Giro del mondo del dottor d. Gio. Francesco Gemelli Careri - Vol. II/Libro I/III

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Cap. III

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Libro I - II Libro I - IV
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CAPITOLO QUINTO.


Si descrivono le Città, che s’incontrano nel

viaggio sino a Kom.


Ritornato in Convento la sera, fui avvertito che partiva il Jus-bascì (ch’è un Comandante di cento soldati delle milizie del Paese) onde provvedutomi così all’infretta come potei, del bisognevole, alle due ore di notte il Venerdì 18. mi posi in cammino, insieme con [p. 48 modifica]Malachia Armeno. Andammo in casa del Ius-Bascì, e l’aspettammo una mezza ora sinché compisse di prepararsi: dopo di che montò a cavallo con dodici di seguito solamente, la maggior parte senz’armi; e ciò perché quantunque il Re paghi per cento soldati, egli nondimeno o non gli tiene, o tiene Cittadini assoldati, che giammai non han maneggiato armi: e frattanto egli s’approfitta delle paghe. Si camminò di buon passo tutta la notte per paese piano in mezzo di montagne aride; onde dopo sette ore, e 20. m. di strada all’apparir dell’alba fummo nel karvanserà di Sciemli, fatto edificare fra que’ monti da Scia-Sofì Re di Persia. Egli è di buona fabbrica, con bella facciata, e capace di cento persone, e’ loro cavalli; perché da Tauris a Ispahan, e da Ormus a Ispahan il paese è abitato, e vi bisognano sì buoni, e grandi karvanserà. In questo luogo sono i Rattar, che prendono un’Abassì per ogni cavallo; però io non lo pagai per riguardo del Ius-Bascì, il quale era molto rispettato in tal cammino.

Montati prima, e poi discesi da una maravigliosa montagna, ci convenne passare un lago pieno di oche selvagge. [p. 49 modifica]Indi si truovano 2. strade per andare in Ispahan: una per Ardevil, e Casbin, lasciando il lago a destra, e camminando lungo i monti; l’altra per Kom, e Kascian, lasciando a sinistra lo stagno. Per questa c’incamminammo noi, passando per 10. miglia di ben coltivato terreno, sino al Casale di Agia-Agà, dove giugnemmo prima di mezzodì. Ivi trovammo un buon Karvanserà; però io e Malachia alloggiammo in casa d’un Turco. La notte in questi tempi si sente in Persia gran freddo, e’l giorno tanto caldo, quanto in Italia.

Tutto il giorno del Sabato 19. ci trattenemmo in riposo; e la Domenica 20. mentre aspettavamo la freschezza della notte, per porci in istrada; scioltosi il mio cavallo, si diede a fuggire per la campagna, di modo che io credea di non riaverlo mai più: però un Moro montato sopra un’altro, andogli appresso, e me lo condusse. Tramontato il Sole partimmo; e continuando a viaggiare per paese piano, sopravvenne una gran pioggia, che durò molte ore, con tale oscurità, che non si vedeva la strada; onde ne gimmo erranti mezza la notte. Pigliammo perciò una guida in un Casale, che ne [p. 50 modifica]condusse nel Karvanserà di Guilach, dopo sei ore di cammino, e quindici miglia. In quella oscurità caduto il mio cavallo in un fosso, si ruppe una pistola, e mi bagnai bene.

Riposammo il Lunedì 21. circa un’ora in questo Karvanserà; e poi ci ponemmo in cammino per godere il fresco, non già perché la stanza fusse mala: essendo stato fabbricato il karvanserà con gran spesa da un Cittadino ricco della Provincia di Guilan, del quale porta il nome. In fine di dieci miglia passammo per lo Karvanserà di Dautler, fabbricato di pietre; a differenza degli altri, che sono di mattoni. Si truovano in Persia di quattro in quattro leghe semore buoni karvanserà.

Dopo altre otto miglia prima di mezzo dì giugnemmo nel Casale di Caracciman, posto dentro alcune valli. Il paese per lo quale avea la notte camminato, era stato piano; ma il giorno fu montuoso, però ben coltivato, non essendovi palmo di terreno ozioso: e posso dire con verità, che nè sulle frontiere di Turchia, nè di Persia si vede campagna più verde in tale stagione. Indi nasce, che i viveri sono in tanta copia, che per un tornese di Napoli si hà pane per un giorno. [p. 51 modifica]Il terreno però è forte, e bisogna ararlo con l’opra di quattro, o sei bovi; pondndosi un fanciullo sopra il giogo de’ primi, con un bastone, per fargli camminare.

