Giacinta/A Neera

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A Neera

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Parte prima
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A NEERA


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In quanto al romanzo, non avevo ancora un’idea precisa di quello che potevamo tentare, addentellandolo alla forma più sviluppata e quasi compiuta di esso, la francese. Uscivo allora allora dalla farraginosa lettura del Balzac; e i romanzi di questo, e Madame Bovary e i primi volumi dei Rougon-Macquart letti immediatamente dopo, non erano arrivati a fondersi così bene nella mia mente, da darmi il chiaro concetto della misura con cui si sarebbe potuto ottenere anche in Italia il resultato d’una narrazione originale. Era un esperimento nuovo, o quasi; avevamo dei timidi tentativi soltanto, e più del genere di Ottavio Feuillet che d’altro. Pareva che la nostra vita contemporanea sentisse una gran paura di apparire nell’arte allo stesso schietto modo ch’era apparsa nella novelle del Boccaccio, del Sacchetti e dei loro un po’ meno coraggiosi imitatori.

Il Tommaseo, che di quando in quando scattava con audacie proprio inaspettate in un ingegno come il suo, aveva scritto un breve racconto, pieno di efficacia, di osservazione fina ed arguta, ora troppo ingiustamente dimenticato; ma erasi arrestato a quell’unico saggio, intimidito forse dagli strilli dei soliti critici moralisti, che lo assordarono gridando da tutte le parti allo scandalo. Peccato! Da quel racconto si vede quanta attitudine egli avesse pel romanzo, se mai si fosse deliberato a provarvisi. La seconda parte specialmente ha una straordinaria forza di rappresentazione rapida, semplice, [p. 8 modifica] commovente. E che dialogo!... Ma in quel tempo di romanzi storici trasudanti politica da tutti i pori, i casi d’una povera donna caduta, cui l’amore redimeva, parvero antiartistica e antipatriottica bestemmia; e l’indignazione della stampa fu tale, che il Tommaseo non ebbe animo di ricominciare. Strano ingegno questo Dalmata! Sembrava non sapesse decidersi ad essere o tutt’artista o tutto pedante! Stranissimo pedante innanzi tutto, le cui arditezze di pensiero e di forma nel racconto e nella poesia rimangono, dopo tant’anni, tresche e ammirabili ancora!

Nel ’75, la nuova generazione, venuta su un po’ stordita dagli avvenimenti politici, ignorava quel racconto e non poteva trarne nessun insegnamento. Già ci mancava poco elle il Tommaseo non passasse in quel tempo per codino, anzi per clericale, e questo non era per noi una bella raccomandazione. Inoltre, occorreva un fiuto particolare, un’intelligenza fuor del comune per avvedersi che in quel racconto ci era già il primo passo verso un’assimilazione della forma narrativa francese. Vissuto molto in Francia, immune dei pregiudizi de’ suoi contemporanei contro le letterature straniere, il Tommaseo non guardava con occhio di commiserazione i romanzi del Balzac e della Sand, come gli altri nostri letterati facevano. E la vasta e varia cultura, e l’esperienza della vita, e l’indole riflessiva, e la mente penetrante, permettendogli di apprezzare un’arte di cui non avevamo nessun piccolo saggio tra noi, lo mettevano meglio di qualunque altro nel caso di trapiantarne il germe nel nostro suolo e bene acclimarvelo. Ma nessuno si accorse di questo; e i romanzi storico-politici continuarono a essere in onore, quantunque le pallide imitazioni feuillettiane cominciassero a contender loro il terreno. Quando poi le circostanze fecero perdere a quelli il po’ di merito loro, un merito estraneo all’arte, e queste apparvero fiacche e manchevoli; appena le menti libere da ogni impaccio sentirono il fresco profumo d’arte viva che penetrava da ogni lato, sentii anch’io insieme con gli altri la smania di cimentarmi nel libero arringo. La mia evoluzione era quasi compiuta. Provatomi nella novella, niente di più naturale che volessi provarmi nel romanzo. Però [p. 9 modifica] non avevo, ripeto, un’idea precisa di quello che occorresse fare; nè, forse, potevo averla. Una forma d’arte non può venir determinata astrattamente a priori: La riflessione aiuta, in parte a foggiarla, ma la fusione delle qualità individuali con le forme da altri sviluppate avviene inconsapevolmente, nella spontaneità della creazione. La forma, appunto se vuol riuscire creatura vitale, deve farsi via via, seguendo la legge della assimilazione, dell’adattamento, della crescenza e dello sviluppo, al pari d’ogni altra creatura vivente. Però, allora, non sapevo neppur questo; e accingendomi a scrivere un romanzo, seguivo più l’impulso della mia baldanza giovanile che non l’idea di abbandonarmi alla genialità del lavoro, e indi vedere che ne sarebbe risultato.

