Giro del mondo del dottor d. Gio. Francesco Gemelli Careri/Libro I/II

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Cap. II

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CAPITOLO SECONDO.

Brieve descrizione di Messina, e di tutto ciò

che vide fino a Malta.


ZAncle per l’addietro, oggi Messina, è situata in Valdemone1, nella parte Orientale dell’Isola di Sicilia a gr. 39. e 12. m. di latitud. Narrano essere stata fabbricata da Zancle Gigante l’anno del Mondo 1435. e che sia stata unita all’Italia col rimanente della Sicilia. Ella, per gli monti, che la circondano, si è di figura bislunga. Gode del più bel Porto del Mondo, per la capacità, e sicurezza; e per le vaghe sue rive, ornate, per più d’un miglio, di vaghissimi palagi, con ugual simmetria fabbricati; non eccedendosi punto i bene [p. 10 modifica]ordinati balconi di ferro l’un l’altro in altezza. Quivi le navi, par che stiano in sicura pace in braccio alla terra lor contrario elemento, tanto n’è sicuro il fondo; onde m’ammiro, che il Tavernier2, che annovera fra’ migliori porti del nostro continente quello di Goa, Costantinopoli, e Tolon, ponga poi in non cale quello di Messina, che non solo non è inferiore a qualunque de’ mentovati; ma può dirsi il primo Emporio d’Europa, a causa del gran traffico, e passaggio necessario a tutte le nazioni della medesima. E’ custodita l’entrata dal Castello Salvadore, dalla Cittadella, e da altre Fortezze.

Quanto alla Città ella è Sedia Arcivescovale, e cassa di moneta del Regno. Sono fioriti in lei sempremai uomini illustri, e di presente l’ornano professori di tutte le scienze, ed una Accademia di belle lettere. Le Chiese sono assai belle, i palagi magnifici, le strade spaziose, le Dame belle, e spiritose. il Cielo benigno, il terreno fertile, i Borghi amplissimi; e ’l mare può dirsi un vivajo d’ogni qualità di pesci grati al palato. In fine quanto si può desiderare, per lo comodo vitto, vestire, e lusso, [p. 11 modifica]abbondevolmente questa Città somministra: e tanto più per la vicinanza delle Calabrie, che le porgono anche all’occhio una perpetua prospettiva coll’ameno, e fertile lor suolo. Ella è stata sempre mai fedelissima al suo Re; e i suoi Cittadini pronti a spendere il patrimonio, e la vita nel servigio di lui: e se gli anni addietro alcuni suoi naturali inquieti, ed amici di novità, incorsero nella Reale indignazione; il delitto di pochi, e l’infezione di parte de’ membri, non dee apportar taccia a tutto il corpo della Repubblica, e pregiudicio alla salute de’ più, che la compongono: giacchè recisi quelli, come putridi, ed applicato il fuoco alla parte infetta, si estinse, non che riparossi il male.

L’istesso giorno de’ 7. feci diligenza di trovare imbarco per Malta, (non essendovene per Levante così pronto, come io mi persuadeva, a cagione delle guerre, che ardevano in Europa) e patteggiai il passaggio sopra una Tartana Maltese, che stava alla vela. Or’avendomi il Padron dell’istessa detto di voler partire a’ 9. proccurai la mattina del Mercordì 8. pormi in ordine; per trovai, che egli si sollecitava a partire la mattina istessa. Credendo io di potere sbrigarmi [p. 12 modifica]a tempo, feci imbarcare le mie robe, ed attesi in tanto a spedirmi d’un’affare di importanza. Lo condussi a fine con ogni prestezza, ma pure trovai di già partita la Tartana; e quel, ch’è peggio, con quanto io teneva, senza che sapessi il nome del Padrone, nè della nave. Non mi sgomentai però, ma informatomi in Dogana, ebbi contezza, che la Tartana era andata in Alì, a caricar vino; onde non parendomi di perder tempo, trattandosi colla perdite della robe, di rompersi il filo dello stabilito viaggio; mi posi l’istesso giorno in una feluca, che andava in Augusta; licenziandomi frettolosamente dal Lacquaniti, e sua moglie.

