Gerusalemme conquistata/Nota
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NOTA
Fondamento del nostro testo è l’editio princeps stampata a Roma dall’agosto a mezzo novembre 1593 sotto gli occhi dell’autore e con qualche suo concorso: Di | Gerusalemme Conquistata | del Signor Torquato Tasso | libri XXIV | all’Ill. mo e Rev. mo Sig. re | il Signor Cinzio Aldobrandini | Cardinale di San Giorgio | in Roma MDXCIII; presso Guglielmo Facciotti | con privilegi di N. S., della Serenissima Republica di Vinetia | et di tutti gli altri prencipi d’Italia. L’edizione fu curata da Angelo Ingegneri, ma il Tasso seguiva la pubblicazione e vi collaborava.
L’antico editore della Liberata era stato appositamente assunto al proprio servizio da monsignor Cinzio Passeri, come esperto in decifrar la malagevole calligrafia del poeta, perché cavasse la copia e (si può credere) la custodisse, se a caso l’instabile autore fosse tornato fra gli amici napoletani, come ogni giorno ne manifestava intenzione, o a Mantova presso i Gonzaga, o forse (pareva) a Ferrara. L’Ingegneri era come il mallevadore che la stampa avverrebbe in Roma sotto gli auspici del nipote ex sorore del papa. Il 12 agosto il Tasso mandava a Napoli ad Orazio Feltro il primo foglio: «Ora le mando il primo foglio, come desidera, quantunque sia stato ristampato corretto con l’aggiunta di una stanza; ma l’avrá poi col secondo, nel quale è espressamente la breve ma gran laude di Napoli». E il 25 agosto al Costantini: «Finalmente s’è dato principio a stampare il mio poema ma si camina assai lentamente». L’Ingegneri temporeggiava per licenziare il volume dopo l’attesa promozione di Cinzio Passeri al cardinalato. Il cappello fu imposto il 17 settembre, colla concessione al nuovo porporato di aggiungere al proprio cognome quello di Aldobrandini, e l’evento fu salutato con la canzone: Ecco giá d’orïente i raggi libra. Ma allora bisognò attendere che l’incontentabile poeta l’avesse ricorretta per adornarne il volume. Il 15 ottobre Torquato scriveva di mano ad Orazio Feltro: «Manderò a V. S. ... un volume intero del mio poema, che sará finito quest’altra settimana». E il 20 novembre al Costantini: «Non mando il libro perché io nol posso avere ma è stampato giá da molti giorni: e sará forse mandato al signor Duca di Mantova da chi non solamente vuole usurparsi il frutto de le mie fatiche, ma la grazia ancora de’ miei padroni». L’Ingegneri, quando ebbe in mano quanto gli occorreva, mirava a metter da parte il Tasso, al quale dovette certo dispiacere di veder il poema preceduto dalla seguente dedicatoria, che riferiamo senza toccare né la sovrabbondante interpunzione, né le cortigianesche maiuscole maiestatis, anche in onor del poeta, mentre poi non si risparmiano stoccate su la sua ingrata indisposizione e su la maraviglia universale che non sia anche scappato di mano al protettore, secondo il suo solito.
All’Illustrissimo e Reverendissimo il Signor Cintio Aldobrandini Cardinale di San Giorgio, padrone e benefattore.
Ill.mo e Rev.mo Signore
Convenivasi alla veramente Eroica virtú di V. S. Illustrissima immortale onore: e ragion era, che quella gloria, che la gentilezza del nascimento, la nobiltá dell’educazione, l’altezza degli studi, lo splendore della dignitá, la strettezza del sangue col Cristiano Monarca, e finalmente tanti propri valorosissimi gesti, stati non forano a perpetuarle bastevoli, risuonasse per tutti i secoli nella piú chiara tromba, che giammai si sia udita. Quinci pose la Divina Provvidenza in cuore al signor Torquato Tasso, sin al principio di questo felicissimo pontificato, di ricovrarsi all’ombra di V. S. Ill.ma, la quale per sua inclinazione sinceramente l’accolse; e l’è poi gita trattando con tanto segnalata umanitá, ch’egli non solo (quel che dalla sua natural gratitudine gli è stato agevolmente persuaso) a Lei si determinò incontanente di donar la sua ricomposta Gerusalemme: ma (quello che dall’ingrata indisposizione gli venia, come a viva forza vietato) ha poi voluto dedicarle se medesimo in eterno; e fare appresso di Lei (non senza universal maraviglia) assai piú lunga dimora che di (sic) qual mai Signore o Principe l’abbia meglio creduto ed accarezzato.