Avevo un bel soggetto, ma scabrosissimo, tanto che n’ebbi paura financo io, quantunque ritenuto da assai meno scrupoli di adesso. Il punto difficile era il dire e non dire quello che doveva proprio essere il pernio dell’azione. Bisognava dirlo abbastanza perchè tutto il resto riuscisse chiaro; bisognava, nello stesso tempo, accennarlo appena per non assalire di fronte i lettori permalosi non ancora abituati a nessun genere di arditezze. Insomma, la mia eroina aveva un’intima parentela con la signora Récamier, a cui un difetto fisico impedì di amare interamente, se non d’essere amata in qualche modo. Dopo i primi capitoli non andai più innanzi. — Ti lapideranno, — mi aveva detto una persona alla quale avevo comunicato il soggetto del mio lavoro. Ed io, tuttochè pronto a grandi sacrificii per l’arte, non mi sentivo punto disposto a farmi lapidare. Così la mia Adriana morì nella cova, come un pulcino dentro l’uovo abbandonato dalla chioccia: e così mancò ai nostri critici una bella occasione di sbraitare contro le laidezze del verismo, che cercava di maculare l’innocenza dell’arte italiana contemporanea.

È vero che poi non seppi o non volli evitare lo scoglio... Ma non precorriamo gli avvenimenti.

Non ricordo, gentile Amica, la data precisa, ma fu certamente in una dolce serata di ottobre nel 1875, lungo un viale del Pincio, che la irresistibile [p. 10 modifica] tentazione mi si presentò tutt’a un tratto alla mente. E ogni volta che torno a passeggiare per quel viale mi par di sentire ancora la voce grave della venerata persona, che, credendo di raccontarmi semplicemente un aneddoto mondano, mi metteva addosso, invece, uno di quegli invasamenti contro cui non valgono esorcismi di sorta alcuna. E riveggo quella maschia figura olivastra, dai baffi e dal pizzo grigi (su la quale nulla non avevano potuto i patimenti del carcere borbonico al tempo del Poerio e del Settembrini) che s’animava (nel racconto, piena di compassione e di simpatia, indulgente verso le aberrazioni di uno strano carattere femminile, quasi legittimate dalla passione e dalle non ordinane circostanze.

Così m’apparve all’immaginazione la prima volta Giacinta, seducente visione, a traverso la calda parola d’un senatore del regno; e credetti di vederla viva e parlante, quando egli m’additò una bella ed elegante signora che ci passava davanti, rassomigliantissima, diceva, a colei ch’era diventata così subitamente cosa mia, com’io mi sentivo diventato in pochi minuti sua preda. Da quel momento non fantasticai, non sognai altro che la mia futura eroina. E tornai, dopo alcuni giorni, a interrogare, a carpire dalla facile memoria del mio ispiratore ogni minuto particolare a lui noto, ogni linea, ogni schizzo di ligure secondarie, ogni motto anche; perchè voi lo sapete benissimo, ci sono dei motti che non s’inventano, ma scaturiscono soltanto dall’urto della realtà, come qualcosa che palpiti e che sanguini, rivelazione tutta individuale d’un personaggio, parte dell’anima sua, spesso tutto lui.

