Giacinta/Parte seconda/I

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I

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Parte seconda Parte seconda - II

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I.

Andrea Gerace, seduto in un angolo del Caffè della Pantera, sorseggiava distrattamente il bicchierino di cognac che gli stava davanti da mezz’ora e, fra un sorso e l’altro, si rodeva le ugne, senza punto accorgersi di quel che facesse...

— Ed era finita così!

Gli pareva impossibile.

Tre sere prima. Col pretesto d’osservar bene un album di fotografie, aveva aspettato Giacinta nella stanza precedente il salotto. Da qualche tempo in qua ella rispondeva sempre con ritardo alle insistenti lettere di lui; e quei bigliettini secchi secchi, freddi freddi, che si facevano attender tanto, lo irritavano di più. In salotto, evidentemente, lo schivava. Perchè?

Un contegno strano, inesplicabile.

Vedendolo accigliato, risoluto, Giacinta si era arrestata, con una mossa di rimprovero:

— Ebbene? [p. 102 modifica]

— Tu mi sfuggi — le disse. — C’è qualcosa che non vuoi dirmi.

— Nulla.

— Sì, c’è qualcosa: te lo leggo negli occhi.

Giacinta lo fissò con quella sua aria di superiorità che gli dava soggezione:

— C’è — e quasi balbettava — che fra due mesi... sarò la contessa Grippa di San Celso... Sei capace di ragionare?

Andrea sentì cascarsi le braccia:

— Ah?...

La commozione gli strozzava la parola.

— Aspetta prima di condannarmi! — ella soggiunse, impallidita a un tratto, con voce tremante.

— Che dovrei più aspettare?

— Allora... fa’ pure a tuo modo!

La notte Andrea non chiuse occhio:

— Che tradimento!... Che infamia!... La vanità poteva dunque spingerla a mettere sotto i piedi il solo cuore che l’avesse amata — lo diceva ella stessa, ed era così — il sol cuore che l’avesse amata?... Non voleva più rivederla. Gli faceva orrore... E con che arte aveva saputo illuderlo!... Espressioni appassionate, promesse, giuramenti... Donna, menzogna!... Ah, se fosse bastato il turarsi gli orecchi per impedire che la voce di lei tornasse ora a suonargli così insistente dentro!... Ah, se fosse bastato il tener chiusi gli occhi per non più vedersi continuamente ballare dinanzi, difformato, quel caratterino inglese delle sue lettere che ora gli mostrava l’atroce canzonatura nascosta!... Ed ella osava scolparsi!... Aspetta!... Ma che doveva aspettare?

Non se ne dava ancora pace tre sere dopo, in quell’angolo di caffè dov’era andato a cacciarsi, [p. 103 modifica] lasciando a mezzo un desinare che gli era parso più amaro del tossico...

— Ed era finita così! Quei due anni di felicità diventavano un sogno fallace... Ecco: aveva riaperto gli occhi; non ne restava più nulla!

Erano arrivati, uno dopo l’altro, Ernesto Porati, l’avvocato Ratti e il cavalier Mochi; poi il ricevitore Rossi coll’ingegnere Villa per la solita partita a scacchi. Andrea li aveva salutati con un cenno del capo, rimanendo in disparte, senza neppur badare alla conversazione: e la mano pelosa del Villa che, esitante, teneva sospeso sulla scacchiera l’alfiere bianco, gli faceva riflettere che anche lui era stato tenuto, per due anni, sospeso a quel modo, proprio come un pezzo da scacchiera, finchè la Giacinta non si era decisa a far la bella mossa... di sposare il conte Grippa!... Ed era finita!

— Volete star zitti? — brontolò il Villa.

Soltanto allora Gerace si accorse che quegli altri discorrevano appunto di lei e del suo matrimonio.

— Dev’essere una violenza della sua mamma! — sosteneva il Porati.

Mochi diceva di no, scrollando la testa, da persona ben informata:

— Eh, via! La Teresa non è una sciocca, sa fare i suoi conti...

— Infatti fa una contessa! — disse Ratti ridendo.

Il Ricevitore, con gli occhi fissi sulla scacchiera, calcava il naso nel barbone nero, dando ragione al Mochi. Ma il Porati insisteva:

— Certamente, la Marulli non era una sciocca; però...

— Volete saperla? È proprio la Giacinta, lei, che l’ha voluto. La Teresa n’è arrabbiatissima. [p. 104 modifica]

— Quando lo assicura il cavaliere...!

Ratti ammiccava maliziosamente al Porati, aggiungendo:

— Il cavaliere è troppo addentro nei segreti della mamma e, dicono le cattive lingue, della figliuola!

Mochi protestò, levandosi in piedi, abbottonandosi il soprabito con piglio sdegnoso, quantunque avesse a fior di labbra, sotto i baffi un sorrisino stentato che si mostrava a dispetto di lui.

— No, no!... Certe cose non si dicono neppure per chiasso! So a quali sciocche dicerie volete alludere, ma il ripeterle vi fa torto. Povera ragazza! La Giacinta commette, forse, una pazzia sposando quell’imbecille; ma non è una buona ragione per darle addosso... Io, per esempio, non presto fede neanche a certe vecchie ciarle... Dico sul serio, caro avvocato. E non posso permettere che, alla mia presenza... Scusate... No! no!

Ratti chinava il capo:

— Oh, io rispetto troppo la discrezione di un gentiluomo!...