Certo innumerabili sono i doni del Cielo, che concorrono nella sublime persona di V. S. Ill.ma, ma, quantunque grandi ed egregi, gli ha però Ella comuni, qual con uno, e qual con altro Nepote di Papa; e tutti, senza alcun dubbio, coll’Ill.mo e Rev.mo Sig.r Card.e Aldobrandino suo cugino: questo, d’essere invocata quasi per Nume, nel piú celebre Poema del Mondo, né mai fu di niuno, né mai sará: perché non fu mai, nè mai fia, di grido Poeta uguale al famosissimo Tasso. Ma di chi aveva egli ad essere, a cui piú fosse devuto, che a V. S. Ill.ma? la quale con frequenti segni di tenero amore e d’immensa liberalitá, trattenendo il signor Torquato; e con ogni piú ampia dimostrazione apertamente manifestando la stima, che Ella fa degli uomini letterati, ed in qualsivoglia lodata professione singolari, s’è legittimamente vindicata il nome di vero ed unico Mecenate dell’etá nostra. Rara ventura è ben la mia; che avendo io il primo di tutti pubblicato questo bellissimo Libro l’altra volta, ch’egli uscí di mano dell’Autore; ora sia pur anco tocco a me l’arricchirne l’Italia e l’Europa: ed obbligo estremo debbo avere alla mia buona Sorte, ch’al difetto in me di merito Ella abbia voluto sovvenire di questa mirabile occasione, per rendermi degno in parte di quel luoco di servitú presso a V. S. Illustrissima, di cui a Lei piacque di farmi grazia sin allora, che a pochi, ovvero a niuno era dato di potervi aspirare. Resta ch’Ella, come sí gode oltre modo di favorire il Tasso, cosí voglia sentir diletto di protegger l’Opera sua, la quale dalla dottrina, e dalle vaghezze, ch’in sé contiene, assai ben raccomandata alla posteritá; sotto a tanto autorevol patrocinio, potrá star pienamente secura di superar l’invidia, ed ogni altro maligno intoppo. E ’l signor Torquato, vero Vate, non men, che per eccellenza della Poesia, per adempito pronostico del grado conseguito da S. V. 111.ma, pregherá insieme con me il Sommo Dispensatore di tutti i beni, che con la lunga vita del Gran Clemente, e con la continua prosperitá di Lei, ci conceda di veder recato ad effetto il rimanente del suo vaticinio: cioè Roma, ed Italia illustrata dal vivo lume delle sovrane virtú di V. S. Ill.ma, dalla sua incomparabile magnanimitá tutti gl’ingegni elevati coltivati, e fatti fecondi; e del santo governo alleggerito in Sua Beatitudine il peso dall’infinito valore, e dall’ugual prudenza del Sig.r Card.e di San Giorgio; a cui faccio intanto umilissima riverenza, e bacio inchinevolmente l’Illustrissima mano.
In Roma, il dí 10 di Novembre 1593.
