Giro del mondo del dottor d. Gio. Francesco Gemelli Careri/Libro II/X

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Cap. X

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Libro II - IX Libro III
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CAPITOLO DECIMO.


Religione, costumi, governo politico e militare,

rendite, abiti, monete, frutta, clima, e confini

dell’Imperio Ottomano


ESsendo stato tutto il mio viaggio sin’ora per paese di Turchi, egli fie bene, prima di porre il piede fuori del loro dominio, dar una brieve notizia della loro Religione.

Credono eglino in un solo Dio, ed in una sola persona, che ha creato il Cielo e la Terra; e che gastigherà i cattivi, e [p. 382 modifica]darà premio a’ buoni; avendo creato per quelli l’Inferno, e per questi il Paradiso. Che la beatitudine di tal Paradiso consiste in godere di belle femmine, senza passar però gli abbracciamenti, e’ baci; e in satollarsi di esquisitissimi cibi, che non produrranno escrcmenti.

Credono, che Maometto sia un grandissimo Profeta, mandato da Dio ad insegnare a gli uomini il cammino della salute; onde è, che i Maomettani si chiamano Musulmani, cioè i rassegnati a Dio, overo salvati. Prestano credenza al Decalogo di Mosè,e sono obbligati dall’Alcorano d’osservarlo.

Il loro giorno festivo è il Venerdì, siccome fra’ Cristiani la Domenica, però non l’osservano così religiosamente come noi, ma lavorano ciascheduno nel suo mestiere; quantunque a mezzo dì concorrano tutti nelle Moschce ad orare più, che negli altri giorni: essendo eglino tenuti a ciò fare cinque volte, cioè allo spuntar del Sole, a mezzo dì, a vespro, (che dicono Lazaro) al tramontar del Sole, e ad un’ora di notte.

Fanno un mese di digiuno dalla Luna nuova d’Aprile, fino all’altra, e questo spazio chiamano Ramadan: dicendo, [p. 383 modifica]che in tal tempo scese l’Alcorano dal Cielo. In questo mentre non mangiano carne, nè beono di giorno; ma tutta la notte poi vegghiano, consumandola in mangiar carne, e pesce, come tanti lupi; fuorché carne di porco, e vino, vietati dalla lor legge.

Dopo questo digiuno hanno la festa del gran Bairam (come fra Cristiani è la Pasqua) che sollennizano con pubbliche allegrezze. Sono di più tenuti ogni principio d’anno donare a’ poveri la decima parte di tutto quello, che han guadagnato l’anno precedente: ciò che per la loro avarizia mal volentieri osservano.

Fanno gran pompa di fondare Templi, ed Ospedali; e stimano, che dopo aver bene lavato i1 corpo, mormorando qualche orazione propia per tal cerimonia, abbiano anche l’anima netta d’ogni immondizia, e bruttezza di peccato; onde si bagnano allo spesso, spezialmente prima d’orare.

Non hanno eglino altro che la Circoncisione, che danno a’ lor figliuoli in età di sette o otto anni, quando possono ben proferire nella lingua Turchesca, queste parole: Non vi è che un solo Dio; Maometto è il suo Profeta, ed [p. 384 modifica]Apostolo: e questa è la loro professione di fede. Ma perché in tutto l’Alcorano non vi è alcuna menzione della Circoncisione, eglino dicono osservarla ad imitazione di Abramo, la di cui legge vien loro raccomandata da Maometto. Stimano, che a costui fusse stato portato l’Alcorano in diverse volte dall’Angelo Gabriello nella Città della Mecca, e di Medina; perché i Giudei, e Cristiani aveano viziata la Sacra Scrittura, e la Divina Legge.

E’ permesso a’ Maomettani aver nello stesso tempo quattro mogli sposate, ed altrettante concubine, quante ne possono sostentare; ma queste mogli le possono licenziare, quando lor torna in piacere; pagando solamente quel, che han promesso ne’ capitoli matrimoniali, per potersi rimaritare a lor gusto: Le mogli però sono obbligate d’aspettare sino a tanto, che sia verificato, che elleno non sono gravide prima di rimaritarsi, cioè lo spazio di quattro mesi, ed alle vedove dieci notti di più. Sono bensì tenuti i mariti di nutrire i figli, ed averne cura; nè fanno differenza fra i figli delle loro schiave, e delle loro mogli, avendogli tutti egualmente per legittimi. Colui, che ha ripudiata tre volte una moglie, non può [p. 385 modifica]sposarla di nuovo, se non sarà prima rimaritata ad un’altro, e da quello ripudiata.

