Giro del mondo del dottor d. Gio. Francesco Gemelli Careri/Libro III/II

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Cap. II

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CAPITOLO SECONDO.


Navigazione per lo Mar Nero sino a


R
Icuperata la primiera libertà (siccome dissi di sopra) che mi costò 46. piastre, per una veste di broccato data ai Capitan Bassà; m’imbarcai il Mercordì 7. per Trabisonda sopra la saica d’un Rais detto Agì-Mustafà; parendomi ogni momento mille anni d’uscire da una Città [p. 402 modifica]per me cotanto infausta. Dormii la sera in nave, perché il Padrone della camera, sentendo ch’io era stato prigione nel bagno, non volle darmi più albergo, trattandomi d’inconfidente.

Giovedì Santo 8. non partimmo, per un’affare che avea il Rais; ed io scesi a terra per visitare i Santi Sepolcri.

Il Venerdì Santo 9. fui a desinare con Mr. Mener, per dargli l’ultimo addio, e ringraziarlo de’ favori fattimi.

Attesi il Sabato Santo 10. a far le mie divozioni; e poi a licenziarmi da alcuni amici, essendo la saica pronta a partire: e la Domenica 11. giorno di Pasqua, circa le sedici ore, si fece mossa dal Porto di Coslantinopoli, tanto in fretta, che non ebbi tempo di sentir Messa. Si fermò il Rais, dopo nove miglia, a far acqua nel Casale di Gnegnì-chioy; dove rimase tutto il giorno, a cagion del vento contrario, che sopravvenne.

Il Lunedì 12. dopo mezzo dì, ci partimmo con poco vento, il quale cessato poi in tutto, si rimorchiò la saica col Caicco; ed alla fine si tirò dalla riva con corde sino ad Umuriar, cinque miglia distante. Essendo quivi montato sull’alto del monte, per vedere la bocca del [p. 403 modifica]Mar nero; nello scendere, un Pastor Turco mi richiese, perch’era colà andato: ed avendo da’ segni compreso, che mi diceva, che io andava osservando il Paese; fatto già savio da’ patimenti passati, subito mi ritirai nella saica.

Il Martedì 13. mossosi un buon vento, allo spuntar del Sole facemmo vela, e dopo due ore entrammo nel Mar nero. Da’ primi Castelli sino a’ secondi non sono meno deliziose, e popolate le rive del Canale, che da Costantinopoli sino a’ primi; poiché dalla parte di Natolia si veggono i Casali di Calignià, Cibuclì, Erigerlì, Beicos, e Cavac; e dall’opposta di Romelia Stegnì, Gnegni-chioy, Tarabia, Buyuch-dare, e San jar; frammezzati da buone case, e giardini di delizia, che rendono dilettevole la lor veduta.

I secondi Castelli sono peggiori de’ primi, perché quello dalla parte d’Europa tiene due picciole Torri in piano, con pessime cortine, e l’altro d’Asia, a vicinanza di Cavach, è una Torre quadra: amendue senz’artiglieria. Nell’alto del monte (lontano mezzo miglio) v’era un Castello, le cui fortificazioni esteriori si stendevano sino all’altro; però le mura son tutte rovinate. [p. 404 modifica]In ambo l’opposte punte del Canale sono due fanali, con picciole abitazioni. Presso a quello dalla parte di Romelia, sopra d’un scoglio, si vede il resto del piedestallo della nominata colonna di Pompeo.

Poco cammino potè farsi il Mercordì 14. per lo vento contrario; ma rendutosi favorevole il Giovedì 15, costeggiammo la Natolia; e a Vespro fummo dirimpetto d’Ergelè, luogo con buon porto (cosa rara nel Mar nero.) Continuando sino alle due ore di notte l’istesso vento, quelle sonnacchiose bestie tolsero via le vele, e ligato il timone, si posero a dormire; lasciando la saica bersaglio dell’incostanza dell’onde.

