratissima. Enrico Seguin, il solo interprete nuovo, dallo scorso inverno, ha surrogato vantaggiosamente il baritono Devriès sotto il cimiero e l’armatura del re Gunther. Abbenchè della presenza dell’autore, ed il prestigio della Caron, le due rappresentazioni del Sigurd, alle quali abbiamo assistito, sono state relativamente fredde. Già si produce una specie di rilassatezza, e gli assidui del teatro cominciano a chiedere se non si darà loro ben presto una di quelle opere possenti e colorite, riboccanti di vita e di passione, firmate dal nome illustre di Verdi. Alcuni chiedono Aida, noi domandiamo invece il Ballo in maschera a motivo del come è composta la compagnia. Nell’^/t/a, la Deschamps, di cui l’opera comica è il vero dominio, si troverebbe alle prese colla parte superba di Amneris, alla quale non saprebbe dare tutto il rilievo desiderabile. In ogni modo questa rappresentazione non potrebbe aver luogo che verso la fine della stagione musicale; imperocché i Maîtres-Chanteurs verranno presto ripresi e tutto assorbiranno a sè. Gli è molto, se si arriverà a dare YEbrea e la Norma, solennemente annunciate pel mese di ottobre e novembre. — P. Z. VIENNA, 8 Ottobre. Opera imperiale: Le Maçon di Auber. Sakuntala, ballo in 5 atti — Concerti. HWl a stagione musicale è cominciata. All’Opera imperiale abbiamo avuto una première ed una quasi première, e per le vie già si vedono quegli enormi cartelloni multicolori che annunziano il diluvio de’ concerti. Ancora tre o quattro settimane, ed ogni fervido amatore della nostra città — specialmente questi poveri dilettanti che tutti debbono sapere e sentire — saranno in disperazione. In una stessa sera saranno chiamati all’opera, all’operetta, ad un paio di concerti; «Figaro qua, Figaro là.» — Finora abbiam potuto godere di un discreto comodo. All’Opera imperiale nulla di nuovo nell’agosto; nel settembre hanno ripreso la vecchia opera Le Maçon di Auber, che i Viennesi non hanno udito da trenta anni. Il nostro teatro è troppo vasto per questo genere d’opera, ed i cantanti non sono sufficientemente attori; per cui il successo del Maçon fu assai mediocre. Vero è che il direttore Jahn ha fatto d’ogni sua possa per mandare a male la rappresentazione affidando la parte principale della donna ad una cantante ungherese che protegge e che non sa dire tre parole in tedesco senza provocare le risa dell’uditorio. Nè molto più speriamo dell’opera Les Diamants de la Couronne di Auber, che il direttore prepara pel dicembre, malgrado la cooperazione della signorina Bianchi, la quale, senza dubbio, canterà squisitamente la sua parte e che è sempre la favorita del nostro pubblico. Anche la ripresa dell’opera II Vampiro di Marschner, fissata pel mese di ottobre, non promette gran che. Questo vecchio genere romantico non può più piacere alla nostra generazione, nudrita colla musica di Riccardo Wagner. Ma il direttore Jahn ha la mania degli scavi: egli sacrifica a questa mania il tempo e le forze dello Istituto, sventuratamente affidato al suo comando, e nuove opere di valore aspettano fuori le mura dell’Opera imperiale. La Gioconda, in tedesco — Lakmé di Délibes — Manon di Massenet — Erodiade dello stesso maestro — Sigurd di Reyer, ed altre opere che furono rappresentate dovunque con gran successo, sono pure aspettate da noi con impazienza: ma, in luogo di queste novità ei presentano la musica... de’nostri avoli! Un nuovo ballo in 5 atti — Sakuntala — è stato rappresentato, pochi giorni sono, all’Opera imperiale, con successo per il libretto, con fiasco per la musica. Più di un moderno poeta già, in Francia e Germania, ha invano arrischiato una trascrizione del famoso dramma di Kalidaça per la scena moderna. Per l’opera specialmente, Teofilo Gauthier ha adattato il dramma indiano nel 1857, e Ernesto Reyer ha scritto la partizione di questo ballo, rappresentato alcune volte all’Accademia nazionale