— Qui non si tratta di discrezione — e Mochi lasciava sdegnosamente cascar l’occhialino. — Riflettete che, alla mia età, coteste storielle non si smentiscono volentieri; si lasciano correre. Ma io non sono un vanesio... Sarebbe un’indegnità, addirittura!

— Si direbbe ch’abbia voluto provar troppo a posta — disse Ratti, mentre il Mochi spariva dietro la bussola a cristalli, nella penombra della piazza.

E ghignava, guardando gli altri che restavano muti.

— E voi Andrea, che ne pensate?

— Io?... Nulla. [p. 105 modifica]

In quel punto, dietro un rapidissimo ragionamento quasi incosciente, mentre gli altri parlavano, Andrea pensava ch’era proprio una stupidaggine il far scoprire a Giacinta quant’egli soffrisse pel tradimento di lei. Ma che poteva farci?... Non sapeva fingere. L’amava, s’era illuso... e soffriva! Non aveva mai sospettato che si dovesse soffrire tanto per un’illusione perduta!

— Povera Giacinta! — disse il Porati. — Quelle trecento mila lire le hanno scaldato il cervello.

— Contessa Grippa di San Celso, — rispose il Ricevitore, lisciandosi la barba — non suona mica male... Scacco matto!

Il Villa rovesciò i pochi pezzi rimasti ritti sulla scacchiera, e se la prese col Ratti che lo aveva fatto distrarre:

— Infine, tutti voialtri sparlate per dispetto; la solita storia della volpe e dell’uva!

Rossi, Porati e Ratti, ridendo di quella stizza di giocatore sfortunato, si erano alzati per andar via.

— Voi restate, Gerace? — domandò il Ratti.

Andrea si lasciava trascinare. Aveva giurato di volersi rompere l’osso del collo prima di rimettere un piede in casa Marulli; e intanto provava un sentimento di gratitudine verso il Ratti che lo portava via, a braccetto, spingendolo su per quelle scale senza che la sua volontà quasi c’entrasse. Gli pareva anche strano che non si sentisse piegare i ginocchi, nè battere forte il cuore.

Giacinta, al vederlo entrare in salotto, aveva provato un’impressione come di fiamma sul viso.

Andrea le strinse la mano e si fermò un po’ a discorrere col Merli e col Gessi che, appartati con lei in un angolo, scoppiavano a ridere di tanto in tanto. [p. 106 modifica]

— Chi le sballa più grosse? — diceva il Ratti, voltando la testa verso quella parte, in mezzo a un gruppo di signore.

Andrea, andato a salutare la signora Villa e la Mazzi, ascoltava, sorridendo, quel cicalìo femminile che tagliava i panni addosso alla signora Maiocchi; la quale, appoggiata alla mensola del caminetto, pareva mezza sedotta dalla faccia apoplettica e dal pancione del Porati.

La signora Mazzi, che quella sera era di buon umore, vistosi dinanzi il conte Grippa avvicinatosi per salutarla, s’interruppe a un tratto e, porgendogli la mano, disse:

— Conte, la felicità vi si legge negli occhi.

— Grazie! Grazie! — egli rispose.

— Grazie di che?

A questa domanda il conte si mise a ridere, spalancando la bocca, facendo degli inchini, col capo, nell’allontanarsi.

— Si vede che la felicità lo rende più grullo.

— Gerace, non lo dite alla futura contessina!...

Le due signore ripresero il loro cicalìo; ma Andrea non vi prestava attenzione; e seguiva con gli occhi il conte Grippa nel giro che andava facendo da una signora all’altra.

Il conte si era fermato a due passi da Giacinta:

— Disturbo?

E a un cenno di lei, era scattato come una molla, tutto d’un pezzo, tenendole la mano; poi, stringendo la mano anche al Gessi e al Merli, sorrideva, impacciato dal silenzio che la sua presenza aveva prodotto:

— Ma perchè non continuavano? Era forse di troppo?

— No, no. [p. 107 modifica]

— Il Prefetto — egli disse finalmente — è già partito per Firenze.

— Una notizia freschissima!

— Da quattro giorni!

Merli e Gessi scoppiarono a ridere.

— Ma io l’ho saputo or ora — riprese il conte un po’ mortificato. — M’importa assai della politica!

Giacinta si mordeva il labbro, seria con gli occhi bassi per non guardare Andrea che si era accostato, gingillandosi col ventaglio della signora Villa.

— Conte, e la vostra scommessa? — disse Andrea, con la voce un po’ turbata, continuando a sventolarsi.

— È andata benissimo. Non ne sapete nulla?

Il conte si fregava le mani, tutto contento; e sgangherando la bocca, strizzava gli occhi, tirava in su una gamba:

— Come?... Non ne sapevano nulla?

Merli e Gessi frenavano a stento le risa, accennandosi coi gomiti, mentre Gerace spingeva innanzi il volto, affettando gran curiosità, sventolandosi più affrettatamente.

Giacinta, che pareva non volesse perdere una parola della intralciata narrazione del conte, fredda, impassibile agli ironici: bravo! benissimo! con cui Andrea lo interrompeva, soffriva intensamente di quell’ostentazione di Gerace...

— Dunque non aveva ancora compreso?... E l’amava?... Oh! Gli uomini sono stupidi!

Andrea, guardatala due volte di sottecchi, credeva d’averle letto sul viso le umilianti torture del rimorso...