Di V. S. 111.ma e Reverendissima |
La riproduzione d’un’opera della quale abbiamo l’edizione fatta sotto gli occhi dell’autore, appare a prima vista assai facile. Qualche difficoltá, tuttavia, vien dal fatto che la stampa Facciotti formicola d’errori, e la tavola delle correzioni non ne raddrizza la metá. Non fanno dubbio, naturalmente, gli strafalcioni piú madornali; ma in un poema cosí lungo non mancano i luoghi dove il lettore si ferma incerto se si tratti di variante o d’errore di stampa. Opportuno quindi qualsiasi altro sussidio che valga a risolvere il dubbio; e perciò ho tenuto conto anche della seconda edizione (Pavia, 1594, presso Andrea Viano ad istanza di Antonio degli Antoni, dedicata «alli signori sessanta del conseglio generale della cittá di Milano»). L’originale su cui fu condotta quella edizione, fosse copia dalla stampa romana o piú probabilmente dall’originale di mano dell’Ingegneri, appartiene da secoli alla biblioteca di Vienna, e non apparisce recuperato dopo la guerra. Ma fortunatamente è stato restituito a Napoli, dopo due secoli di cattivitá austriaca, il prezioso autografo di gran parte del poema, rimasto in Napoli presso Francesco Polverino, poi «donato alla libreria di Santi Apostoli dal signor Simone Polverino nel 1623», indi ceduto nel 1713 o ’14 alla biblioteca imperiale dai frati di San Giovanni a Carbonara. Il Solerti(Vita di Torquato Tasso, voi. I, pagg. 764-65, nota) riferisce la descrizione del codice mandata da monsignor Garampi, nunzio apostolico, al Serassi quando l’erudito bergamasco stava scrivendo la vita del poeta. La descrizione, che Alessandro Luzio assicurava ben fatta al Solerti, va rettificata, se è esatto il testo che ne diede il Solerti, in due punti. «Il terzo ivi è detto Libro .. . tutti gli altri seguenti però sono appellati Canti». 11 Tasso scrisse veramente nell’intestazione al principio dei singoli libri ora Libro, ora Canto, ma v’è sul margine superiore di ciascuna carta un’intestazione corrente e tutta uniforme, come notazione fatta seguitatamente dalla prima all’ultima carta in un tempo solo; e qui è detto sempre Libro. Il codice contiene parte del libro II (stanze 30-93), poi per intiero i libri III-VIII. Mancano i libri IX-XV. «Seguono poi stanze 19 del canto XVI, poi 13 del XVII, 135 del XVIII, 145 del XIX, 12S del XX, 85 del XXI, 95 del XXII, 7 sole del XXIII e finalmente 11 del XXIV, cioè dalla stanza 100 alla 110». Il vero è che i canti XVI e XXII si hanno interi (89 e 135 stanze), come pure interi sono il XVIII e XIX. Il XX è di 128 stanze, mancano quindi 21 stanze che furono successivamente intercalate qua e lá dall’autore per accrescer la lista degli amici e protettori elogiati (sono le stanze 54, 76, 77, 118, 119, 121, 122, 123, 131-144). Del libro XXI si hanno 88 stanze, e intero è il XXII. Del XXIII abbiamo, come scriveva il Garampi, le prime 7 stanze, e del XXIV quelle da 100 a 110. Parecchie ottave, delle piú tormentate e rese di malagevole lettura dalle cancellazioni, furon ricopiate nitidamente dall’autore in piccoli fogliettini intercalati qua e lá nel volume, ed ora accuratamente abbracciati dalla splendida legatura. La legatura, eseguita nell’estremo settecento o al principio del secolo XIX (certo dopo il 1776 perché in fine v’è una lettera di Luigi Parisi a Pietro Metastasio, di quell’anno) è in pelle purpurea con delicatissimi fregi dorati e due stemmi imperiali (aquila bicipite coronata colla spada e il globo fra gli artigli) in mezzo a ciascun dei cartoni della copertina. Il poema, giá avanzato e condotto, quanto all’ordinamento generale, alla forma che fu poi definitiva, rappresenta l’opera qual crebbe nell’ultima dimora presso i Gonzaga dal marzo al novembre 1591. Poco prima di partire per Mantova il Tasso aveva giá ideato il sogno di Goffredo (libro XX) e ne scriveva il 7 febbraio al Duca Vincenzo: «... mi sforzerò di finire almeno quella parte del mio poema dove ho pensato di seguir santo Agostino descrivendo i due amori de la terrena e de la celeste Gerusalemme». Da Mantova poi il 4 luglio al Cataneo: «Al mio poema eroico attendo quanto posso, e sono al fine del penultimo libro». Nell’autografo abbiamo traccia degli ultimi mutamenti: quello che è libro XVI fu prima XIV, indi XV; il XVII fu XV; il XVIII fu prima XIV indi XVIII, e cosí il XIX fu XVIII, il XX fu XIX, il XXI fu XX, il XXII fu XXI, come si vede dalle parole cancellate che indicavano i numeri. Per gli altri due libri non sembra che il poeta desiderasse maggiori cure, tranne che per le poche stanze appositamente ricopiate. Il lavoro di aggiunta di nuove stanze continuò durante il soggiorno a Napoli nel 1592, e anche dopo il ritorno a Roma, fin durante la stampa, come abbiamo visto, ma il testo delle giá composte, quale risulta dalle ultime correzioni del codice, divenne definitivo. Le differenze colla stampa Facciotti (e lo notò giá il Garampi) sono insignificanti. Quindi in alcuni luoghi dove il confronto della piú recente edizione (Pisa, Capurro, 1822, curata da G. Rosini) colla stampa Facciotti mi lasciava incerto, ma il verso quale è nell’autografo risultava nelle stampe generalmente immutato, anche l’autografo napoletano m’è stato d’aiuto per riconoscer l’errore tipografico nella lezione poco soddisfacente della stampa romana.