Ricominciò di buon’ora l’istesso vento il Venerdì 16. onde facemmo da dodici miglia ad ora, e raggiungemmo a mezzo dì l’altra saica, che veniva con noi di conserva; e portava ancor’ella più di cencinquanta soldati, e servidori del Bassà di Trabisonda, il quale con sei picciole feluche, e 25. di sua famiglia s’era prima partito; menando seco sei cavalli, oltre altrettanti imbarcati nella saica. Il Paese, che si vede in vicinanza del Mare, è quasi tutto montuoso, ed [p. 405 modifica]abbondevole di castagne, nocciuole, e pomi, per provvederne Costantinopoli, e più Provincie vicine.

Si fece contrario affatto il vento il Sabato 17. onde prendemmo, con gran stento, il Capo di Sinope per far’acqua. La Domenica 18. di buon’ora tolte l’ancore, passammo a vista della Città di Sinope, situata alla parte più Orientale di un braccio di terra, dove ella è fabbricata, con un’alto monte da presso. Una densa nebbia, che continuò sino alla sera, ne impedì di ben distinguere la bellezza della riva; siccome la tempesta che si mosse, fu causa che il giorno c’innoltrassimo poche miglia; ma la sera divenendo il vento favorevole, facemmo buon cammino sino a mezza notte.

Cadde una gran pioggia il Lunedì 19. dopo di che fu sì favorevole il vento, che corremmo centinaia di miglia, anche la notte seguente. L’istesso vento, e pioggia continuò il Martedì 20. onde si fece gran cammino. La famiglia del Bassà si bagnò da capo a piedi: ed io ammirai la sofferenza de’ Turchi, che per non spendere un zecchino per una camera, si contentano stare esposti all’ingiurie de’ tempi, come tanti bruti. Per altro erano [p. 406 modifica]costumate persone, praticando meco cortesi maniere, sì per lo cammino, come nella dimora, che feci in Trabisonda: né io mancai di corrispondere con altrettanta e maggior galanteria, per potere avvalermi della loro amicizia in caso di bisogno; e spezialmente per ricuperar le robe dalle mani del Rais Lester.

Tutta la notte, e’l Mercordì 21. sino a mezzo dì continuò l’istessa pioggia e mareggiata, con vento che ci menò a tre miglia lontano da Trabisonda; ma poi mancò affatto, e divenne contrario la sera, sicchè fu d’uopo far rimorchiare la saica dal caicco. Io benedissi sempre i due scudi e mezzo dati per la mia cameretta, perché non averei potuto resistere all’inclemenza del Cielo; colui però, che me la diede in affitto, suscitò nell’ultimo un’indegno litigio, dimandando maggior prezzo del convenuto avanti l’Interprete, e Mr. Mener: lo contentai bensì con poco, non ostante che avesse trovati due falsi testimoni Tartari, che deponevano, avermi sentito patteggiare quello, che pretendeva l’affittatore.

Tutta la Corte del Bassà restò la notte sulla nave; però io che sospirava di vedermi lontano dal Paese Turchesco, [p. 407 modifica]sbarcai nell’istesso punto, e m’incamminai al picciolo Ospizio, che da tre anni avean preso i PP. Gesuiti Francesi, per comodità della Missione.

Ivi trovai il Padre Villot Superiore della Missione d’Armenia, con tre altri Compagni, e’l Padre Domenicano, vestiti all’Armena; i quali sentirono grandissima allegrezza, e consolazione nel vedermi fuor di prigione, e giunto a salvamento dopo tre giorni di tempesta, e 900. migli di navigazione. E certamente avriamo corso gran rischio, se non fusse che il Ponto Eussino, essendo imprigionato fra 5000. m. di circonferenza, (1100. di lunghezza, e 200. o al più 400. di larghezza) non riceve, come gli spaziosi Mari, tanta alterazione in se stesso, quanta voglion che ne abbia. Trovai anche le mie robe ricuperate da’ Padri, e portate in Convento, che servì per farmi avere una compiuta allegrezza.