Quanto durò questo lavoro di fantasticheria, di ripensamento, d’organazione interiore, per cui avviene che il personaggio reale giunga ad elevarsi alla dignità di personaggio dell’arte? Più di due anni Amica mia. E fra tanto, quello che m era parso un caso molto eccezionale incontrava, per una sequela di fortunate circostanze, nella vita attorno a me, altri casi consimili, qualcuno più strano ancora. Altri particolari venivano ad adattarsi in tal modo a quelli a me noti, rivelandomi il segreto di certe azioni, facendomi penetrar meglio nell’intimità [p. 11 modifica] di quella creatura che cominciava a vivere dentro di me, e della quale più non mi curavo di discernere fin dove la primitiva figura si fosse venuta alterando nel continuato lavoro di elaborazione latente. Che doveva importarmene? La mia creatura mi pareva assai più viva e più reale dell’altra, certamente più completa, con tutti quei nuovi elementi venuti ad aggregarsi, a immedesimarsi con essa. Pur che io fossi riuscito a renderla tal quale la vedevo e la sentivo nella immaginazione e nel cuore!

Il problema era lì. E subito sopravvennero gli scoraggiamenti, le ansie. La forma! la forma! Avevo qualche coscienza della grande inesperienza mia, ma anche parecchia presunzione, e molto entusiasmo, e moltissima fede; e comprendendo come fosse inutile attendere, dicevo a me stesso che bisognava fare, fare, fare, foss’anche unicamente per poi disfare e rifare. Coloro che entrano oggi nel campo dell’arte ignorano il tormentosissimo stato di chi dovette provarsi il primo, senza tradizioni, quasi senza guida. Probabilmente, se lo sapessero, sarebbero più benigni verso chi non ebbe e non poteva avere i larghi aiuti di studi e di educazione letteraria ora alla mano di tutti. In quel tempo (è già tanto lontano!) certe questioni apparivano così ardue, che lo stesso proporsele diventava un atto d’incredibile audacia.

La baldanza superò: e scrissi i primi capitoli a Milano. Non dimenticherò mai quella camera di Via Dogana, dove un vicino maestro di canto affliggeva le mie ore di raccoglimento e di lavoro con le stonature della sua voce roca, dalle otto della mattina alle sei di sera! Non dimenticherò mai la gentile persona, Dea loci, di cui qualche dolce traccia è rimasta nelle ultime pagine del mio romanzo! E non credo di dovermi scusare con voi di queste minuzie, che, ricorrendomi alla memoria, mi fanno rivivere in quei giorni di eccitazione e di lotta. Di lotta, sì; perchè lo strumento, la lingua e lo stile, non rispondeva docile all’idea, e mi dava cruccio. La forma stessa del racconto procedeva incerta, tra quella del Balzac dove l’autore interviene e giudica e riflette e l’altra, che più mi seduceva, dove l’autore si sforza di nascondersi, lasciando [p. 12 modifica] piena libertà all’azione e ai caratteri dei personaggi. Intravedevo talvolta il mio difetto, ma non sapevo correggerlo; e andavo innanzi, passando dalla fiducia allo scoramento, con lunghe soste, con dolorosi abbandoni, con riprese, quasi stizzose... Però, di mano in mano che la figura della mia eroina andavasi concretando, sentivo accrescermi la lena e tornarmi in cuore la speranza che torse non avrei fatta opera fiacca e volgare. Quello strano carattere m’affermava sempre più, s’impossessava intieramente di me. Giacinta e Andrea, io scopo della sua vita, dovevano essi soli, secondo me, aver risalto nel quadro; su di essi soltanto volevo concentrare tutta la luce dell’analisi, tutta la vivezza del colorito, tutta la espressione del disegno; e relegavo perciò al secondo, al terzo piano ogni altra figura, abbozzandola appena, accennandola con pochi e rapidi tocchi, unicamente in servigio dei rilievo che intendevo dare a quelle due.