Con vento prospero passammo il tanto rinomato, quanto periglioso Canale del Faro; alleggiando nel mentre la malinconia col gittar l’occhio, a sinistra su i delizosi giardini della Catona, e Reggio; e a destra dell’Isola, sulle vaghezze del Drommo Borgo di Messina, che per più miglia in ben compartite casette, ed orti si distende: indi sul Casale di San Stefano, e San Placido Monastero de’ Benedettini; posto su d’un’eminenza, che lo sito vantaggioso, ha dato motivo nell’ultime guerre [p. 13 modifica]de’Messinesi, a più sanguinose zuffe tra’ Spagnuoli, e Francesi.

Continuando a riguardar sul terreno (per lo pensiero, che mi affliggea di rinvenir la tartana) mirava la Briga, lo Pezzuolo, Giampilieri, la Scaletta, Aitala, Alì, Fiume di Nisi, Savoca, ed altri Casali poco lungi dalla riva del Mare. In Alì stava ritirata la Tartana; però il Padrone della feluca, per non pormi a terra, mi disse, ch’era un’altra; onde non senza batticuori continuando il cammino, passāmo Taormina, Città Regia, posta su d’un monte, e discosta 30. m. da Messina.

Si vedevano quindi Calatabiano, Mascari, Jaci, Ognari; e’l suolo della Città di Catania, rovinata affatto, e sepellita dalle ceneri del suo vicino Monte, dopo il terribile terremoto di quel medesimo anno; abitando i pochi Cittadini rimasti insepolti, in umili capanne verso la porta di Jaci. Veduto questo compassionevole spettacolo, colla chiarezza, che sopravvenne del Sole il Giovedì 9. continuammo il viaggio (dopo aver fatte 60. miglia senza prender terra); lasciando frattanto in dietro le Città Regie di Lētini, e Carlolentini. A mezzo dì demmo fine a questa piccola navigazione [p. 14 modifica]di 90. miglia, approdando felicemente in Agusta.

Xiphona, oggi Agusta fu posta in istato di Fortezza da Federigo II. Imperadore, e ridotta poi a buona difesa. Quivi perduta Rodi si ritirarono i Cavalieri di S. Giovanni, prima che fusse loro conceduta Malta. Ebbe questa Città l’istessa disavventura che Catania, rimanendo spianata anch’ella dall’ultimo terremoto; e perciò abitavano parimente i Cittadini in capanne. Il Castello, ch’era uno de’ più rinomati della Sicilia, sì per la fortezza del sito, come per le valide fortificazioni esteriori (tenendo due ponti, e quattro porte sul Mare) è stato fortemente danneggiato, spezialmente nelle abitazioni de’ Soldati. La Città era a Levante lungo la Collina, e provveduta d’un ben grande, e comodo porto, guardato da quattro Forti.

Preso nuovo imbarco, sul tardi mi trovai a vista di Siracusa; Città travagliata anch’ella bastantemente dal terremoto. Per quanto potei osservare dal Mare, ella è posta in sito comodo, con un’ampio Castello a Mezzodì, e un Forte a Tramontana. In questo luogo fummo sorpresi da gran timore; perocchè [p. 15 modifica]vedemmo venire sopra di noi la lancia di un vascello, che stimavamo Moresco; di modo tale, che ponemmo piede a terra, per difenderci, al coperto de’ vicini scogli: ed in fatti facemmo ritirare indietro la suddetta lancia, che non era altrimenti di corsali, ma di Trapanesi.

La notte non potemmo andar molto avanti: onde il Venerdì 10. a cagion della calma, fummo a vista della Città di Noto, distrutta similmente dal terremoto. La sera ci fermammo nella Tonnara di Capo Passaro, dove mi regalarono di pesce salato per lo viaggio. Quivi avean dato fondo la Galeotta, e Bergantino Maltesi, che guardano il canale; ma non seppero darmi alcuna notizia della Fregata, di cui andava in traccia. Imbarcati di nuovo il Sabato 11., per lo tempo contrario, ci convenne prender terra nella spiaggia di Spaccafurno, lontana 55. miglia da Siracusa. La Domenica 12. dopo aver fatte 40. miglia giugnemmo al Brazzetto, ch’è una Torre di marina della Terra di Santa Croce; donde passai la sera agli Scoglietti, nel Contado di Modica, per prendere nuovo imbarco sino a Malta. [p. 16 modifica]In fatti il Lunedì 13. m’imbarcai, per passare il Canale, su d’una mezzana barca (non trovandosi occasione migliore) la quale restando in calma dopo poche miglia; ne fece stare in grande apprensione di corsali, di cui non va mai libero la State quello stretto di 60. miglia.

