Giro del mondo del dottor d. Gio. Francesco Gemelli Careri - Vol. II/Libro I/I

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Cap. I

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Libro I Libro I - II
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CAPITOLO PRIMO.


Entrata nel Dominio Persiano, e cammino

sino ad Erivan, colla descrizione

di quella Città.


SUtte quelle cose, le quali lunga pezza si desiderano, possedute arrecano una certa tale allegrezza e giubilo, che fa dimenticare de’ travagli patiti, e rende l’animo più pronto alla sofferenza [p. 2 modifica]de gli altri. Il simile adivenne a me entrato nel Dominio Persiano, perché appena per lo contento m’accorsi d’una faticosa salita, che ne fu mestieri di fare; e preso coraggio, vedendomi in Paese meno soggetto alle imposture, feci a colpi di bastonate partire i Catergì, i quali fuor di tempo pretendeano far riposare i cavalli; quando poco prima m’aveano avvertito di prender l’armi, perché la guarnigione Turchesca solea fare di molte scorrerie per quella parte.

Fatte dieci miglia trovammo gran moltitudine di Kurdi accampati sotto tende (ch’eglino fanno in un momento, ponendo un legno fisso nel terreno, con una ruota grande al di sopra, nella cui circonferenza sono altri legni curvi per sostentarla) i quali vollero per lo passo mezza piastra per cavallo; imperocché non si costuma in Persia di aprir le valige, ma si dà un regalo giusta la qualità delle persone.

Dato alquanto di cibo, e di riposo a’ cavalli, seguitammo a camminare per un sentiero tutto sassoso; ed in fine dopo aver fatte in quel giorno 28. miglia in 10. ore, fermossi il Capo mulattiere in Talen primo villaggio de’ Persiani. Era già [p. 3 modifica]quivi un’ottima Chiesa, per uso de’ Cristiani Armeni, che compongono la maggior parte degli abitanti; veggendosi nell’Altar maggiore dipinte le figure de’ SS. Apostoli; però è oggidì andata in rovina, non meno ch’un’altra contigua. Essendo albergati in casa d’un Cristiano (siccome avevamo fatto per tutta l’Armenia soggetta a’ Turchi) venne a vietarci un Vertabietto, o Predicatore Armeno (ma rozzo, ed ignorante villano all’aspetto) il quale veduto un de’ nostri cavalli infermo, cominciò con varie Croci, parole, e bieche guatature a benedirgli l’acqua, lanciandovi dentro tre volte un’ago, colle più superstiziose maniere del Mondo. In questo Casale si conduce, sopra bovi imbardati, quantità di sal di pietra, che si taglia in un monte lontano una giornata.

In queste campagne vidi un vago e pellegrino fiore, ch’ogni Principe Italiano forsi pagarebbe molto per averlo nel suo giardino. Il gambo non è più che mezzo palmo alto, in cima del quale sono tre fiori bianchi a guisa di cimiero, che stanno dritti; e tre altri, che cadono all’in giù in forma di triangolo di color paonazzo, con una picciola rosetta nera [p. 4 modifica]nel mezzo, ed altre tre di color più chiaro avviticchiate a’ medesimi fiori.

Allo spuntar del Sole, il Giovedì 27. ripigliammo il cammino, e giugnemmo dopo aver fatte 24. miglia in 9. ore, alle tre Chiese, dette dagli Armeni Eghimiasen, cioè a dire figlio unico, che è il nome della principale. Questa (siccome narrano le loro Croniche) fu fabbricata 300. anni dopo la venuta di Cristo; e dicono, che essendo le mura ad altezza d’uomo, il diavolo, per lo spazio di due anni, rovinava la notte tutto quello, che s’era fabbricato il giorno; ma che alla fine essendo una notte comparso Giesù Cristo, il diavolo non potè più impedire, che la Chiesa si finisse. Ella è dedicata a S. Giorgio, al quale gli Armeni prestano somma venerazione. L’edificio al di dentro è in forma di Croce, con cupola nel mezzo, sotto la quale mostrano la pietra, dove dicono che Cristo N. S. comparve a S. Gregorio, da essi molto venerato. Vi si entra per tre porte, e’l pavimento si truova coperto tutto di buoni tappeti. Sonovi tre Altari: al maggiore si monta per quattro gradi, presso al quale, dal corno dell’Evangelio, è situata la Sedia Patriarcale. All’Altare del lato [p. 5 modifica]dentro si sale per sei gradini; a quello da sinistra per tre; ciascheduno con una Sedia Patriarcale, per quando vi si celebra solennemente. Al di fuori sono ne’ quattro angoli quattro picciole Torri, in una delle quali sono le campane, e da per tutto innalberato il glorioso vessillo della Croce: ciò che a patto alcuno non si permette da’ Turchi.