di musica di Parigi. La grandissima difficoltà di questo soggetto per la scena moderna consiste in ciò, che i motivi del dramma indiano sono piuttosto interni, psicologici, che non esteriori risultamenti di una azione 376 palpabile. L’autore del nostro nuovo ballo, signor Federico Uhi, il quale, due anni sono, ha fatto rappresentare con immenso successo il suo ballo Melusina, ha nuovamente dato prova di una grande capacità e di uno squisito sentimento poetico. Ma la musica ha rovinato tutto. Eccezione fatta del maestro Goldmark che ha scritto una deliziosa sinfonia pel dramma di Sakuntala (l’abbiamo sentita molto bene eseguita anche in Italia sotto la direzione del valente maestro Franco Faccio), non esiste in Vienna — e neppure in tutta la Germania — un compositore al quale si possa affidare la musica per un ballo od un’opera di Sakuntala. Il signor Uhi ha pregato il maestro Goldmark di scrivere la partizione del nuovo ballo; ma Goldmark è costretto a finire la sua nuova opera Merlin, ed ha dovuto rinunciarvi. Allora il direttore Jahn ha proposto il suo amico, signor Bachrich, compositore delle due opere Mu^edin ed Enrico di Stiria — opere rappresentate a Vienna soltanto, e con tremendo fiasco, come ho narrato ai lettori della Gaietta Musicale. Il signor Bachrich ha messo su in pochi mesi un pasticcio, nel quale l’uditorio, sdegnato, ha riconosciuto ad ogni momento, pezzi di Gounod, Goldmark, Verdi, Délibes, Bizet, Wagner, Meyerbeer ed altri. Questa musica ha fatto cadere il ballo che avrebbe meritato un miglior compositore ed un migliore successo. Il maestro Hans Richter, il celebre allievo di Riccardo Wagner, ha preso la direzione dei concerti della Società filarmonica di Vienna e ei promette una serie di splendidi concerti. Avremo novità di Rubinstein, Kiel, Glinka, Davidoff e Brahms. Il 2oo.° anniversario della nascita di Hændel e di Giovanni Sebastiano Bach, nel febbraio e marzo 1885, sarà celebrato con grandiose produzioni di un Oratorio e di una Messa di questi compositori. Il maestro Richter ha ripreso anche per quest’anno la direzione dei concerti dell’orchestra dell’Opera imperiale che il signor Jahn ha lasciati, due anni fa, in uno stato di decadenza. Il programma di questi concerti è interessantissimo. — O. Bn. LONDRA, 5 Ottobre. Il Mefistofele a Bristol — Una nuov’opera di Goring Thomas — Stagione autunnale d’opera italiana al! Her Majesty’s Theatre — Il Festival di Norwich — I Monday ed i Saturdy popular Concerts di Chappell — Tre concerti orchestrali di Richter alla St. James’s Hall — I Promenade Concerts — Alla «Diva» — Sponsali. li appunti che ho presi nel mio taccuino durante l’intervallo corso dall’ultima mia ad oggi sono di molti, e per occuparmi di tutto quanto essi concernono, dovrei avere a mia disposizione non una ma tutte le colonne della Gaietta. Eliminando molto e tagliando corto sul rimanente, vedrò di tenermi nei limiti dello spazio concessomi. Gli è con un senso della più intima compiacenza che registro il nuovo successo che il Mefistofele di Boito riportò sulle scene del Prince’s Theatre di Bristol, interpretatovi per la prima volta il 19 del decorso, dalla compagnia di Carlo Rosa. Fu addirittura la ripetizione del trionfo che poche settimane or sono, quest’opera consegui in Dublino. I giornali locali che ho sott’occhi, come il Bristol Mercury, il Bristol Times, e la Western Daily Press, hanno articoli elogistici che sembrano panegirici. Duoimi che per la ragione su esposta non possa riportarne qui tradotti i brani più salienti, ma del resto i lettori non avrebbero a leggere che la riproduzione degli entusiastici apprezzamenti della stampa di Dublino contenuti nell’ultima mia. Il 16 corrente, il Mefistofele andrà in scena a Birmingham ove, mi si scrive, l’aspettazione è immensa; e così di teatro in teatro nelle abili mani di Carlo Rosa, fatto il giro trionfale del Regno Unito, verrà