Continuò la calma il Martedì 14. Sulle 13. ore vedendo venire sopra di noi il battello d’una Tartana (che stimammo di corsali) abbandonammo la nostra, carica di legna, e senza difesa; e fuggimmo con lo schifo: senza che i marinaj mi permettessero di pigliarmi nemmeno lo schioppo. Veduta la nostra fuga, lasciarono quelli di seguitarci più oltre; onde avvedutici, che la Tartana era Maltese, ripigliata la nostra Barca, stemmo fermi tutto il resto del dì. Essendo sopraggiunto vento la sera, navigammo tutta la notte; sicchè entrammo il Mercordì 15. prima di far giorno, nel porto di Malta; però stemmo attendendo la pratica fino a due ore di Sole.

L’Isola di Malta fu conceduta a’ Cavalieri dell’Ordina di San Giovanni da Carlo V. Imperadore, col tributo annuale di un Falcone; che oggidì il Vicerè di Sicilia riceve in nome di S.M. [p. 17 modifica]Cattolica. Ella sì è lunga da Oriente ad Occidente 22. miglia, larga 12. e di circuito 60. la Città di Malta tiene di latitudine gr. 35. e 40. m. ed è in ottimo clima. Fu assediata da’ Turchi con poderosa armata l’anno 1565. ma senza effetto: il suo porto è a Tramontana, ampio, e capace di più, e più navi; dilatandosi in molti seni profondissimi, nell’interiore de’ quali è il luogo detto Bormola, a destra il Borgo, ed a sinistra l’Isola; luoghi abitati dalla plebe, che faranno circa a tre mila anime. La bocca di questo porto è ben guardata, per la parte della Città, da Castel s. Ermo, (ben provveduto di artiglieria, fosso profondo, ed altre fortificazioni) e da 10. pezzi di cannone posti su la muraglia: più avanti dalla Barracca vecchia, fortificata, di dieci pezzi nella superiore parte, (ch’è coperta d’archi) e d’altrettanti nell’inferiore: più dentro dalla porta d’Italia, con 17. cannoni nella superiore, e 20. nell’inferiore batteria: dall’opposta parte vien difeso dal nuovo Forte dell’Isola, Castel S. Angelo del Borgo, e nuovo Castello di Recasoli, dove non era per anche montata l’artiglieria, però prontamente potranno dalla Città provvederlo, [p. 18 modifica]occorrendo il bisogno; di maniera tale, che si rende inaccessibile il porto: siccome inespugnabile la Città, per esser ella posta su d’un’altissimo scoglio, che dalla parte di Mare fù armato dalla natura di precipizj, e dall’arte fù provveduto di larghissimi Forti, mura, e torrioni. Dalla parte di terra (per tutto il recinto di tre miglia, che terrà la Città) è ben provveduta d’artiglieria, non solo negli accennati Forti, e due Cavalieri, ma per tutto il circuito delle mura, anche in carrozza, dal porto fino al Lazaretto.

Di non inferior comodità sarebbe il porto di detto Lazaretto, chiamato Marsciamscet (che profondandosi entro, appresta sicuro riposo alle navi, vicino ad uno scoglio) se non fosse destinato solamente per le navi, che vengono da Levante: oltre questi due porti mi riferirono, che per tutte le tre Isole, ve ne sono altri molto comodi, difesi parimente da Forti.

