Giacinta/Parte prima/X

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X.

No, ella non aveva dei romanzi pel capo.

Tutti quegli imbecilli che le stavano attorno la infastidivano, quando non la irritavano addirittura. Viveva in un continuo sospetto: scopriva dei maligni sottintesi fin nelle parole più schiette: e si tormentava.

Il giovane Porati, ch’era stato il primo a farle una aperta dichiarazione di amore, una sera per commoverla le aveva detto:

— Ah!... Lei mi farà ammattire!

E Giacinta, tagliando corto:

— Ci vuol così poco!

Poi era venuta la volta del Gessi.

— Per lei, signorina, per lei sarei capace di... di...

Non trovava la parola, diventato rosso in viso come un gambero.

— Sia capace di star zitto! — aveva conchiuso Giacinta con una risata che fece arrossire di più quel povero ragazzo impicciato.

Dopo, le si era messo attorno, assiduo, il Ratti che pure la divertiva con le sue fandonie e con quel gesticolare irrequieto.

— Creda, signorina — le tornava a ripetere — nessuno al mondo le vuol più bene di me, nessuno!

— Allora sono da compiangere — era stata la risposta di Giacinta. [p. 73 modifica]

E l’avvocato, prudente, non cercò che gliela ripetesse due volte.

Ultimo, dopo parecchi altri, si era presentato il Merli.

— Mi chiegga una prova, signorina; la più ardua!

— ...Si faccia prete, per amor mio — gli aveva risposto, seria seria.

— Oh, quella ragazza doveva essere una grulla!

— Un po’ di ciccia, pochina! con la bocca e con gli occhi.

— Quella lì? Era di razza Marulli; più calcolatrice della sua mamma.

— Già... se è vero l’affare del servitore...

— Se è vero?...

Senza confidarsi l’un l’altro il loro cattivo successo, i corteggiatori scartati si vendicavano dicendone, quando capitava, questo e peggio.

Giacinta era grata ad Andrea Gerace che non le aveva mai detto nulla, quantunque ella capisse che quegli occhi neri che se la divoravano intendessero dirle di più di tutti quegli altri. E vi rifletteva su, di sfuggita, come vagante dietro a un sogno che le scappava davanti lontanissimo, tra una nebbia dove la cara melodia di quella sera si andava perdendo. Ma ella si arrestava tutt’a un tratto, piena di terrore:

— No! No!

E fu dolorosamente tocca la sera che Andrea, uscito appresso a lei sulla terrazza per godere il lume di luna di quella magnifica serata di giugno — mentre gli altri conversavano in salotto — le aveva sussurrato all’improvviso due parole, colla voce tremante.

— Anche lei? — disse.

— Perchè no? [p. 74 modifica]

— ... Ma io non posso, non debbo amare!...

— Non ha forse un cuore?

— Oh sì, pur troppo!... per patire — aveva soggiunto, accigliandosi.

Andrea, con le braccia appoggiate sulla ringhiera della terrazza, ora guardava lei, ora giù nella piazzetta deserta, imbarazzato.

— Per patire? — si decise a domandarle, dopo alcuni minuti di silenzio.

— Mi crede forse felice?

Gerace non fiatò.

Chi mai poteva supporre che quella ragazza soffrisse?

— Senta, signor Andrea, — rispose Giacinta — Lei mi vuol bene sinceramente; certe cose non mi sfuggono. A lei dirò dunque quel che non ho detto a nessuno: mi dimentichi!... Il mio cuore non può corrispondere al suo; deve restare un cuor chiuso.

— A questa età?

— Oh, l’età non conta nulla! Si può essere vecchi anche a diciott’anni... Appunto perchè credo che mi voglia bene davvero, io le dico: mi dimentichi!... Non scuota il capo così... Mi fa male. E accetti la mia confessione come una gran prova di amicizia.

— Se ha già qualche impegno...

— Nessuno. Ho serrato l’uscio del mio cuore e ne ho buttato la chiave in fondo al mare: ripescarla è impossibile.

E sorrideva forzatamente.

— È da credere? — disse Andrea.

— Vuol proprio angustiarmi? Parlo sul serio.

Andrea rimaneva incerto. Vedeva Giacinta sotto un aspetto nuovo e inatteso, con quella profonda tristezza così meravigliosamente dissimulata a tutti [p. 75 modifica] fino allora; e da pochi minuti sentiva crescere la loro intimità.

— Non sarò importuno — disse. — Ma non mi scoraggi neppure. Aspetterò... Dunque è una cosa grave? — soggiunse tosto, vedendo inumidirsi di lagrime gli occhi di Giacinta.

— Da amico, non mi domandi altro — ella rispose, porgendogli una mano che Andrea strinse più volte. — Ha un mio segreto; lo conservi bene.

— Oh, stia sicura!

— Che serata dolce! — mormorò Giacinta dopo un pezzetto.

— Dolcissima!

Non dissero più nulla. E Giacinta rientrò in salotto.

La mattina dopo, Gerace, disteso sul canapè della sua camera, riandava col pensiero la scena della sera avanti, fumando e sorbendo distrattamente il caffè che gli si freddava sul tavolino.

La vecchia padrona di casa, abituata alla briosa parlantina del suo dozzinante, si aggirava per la stanza, sbattendo sul pavimento le ciabatte casalinghe con maggior rumore del solito. Ma Andrea, lasciando che spostasse inutilmente questo o quell’oggetto, e tornasse a fermarglisi dinanzi con le mani sui fianchi — seguitava in silenzio a riempir di fumo la stanza.

— Non ha dormito? — gli domandò finalmente la vecchia.

— Sì.

— Si sente male?

— No. Perchè?

— Non dice nulla!

— Vuol saperlo? [p. 76 modifica]

Andrea si levò subitamente in piedi e, dandole un’allegra abbracciatina:

— Sono innamorato — le disse.

La vecchia rideva.

— Che! Che! Lei non ha presa...

— Questa volta è per davvero.

— Tanto meglio! Metterà senno. L’amore matura l’uomo.

Andrea portò le dita alla bocca e vi scoccò su due baci, poi fece atto di gettarli dalla finestra, lontano...

Ma la vecchia andò via, con la chicchera in mano, scrollando la testa:

— Amore?... Fuoco di paglia!