nella primavera prossima a Londra a ricevere sulle scene del Drury Lane la conferma di tutti i trionfi da esso conseguiti nella lingua di Byron. A Manchester, ove presentemente trovasi la compagnia del Rosa, non si darà il Mefistofele ora, ma nel marzo prossimo, allorché essa farà ritorno a piccole giornate verso Londra onde poter far uso dello splendido scenario che si sta ora preparando pel gran teatro che il Rosa ha acquistato a Liverpool, sede principale delle sue intraprese teatrali. Ho il piacere d’annunziare ai lettori della Gaietta che il signor Goring Thomas — il giovine e promettente compositore dell’Esmeralda — sta dando gli ultimi tocchi al nuovo suo spartito su soggetto russo commissionatogli dal Rosa, e si spera che il pubblico inglese potrà giudicarlo la primavera prossima. Avete letto nei giornali inglesi e tedeschi che l’Esmeralda ebbe un bel successo il 27 del decorso, in tedesco, al Stadttheatre d’Hamburgh, magistralmente direttavi dal nostro bravo Randegger, il quale ha fatto or ora ritorno a Londra. Il mondo musicale inglese è fidente che quest’opera confermerà sotto veste italiana il successo ch’essa già s’ebbe in inglese ed in tedesco ed attende la comparsa dell’edizione coi testi italiano e tedesco che quanto prima pubblicherà lo Stabilimento Ricordi. Pare che il signor Hayes — noto come agente per la vendita di tickets per tutti i teatri di Londra — abbia intenzione d’incominciare verso la fine del corrente una serie di rappresentazioni d’opera italiana a «prezzi ridotti» sulle scene dell’Her Majesty’s Theatre, che fu, come sapete, l’arma delle imprese Maplesoniane. L’idea non sarebbe davvero cattiva, per quanto anzichenò arrischiata a questi chiari di luna; ma il busillis sta nel personale artistico. Le dicerie corse e che corrono sono molte e delle più strane, ma le fonti da cui emanano presentano poca attendibilità, che credo prudente di trincerarmi nella voluta riserva. È d’uopo confessare però che gli antecedenti del signor Hayes come impresario d’opera non sono molto promettenti, poiché tutti ricordano la miseranda fine che tre anni or sono ebbe la sua breve impresa al Lyceum. Gli è forse per la poca fiducia ch’egli ispira, che il signor Li Calsi ha recisamente declinato di assumere la direzione reiteratamente statagli offerta della progettata stagione autunnale d’opera italiana. Corre voce che abbia finito per accettarla Tito Mattei. Il 14 corrente s’aprirà a Norwich il 21.0 Musical Festival triennale coWElia di Mendelssohn. Gli terranno dietro poi la Redenzione di Gounod, ed il Messia di Hændel. Fra le novità del programma figurano la Rose of Sharon (definita dal suo compositore Mackenzie Dramatich oratorio’) su parole dell’eminente critico musicale del Daily Telegraph, Joseph Benett, al quale noi tutti dobbiamo essere riconoscenti per avere durante la testé decorsa stagione sostenuto a spada tratta i colori dell’opera italiana contro l’insipienza dell’impresa, la deficienza nell’esecuzione e gli sproloqui di molti de’ suoi colleghi della critica anglo-tedesca; un’Ode elegiaca dello Stanford; una Scena per tenore; V Invocazione d’Apollo di Massenet, scritta espressamente pel Maas; una Marcia di sir Julius Benedici; un Madrigale di Barnby ed il Minuetto del nostro Bolzoni. Vi prenderanno parte i migliori artisti d’Inghilterra sotto la direzione del maestro A. Randegger. Auguriamo a tutti il più brillante successo. È aununziata pel 27 corrente la ripresa dei Monday Popular Concerts del Chappell alla St. James ’s Hall ed i Saturdays pel primo novembre prossimo. Vi appariranno, ad eccezione della Zimmerman, i soliti grandi artisti che fecero l’alta riputazione che ora godono questi squisiti trattenimenti artistici, come il Piatti, la Neruda, il Santley, il Lloyd, più il Barth. Accompagnatori al pianoforte saranno ancora i signori Zerbini e Ronfili. Sono pure annunziati alla