La Città benche picciola, non cede alle migliori d’Italia nella bellezza; perche quantunque sia posta su d’un’arido scoglio, l’arte nondimeno molto si è adoperata in renderla vaga: [p. 19 modifica]rappresentando, mercè di lei, dalla parte di Mare un vistoso oggetto, ed al di dentro un vago fiore, che d’ogni tempo spira soavità: senza renderlo giammai secco la rigidezza del Verno, o nocivo l’intemperie dell’altre stagioni; avvegnache, molto calda sia nella State, come fondata su d’una rocca. La sua pianta è simile alla superficie d’una mano, lunga da Tramontana a Mezzodì, con dieci strade ben dritte, e meglio lastricate, che la dividono, cioè cinque all’Occaso, tre ad Oriente scoscese, che s’incurvano, e due nella sommità piane: inegualità di terreno, che non offende punto la sua vaghezza, anzi l’accresce, perche non da luogo di trattenimento alle bruttezze, che tutte rendendosi al mare, fan comparire più belli i palagi, e le piazze dell’istessa. Quanto alla larghezza, vien tagliata da due strade da Levante a Ponente, amendue spaziose, ed eguali. Tiene tre porte: la più frequentata si è quella del Molo, nel cui fosso vi è un buon giardino di melaranci, e limoni, per servigio del Gran Maestro: l’altra è di terra, e la terza è del Lazaretto, fuori della quale è una Polveriera, oltre quelle che sono dentro. Vi sono due profondi fossi dalla parte di [p. 20 modifica]terra, dal Lazaretto fin’al porto, con doppio recinto di mura minate.

Le tre Isole, di cui ho fatta menzione di passaggio, sono Malta di circuito 60. miglia, che ha la figura d’una tartaruga, sopra la quale è la Città vecchia, e nuova, da cui riceve il nome; però la vecchia non farà oggi due mila anime: l’altra è di Comona, che gira 10 miglia, con una fortezza: la terza è detta del Gozo, la più fertile di tutte, con un buon Forte, governato da un Cavaliere dell’Ordine. Faranno tutte e tre l’Isole presso a 60. mila anime, in 30. abitazioni, che contengono; però di gente bellicosa, e fiera la maggior parte, per esser di sangue, e costumi moreschi. I Cavalieri della Religione sudditi di Sua Maestà Cattolica, tengono la prerogativa di essere Governadori de i Castelli S. Ermo, e S. Angelo, ad esclusioni d’ogni altra nazione: il loro governo dura due anni

Alloggiai, mentre feci dimora in Malta, nel Convento de’ Padri Francescani di S. Maria di Giesù, i di cui Religiosi mi trattarono cortesemente. Andai il dopo desinare al vespro del Carmine, dove sentij cantare buoni eunuchi, che [p. 21 modifica]sollenizavano la festa di Nostra Signora del Carmine.

Venne di buon’ora Giovedì 16. in detta Chiesa il Gran Maestro, a sentir Messa, essendo preparato per tal venuta il dossello: poi passò in quella di S. Gio: ed io vi andai similmente, per vedere la funzione. Sedeva il Gran Maestro a destra dell’altare, sotto un Trono di velluto paonazzo, con frange d’oro posto nel presbiterio, e dentro il recinto di una balaustrata di ben fini marmi: all’incontro erano seduti 16. suoi paggi, in scanni coperti di rosso, con galloni di argento, e due altri ne assistevano dietro la di lui sedia: nel piano della Chiesa, quattro gradini più abbasso del loro Principe, sedevano i Gran Croci, in banchi fissi, coperti di vacchetta, che tenevano da 32. sedie, co’ loro inginocchiatoj coperti di tappeti: da’ lati, e per lo vano della medesima, erano dieci altri Anziani, e più in giù luoghi per gli Cavalieri. Si fece baciare il Vangelo al G. Maestro, e poi si diede l’incenso: a i G. Croci l’incenso, e la pace, con due incensieri nell’istesso tempo, uno a destra, e l’altro a sinistra. Era vestito il Gran Maestro di un sottil drappo di seta nera, [p. 22 modifica]con sopraveste lunga, come la portano i nostri Seminaristi, però con collaro dietro: quella di sotto era come una sottana di Prete, ma più corta, dove teneva la Croce dell’Ordine; nel rimanente era vestito di nero alla francese. Finita la funzione, l’accompagnarono i Gran Croci, e Cavalieri. Mi riferirono, che il Gran Maestro inchini molto alla caccia, e a darsi buon tempo, come è il genio de’ Francesi, portandosi di continuo nel suo boschetto. Chiamasi egli Adriano Vvignacourt, la sia statura è ordinaria, l’aspetto spiritoso, e robusto quantunque di 76. anni: il suo confidente si è Filippo Carlo Fredac Gran Priore d’Ungheria, che di continuo tiene a sua tavola, insieme col Gran Siniscalco D. Carlo Caraffa, della nobilissima Casa de’ Duchi di Bruzzano, ed un’altro Cavaliere alternativamente.