Allato della Chiesa è il Convento per l’abitazione de’ Vescovi, e de’ Frati, con un’ottimo giardino nel mezzo. Gli appartamenti per lo Patriarca sono sul primo gran Cortile, dove è la fontana; dal quale si passa al secondo, che serve solamente con le sue arcate di Karvanserà a’ pellegrini; perché i Monaci passano alle loro celle, e alla Chiesa per un’altro Cortile, e porta maggiore. Tutto il luogo è serrato all’intorno da alte mura di fango, rinchiudendo nel suo ampio spazio molte vigne, e giardini.

Il Patriarca è stimato de’ primi fra gli Armeni; e presume tanto di se stesso, e della sua autorità, che non è gran tempo, ebbe l’ardire di scomunicare S. Leone Papa, perché avea approvato il Concilio Calcedonense, che condanna le loro, e le Greche Eresie. [p. 6 modifica]Il secondo Monistero, colla Chiesa dedicata a S. Cayana, è lontano dal primo un tiro di schioppo. Fu fabbricato in onore di una Principessa, che venuta d’Italia con 40. Donzelle a veder S. Gregorio; fu da un Re d’Armenia fatta gittare dentro un pozzo fra’ serpenti, perché non avea voluto acconsentire alle sue voglie; dove essendo per 14. anni rimasa senz’alcun nocumento, alla per fine il Re per rabbia la fece morire con tutte le 40. Vergini: per quel che ne raccontano gli stessi Armeni.

L’architettura della Chiesa è simile all’altra, però più picciola. Evvi un solo Altare, col corpo d’un’Eretico Armeno (che essi dicono Santo) al di sotto. Allato della maggiore delle 3. porte si veggono dalla parte di fuori due altre tombe, una a destra, l’altra a sinistra. Quanto all’abitazione vi è un picciol chiostro con un giardino, e celle per pochi monaci, i quali hanno cura di alcuni pochi contadini, marciti nell’ignoranza, e nell’ozio.

Il terzo Convento lontano dagli altri suddetti un miglio e mezzo, è molto picciolo, e dedicato a S. Rerima. La Chiesa ha un solo altare, e vi si entra [p. 7 modifica]parimente per tre porte: tiene bensì buone vigne, e campi, come gli altri due. Gli Armeni, che vengono, o ritornano da Persia, sogliono d’ordinario restarsi in queste Chiese tre giorni, per far le loro divozioni, e ricevere la benedizione Patriarcale.

Questo piano d’Erivan è molto fertile, ed abbondevole di viti, ed altri alberi fruttiferi, come anche di formento, riso, e legumi: e ciò perché i naturali sanno ben coltivarlo, servendosi delle acque del fiume Arasse, che lo attraversa, oltre molti piccioli ruscelli; ed appianando il terreno con un largo legno, che da una persona è tirato con fune, e da un’altra è sostenuto per lo manico. E di quì nasce, che mentre in Persia sono giunte a maturità le biade, in Turchia si semina.

Il monte Ararath non è che otto miglia distante da’ suddetti Monisterj. Sopra la sua cima, costante fama pervenuta sino a’ dì nostri, vuol che posasse l’Arca di Noè. Presso alla falda scorre il fiume Arasie, e sorge un’altro monte di giusta grandezza, ma picciolo rispetto all’Ararath, di cui parlaremo più sotto.