stessa sala — impresario Hermann Franke — tre grandi concerti orchestrali diretti dal Richter, il primo dei quali avrà luogo il 28 corrente; il secondo il 4 novembre prossimo, ed il terzo Fu. Il birraio Thomas fa affari d’oro al Covent Garden coi Promenade Concerts, non ostante la grande attrazione dell’«Health Exibition», la quale va a chiudersi alla fine del mese. Bisogna confessare però che, oltre alla poderosa orchestra del signor Crowe, havvi colà un altro grande richiamo consistente in uno stuolo di afrodisiache donzelle, le quali vi si appiccicano al fianco e, catechizzandovi coll’entusiasmo dei primi banditori del cristianesimo, finiscono quasi sempre per involarvi dal pericolo di cadere vinto... dai vezzi delle compagne. I giornali annunziano che fu abbandonata l’idea di dare un corso di rappresentazioni d’opera inglese al Covent Garden dopo i Promenade Concerts, e pare che il teatro sia to be let al miglior offerente. Sulla fine del corrente, riaprendosi i tribunali, verrà sui tappeto la faccenda della «liquidazione» della Italian Opera Company. Vedremo quanto riceveranno in thè pound i creditori. Io sono fermamente convinto che se non fosse morto il vecchio Gye non saremmo nel 1884 a tal passo con quel teatro. Ma! La tremenda sciagura che ha colpito l’Italia in genere e più particolarmente la bella Napoli, ha destato anche qui un’eco dolorosa in tutti gli animi. Alcuni compositori italiani, venuti nella determinazione di dare un gran concerto all’Albert Hall a beneficio della disgraziata città, si costituirono in Comitato, del quale elessero presidente Sir Julius Benedici; indi si rivolsero alla Patti invitandola a volersi unire con loro nella sublime opera umanitaria. Dopo parecchi giorni la Diva rispose negativamente, adducendo scuse che non scusavano punto il poco caritatevole rifiuto. Sempre la stessa questa benedetta Diva dal cuore di marmo! Eppure essa dovrebbe ricordarsi allorché la si richiede a prò di sofferenti italiani, che nelle sue vene scorre sangue italiano, e che si fu coi capolavori dell’arte italiana che essa potè divenire la milionaria castellana di Craig-y-nos. Credo che l’idea del concerto, in seguito al rifiuto della Patti, sia andata in fume. Se ne ricorderanno gli italiani, signora Adelina! E prima di far punto, debbo segnalare il matrimonio del signor Carlo Sandon — il brillante Shaky del Fanfulla — con Miss Houghton, la cantante dalla voce splendida, della quale ebbi a parlarvi in una delle ultime mie. Sarebbe un grave peccato se si verificasse la voce corsa, che cioè il signor Sandon non voglia permettere alla sua signora di continuare la carriera incominciata sotto così lieti auspici. Io spero che l’amico mio carissimo si lascierà convincere e finirà per accordare il placet. — C. L. PIETROBURGO, 4 Ottobre. Gli Ugonotti, Il Barbiere di Siviglia, Mazeppa e la Traviata al teatro Grande — Spettacoli in vista — Ponchielli e i Lituani — La luce elettrica discaccia il gas. urante la scorsa settimana, abbiamo avuto sulle scene del teatro grande, o d’opera russa, parecchi spettacoli assai interessanti. Lunedì, 29, dello scorso mese, furono rappresentati gli Ugonotti — martedì s’è dato il Barbiere di Siviglia — giovedì il Mazeppa, e finalmente venerdì la Traviata. La prima delle menzionate opere, gli Ugonotti, fu udita con maggior interesse, perchè nell’ultima rappresentazione, d’ieri, la parte di Valentina fu per la prima volta assunta dalla signora Laterner, quella stella che, durante l’estate aveva preso parte alle rappresentazioni del Covent Garden di Londra. Benché questa artista possegga una voce di mezzo-soprano, qui all’opera russa le venne affidata la parte di vero soprano, qual’è appunto quella di Valentina. Il risultato, per quanto è dell’esecuzione musicale, fu piuttosto debole; e se vuoisi aggiungere che la nuova Valentina era abbastanza fredda e scolorita, si avrà il perchè