È superfluo notar le minime differenze di scrittura tra la Rosiniana (R.), soverchiamente ammodernata, e l’edizione Facciotti (F.), alcune particolaritá della quale, come caratteristiche della tradizione letteraria e costanti nel Tasso, si son volute conservare (alcune maiuscole maiestatis o di nomi adoperati come propri, lo scioglimento di preposizioni articolate e di congiunzioni composte; poi spelunca, navigio, camelo, alpestro, eburno, securo, absorto, licore, arbore, volse per volle, percote e altre forme latineggiami). Ho restituito acciaio con sineresi nei quattro luoghi ove si trova tal parola, mentre il Rosini due volte la conserva e due la muta in acciar. La lezione F. apparisce la sola corretta, o comunque preferibile, ai luoghi seguenti:
| Lezione R. | Lezione F. adottata. | ||
| I. | 7.8 | le imprese | l’impresa ad. (l’imprese) |
| I. | 31.7 | che non corriamo | ché non corriamo |
| I. | 45.8 | e ’l tempestoso Egeo | e tempestoso Egeo (anche la fiorentina 1724 Tartini) |
| I. | 49.6 | vicina al Polo | suggetta al polo |
| I. | 73.3 | valore e tema | flagello e tema |
| II | 7.7 | fe’ il giogo | fu il giogo (anche T.) |
| III. | 22.3 | tre fonti alzando | tre fronti (T. ha tre ponti) |
| IV. | 49.1 | Ei variò (e giá nella pavese, 1594) | E variò |
| III. | 92.2 | sia fretta intempestiva o pur | sia fretta intempestiva o sia |
| IV. | 35.8 | accorse | occorse |
| VII. | 41.6 | cosí che non lor mostri | cosí che lor non mostri |
| VIII. | 61.8 | in gran contesa | in gran contese |
| VIII. | 76.4 | peregrin nel mondo | peregrin del mondo |
| VIII. | 106.3 | com’io pur bramo | com’io piú bramo |
| VIII. | 117.7 | Baiazeno alato | Baiazeno a lato (l’origine dell’errore è in T. allato) |
| IX. | 24.3 | incontra la | incontra a la |
| IX. | 93.6 | nè sovra lei | né sovr’a’ rei (F. e pavese sovra rei) |
| XI. | 63.8 | de’ miseri mortali | de’ miseri soggetti |
| XII. | 23.8 | vi sia concesso | vi fia concesso |
| XII. | 57.1 | qui poiché | quivi poiché (anche T.) |
| XII. | 102.2 | nel rossor piú bianco il riso | nel rossor piú bello il riso |
| XIV. | 29-5 | non so | non sol |
| XIV. | 47-5 | tra merli (anche la pavese, 1594) | tra’ merli |
| XIV. | 72.5 | essi non lunge | èssi non lunge |
| XV. | 3-4 | sprezzar (anche la pavese, 1594) | spezzar (anche T.) |
| Lezione R. | Lezione F. adottata. | ||
| XV. | 44.5 | e a chi si bagna | ed a chi bagna |
| XV. | 45.1 | pensosa | pareva (anche T.) |
| XV. | 45.3 | percossa | pensosa (T. percossa) |
| XV. | 54.2 | a passo lento e spesso | a passo lungo e spesso |
| XV. | 116.2 | qui la guerriera ricondotta | qui ricondotta la guerriera |
| XVI. | 45.5 | e piú rinforza | e pur rinforza |
| XVI. | 52.7 | vento era intanto | verno era intanto |
| XVII. | 101.3 | insidiosi patti | invidiosi patti |
| XVIII. | 3-6 | e in Alfonso fissò le sante luci | né ad Alfonso girò le sante luci |