Hanno Moschee, Collegj, ed Ospedali con buone rendite, come anche Conventi di Dervis, che sono Religiosi, i quali menano vita esemplare, obbedendo al loro Superiore.

Hanno altresì un’altra sorte di Religiosi vagabondi, chiamati eziandio Dervis, vestiti come pazzi, che vanno allo spesso ignudi; ed alcuni si tagliano le carni in più parti del corpo. Sono perciò tenuti per Santi, e così vivono di limosina, che nissuno loro niega. Si possono costoro ritirare, e prender moglie quando lor piace.

Eglino poi non credono, che Giesù Cristo sia Dio, nè figlio di Dio; nè alla Santissima Trinità: ma dicono solamente, che Giesù Cristo fu un gran Profeta nato da Maria, Vergine avanti e dopo il parto; e conceputo per ispirazione, o per un soffio Divino, senza Padre, come Adamo fu creato senza Madre: che non sia stato altrimente crocifisso, ma che Dio se lo tolse in Cielo, per rimandarlo in Terra avanti la fine del Mondo, per confermare le leggi di Mahometto; e che i [p. 386 modifica]Giudei credendo di crocifiggere Giesù Cristo, crocifissero un’altro, che gli rassomigliava.

Pregano Dio per gli morti; invocano i loro Santi, a’ quali prestano una grande venerazione: non credono però al Purgatorio; e molti di loro stimano, che l’anime, e i corpi restano insieme sino al giorno del Giudizio universale.

Hanno i Turchi in gran venerazione la Città di Gerusalemme, come Patria di molti Profeti; ma eccessiva è quella, che portano alla Mecca, in cui nacque il lor falso Profeta Maometto, ed a Medina Città d’Arabia, dove fu sepellito: onde la chiamano Terra Santa, e vi fanno infiniti pellegrinaggi.

Non usano eglino campane (come altrove è detto) ne’ loro Templi; ma nell’ora delle preghiere i Preti montano nel più alto delle Torri, che sono negli angoli delle Moschee, e chiamano ad alta voce il popolo. E’ loro anche vietato disputare intorno la Religione, e se sono da qualcuno astretti a rispondere, denno farlo con l’armi, non colle parole.

Quanto a’ costumi sono barbari affatto, incivili, superbi sopra ogn’altra nazione, bugiardi, molto dediti all’ozio, [p. 387 modifica]avidi di danajo, ignoranti, e nemici del nome Cristiano. Nè il governo è punto migliore de’ costumi, perché i processi sono brevissimi, ed esposti alle falsità de’ testimonj; determinandosi le cause a beneficio di chi più dà, non di chi ha più ragione: e ciò perché essendo venali tutte le cariche dell’Imperio Ottomano, ogni Ministro proccura di rubare, ed opprimere i popoli, per pagare le somme tolte in prestito da’ Giudei, con esorbitanti usure; e rimborzarsi l’eccessive spese, che ha fatte a tale effetto. Per altro, se si osservassero le loro leggi, sariano conformi a’ dettami di natura; poiché nel criminale condannano alle forche un ladro; un micidiale ad avere la testa tagliata; un convinto di delitto di Religione al fuoco; di fellonia ad esser strascinato ad una coda di cavallo, e poi impalato; e se avesse tagliato, o storpiato alcun membro (a somiglianza delle nostre leggi Imperiali) alla stessa pena soggiace. Coloro, che han deposto il falso si condannano ad essere portati per tutta la Città spogliati in camicia sopra asini a rovescio, col viso tinto, e rivolto verso la groppa; tenendo la coda in vece di cavezza, e le spalle caricate di trippe, ed altre [p. 388 modifica]interiora fetenti: poscia sono bollati nella fronte, e mascelle, rendendosi con ciò inabili a più deporre.