l’uditorio rimanesse poco soddisfatto. Invece, la parte del Paggio fu lodevolmente eseguita dalla signora Fride che, anch’essa, per la prima volta si presenta sotto le spoglie del paggio Urbano. Gli altri esecutori erano i soliti, ond’è che nulla posso dire di nuovo. Martedì, un pubblico assai numeroso accorse a vedere il Barbiere col nuovo Conte di Almaviva e colla nuova Rosina. Il primo era interpretato dal signor Mikhailoff; la seconda dalla signora Pavlovsky. Lo spettacolo fu interessantissimo. Il signor Mikhailoff eseguì la sua difficile parte con molto successo. Ha fresca ed intonata voce di vero tenore, e fece una grande impressione nell’uditorio. Infatti, la sua straordinaria facilità di canto nello spartito rossiniano, quella sua bellissima mezza-voce, meritano i tributati encomi. Si ebbe calorosi applausi alla cavatina, Ecco ridente in cielo, eseguita irreprensibilmente. Per debito d’imparzialità però, non posso a meno di osservare che, se la parte vocale fu da lui eseguita perfettamente, non così è della sua azione, che lascia qualche cosa a desiderare. Non bisogna per altro dimenticare che il signor Mikhailoff cantava per la prima volta nel Barbiere. È insomma un buon acquisto pel nostro teatro grande, certo non ricco di buoni tenori. La parte di Rosina, come ho detto, era stata affidata alla signora Pavlovsky. M 377 I vecchi nostri habitués dicono che una così eccellente Rosina — sia dal lato. artistico che da quello musicale — l’opera russa non ha veduto da molti e molti anni. Il suo metodo, la sua agilità, il suo trillo — nulla lasciano a desiderare. Il noto pezzo Una voce poco fa, come pure l’altro nella scena della lezione, furono cantati con così straordinaria bravura, che il pubblico scoppiò in frenetici applausi — ed ha voluto il bis del secondo pezzo, che fu gentilmente concesso. Fu, in una parola, artista vera — così nel canto come nell’azione, e durante e dopo lo spettacolo le si fecero ovazioni. Gli altri esecutori — Prianischnicoff, Koriakin, Stravinsky —contribuirono all’ottimo successo di quest’opera; solo l’orchestra — che conta 100 esecutori — sotto la direzione del signor Napravnick, suonò alquanto strepitosamente. Giovedì s’è dato il Mazeppa. Non vi assistetti, e ben feci. Lo spettacolo, mi si disse, fu assai noioso. Venerdì si ebbe la rappresentazione della Traviata — non più udita da dieci anni, sulle scene dell’Opera russa — col concorso della Pavlovsky, dei Mikhailoft e Melnikoff. Fu una vera filza di ovazioni per la nuova Violetta — insuperabile come cantante ed attrice, specie nella scena della morte. Mikhailoff cantò molto bene. Cori ed orchestra benissimo. Il teatro per questa rappresentazione, era pieno zeppo: non un sol posto disponibile. Lo spartito di Verdi ebbe un successo grandioso. E per ora, due righe sull’opera italiana. Ho finalmente sott’occhi il tanto aspettato primo repertorio delle rappresentazioni per la prossima settimana. Eccovelo: Lunedì (per inaugurazione della stagione) Gioconda, colle signore Durand ’e Stalli, ed i signori Marconi, Cotogni, Pinto. — Martedì, Roberto, colle signore Brambilla-Ponchielli (debutto), e Repetto, ed i signori Sylva, Uetam. — Mercoledì, Filemone e Bauci, colla signora Repetto, ed i signori Valero, Cotogni, Pinto. — Giovedì, Aida, colle signore Durand e Stahl, ed i signori Marconi, Dufriche, Pinto. — Venerdì, Roberto. — Sabato, Favorita, colla signora Stahl, ed i signori Valero, Aleni, Pinto. Mercoledì è arrivato l’illustre autore della Gioconda, ed assisterà alla sua rappresentazione posdomani. Mi si dice che si fermerà qui due mesi per lè prove dei Lituani. Tutti gli artisti sono già arrivati questa settimana, ad eccezione della signorina Elvira Colonnese, alla quale le nostre Autorità non permettono di varcare i confini della Russia, perchè è rimasta a Napoli durante l’epidemia colerica, e per conseguenza non ha il certificato