| (La lezione F inoltre che piú conveniente (non si può ammettere taccia di noncuranza rivolta alla Provvidenza divina) è anche suffragata da quella dell’autografo, sebbene diversa: «Né d’Alfonso mirò»; la lezione errata è giá nella pavese, 1594). | |||
| XVIII. | 16.6 | il gran guerriero adduce | il gran guerrier conduce |
| XVIII. | 137.8 | all’altre imprese | all'alte imprese |
| XVIII. | 139.6 | a leggier corso | al leggier corso |
| XVIII. | 145.7 | e colla stanca destra (anche la pavese, 1594) | ei con la stanca destra |
| XIX. | 15.3 | non crede ai mali | non cede ai mali (anche T.) |
| XIX. | 17.6 | chi altri | chi gli altri (anche T.) |
| XIX. | 36.8 | altre ruine | alte ruine (anche T.) |
| XIX. | 55.4 | faranno oltraggio | faranne oltraggio (anche T.) |
| XIX. | 93-4 | d’iniqua legge indegna | d’iniqua legge è indegna (anche T.) |
| XIX. | 119.7 | la fama d’Antiochia (lo sproposito è giá nella parigina, 1595) | la fame d’Antiochia (anche T.) |
| XIX. | 120.2 | possenti stelle (anche la pavese, 1594) | contrarie stelle |
| XX. | 19.7 | il dí riporta (anche la pavese, 1594) | il dí n’apporta |
| XX. | 24.1 | fama orrida | fame orrida |
| XX. | 40.6 | stendea catene | stendea catena |
| XX. | 88.3 | di catene e d’onte | di catene e l’onte |
| XX. | 106.S | con gli animosi fatti | con gli animosi fatti? (anche T.) |
| XX. | 134.3 | degne de’ sublimi | degne di sublimi |
| XX. | 138.3 | fian di sua virtute | fian da sua virtute |
| XXI. | 68.1 | e virtú suso in ciel (anche la pavese) | è virtute su in ciel (ad. è virtú suso in ciel) |
| Lezione R. | Lezione F. adottata. | ||
| XXII. | 15.2 | in un sol guardo misti | in un sol guardo ha misti |
| XXIII. | 22.1 | di cui de l’assalto al dí | di cui de l’assalto il dí |
| XXIII. | 119.3 | tu ed io infelici insieme, e piú | tu ed io infelici; e piú |
| XXIII. | 121.7 | né prima ebbe | né prima ebbi |
| XXIV. | 6.8 | credea trovar | creda trovar |
| XXIV. | 66.7 | il fier veglio Brimarte | il fier veglio, Brimarte |
| XXIV. | 81.6-7 | .....d’alto vide e venne: sovra l’idra (l’interpunzione errata è giá nella pavese) | .....d’alto vide, e venne sovra l’idra |
| XXIV. | 101.4 | Lascia ch’io | Lascia, ch’io (anche T.) |
Dai richiami apparisce che la rosiniana peggiora la Tartini da cui dipende. L’autografo, quando ha il passo, suffraga nei luoghi qui indicati la lezione dell’editio princeps.
Una sola volta mi sono allontanato da F. per seguir la pavese. Riccardo vorrebbe fare a Ruperto un monumento che eguagliasse il Mausoleo. Artemisia è indicata in F. come colei «che del suo fido il cener hebbe»; e anche nell’autografo quell’iniziale sembra piuttosto h che b: ma che determinazione è questa? Ogni vedova inconsolabile ha il cener del suo fido. Non è dubbio per me che il Tasso volle seguire Valerio Massimo e Aulo Gellio indicando Artemisia per «colei che del suo fido il cener bebbe» (XXI, 84.1).