Mi narrarono questi Padri anch’essi i loro travagli sofferti nel viaggio. Eglino imbarcati sulla seconda saica, come è detto di sopra, furono condotti in Unia 500. miglia lontano da Trabisonda, donde venendo con piccioli caicchi, corsero pericolo di perdersi; ed alla fine furono [p. 408 modifica]presi per lo Caragio, e rilasciati in consegna al Rais del caicco, per darne conto al Caragiere di Trabisonda; acciò si giudicasse, se doveano, o no pagare i Francesi: e ciò, perché fraudolentemente diceano, che il loro Re avea rotta la pace col Gran Signore: però fu determinato dal Cadì, che non eran tenuti di pagare. La sera per l’immenso gaudio bevemmo allegramente, e ci congratulammo scambievolmente, ponendo in obblio tutti i patimenti passati.

Trabisonda da’ Turchi detta Tarabossan1, è situata a gr. 42. d’elevazione di Polo, lungo gli estremi lidi del Mar nero, alle radici d’una montagna, che riguarda Settentrione. Il suo circuito è d’un miglio solamente, ma l’ampiezza de’ borghi supplisce per l’abitazione di 20. mila suoi Cittadini. E’ Sede Arcivescovale, e Metropoli della Cappadocia; Provincia fra l’Asia minore, e l’Armenia maggiore. Nella caduta dell’Imperio Costantinopolitano2, elessero i Greci questa Città per loro Sede Imperiale, ma fu poco durevole; perché avendovi regnato la famiglia Lascari per 200. anni, cioè dall’anno 1261. sino al 1460. alla fine imperando Davide, [p. 409 modifica]fu espugnata e distrutta da Mahomet II. Imperadore de’ Turchi. Oggidì costoro la chiamano Capo della Provincia Genich, o Jenich.

Fu fatta più illustre questa Città dal martirio di 40. Fedeli Soldati, che per comando di Licinio furono in un gelato Lago fatti morire; come anche da’ natali di Giorigio Trapezunzio3 uomo dottissimi, che morì nel 1846. in età di 90. anni; e di Bessarione, che per l’eccellenza del suo ingegno, e letteratura, fu eletto da Eugenio IV. Cardinale, Patriarca di Costantinopoli.

Non solo ne’ secoli passati ha Trabisonda sofferte gravi sciagure, ma nel cadente ancora; poiché nel 1617. i Russi passarono nel Mare Eussino, e la posero a sacco e spianandola, come fecero di Sinope, e Caffa, Città poste nell’istesso Mare. Per le tante vicende sostenute, dee credersi che nulla le sia rimaso dell’antico splendore; avendo ora più tosto sembianza di Villaggio, che d’Imperiale Città: anzi sembra una selva abitata, non essendovi casa, che non abbia il suo giardino ben grande, con alberi d’olive, ed altre frutta; oltre i campi, che vi si frammezzano.

Giovedì 22. osservai, che la Città [p. 410 modifica]tiene due picciole Cittadelle: una sopra il monte comandata da un Chiaùs; l’altra nel piano, che serve alle volte d’abitazione al Bassà, o Beglierbey che governa la Città, senza aver Sangiacco sotto di se. Amendue sono poco provvedute di guarnigione, ed artiglieria; e se i Cittadini non faranno l’ufficio di Soldato nelle occasioni, poche ore potran fare di difesa.

Il Venerdì 23. vidi che ne’ borghi, per la maggior parte abitano Armeni, e Greci, co’ loro Vescovi per l’esercizio della loro Religione.

I viveri sono cari (a rispetto degli altri luoghi di Turchia) e cattivi, spezialmente il pane: provvedendosi di formento da’ vicini Casali, a cagion del terreno, che sì per lo piano, come per lo montuoso è sterile; e l’aspre montagne all’intorno cariche di neve provvedono gli abitanti più di freddo,che di vettovaglie. Carne pochi mesi dell’anno se ne vede in piazza; e’l pesce è bandito affatto dalla mensa, perché la Città non ha porto, ma una spiaggia tanto soggetta alla continua incostanza del Mare, che rende molto difficile la poca pescagione che vi è. Di quello che produce il terreno, l’oglio [p. 411 modifica]solamente è ottimo; è’l vino mezzano: d’altre frutta per lo gusto la provveggono i Villaggi all’intorno. Conservano l’oglio, e’l vino in vasi di creta, e fanno passare quei licori da uno in un’altro vaso, soffiando in una delle due canne insieme giunte, che vi frammettono.