S’aggiunge a tutto ciò la pronta esecuzione; perché nel criminale ogni Cadì (quantunque d’un picciolo Casale) non riconosce alcun Superiore d’appellazione; ma se non è di profession legale ha di bisogno della sottoscrizione dell’Assessore, per far eseguire la sentenza, eziandio che fusse de’ primi Bassà dell’Imperio.

Nelle cause civili, intese le parti, e sommariamente ricevuti i testimonj, e scritture, sono obbligati a giudicare prontamente le differenze; e nelle cause matrimoniali si fà l’obbligazione in presenza del Cadì, il quale spesse volte determina sopra la validità, o invalidità del matrimonio; perché, com’è detto altrove, non distinguono i Maomettani fra le cause di Religione, e le Secolari; e passano indifferentemente dalle cariche Ecclesiastiche a quelle di politica, e per lo contrario. La cupidigia nondimeno, ed ambizione di acquistar danajo, toglie ogni ragione dal petto de’ Giudici Musulmani; onde è, che le leggi rade volte hanno luogo: e se più Cristiani (nome [p. 389 modifica]appresso di loro abbominevole) uccidessero un Turco; sparso il sangue d’uno degli uccisori, gli altri con danari comprano il perdono dal Giudice, e da’ parenti del morto, a’ quali appartiene l’esecuzione della sentenza.

I Giannizzeri, ch’è il maggior nerbo della loro soldatesca, hanno per arme l’archibuso, e la scimitarra. Gli Spahì, o Soldati a cavallo arco e freccie, spada, e pistole; le soldatesche Asiatiche hanno lancia, scure, e giavellotto. Dell’artiglieria usano dell’istessa forma, che i Cristiani. Nel combattere però, ch’è la maggiore importanza, non osservano alcun’ordine; riponendo nella superiorità del numero tutta la speranza di vincere. Investono il nemico con grande impeto per disordinarlo, e combattono egualmente con gli urli spaventevoli, e con le mani; però trovando resistenza la prima e seconda volta, non ardiscono cimentarsi la terza; e si danno cotanto vilmente alla fuga, che non vale qualsisia autorità di Comandante a ritenergli.

Egli si è ben difficile il numerare, e dar certa notizia de’ tesori, che entrano ogni anno al Gran Signore; poiché venendo dalle rendite di molti Regni [p. 390 modifica]d’Asia, Europa, ed Africa, non meno che dalle spoglie de’ miseri Bassà, e Ministri dell’Imperio; non sono sempre gli stessi. Ogn’uno che ottiene qualche carica, è tenuto fare un gran presente all’Imperadore; come a dire il Bassà del Cairo non potrà dar meno di mezzo milione di scudi per giungervi, ed altrettanto alle principali Sultane, Muphtì, Gran Visir, Caimecan, ed altre persone di credito, che denno proteggerlo. Questa somma, se non la tiene, bisogna che la tolga in prestito dagli Amici, o da’ Giudei a cento per cento d’interesse. Nè si contenta il Sultano di ciò, che riceve sul principio dal Bassà; ma poi che questi ha pagato i debiti, e comincia a farsi ricco, gli manda per un’Inviato un presente d’una veste, spada, e pugnale, che deve essere dal Ministro ricompensato con altro, che almeno vaglia dieci volte più: e non facendolo, ne riceve un’altro funesto d’una mazza d’armi, o spada; segnale, che non è bene nella grazia del Gran Signore, e che se non procura di placarlo, ben presto dee perder la testa: politica barbara usata da’ Principi Ottomani, per farsi rispettare, succhiando il sangue de’ popoli lor soggetti. [p. 391 modifica]Non solo questi doni apparentemente volontarj empiono l’Erario del Gran Signore, ma quando vengono a morire i Bassà, o altri Ministri (i quali riconoscono dalla bontà del Sovrano ogni lor fortuna, ed avere) egli si prende tutti i beni, facendosi erede necessario1 in pregiudizio de’ figliuoli, se bene fussero nati di sua Sorella. La morte naturale non sarebbe nulla, ma il peggio è, che non vi è anno, in cui per un minimo capriccio, e forsi per avidità de’ beni, non faccia mozzare il capo a coloro, che più credeano di essere nella sua grazia. S’aggiunge a ciò, che tutti i sudditi di sì vasta Monarchia, oltre le imposizioni e tasse, che pagano, per prendere il possesso dell’eredità de’ morti, ne devono sborzare a lui il tre per cento. E quando altro non vi fusse, bastevole argomento delle ricchezze Ottomane potriano essere le immense somme, che bisognano per sostentare tanti presidi in Europa, Asia, ed Africa; e più eserciti nello stesso tempo contro i Principi Cristiani.