A VII, 82.3 leggo, con la parigina 1595 e T.: «mirar le genti suol, ch’indi si scorge,». Nell’autografo (indico le parole cancellate e le correzioni marginali e interlineari) si legge:
| E da la torre che sublime sorge | |
| [Su l’alte porte e su l’antiche mura] | tra ’l Borea e 1 ’ Euro su l’antiche mura |
| le genti suol | |
| mirar [l’oste solea], ch’indi si scorge |
È necessario chiuder tra virgole l’inciso ch’indi si scorge (giacché di lí lo sguardo può spaziare), sebbene né l’autografo né F. la rechino dopo scorge. La pavese ha: «Mirar le genti suol, ch’indi si scorge;» e può stare. Il nome del veglio protettore dell’esule Riccardo è scritto in F. e nella pavese Filagliteo (XII. 39 e XXI. 59) e il M. S. qui non ci soccorre; ma forse sarebbe da preferire Filaliteo, come è scritto, con corretto etimo, nel «Giudizio» dell’autore sul poema riformato.
Nemmeno ci soccorre l’autografo nei seguenti passi, la cui lezione non appaga. A XIV. 7S.7: «ogni suo ferro». Il possessivo singolare, riferito a senso al lontano «fortuna Franca», è assai duro, a paragone del piú ovvio e grammaticale «ogni lor ferro» della Liberata. Ma F. e pavese qui son concordi. A XIV. 81.3 le stampe hanno «fortunato punto», ma io l’ho ritenuto errore e son tornato al «fortunoso» della Liberata. Non mi par lecito attribuire al Tasso tanta improprietá di parola.
A XV. 34.4, nel racconto che il vecchio eunuco fa a Clorinda sui particolari della sua fanciullezza, si hanno le parole:
e giungo in riva al fiume; e circondato
quinci da Tacque son, quindi dal rio.
Ora, se le acque e il rio sono lo stesso fiume prima nominato, la frase è confusa, e il circondato non sta, per quanto si possa immaginare che il vecchio giungesse proprio a un meandro fluviale. Nella Liberata, Arsete è «rinserrato ... quinci da i ladri, quindi dal rio»; pure si stenta a credere che, quando mutava, il Tasso avesse proprio a mente cosí strana trasformazione «a fronte a fronte», dei ladri in acque, e del rio (il torrente) in rio (il malvagio). Ma non c’è rimedio, e bisogna lasciare il testo come ce lo danno la romana e la pavese, lamentando questa tra le molte altre storpiature che il poeta invecchiato fece dei suoi bei versi giovanili.
A XV. 53.1 F. e pavese leggono:
Per le saette diè faretra, ed arco,
piú de l’usato assai lento e mal teso:
perchè da l’altra con piú forza carco
fôra estinto l’incendio appena appreso.
Non mi par dubbio che si debba scrivere altro accordando con arco. Nemmeno persuade il «forse è vera la fede» (XV. 40.5) sostituito al piú esatto «forse è la vera fede» della Liberata. Lo stesso è a dire delle parole «e del sol che copri» al confronto dello «scopri» della Liberata; ma le stampe antiche sono concordi, e tutti gli editori devono rassegnarsi ai cavilli interpretativi del Birago (Dichiarazioni e Avvertimenti nella Gerusalemme Conquistata, Milano, 1614) pel quale il sole copri l’errore di Tancredi, in quanto durante il duello era nascosto sotto l’orizzonte.
A XVII. 131.8 si potrebbe pensare a velo, ma la lezione vello delle stampe antiche è suffragata dall’autografo.
