Giacinta/Parte seconda/VII

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VII

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VII.

Gli aveva dato le chiavine del portone e dell’uscio d’entrata; e la notte rimaneva ad attenderlo, impazientissima, gustando l’acre ansietà di quelle interminabili ore d’aspettazione, finchè quei di casa non andavano tutti a letto, finchè le vie della città non si riducevano affatto deserte.

Verso le dieci di sera ritiravasi in camera col pretesto di sentirsi male; e fattasi aiutare a spogliarsi dalla Marietta, la licenziava immediatamente.

Dalle dieci alle dodici, contava i passi di chi andava e veniva nel salotto della sua mamma, ridotto, ora più che mai, una succursale della Banca agricola del Savani. Credeva di riconoscere ciascun arrivato, dal passo, e ne diceva il nome. Poi, ecco la sfilata di quelli che andavano via. Poi, ecco il rumore del portone che veniva chiuso dietro l’ultima persona, forse il conte Giulio che s’avviava mogio mogio verso la sua casa di mezzo scapolo.

Allora balzava da letto, tornava a vestirsi in fretta; e spento il lume e aperta con cautela la finestra, si affacciava a guardare, impaziente, di qua e di là nella via. Non passava anima viva. Gli orologi battevano il tocco, e si rispondevano dalla torre del Municipio e dai campanili come per darsi la voce, [p. 128 modifica] uno dietro all’altro, da vicino, da lontano, con ondulazioni malinconiche e paurose. Ma ella resisteva anche ai frizzi acuti della brezza notturna; voleva, a tutti i costi, vederlo arrivare.

— Ah! Finalmente, la sua povera vita aveva un sorriso!

Si paragonava a quei fiori che aspettano la notte per riaprire il calice ed inondar l’aria di profumi. Il suo cuore, compresso violentemente per tant’anni, voleva sfogarsi! La sua giovinezza ripullulava. Odii del passato, repugnanze del presente, sconforti dell’avvenire, tutto, tutto disperdevasi e spariva, come per incanto, all’arrivo di Andrea.

— Come sono felice! — gli diceva, gettandogli le braccia al collo.

— Ed io?

Una notte, Andrea l’aveva trovata dietro il portone, col cappuccio di raso ovattato in testa, tutta avvolta in uno scialle pesante.

— Oh Dio!... Mi hai fatto paura.

— Andiamo.

— Dove?

— Attorno. L’aria non è fredda. C’è un bel lume di luna. Forse non avremo mai più tanta libertà in avvenire.

— È un’imprudenza!

Ma ella era già fuori, stizzita di vederlo esitante.

La luna listava di bianco metà della via. Da quel lato, i cristalli di alcune finestre luccicavano, e le fiammelle dei rari fanali tremolavano giallastre nel chiarore.

Presi a braccetto, essi andavano rasente il muro dalla parte dell’ombra, muti; Giacinta gongolante per quella scappatina di innamorati, Andrea guardandosi sospettosamente davanti e dietro. [p. 129 modifica]

— Che silenzio!

Andrea non rispose nulla.

— A quest’ora tutti dormono — ella disse poco dopo.

E rizzava la testa verso quelle persiane e quelle imposte chiuse che davano alla fila delle case l’aspetto d’un immenso convento; superba di trovarsi lì, al braccio del suo Andrea, quasi in barba alla gente che dormiva senza sospettare di nulla:

— L’avresti mai pensato? — gli disse.

Andrea si fermò. Qualcuno veniva incontro a loro, di laggiù, nell’ombra.

— Carabinieri in ronda, — rispose Giacinta che se n’era accorta prima di lui. — Svoltano cantonata. Tanto meglio.

Nella piazzetta quadrata, in capo alla via, un fanale agonizzava nel plenilunio, accanto al piedistallo di quel santo di pietra grigia che, col braccio levato in alto, appuntava l’indice verso il cielo.

— Povero santo! Dev’essere intirizzito — disse Andrea, ridendo.

— Quel braccio mi fa paura! Prendiamo di qua — rispose Giacinta.

— Ma di lì si scende al porto...

