Giro del mondo del dottor d. Gio. Francesco Gemelli Careri/Libro I/III

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Cap. III

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CAPITOLO III.

Navigazione fino ad Alessandria.


FAtta la necessaria provvisione Martedì 21. sù le 14. ore, m’imbarcai con prospero vento, che continuò tutta la notte, e’l Mercordì 22. Mancò un poco il Giovedì 23. ma ritornò favorevole il Venerdì 24. sicchè arrivammo a vista dell'Isoletta del Gozo, a Ponente del Regno di Cādia, su le coste del quale, col favore dell’istesso vento, ci avanzammo Sabato [p. 30 modifica]25. e Domenica 26. Continuò nella stessa guisa Lunedì 27. ma il Martedì 28. sopravvenne una nojosa calma. Spirò alquanto favorevole Mercordì 29. E perche il Padrone della Tartana era giovane, e di poca esperienza, si pose ignorantemente in pensiero, di voler prendere terreno alto, per tema di non dar nel basso d’Egitto inavvedutamente; di maniera, che al far del giorno, si trovò cinquanta miglia sopra Alessandria, in vicinanza di Roseto; onde bisognando tornare in dietro, avevamo il vento per prora, ed a grā forza di bordi, pigliāmo terra a Bichier, 18. miglia sopra Alessandria. Questo è un piccol Castello munito di pochi pezzi di artiglieria, cō 200. Turchi di guarnigione: tiene poche case di Arabi, barbari di nome, e costumi, che a mirargli solo, spirano orrore, e quātunque miserabili, immersi nōdimeno nell’ozio, nō vogliono per alcun conto fatigare. Vi è abbōdātissima pesca, particolarmēte di Cefali, de’ quali, per un grano, danno quāto un rotolo de ostri, e vendonsi le uova secche de’ medesimi un quarto di ducato. Si nutriscono i naturali con l’abbōdāza de’ pesci, e frutta, poiche carne non se ne vende di alcuna forte. [p. 31 modifica]Il padron della Tartana scese l’istessi giorno di Mercordì a terra, e benche fusse tardi, volle per ogni conto andare in Alessandria, per consegnar le lettere al Consolo; onde posto piede a terra anche io, in compagnia dello Scrivano, parlammo in Castello all’Agà, che gli diede un Giannizzero, che lo conducesse, e riportasse per tre pezze da otto, e mezza, menando seco un Cavallo, un Asino (che in quelle parti camminano prodigiosamente) per servigio d’amendue. Rivenne il Giovedì 30. a buon’ora il padrone, il quale ebbe litigio col Giānizzero, volendo costui altrettanto per lo ritorno; sicchè fu di mestieri andare in presenza dell’Agà col Giudeo doganiere, che gli accomodò colle buone, quantunque avesse già dato le tre pezze, e mezza per l’andare, e venire: A vanie solite di questi barbari, che praticano con Cristiani. Ciò vedendo mi posi in grandissima apprensione, per lo sbarco delle mie robe, che fortemente temeva di esporre alle rapine di sì fatta canaglia, col porle a terra; ma perche la Tartana dove partire per Cipro, presi risoluzione passarle in un’altra barca, senza toccar il suolo di tali masnadieri; [p. 32 modifica]per condurle poscia in Alessandria, dove sapeva esser Cristiani, che potevano tirarmi fuor d’impaccio, in caso di qualche soperchieria araba; ma il tempo contrario non me’ permise. Bisogno adunque Venerdì ultimo far condurre a terra il tutto, e pormi nelle mani d’un Giudeo doganiere, eligendo di dui mali il minore: mi assistè in vero con molto afetto, facendomi apparecchiare il mangiare da sua moglie, e dandomi una stanza in sua casa, colo pagamento di mezza d’otto al dì.

Registrata dal Giudeo la mia roba, Sabato primo d’Agosto, al levar del Sole partii per Alessandria in una Germa, o barca, e vi giunsi dopo desinare; quivi visitò le mie valigie il Doganiere parimente Giudeo, per riscuotere i suoi diritti; imperocchè quello di Bichier le avea solamente registrate, come suo sostituto; ma io nell’una, e l’altra visita ebbi il modo di far nascondere alcune cosette di maggior importanza. Passai dopo ad alloggiare nell’Ospizio di Santa Caterina de’ PP. Francescani di Terra Santa, nella di cui Chiesa la Domenica 2. confessato, e comunicato, guadagnai l’indulgenze della Portuncula, [p. 33 modifica]rendendo grazie a Dio, per lo felice in Egitto, a fine d’una navigazione di 1200. miglia da Malta.

Alessandria, o Scanderia fu fabbricata da Alessandro il Grande col disegno di Dinocrate1, 322. anni prima della nascita del Signore, a gr. 30. e 58. m. di latitudine. E’ posta su le rive del Mar Mediterraneo, in luogo arenoso, di figura più lunga, che larga. La vecchia si è affatto disabitata, servendo l’antico suolo a conservare l’acque piouane, per uso de’ Cittadini. La nuova è poco popolata, stendendosi, alla riva del Mare, due sole miglia in lunghezza, e mezzo in larghezza: e sarebbe ridotta a peggiore stato, e forse anche deserta, per l’impurità, e malignità dell’aria; se la comodità del suo porto, e scala franca, rendendola il primo emporio di Levante, non vi attraesse il commercio di tutto il Mediterraneo, ed Oceano; per la comoda condotta, sì delle merci, che vengono dall’Indie per lo Mar rosso, come delle proprie di Egitto.