La dogana di Trabisonda non è punto rigorosa, non avendo visitato le mie robe, ne quelle de’ Padri Gesuiti; onde si può introdurre in Città quello che si vuole. Dubbitando però, che nell’uscire i Guardiani, ch’erano sulla strada, non mi dassero qualche molestia; senza esserne ricercato, andai il Sabato 24. da per me stesso al Doganiere, per avere il Tascarè. Egli, stando a’ miei detti, volle sapere quanto avea pagato in Costantinopoli; ed avendo io riposto, che portando meco poche bagattelle, avea pagato quattro piastre; altrettante ne prese egli, oltre un’occhialone, di cui gli feci presente.

La famiglia del Bassà fu per molti giorni trattenuta a spese de’ poveri Armeni, e Greci; i quali denno eziandio contribuir molto, quando accade di giungervi il Bassà stesso; nè perciò sono esenti dal Caraggio, o pagamento delle [p. 412 modifica]teste: e veramente muove compassione l’udir le loro querele, avendo tutto quel danajo a ricavare a colpi di stento, e di industria. Il peggio si era, che in quei tempi i viveri costavano assai più; essendo il mese del Ramadan o digiuno, nel quale i Turchi compensano l’astinenza del giorno con altrettanta voracità la notte, che passano vegghiando, per divorare il meglio che si truova.

Udita Messa la Domenica 25. andai a vedere la Cittadella bassa. Ella è situata su d’una rocca, con due ordini di mura, e profondo fosso; e per quel, che mostrano le sue fabbriche, è più antica dell’alta.

Non volendo il mio Rais, detto Lester, rendermi il Tascarè di Costantinopoli, e ricusando perciò io di pagargli il nolo; fummo il Lunedì 26. alla presenza del Cadì per terminar la differenza; e fu deciso a favor di lui, perché avea portato il Cadì nella saica.

Nello stesso tempo che attendevamo a diportarci co’ Padri Gesuiti, disponemmo a partirci per Arzerum colla prima Caravana. Prendemmo perciò in affitto i cavalli per un zecchino l’uno (che in Cristianità avrebbon forsi costato [p. 413 modifica]dieci scudi) per undeci giorni di cammino; ponendosi sopra di essi mezza soma, e la persona, giusta il costume d’Oriente: e così facemmo io, e i Padri. Il viaggiare per paese Turchesco egli si è invero di poca spesa, essendo i viveri molto a buon prezzo per istrada; ma dall’altro canto vi è l’incomodo d’albergare ne’ Karvanserà, dove non si truova nulla, e fa di mestieri comprare altrove ciò che bisogna, ed ivi apparecchiarlo. I Turchi bensì portano ogni sorte di stovigli di cucina fatti di rame, con molta pulitezza.

Si componeva la nostra conversazione del P. Villot Lorenese Superiore in Arzerum, ristabilito nella sua Missione con ordine espresso, o Firman del G. Signore, due anni dopo esserne stato scacciato co’ compagni dal Bassà (a simiglianza di quelli di Trabisonda) ad istigazione degli Armeni, e Greci Scismatici: dei P. Dalmazio d’Alvernia, che andava Missionario della Provincia di Sciamakì di Persia: del P. Martino di Gvienna, che per la stessa cagione dovea far dimora in Ispaham: e del P. F. Domenico di Bologna Domenicano, destinato allo stesso pietoso uficio nel Convento di Naxivan; essendo rimaso il Padre Lau delle [p. 414 modifica]vicinanze di Lione per lo medesimo ministerio in Trabisonda.

  1. Maillet. descript. de l’univers. to. 2. pag. 139.
  2. J. exic. Geograph. Philip. Ferrar. in verb. Trapezus.
  3. Ioan. Bapt. Nicol. Hercul. parte 3. c. 257.