Ero tornato in Sicilia. Lavoravo lunghissime ore, fra le continue scosse di terremoto che rattristarono in quell’anno la mia città nativa; segnandole tranquillamente, con un vivo senso di compiacimento nel margine del manoscritto, se neppur esse valevano a menomare il mio ardore. E quando Giacinta, visto crollato ogni suo sogno di felicità, si punse disperatamente con lo spillo intinto nel curare, e Andrea esalò il suo egoismo d’amante stanco in un triste respiro di sollievo, un maggiore e più giusto respiro di sollievo trassi io, appena scritta la assiderata parola Fine!

Avevo dubitato più volte di potervi arrivare.

Oh! Non ero pienamente contento del mio lavoro; ma sentivo, nello stesso tempo, che non avrei saputo far di meglio. Ci sarebbe voluta una forza d’animo fuor del comune per condannarlo a rimanere per sempre nel portafogli e avvalermi dei vivi insegnamenti della pratica in un altro lavoro della stessa natura. Non l’ebbi.

Quello che accadde quando Giacinta apparve in pubblico Voi lo sapete. Fu un urlo d’indignazione. Un editore, che era passato pel giornalismo ed ha spirito e mordacità per dieci giornalisti presi insieme, la disse addirittura un abominio, e insinuò [p. 13 modifica] che io avevo voluto speculare sul sudiciume, lusingando quanto di più basso e di più sconcio ha Tulliana natura. Pochi mi tennero conto delle buone intenzioni, e di quante ero riuscito a metterne in atto in quel primo saggio di romanzo contemporaneo italiano, dove si tentava l’analisi d’un carattere, lo studio d’una passione vera, benchè strana, anzi patologica, Io non mi preoccupavo per nulla del giudizio morale: me l’aspettavo. Sapevo anticipatamente che forza m’era di passare per lì, come molti altri prima di me; e intanto che critici e pubblico discutevano, m’occupavo seriamente delle modificazioni e delle correzioni. Sia po’ lo scandalo suscitato dai partigiani della scuola che mette la morale come scopo primo dell’arte, sia un po’ la novità del mio tentativo, e l’alito caldo di passione sinceramente umana che scorreva nelle pagine di quel libro e faceva perdonarne i difetti, la prima edizione era già esaurita in men di sei mesi. Per mia buona ventura, una sequela di infortuni commerciali della libreria a cui avevo concesso il diritto di ristampa, impedirono che la seconda edizione si facesse immediatamente; ragioni d’altra natura non m’avevano permesso di provarmi in nuovo lavoro; e così accadde che la revisione della ristampa mi trovò, dopo parecchi anni, naturalmente più maturo e talmente distaccato dall’opera mia, da poter con molta libertà mettervi le mani, per renderla in qualche modo quale avrei voluto farla di primo acchito.

Se vi dirò, gentile Amica, che il rimaneggiamento del mio romanzo procurommi un piacere artistico superiore a quello della primitiva composizione voi mi crederete facilmente.

Rileggendolo, non più da autore ma da critico, una cosa mi fece piacere sopratutto: lo scorgervi una certa solidità nell’ossatura e nella disposizione delle parti. Se non che bisognava cancellare qualunque segno, qualunque ombra con cui la personalità dell’autore faceva qua e là capolino, e mutare per ciò in diversi punti la narrazione in azione, e avere la mano spietatamente chirurgica su la lingua e lo stile. Ah, la lingua, cara Amica! Il nostro grandissimo scoglio. Chi sapeva insegnarcela allora, specialmente laggiù? Chi poteva mantenersi intatto [p. 14 modifica] dalla lebbra dei francesismi, se la maggior parte delle nostre letture doveva essere francese? Doveva senza dubbio; perchè era inutile confondersi e cercare attorno qualcosa di vivo, di moderno e italiano che facesse al caso nostro e potesse venir preso a modello.