Fu per l’addietro Città di 15. m. di circuito; la ridussero poi alla miseria, e rovina, che oggi si vede, le mutazioni di tanti, che la signoreggiarono, e’ [p. 34 modifica]sanguinosi assedj sostenuti; e più di ogni altro lo sterminio di Antonino Caracalla, che la riempiè di sangue, e cadaveri, per tacere di ciò, che vi fece Massimiano Erculeo.

Fiorirono in Alessandria uomini dotti, ed eruditi, mercè della sua Università, e più Martiri d’eroiche virtù fregiati, confessatori della nostra Santa Fede. E quando altro non fusse, veggonsi le sue antiche grandezza in tante, e tante Aguglie, Colonne, ed altri edificj pubblici, le di cui vestigia sino al giorno d’oggi sono rimase.

Andai per curiosità l’istesso giorno vedendo le fabbriche più moderne, nelle quali non trovai magnificenza alcuna, nettampoco nelle sue piazze cosa di ragguardevole; non essendo nel suo Bazar che due strade strette, coperte malamente, e dall’uno, e l’altro lato miserabili botteghe, nè gli abitanti in tutto eccedono il numero di 15.m. anime. Il porto si è di figura circolare, di cui occuperà l’ottava parte la Città nuova a Mezzodì; da Settentrione aprendosi la bocca, guardata da una cattiva Torre ad Oriente, e da un mezzano Castello a Ponente, debole nelle sue [p. 35 modifica]fortificazioni, con un Cavaliero per ritirata, presso al quale si vede la Moschea: dico, si vede, perche non permettono a chi che sia l’ingresso, e volendo io avvicinarmi per riconoscerla, im vidi in grandissimo rischio; perocchè i fanciulli Mori mi fecero ritirare a colpi di pietre, ed alcuni di loro si avanzarono con coltelli nudi alle mani, dimandando monete, con le quali posi in sicuro la vita; sempre fuggendo però di buon passo, perche la calca andava crescendo, sicchè mi cadde la perucca; disgrazie, che sperimentano bene spesso i Frācesi, con fine alle volte funesto, perche fra questi barbari è molto nocevole la curiosità, che a me fu sempre connaturale. In fatti m’avvertì il Consolo Francese di non allontanarmi dal suo quartiere; ma io nulla curando, colli, a costo di sì evidente periglio, cōtravvenire. Nel ritorno, che faceva, notai, che a Settentrione vi era un’altro comodo porto, che vien formato da una lingua di terra, che giace fra la Città, e’l Mare.

Il Lunedì 3. andai in compagnia di un Giānizzero, che mi diede il Consolo, fuori della Città, per vedere la Colonna di Pompeo. Ella è posta sopra una [p. 36 modifica]eminenza di terreno, che lascia il Mare verso Mezzodì, e Settentrione. E’ tutta d’un pezzo di marmo rosso, fuorche il capitello, due dadi, il piedestallo, e la base, nella quale sono intagliati alcuni geroglifici Egizij. Ha 100. piedi d’altezza, e 25. di circonferenza: il giro della sua base è di p. 85. Vogliono alcuni, che sia questa Colona quattro volte piu grande delle Colonne della Rotonda di Roma; e pure mi narrò il Consolo suddetto, persona di molta erudizione, che un’Ingegniero Francese si offerì al suo Rè di porla a terra, e condurla in Francia per mare, senza romperla; ma che il Gran Signore non volle acconsentirvi. Abbiane il Lettore una piu chiara idea nelle presente figura.

Passai il Martedì 4. a vedere le piramidi, che dicono di Cleopatra. Queste sono due, che stanno vicine al porto, l’una distesa in terra, l’altra in piedi: sono d’un marmo mischio, e per tutti i lati lavorate amendue con geroglifici Egizij: nō ne presi le misure, ma per quāto cō l’occhio potei discernere, mi parvero di 40. palmi di giro, ed alte 70. Si veggono per la vecchia Città varie ricordanze dell’antichità in ben grandi

[p. 37 modifica]pietre lavorate, ed altre fabbriche dalle ingiurie de’ tempi abbattute.

Non permise Marco Antonio Tamborin Consolo Francese, originario di Marseglia, che continuassi ad abitare nel Monistero de’ Padri, volendo che avessi in sua casa stanza, e tavola in compagnia di alcuni mercanti della nazione; laonde vi andai Mercordì 5. Quivi eravamo trattati molto bene, particolarmente nella cena, ch’era ornata la sera di cento, e più uccellini di Cipro (come dicono i Veneziani) e che io dirò piccioli beccafichi d’Alessandria; perche sono tenerissimi, e grassi, nè di loro ponno gettarsi via altro, che le penne. Le medesime cortesie usavano usavano meco nove altri Francesi di tavola, i quali facevano a gara chi meglio potesse assistermi, dicendo, che per esser’ io un forastiere, che per curiosità andava consumando il mio danajo, e notando ciò, che vedea, per renderlo comune a’ curiosi; doveano essi ajutarmi come interessati, ed adoperarsi con loro forze, per farmi osservare, e scriver bene il tutto: di maniera tale, che pagando i forastieri 20. per cento di dogana, e i Francesi tre, per capitolazione fatta dal commercio di [p. 38 modifica]Marseglia co’ Turchi; mi fecero godere del medesimo beneficio, come se io fussi stato nazionale: in che contribuì molto, con la sua assistenza Arrigo Grimano Mercante di quella Città, in casa del quale lasciai le mie robe, partendo per Gerusalemme. Diligenza da non ispregiarsi in quei paesi, dove le dogane rendono d’affitto ogni anno 250. mila scudi, compresivi il Cairo, Roseto, e Damiata.

  1. Maillet. de script. de l’Univers. to. 3. ch. 34. Io. Bapt. Nicolos. par. 3. pag. 270.