di provenienza da luogo non infetto da quindici giorni. L’esimia artista aspetta perciò a Vienna. Ancora una novità: in questa stagione nel teatro Maria (opera italiana) il gaz sarà sostituito dalla luce elettrica. Questo sarà il premier essai della nuova luce. Di tutto ciò, per altro, dirò a suo tempo. Cosi, alla prossima domenica. — N. S. Giuntaci in ritardo per essere inserita, rimandiamq al prossimo numero la corrispondenza da Verona. Poesie per Musica L’E-S T R 0 SPETTO 8^ aneliti D’un estro ribelle, Creandomi un’estasi In mezzo alle stelle: La pigra dottrina Al suol mi trascina, E stanco torpor M’assidera il cor. Susurro incantevole • Di facili note Invan col suo fascino Mi lambe, mi scuote: La scienza inamena, Con tarda catena, Lo sento, è con me, Ma l’estro non è. (Proprietà letteraria)’. V. M. NECROLOGIE Catania. — Carmelo Bellini, fratello aTcelebre autore della Sonnambula, morì il 28 settembre. Secondogenito della famiglia, fu anche lui distinto maestro di musica sacra e di teoria e solfeggio nel R. Ospizio di Beneficenza. Ancor giovane assunse il governo della famiglia, e nulla trascurò per la riuscita del fratello Vincenzo. In sul principio della sua carriera, ebbe a lottare colla fortuna; ma, instancabile, dava al lavoro molte ore anche della notte facendo il copista, consacrando la giornata nel dare lezioni di musica, nel suonare l’organo nelle chiese. — Fu sempre modesto e galantuomo. — Lascia molte composizioni di musica sacra che non mancano di pregi. POSTA DELLA GAZZETTA Quattro fra gli abbonati che invieranno l’esatta spiegazione, estratti a sorte, avranno in dono un pezzo di musica da scegliersi fra le Edizioni Ricordi, non eccedente il prezzo marcato di lordi Fr. 4 o netti Fr. 2. Nell’inviare la soluzione si deve in pari tempo indicare quale è il pezzo che si desidera in dono. SPIEGAZIONE DELLA SCIARADA DEL N. 39: Taci-turno. Fu spiegata dai signori: C. Perodi, V. Faccanoni, T. Ferrarlo, dott. F. Chioffi, E. Reviglio, G. Orrù. Estratti a sorte quattro nomi, riuscirono premiati i signori: N. Faccanoni, T. Ferrario, E. Reviglio, G. Orrù. Omesso del Logogrifo del N. 36: F. Carmona. Municipio di Piacenza È aperto concorso per titoli e con facoltà all’Amministrazione di assoggettare i concorrenti anche ad esame, pel posto di professore di Violino nell’Orchestra di questo Teatro Municipale. Gli aspiranti al detto posto sono invitati a trasmettere le loro domande (in carta da bollo da Centesimi 50) a quest’Ufficio Comunale non più tardi del io Novembre p. v. e corredate dei documenti seguenti: 1. Fede di nascita, da cui risulti non superata l’età d’anni 35; 2. Certificato di buona condotta; 3. Certificati degli studi fatti e dei posti ’già occupati, e quegli altri titoli che i concorrenti- credano opportuno all’uopo. L’Ufficio dovrà essere assunto col primo giorno del dicembre di quest’anno. Lo stipendio è fissato in annue L. 1100. Le obbligazioni del Professore a nominarsi consistono: i. Nel prestar l’opera in quattro corsi di Spettacoli all’anno di qualunque sorta questi siano, qualunque sia il numero delle recite ed anche in qualsiasi stagione esclusi i mesi di vacanza (Settembre e Ottobre). Sarà tenuto a prestar l’opera anche negli Spettacoli’ straordinari, cioè oltre quelli sopra indicati, nel qual caso avrà diritto alla retribuzione fissata da deliberazione Consigliare primo Dicembre 1871. 2. Nelle prove e direzione dei balli. Piacenza, 3 ottobre 1884. L’ASSESSORE F. ANGUISSOLA. LA QUESTIONE CORALE. (Vedi N.° scorso.) ERRATA-CORRIGE PAGINA LINEA ERRATA CORRIGE 3 59. I.a colonna 28 debbono debbasi» 2.a» I scusa, senso,»»» 24 unanime massime»»» 28 cori corsi»»» 44 pure prese 360,»» U Eves Ever»:•»» 18 5»»» 21 Littleson, Littleton,»»» Littleson Littleton»»» 42 Littleson Littleton».»» 59 vens very Editore-Proprietario TITO DI GIO. RICORDI Oggioni Giuseppe, gerente. U- Stabilimento Ricordi.