— Scendiamo pure al porto. Dev’esser bello di notte.

E per le straducole mezze buie gli premeva il braccio e gli andava ricercando la mano, amorosamente irrequieta.

— Oh! Oh! — ella fece, arrestandosi dopo alcuni passi.

Quei lampioni che fuggivano, allineati sulla banchina, straluccicanti di riflessi; quel mare imprigionato nel vasto seno del porto che sbatteva le sue sorde ondate ai fianchi dei bastimenti e delle barche [p. 130 modifica] e sui massi granitici della scogliera; quello strano intreccio di vele e di sartiame disegnantesi netto sul cielo oscuro, in mezzo ai fanali rossi, verdi, azzurri, pari a pupille di mostri marini saliti a fior d’acqua e intenti a guardare, le avevano prodotto, di primo colpo, un’impressione di sgomento.

E tendeva l’orecchio ai diversi rumori che si levavano, ad intervalli, nell’oscurità della notte, da quell’intreccio di sartie, di vele, di antenne e di enormi moli nere, accovacciate fra il brulicante luccichio delle acque. Una catena strideva all’improvviso, precipitosamente:

— Tirano su qualche ancora?

— No, caricano una stiva.

Di laggiù, in fondo, presso alla dogana, monotoni, quasi lamentosi, rispondevano gli Oh! Oh!... Oh! Oh! dei marinai, e qualche fischio di comando.

Procedettero a passi lenti, assorti in quell’immensità, aspirando a piene nari la salsedine marina e il sito di catrame che impregnava l’aria pungente.

Poco dopo, cessato ogni rumore, il mare sonnecchiava dentro il porto, con le barche cullantisi tra gli spruzzi delle brevi ondate; e dietro il fanale, che brillava intermittente in cima alla torretta bianca del faro, l’immensa distesa dell’Adriatico tremolava, per un gran tratto, sotto gli argentei riflessi della luna.

— Quei punti luminosi, lontani, sono barche di pescatori — disse Andrea.

— Poveretti!

Giacinta si strinse tutta a lui che già la teneva tra le braccia.

— Com’era dolce il sentirsi così calda sul petto del suo Andrea, al cospetto del mare e del cielo, sotto quelle vive punture della brezza notturna! [p. 131 modifica]

Addossato ad un pilastro di granito, coi piedi sulla grossa corda avvolta intorno alla base di esso come un interminabile serpente, Andrea però avrebbe fatto a meno, molto volentieri, di quel capriccio di donna innamorata:

— Col pericolo di farsi scoprire! — egli pensava, tirando su il bavero del soprabito.

Si sentiva intirizzire; e non era punto tranquillo:

— Perchè stavano lì, in quell’umido?

Pure l’abbracciava forte, le dava dei baci, come per persuadersi che non sognasse:

— Ell’era la sua amante!

Lo credeva appena ancora!

Giacinta gli si rannicchiava addosso, quasi per frugarvi dell’altro calore, muta, spingendo gli occhi in quell’orizzonte buio che fuggiva, infinito, dietro il fantastico intreccio delle sartie e dell’antenne.

E su quel fondo oscuro, vedeva passarsi dinanzi, rapidi, sfolgorando un istante, in una vertigine della memoria, tutti i tristi ricordi del suo passato.

— Quanti dolori!... Quante umiliazioni!... Quante lotte! Com’era stata infelice!

Le ondate che si spezzavano sulla scogliera rumoreggiavano più forte.

— Il mare parla — disse Giacinta riscotendosi. — Non par di sentire i lamenti di creature che soffrono laggiù nella profondità dell’acqua?

— Se vedessi il golfo di Napoli! Che spettacolo!

— Ah!... Napoli! — ella rispose, distratta.

S’intesero i tocchi argentini d’un orologio, che disperdevansi, ondulando, lontano lontano.

— Le tre e un quarto! Sii ragionevole, andiamo via.

— Andiamo.

E gli prese il braccio. [p. 132 modifica]

— Saremmo stati meglio a casa!

— No. Qui all’aria aperta, mi sembri più mio.

E Giacinta batteva l’acciottolato con dei lesti passi trionfanti.