Giacinta/Parte seconda/V

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V

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V.

— Dorme, — disse Marietta affacciandosi all’uscio.

La signora Teresa, suo marito e il conte Giulio si guardarono in faccia per consultarsi. A un tratto la Marulli tese l’orecchio.

— Mi è parso...

E in punta di piedi entrava nella camera, seguita dagli altri due.

Ci si vedeva poco. L’abito bianco di garza, buttato negligentemente sulla seggiola a piè del letto, era mezzo scivolato per terra; accanto, le fibbiettine di acciaio delle scarpine di raso luccicavano, in mezzo ai fiocchi di nastro, come occhi di gatto. Supina, con un braccio ignudo fino al gomito fuor della coperta, la testa un po’ di fianco e le trecce nere disciolte sul bianco del guanciale, Giacinta dormiva ancora, respirando lievemente.

— Ha dovuto passare una cattiva nottata — disse il conte sotto voce.

E nell’accostarsi al letto urtò e rovesciò una seggiola.

— Che paura!

Giacinta a quel rumore, s’era improvvisamente destata.

— Scusate!... Scusate! — balbettò il conte.

— Abbiamo aspettato finora — soggiunse la signora Teresa. [p. 121 modifica]

— E non abbiamo voluto aspettare di più per informarci della vostra salute...

— Grazie. Che ora è? — ella domandò, rannicchiandosi meglio sotto le coperte.

— Sono quasi le due — rispose il conte.

— Così tardi!

— Come ti senti?

Il signor Paolo era inquieto: aveva saputo di quella indisposizione soltanto sul finire della festa.

— Come vi sentite? — replicò il conte.

Giacinta stette un momento senza rispondere, cogli occhi chiusi.

— Non molto bene — poi disse.

— Faremo chiamare il dottore. Oh, scotta.

Il conte le aveva messo una mano sulla fronte, ma ella gliela allontanò con un movimento vivace.

— Non sarà nulla, vedrà — rispose la signora Teresa che osservava con diffidenza la figlia.

— Ma se scotta! Ha la febbre. Che disgrazia! Proprio il dì delle nozze!

— Lasciatemi riposare. Il riposo val più d’ogni rimedio — disse Giacinta languidamente.

Provava un malessere indefinibile, una stanchezza piena di nausea.

— Era ben desta?

Avrebbe voluto, per un gran pezzo, continuare a dormire.

— Dunque era vero?... Il matrimonio... la festa... Andrea!

Le idee le si destavano pigramente, confusamente nel cervello, come avvolte da una nebbia, col tepore del letto, alla mezza oscurità della camera dove gli occhi semiaperti non distinguevano quasi nulla. Poi, mentre questa indeterminatezza gradevolissima [p. 122 modifica] cominciava a dileguarsi, ella risentiva sulle labbra il bruciore dei baci di Andrea:

— Ah! S’era figurata che quel fatale momento non dovesse arrivar mai... Ed era passato!

Fece uno sforzo per destarsi completamente e si mise a sedere sul letto. Guardava attorno, con curiosità, per riconoscere la camera. Non si trovava forse in un albergo di una città sconosciuta dove erano arrivati la sera avanti, dopo un viaggio lungo, faticosissimo, pieno di pericoli... e d’onde non si sarebbero più mossi?... Oh no, ora aveva coscienza di tutto. Era passato! Era passato!

E sentivasi addosso un profondo sgomento. Di che?

— Della sua audacia forse? Ma era la sua rivincita, il trionfo! Non aveva da pentirsi. Preso un marito, si era posta in regola colla società; le apparenze eran salve: che si pretendeva di più? Oh! Le conosceva tutte, fino all’ultima, quelle che si sarebbero indignate maggiormente, quelle che avrebbero fatto i grandi gesti d’orrore, quelle che l’avrebbero volentieri lapidata!... Ma io non farò come loro. Non muterò d’amante ad ogni stagione. N’avrò uno, uno solo, il mio Andrea, il mio vero marito!...

S’era lasciata scivolare dal letto, coi piedi ignudi sul tappeto, sorreggendosi sulle mani affondate nelle materasse, gli sguardi perduti nel vuoto, con una vampa d’indignazione che l’avvolgeva tutta nelle sue fiamme.

— Aria!... Aria!... — disse a Marietta che apriva soltanto le imposte.

Soffocava.

— Il signor conte è in salotto — annunziò Mariettaa.

— Ah! [p. 123 modifica]

Giacinta quasi non si rammentava più che quell’uomo avesse già acquistato dei diritti su lei.

— È assurdo! Come non l’ho preveduto?...

Il suo corpo, la sua coscienza si rivoltavano all’orrore di quell’adulterio.

— Non è possibile! Non può essere; non deve essere!

No, non voleva appartenere a due. S’era data al suo Andrea, per sempre; non poteva darsi a un altro.

— No! No!... Divento pazza!

E lasciando di vestirsi, tuffava ad ogni momentino le mani nell’acqua per rinfrescarsi la faccia.