Dicono, che abbia il Gran Maestro dalla religione sei mila scudi, per lo suo piatto, venti mila di rendita, come Principe temporale, ed il compimento sino a 60. mila, dalle Commende vacanti, e Dogana.

La Chiesa di S. Giovanni è a tre navi, quella di mezzo a volta, come anche le [p. 23 modifica]12. Cappelle de’ lati: è molto ricca d’oro nelle pareti, siccome nel suolo ornata di marmi. Vedeansi, ne’ due lati opposti, i mausolei de i memorabili Gran Maestri Cottonier, e Gregorio Caraffa del sangue de’ preclarissimi Principi della Roccella. Quanto al culto, è la Chiesa ben servita da cappellani di tutte nazioni, che divotamente recitano i divini Ufficj nel Coro ogni giorno.

Per me nacque fortunato il Sole Venerdì 17. approdando a mezzodì la Tartana, che portava le mie robe, e liberandomi dal timore, di non avere ad andar più avanti, e terminare in Malta il viaggio: il dopo desinare fui a veder il palagio del Gran Maestro, posto nel piano delle due strade. Entrandosi per la porta di Oriente, a destra, e a sinistra si vedeano le stalle, occupate da 50. cavalieri, e mule: passandosi avanti si entra in un giardino, e da questo (lasciando la seconda porta a sinistra, che conduce alla Chiesa di San Giovanni) si entra in altro cortile, dal quale non volendo passare oltre, si ha l’adito, per due porte opposte, a gli appartamenti del Gran Maestro. Si serve egli del sinistro per usi famigliari, e del destro (dove lo [p. 24 modifica]vidi passare) per le funzioni pubbliche. La sala è una delle più grandi, che possan vedersi, magnificamente adornata di damaschi cremesì, con dossello dello stesso a frange d’oro: veggonsi, tanto nella sala, quanto nella prima camera, dipinte le imprese più gloriose, e fatti d’arme sostenuti dalla Religione: la terza camera era anche addobbata del medesimo drappo: tutto il palagio poi è abbellito da vaghi balconi di ferro, che per ogni lato lo rendono ragguardevole. Ha dalla parte di Occidente una gran piazza, con superba fontana, ed a Mezzodì un’altra, dov’è la Cancellaria della Religione, e Tesoro, per ricevere, e pagare giornalmente; conservandosi però il Tesoro pubblico, per gli più precisi bisogni, nella Torretta, che è nel Palagio del Gran Maestro.

Le Donne Maltesi portano un manto alla moresca, come il cappuccio della Cià spagnuola, con l’aggiunta d’una punta lunga, che si dilata come un’embrice su la fronte, per esser fatto di cartone forte: ciò è comune alle nobili, (che vi aggiungono un pezzillo, o sia merletto) ed alle plebee; portando le più infime il manto di scotto, ed un [p. 25 modifica]sottanello in testa per traverso, che ne’ tempi di State serve di stufa, in un paese così caldo, che io passava le notti intiere, senza poter riposare: sono per altro elleno bellissime, leggiadre, ed in fine del miglior sangue d’Europa.

La moneta usuale è di rame, ed alta di valore, poiche cambiato un zecchino, non mi diedero, che sei grani di rame, dando ad ogni grano di questa la valuta di quattro tarì, tre de’ quali fanno uno scudo: un falsator di moneta vi averebbe eccessivo guadagno.

Fui il Sabato 18. a veder l’Albergo d’Italia, dove si fa tavola a’ Cavalieri poveri dell’Ammiraglio, o Capo della medesima; però sono ben pochi quelli, che vogliono stare a questa tavola d’astinenza, perche la religione per la spesa, non dà che due tarì Siciliani per ciascheduno. La fabbrica si è magnifica, ed abbellita ultimamente dal Gran Maestro Caraffa, non molto lontano è l’Albergo di Castiglia, e lingua di Portogallo. Passai poi a vedere le Chiese de’ Padri Gesuiti, e Domenicani, siccome un’altra dell’Anime del Purgatorio, che sono si mezzana veduta. Nel ritorno entrai nella Polverista, Palagio [p. 26 modifica]della Religione (poco inferiore a quello del Gran Maestro) quale in più appartamenti diviso s’affitta. Più sotto ne vidi un’altro, detto della Camerata, luogo di ritiro, dove i Cavalieri dati allo spirito, con pagare un tanto l’anno, vivono in comune, esercitandosi nelle opere di pietà.