Pernottai la sera nel Monistero grande, e la mattina del Venerdì 28. andai in [p. 8 modifica]Chiesa a vedere ufficiare da circa 70. Monaci, divisi in ala nel mezzo. Indi a tre ore seguitammo, per una buona strada, il cammino d’Erivan; e passati per molti villaggi, dopo dieci miglia, giugnemmo nella Città. Presi io una camera nell’unico Karvanserà, ch’era nel Borgo, per non dar fastidio a quei Padri Gesuiti, che viveano con differenti maniere dagl’Italiani.

La Città d’Erivan d’oggidì fu fabbricata sulle rovine d’un’altra dello stesso nome, a 64. gr. 20. m. di lunghezza, e 42. g. e 15. m. di latitudine. Ella è posta dalla parte del fiume Zanghì, su d’una rocca, e dagli altri lati sul piano. Il circuito è solamente d’un miglio, con profondo fosso, e doppio ordine di muraglie, e bastioni di fango, che soggiacciono ugualmente a colpi delle cannonate, ed all’impeto delle pioggie. Nè punto migliore è la fabbrica delle case, in cui non vivono, che pochi mercatanti, e soldati della guarnigione. Vi sono tre porte, le quali sono di ferro; e l’artiglieria è ben poca, e picciola. Il Bazar della Città è mezzano. Il palagio del Kan, o Governadore ha la facciata sul fiume, e tutta quella magnificenza, che può trovarsi in una fabbrica di terra. [p. 9 modifica]

Andai il Sabato 29. a veder la Zecca, ove si batteva moneta di argento, e di rame; non essendovi in Persia altre monete d’oro, che quelle poche che si fabbricano nella Coronazione de’ Re, che sogliono gettarle in pubblico, o donarle a’ loro benemeriti. Fanno i Persiani la moneta in questa forma. Posto in una fossa con carboni, e legna al di sopra, il metallo, a forza di due mantici, che soffiano nel fuoco, fanno liquefarlo: liquefatto ne fanno verghe, che poi si battono, e riducono in forma di lamine: distese altri le tagliano, altri le riducono a rotondità, altri le pesano, ed altri in fine con martelli le appianano; dopo di che a forza di braccia si coniano.

La Domenica 30. andai a prendere il fresco sul ponte, ch’è sopra il fiume suddetto, composto di tre buoni archi; vicino a’ quali all’ombra di folti alberi sono picciole camerette per diporto del Kan, al quale il Governo della Città rende ben 200. mila scudi l’anno. Questo fiume nasce da un lago detto Gigagunì, lontano 80. miglia da Erivan, e si perde nell’Arasse, che passa tre leghe lontano dalla parte meridionale.

Il Lunedì ultimo andai a diporto, [p. 10 modifica]vedendo il Borgo, o più tosto campagna abitata, per gli molti poderi, e giardini, che sono nel suo circuito. Egli si è venti volte più grande della Città, abitando in esso la maggior parte de’ mercanti,e tutti gli Artefici, ed Armeni. Vi è un’ottimo Bazar, e Meidan allato le mura della Città; però infinite sono le case dirupate, che si veggono; per le continue guerre fra’ Persiani, e Turchi, che han ridotta in lagrimevole stato la Città, e sue vicinanze. Sarà In tutto dieci miglia di circuito, circondato la maggior parte da un riparo di terra, e da’ vicini monti, da’ quali in tempo di guerra potrebbe essere offesa molto la Città; e tutto questo spazio produce ottimo vino, ed abbonda di esquisite frutta, non che di dilettevoli pioppi, e salici.

Da Tocat sino a Tauris il paese è la più parte abitato da’ Cristiani, i quali si procacciano il vitto col lavoro della seta, ed altri mestieri; a cagion de’ continui passaggi delle Caravane, che conducono sete da una Provincia vicina ad Erivan, ed altre mercanzie di Persia. Incredibile è il guadagno, che apportano all’Erario Regio tai Caravane; perché non essendo rigorose le dogane (non [p. 11 modifica]aprendosi nemmeno le balle di mercanzie) i Mercanti volentieri concorrono a portarvi il meglio, che si può, pagando pochi diritti alle guardie del cammino.