L’autografo poi ci è d’aiuto, e io ne ho adottato la lezione, contro F. ed altri, in questi passi:
| Stampe antiche. | Autografo. | ||
| VII. | 8.7 | Confida al proprio figlio il proprio regno | Confida al proprio figlio, o padre, il regno |
| XVI. | 49.1 | da varii effetti | da vari affetti |
| XVIII. | 3.5 | spirando a lui | spirando in lui |
| XIX. | 32.6 | al ferro che piú d’alto | al ferro che piú d’altro |
| XX. | 8.8 | tanto è diverso | tanto è diversa |
| XX. | 21.6 | mutata stirpe, a regi è il lor costume | mutata è stirpe a’ regi e lor costume |
| (L’autografo ha anche una lezione cancellata: «Mutate e stirpi e regi e lor costume». La fiorentina Tardili tentava un concierò congetturale: «Mutato a sterpi, a Regi è il lor costume».) | |||
| XX. | 95-2 | Germano è nome proprio con maiuscola nell’autografo e anche nella pavese, sebbene F. lo scriva con g. | |
| XX. | 126.5 | l’armi di Guidobaldo o l’arme | l’arti di Guidobaldo o l’arme |
| Anche nell’autografo era scritto armi, ma fu poi corretta m sovrapponendovi il t.) | |||
| XXII. | 1.1 | Come d’alta virtú l’adorni e vesta | Come d’alto virtú, ecc. |
| (La lezione delle stampe ci costringe a cercare il soggetto di adorni e vesta alla penultima stanza del canto antecedente («Pietro t’arma la fronte, e ’l petto e ’l tergo»). Ma il soggetto è evidentemente virtú. Ci si poteva giungere, credo, anche senza l’autografo, per congetturare col confronto di XX. 66.8: «Vesti, invitto signor, virtú da l’alto.» Alcuni editori tentarono di raddrizzare scrivendo «s’adorni». | |||
| XXII. | 38-5 | di quel gran colpo la caduta | di quel gran corpo la caduta |
Una particolaritá tassesca, notata anche nella prosa dal Guasti, e da lui, come si deve, rispettato, è l’uso promiscuo di li, le (enclitiche e proclitiche) al maschile e femminile. Nella Conquistata abbiamo per es.:
| II. | 11.8 | e non basto a salvarli omai la vita (alla fedel greggia) |
| IX. | 61.7 | la qual le parve (al villanello) |
| XX. | 147.7 | e dimostrolle a dito (a Goffredo) |
| XXI. | 18.7 | il ciel le serba (al secolo) |
A XXI. 46, si legge, a proposito del conte Ruggero II, normanno:
Altro Ruggier, che nell’etade acerba
fulmine sembra di valore ardente,
pentito di vittoria alta e superba,
ad Onorio s’atterra, e d’òr lucente
la corona ha da lui.
Non è meraviglia se circa la metá delle edizioni legge «ad Onorio s’atterra» e l’altra metá «s’atterra ad Innocenzo», perché entrambe le lezioni sono nei vari esemplari dell’editio princeps. È uno dei luoghi corretti dal Tasso durante la stampa, quando giá erano stati tirati alcuni fogli, nei quali rimase la lezione originaria, riferita ad avvenimenti del 1128 (incontro di Ruggiero con papa Onorio II a Benevento), mentre in altri esemplari fu sostituita la lezione relativa ad avvenimenti del 1130. È vero che il Normanno lottò coi due papi e ad entrambi fece poi atto di sudditanza, ma il Tasso non raggiunse ugualmente la precisione storica a cui agognava, perché l’investitura regia, confermata da Onorio e da Innocenzo, Ruggero l’aveva avuta innanzi dall’antipapa Anacleto. Il «s’atterra ad Innocenzo» apparisce l’ultima lezione voluta dall’autore.
Non è questo luogo per note interpretative; tuttavia, a togliere ogni dubbio sul «bianca porpora» del verso XXI. 61.3, ricordo col Birago il virgiliano «auro squalentem alboque oricalco».
Ho corretto contro tutte le stampe (XXI. 89.7) «ed a quel di Cupido, e di Rodona» (fonte) in «e di Dodona», perché il poeta si riferisce a notizia ricavata da Plinio (N. H., II. 103). La grafia di quella maiuscola non è chiarissima nell’autografo, tuttavia mi sembra che vi si abbia a legger Dodona, come in Plinio. Mera congettura (l’autografo non ci soccorre) è a XXIV. 7.1 io mi credea, contro l’io non credea di tutte le stampe. Emireno vede i Cristiani che gli vengon contro in Ascalona, si maraviglia e pensa: «O sono impazziti e non sanno giudicare quel che si può fare senza temeritá, o la fame li caccia dai ripari dell’accampamento e dalle espugnate mura di Gerusalemme, dove io credevo si sarebbero trattenuti in sicurtá». Il non evidentemente contradice alla maraviglia provata da Emireno al vederli, e deve essere errore di stampa.