Lo sappiamo, c’erano i classici! Ma noi non dovevamo più scrivere la novella boccaccesca o qualcosa di simile; non avevano soltanto bisogno di esprimere idee semplici, astratte, ma sensazioni, ma idee nuove, complicatissime, da esigere sfumature d’ogni sorta. Non dovevamo dipingere paesaggi di maniera e riprodurre dialoghi scoloriti, ma rendere un mondo esteriore e interiore molto particolare, molto individuale, come prima non usava. Avevamo il bell’esempio del Manzoni; ebbene, più non era sufficiente. Ci mancava la sua guida, il suo aiuto lì dove sarebbero stati più opportuni: nel movimento nervoso dello stile, vivido riflesso della passione, nel colorito, negli scorci. Quelli che tenevano in mano per favore di nascita i tesori della lingua, non producevano nulla; si può affermare, senza malignità, che producono poco tuttavia. Ci abbandonavano il campo, ci lasciavano far male; e noi ci davamo una gran pena anche per fare quel po’ di male. Veramente non c’è nessuna equità in questo mondo, se non ci si vuol tener conto di questo. Pur troppo, dopo dieci anni, nulla è stato mutato; qualcosa è forse peggiorato. Quella che una volta poteva dirsi inevitabile inesperienza, pare diventata colpevole abitudine. Se noi scrivevamo male, coloro che son venuti dopo non hanno punto lavorato a riparare il difetto; non ci han saputo imitare neppure nella modestia, nello studio di scancellare, alla meglio, il cattivo esempio dato agli altri. Non dico che dieci anni mi paiano molti e che sia da disperare: lamento soltanto che nulla accenni a questo risveglio, che nulla corrisponda, nella cura della lingua e dello stile, ai progressi già fatti dal genere narrativo in Italia.

Avevo imparato a mie spese quanto può nuocere a un’opera d’arte l’improprietà dei vocaboli, la poca precisione della frase, e mi s’era maggiormente sviluppato l’amore, la passione della semplicità e della [p. 15 modifica] rapidità, due grandi strumenti di efficacia. Fui dunque coraggiosamente spietato... Ma perchè vi confesso questa miserie? Oh, non per trarne vanto, Amica mia; ma per scusarmene presso coloro che me n’hanno fatto carico, come se il rispetto dell’arte, del pubblico, della dignità dello scrittore fossero peccati da doverne chiedere l’assoluzione e farne penitenza.

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Questo e qualcos’altro, che qui mi è parso opportuno sopprimere, vi dico, o gentile Neera, ne la schietta Confessione che voi mi avete cortesemente accordato il permesso d’indirizzarvi in pubblico. Un lungo brano di essa premisi due anni fa al mio volume Homo ristampato dal Treves; e un giorno o l’altro, in qualcuno di quei momenti di vanità che tutti, più o meno, siamo soggetti a sentire, mi deciderò a pubblicarla intera.

A Voi, intanto, non dispiacerà di vedervi tornare dinanzi questa mia povera figliola, a cui voglio bene per diverse ragioni; principalmente perchè a sue spese ho appreso molte buone cose, dello quali s’accorgerebbe chi avesse la pazienza di fare dei confronti tra la presente e le precedenti edizioni.

E questo vi dimostri che forse soltanto noi, benchè innanzi con gli anni e con tanta trista esperienza della vita, soltanto noi, in mezzo alla nuova generazione precocemente nauseata d’ideali, serbiamo ancora fede, a dispetto di tutto, alla infeconda illusione che è l’arte letteraria in Italia!

Roma, 24 Giugno 1889.

Luigi Capuana.