Martedì primo di Giugno, per non dimorare ozioso in Erivan, presi un cavallo, per andare in compagnia di altri alla Chiesa di Kickart. Vi giunsi dopo otto ore di strada, e trovai un Monistero di Armeni tagliato dentro la rocca, della quale sono anche i pilastri, che sostengono la Chiesa. Secondo le loro tradizioni, quivi si conserva il ferro della lancia, che passò il costato del Redentore; e dicono, che ve lo portasse S. Matteo. Vicino questa Chiesa è un lago, ed altri cinque Monisteri de’ medesimi Armeni.

Sin da’ primi giorni del mio arrivo in Erivan presi ad affitto i cavalli per Tauris, per dieci Abassì l’uno (ogni Abassì val quanto 38. gr. e mezzo della nostra moneta di Napoli) ma sapendo che la strada non era sicura, mi contentai d’aspettare molti giorni, per aver compagnia. Alla fine non ve ne essendo alcuna, mi risolvei il Mercordì 2. di partire con un Giorgiano; ma mentre questi stava ponendo all’ordine il suo Tambellì, o [p. 12 modifica]fardello, avendo io mandato per gli cavalli, il Maomettano affittatore mi venne meno di parola, fingendosi infermo. Questa mancanza mi fece in tutto perdere la sofferenza, perché vidi partire i compagni, senza speranza di poterne avere altri per allora; perché la Caravana, che veniva d’Arzerum, s’era rimasa a mezza strada per tema di ladri.

Il Giovedì 3. desinai nel Convento de’ Padri Gesuiti; e’l Venerdì 4. avvisato, che vi era un’altra picciola compagnia di Giorgiani, che andava a Nakcivan, deliberai accompagnarmi con esso loro, non essendo così pieno di ladri il paese Persiano, come quello di Turchia. Presi due cavalli per lo stesso prezzo, e mi preparai alla partenza.

Prima di passare oltre non è bene,che io tralasci, come per tutto il tempo, che io dimorai in Erivan, osservai sempre il monte Ararath la mattina chiaro sino alla sommità; ma verso la sera, per gli molti vapori, che il Sole attrae così dal monte, come dalle acque del piano, turbarvisi l’aria, balenando, e scoppiando tuoni, e più tardi dileguarsi i vapori in pioggia. Egli si è anche da avvertire, che l’altezza di questo monte eccede quella del [p. 13 modifica]Caucaso, e del Tauro; e che sorpassando la prima regione dell’aria, ed essendo sempre coperto di nevi, è freddissimo quanto fare si possa: niente però di manco favolosa dee riputarsi la narrazione dell’Olandese1, che (obbligato dì salire il monte nel 1670. per guarire un Religioso) dice, che vi consumò sette giorni, facendo 15. m. il dì; e riposando la notte in alcuni Romitaggi, che trovava per ogni cinque leghe; e che egli passò i confini della prima regione dell’aria2, dove si formano le nuvole, le prime delle quali trovò dense ed oscure, l’altre freddissime e piene di neve; e che nella terza nebbia che passò, saria restato morto di freddo, se durava un’altro quarto d’ora sì terribile passaggio: però che il dì seguente, a misura ch’egli continuava a salire, respirava un’aria più temperata; e che giunto alla cella del Religioso infermo seppe, che colui da 20. anni, che abitava sul monte, non avea mai sentito nè caldo, nè freddo, nè vento, nè veduto cadere alcuna pioggia. Di più,che il buono Romito volea dargli ad intendere, che l’Arca di Noè era ancora tutta intera sulla cima della montagna, perché il buon temperamento dell’aria avea [p. 14 modifica]impedita la putrefazione. Bellissimo ritrovato dell’Olandese, per far credere, che quivi sia il Paradiso Terrestre: però io, e tutti quelli, che l’han veduta, l’abbiamo osservata sempre con la cima circondata di densa nebbia dal vespro in poi, siccome è detto. E’ vero bensì, che intorno alla falda vi sono molti Romitorj abitati da Religiosi Cristiani, i quali sono estremamente tormentati dal freddo, non nascendo sulla montagna nè pure uno sterpo per accender fuoco: e che gli Armeni lo chiamano Mesesusar, cioè Monte dell’Arca, e’ Persiani Agrì.

  1. Mallet. descrip. de l’univers. to. 2. pag. 214.
  2. Mandeslovo. yag. de Pers.