Per notizia delle varie edizioni del poema dalla romana 1593 alla veneziana 1628, «con frontespizio cangiato nel 1629 e 1632 per poterla smerciare», rimando alla Vita di T. T. del Solerti (vol. I, pagg. 766-69). Ma la veneta del 1628 non è l’ultima. All’elenco del Solerti bisogna aggiungere la seguente, di cui è un esemplare alla Biblioteca Angelica di Roma:
Il Goffredo | overo | la Gerusalemme | conquistata | del Sig. Torquato Tasso | in quest’ultima impressione migliorata | all’illustre signor | Lodovico Caballino | dedicata | con licenza de’ superiori. In Venetia MDCXXXXII per li Turríni all’insegna della Torre. È un volume in quarto di pagg. 304, con dieci ottave su due colonne per pagina, come tutte le antecedenti. Precede una sgrammaticata dedica di G. Maria Turrini al Caballino; segue la canzone pel Cardinal Cinzio «Ecco giá d’orïente i raggi vibra». Correttore fu il rev. P. Fr. Andrea Bernia, e veramente l’edizione è abbastanza ben curata, non però come la pavese che è la piú decente di tutte.
Dopo il 1642 la Conquistata, perduto ogni favore, non riapparve che nelle tre edizioni delle Opere complete (Firenze, 1724; Venezia, 1735-42; Pisa, 1822-33). La pisana fu poi riprodotta alla peggio a Napoli e a Venezia. Gli argomenti di ciascun canto in un’ottava composti da G. B. Massarengo per l’edizione pavese, come quelli di Camillo Fontana per l’edizione di Napoli, 1607, son privi d’interesse. Riferisco, riportandole dal Solerti, come curiositá, le tre «stanze del Sig. G. B. Massarengo nelle quali si stringono in 24 versi i 24 libri di Gerusalemme». Il Solerti le dice composte per l’edizione pavese, ma l’esemplare da me adoperato di quella edizione non le ha. Inutile avvertire il lettore che il buon Massarengo tira il collo al nome romano della cittá ricostruita (Élia, da Elio Adriano), per metterlo in rima con via e s’invia:
1 Fatto il duce in Cesarea, il campo è in mostra:
indi a Sion, 2 dov’arma il Re, s’invia;
Goffredo al pio Simon la lancia mostra:
3 ode i messi d’Egitto; 4 e sotto Elia
s’accampa, u’ muor Guidon. 5 L’arti dimostra
Armida; 6 muor Gernando: il reo va via.
7 Giostra Argante, e Nicea fugge; 8 e Tancredi
chiuso è; mista procella e guerra vedi.
9 Viene Araldo; e un tumulto acqueta il duce,
10 e Soliman, giunti gli erranti, scaccia;
11 ma ’l sana Ismeno, e l’arma: indi il conduce
entro d’Elia. 12 Ruperto da le braccia
trae Riccardo d’Armida: 13 uom pio gli è duce.
14 Langue il Buglion, scossa Sion; 15 agghiaccia
morte Clorinda, c’ha la torre accesa;
16 s’incanta il bosco, e una colomba è presa.
17 L’Egitto è in mostra; Joppe e i legni infesta,
18 contra i Roberti e ’l gran Ruperto, Argante.
19 Giunto Emiren, Ruperto muor; molesta
l’arsura: 20 e ’l Buglion sogna. 21 Vien l’errante
Riccardo, e ’l morto piagne, 22 e i pagán pesta
dal Ciel armato; 23 e, sciolto il bosco avante,
si conquista Sion, Argante estinto.
24 Sotto Ascalona il Turco e ’l Siro è vinto.
Il Solerti segnalò giá l’ampia lode che, oltre la consueta secchezza dello stil curialesco, è fatta del poema nell’imprimatur. Dopo la formola rituale nil continetur a fide alienum ecc., il p. Lelio Pellegrini aggiunge: Quia ob sublimitatem carminis, reconditaw omnis generis eruditionem, ante ingentem allegoriarum concinne appositarum silvam, typis dandum censeo, et eruditis viris attentius lectitandum. La Chiesa riconosceva e celebrava il suo poema, quello che, meglio della Liberata si può chiamare il poema della Controriforma.
L. R.
N. B. — Venuto a mancare il compianto prof. Luigi Bonfigli prima ancora che si iniziasse la stampa della presente edizione da lui apprestata, essa è stata riveduta e condotta a termine per cura della Direzione degli «Scrittori d’Italia». Si aggiungono le seguenti (inedite) tavole di ragguaglio preparate da Angelo Solerti (che primo aveva disegnato di ristampare criticamente la Conquistata), per gentile concessione degli eredi di lui.