Il vestire de’ Turchi è lungo al di sotto sino al collo del piede; di sopra è poco meno, con maniche strette; e l’uno, e l’altro d’ordinario è di panno rosso, verde, [p. 392 modifica]o turchino. Portano in testa un turbante dell’istesso panno ben duro, con-» molti avvolgimenti di tela bianca sottile all’intorno. I calzoni sono lunghi, e servono quasi insieme per calzette, e per scarpe, essendovi le medesime attaccate, e cucite. Vi aggiungono poi le papuccie, che sono spezie di pianelle; le quali si cavano in entrando nelle Moschee, e nelle case d’amici, per non imbrattare il Soffà, o strato. Le donne portano simile abito; solamente il portamento della testa è differente, perché in vece di turbante, si cuoprono il volto con due moccichini, uno dalle narici in su, e l’altro dalla bocca al mento; restando nel mezzo tanto di spazio, quanto si può vedere.

Le monete, che si spendono in questo Dominio sono diverse, giusta la diversità de’ Regni. In Costantinopoli ne corrono d’oro dette Scerifi, che sono di minor valore del zecchino Veneziano; di argento un Groscen, cioè ducato; Jerum-groscen mezzo ducato; parà, ed aspri d’argento. In Egitto in luogo di questi sono i medini, ed in altri Regni particolari altre particolari monete.

Le frutta (parlando de’ paesi trascorsi) nell’Egitto sono ottime, di tutte quasi [p. 393 modifica]le sorti, che abbiamo in Europa, oltre le propie del paese; particolarmente i dattili, che sono perfettissimi. In Romelia, ed Asia minore si truovano tutte quelle d’Italia, e di maggior bontà; come melloni d’Inverno, melegrane, uve, pere, castagne, nocciuole, ed altre che si conservano fresche tutto l’anno.

L’aria è anche differente, secondo la differenza de’ Meridiani, a’ quali sono sottoposti tanti, e diversi Regni. In Egitto è molto nocevole a chi non è originario. In Romelia, e Tracia è ben temperata da per tutto, e’l terreno fertile; però questa fecondità è presso che inutile, per la pigrizia de’ Turchi; e per le oppressioni, che fanno soffrire a’ Cristiani, i quali amano meglio lasciarlo incolto, che coltivarlo per altri. Nell’Asia minore poi si truova tutto ciò, che per una buona, e beata vita si possa desisiderare2; sì per la fertilità, ed amenità del suolo, come per la clemenza del Cielo; onde potrebbe anteporsi alle migliori Regioni d’Europa. Chiarissima testimonianza ne rende Cicerone nelle seguenti parole: Cæterarum Provminciarum vetigalia, Quirites, tanta sunt, ut vis ad ipsas Provincias tutandas vix contenti esse possint; [p. 394 modifica]Asia verò tan optima, est, et fertilis, ut et ubertate agrorum, et varietate fructum, et magnitudine pastionis, et multitudine earum rerum, quæ asportantur, facilè omnibus Terris antecellat.

Ha per confini, si vasta Monarchia la Germania, Polonia, Moscovia, Persia, Indie; dalla parte d’Africa il Regno degli Abissini, e della Libia. E’ bagnata in Europa dal Mediterraneo, coll’acque dell’Adriatico, ed Jonio; dell’Egeo, ed Eussino in Asia; dall’Oceano col seno Persiano, ed Arabico. I principali fiumi, che la separano da altre Signorie, sono il Boristene, e’l Tanai. In fine tanta è l’ampiezza di lei, che toltone l’Italia, Francia, Spagna, Germania, Sarmatia, parte dell’Ungheria, e Grecia; comprende quanto i Romani signoreggiarono, ed altre Provincie ancora, che le armi Romane, non l’Imperio conobbero.

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  1. Mallet. descript. de l’Vnivers. to. 4. pag. 89.
  2. Atlas par. 3. in descripy. Asiæ minoris, sive Natoliæ.