L’Ospedale di Malta è uno de i più rinomati d’Europa, sì per esser serviti gl’infermi da’ Gran Croci, e Cavalieri con stovigli d’argento, come per lo buon ordine, che, non ostante il gran numero degli ammalati, vi si osserva. Nell’ingresso si vede un gran Cortile, ed a’ fianchi una famosa Spezieria: salendosi si entra in una piccola corsia d’infermi, con altra consimile dal lato opposto; però scendendosi, se ne incontra una di smisurata lunghezza, dove dall’una, e l’altra parte sono letti un gran numero, siccome negli altri due bracci in Croce; elevandosi nel mezzo la Cappella per servigio, e culto divino. Per la buona assistenza, e governo di quest’ospedale, più Cavalieri in occasione d’infermità, vi si ritirano a curarsi.

Assisterono la Domenica 19. alla Messa cantata sollenemente i Gran [p. 27 modifica]Croci in abito lungo di buratto nero, con maniche grandi, ma corte, pendente sotto la passione ricamata in una fascia diseta anche nera, la di cui estremità legano all’impugnatura della spada: l’istessa portava il G. Maestro, tenendo di più una borsa al fianco, come Elemosiniero. Dietro a’ Gran Croci sedevano, ne’ dodici banchi, gli Anziani, e Commendatoi, ed a’ lati più in giù i Cavalieri, de’ quali vi era un gran numero. A sinistra del Gran Maestro erano gli Officiali del Palagio, cioè a dire Ricevitore, Cavallerizzo, Cameriero maggiore, ed altri, i quali sedevano in un banco di legno ordinario, però vestivano l’istesso abito de’ Gran Croci. La Messa fu celebrata dal Priore della Chiesa: il primo luogo lo teneva il nipote del Grā Maestro, sedendo immediatamente appresso di lui, nella prima sedia de i Gran Croci (siccome in tutte l’altre funzioni) vestito alla francese: baciò dopo del Gran Maestro egli solo il Vangelo, ed offerse con tale ordine la moneta, avendo ricevuto prima de i Gran Croci l’incenso, e la pace. Mi dissero, che i Gran Croci in Consiglio vestivano altra veste di più lunghe maniche, simile a quella, che [p. 28 modifica]portano i Senatori di Vinegia.

Finita la Messa fui a veder desinare il Gran Meastro. La tavola era nella sala presso al dossello, sotto del quale era la di lui sedia di velluto cremesì, e quattro altre di vacchetta più in giù nell’estremità: nella prima sedeva il Nipote, nella seconda il Gran Priore d’Ungheria, nella terza il Gran Croce Cavarretta Trapanese, e nella quarta il Gran Siniscalco Caraffa. Il Gran Maestro mangiava in piatti dorati e le vivande eran portate separatamente: i tre Cavalieri, che trinciavano, erano coperti. In un picciolo bicchiere bevè il Gran Maestro alla salute de’ Cavalieri astanti, che servì di licenza a molti, che gli facevano numeroso corteggio intorno alla mensa; potendosi con verità dire, che non vi sia Principe al Mondo della sua qualità, che sia più nobilmente servito.

Il primo luogo dell’Isola, in cui abitò questa valorosa religione si fù Malta la vecchia, in appresso Castel S. Angelo, dilatandosi nel Borgo, nel quale sostenne il fiero assedio dell’armata Ottomana: Per ultimo si ritirò dove oggidì è: fabbricando sì bella Città, con l’opportunità delle pietre di taglio, che tiene: alla maniera di Napoli.

  1. Philip. Fes. rar. in Lex. Geograph. ver. Zancle. Ovid. 1. 15. Metaph.
  2. Ioan Bapt. Tavernier lib. 1. 2. par. cap. 13.