Volle il Ius-bascì, che desinassi con lui la mattina, con atti di somma amorevolezza; cosa rara fra’ Persiani, che fanno scrupolo di mangiar con Cristiani; e stimano, che questi toccando i cibi gli rendano immondi: però costui essendo Giorgiano rinegato, non era tanto superstizioso. Fra’l mangiare mi narrò tutta la sua vira, dicendomi: ch’egli era figlio d’un Principe di Giorgia; e che da poco tempo avea ricuperata la libertà, dopo due anni di prigionia in Tauris, con catena al piede, collo, e mani; essendo stato informato sinistramente il Re da’ suoi nemici: e che ritornato in grazia andava a vedere il Re, e un suo fratello soprantendente della Zecca, col quale da quattordici anni non si era veduto. Altri però mi riferirono, che la sua carcerazione fu cagionata dalle grandi estorsioni, che fece in alcuni Casali d’Armeni, in cui comandava, che alla fine portarono le loro doglianze alla Corte.

Discorremmo dell’opportunità, che avea il Re di Persia di fare la guerra al [p. 52 modifica]Turco, e quanto gli sarebbe stato facile di conquistare quanto avria voluto. Diceva, che egli e tutti lo desideravano, ma che il Re immerso nelle delizie dell’Aram, si lasciava fuggire sì bella occasione.

Essendo già il Sole verso l’Occaso, e meno sensibile l’ardor de’ suoi raggi, ripigliammo il cammino; e dopo sette ore e 21. miglia di strada, per paese ineguale, ben coltivato, e popolato; passammo nel Casale di Ius-bascì-candì; avendo prima lasciato alle spalle il Borgo di Turcoman porto in mezzo d’una valle. Il Ius-bascì al desinare continuò le istesse cortesie alla Persiana; servendosi egli per cucchiaro della destra, e pigliando il riso a pugni; per ponerlo poi nel piatto mio, e di Malachia: cortesia ch’avrebbe del porcino in Europa, ma non perciò lascia in Asia d’essere un gran compimento. In quei paesi in un gran piatto viene il riso, e in un’altro la carne, che si dividono dal più degno de’ convitati. Finita la mensa stiede il Ius-bascì con le mani in aria, attendendo l’acqua calda, per trarne il grasso.

In questo Casale vennero alcuni degli abitanti a vedermi, essendosi sparsa [p. 53 modifica]voce, che io era un’Ambasciadore mandato da’ Principi Cristiani al Re; e che sino all’arrivo in Ispahan, io non voleva dichiarare il mio carattere. Nascea la faciltà di crederlo dalla politica de’ medesimi Persiani, i quali ammettono per Ambasciadore qualsisia per persona, che porti al Re una lettera di raccomandazione di qualunque Principe d’Italia; e perciò chi vi giunge così, è ricevuto con gran stima dal primo Kan sulla frontiera, il quale lo conduce a spese Regie sino alla giuridizione dell’altro, a fine di porlo in Ispahan avanti il Re. Molti mercanti si proccurano di queste lettere, per risparmiare i pagamenti delle guardie e dogane, come anche per esser condotti a spese Regie. In questo Villaggio fummo avvertiti di star vigilanti, per sospetto dì ladri; perché essendo falliti gli abitanti del Casale di Miana, molti non potendo pagare le gabelle, ed esattore Regio, nè avendo altro modo di vivere, stavano per quelle vicinanze raminghi, per rubare i viandanti. Questa notizia poco timore mi cagionò, perché sapeva, ch’eglino stavano la maggior parte senz’armi.

Ci riposammo tutto il rimanente del giorno de’ 22. in casa d’un Persiano; e poi [p. 54 modifica]verso la sera ci ponemmo in cammino. Ad un’ora di notte cadde una buona pioggia, che rendè oscura l’aria, e ne obbligò a servirci di lanterna, e di guida. Dopò tre ore volle prender riposo il Ius-bascì presso d’un fiume. Due ore prima del dì ci riponemmo poscia in istrada; e camminando per monti, e valli sterili, sul nascer del Sole, dopo 15. miglia fatte in cinque ore, ci trovammo nel sudetto Casale di Miana; luogo fangoso, come posto fra lagune. Non vi trovammo persona, perché come dissi, tutti se n’erano fuggiti lasciando le case, e gli averi. Vi erano solo due Rattar, i quali non ebbero ardire di avvicinarsi. Vedemmo un’ottimo karvanserà nuovamente fabbricato, e un’altro antico rovinato. Il Paese non sarebbe affatto cattivo, e certamente sarà abitato di nuovo.

Dopo 4. mi. di strada passammo il grosso fiume di Miana, dove fu già un ponte di 30, archi, de’ quali ora sei soli ne restano in piedi. Passammo a guazzo tutte e 4. le braccia, in cui è diviso; ma l’ultimo è profondo in maniera, che d’Inverno non si potrebbe passare con cavalli, ma con cammelli. Montammo poscia una montagna detta kaplantù (la più alta che [p. 55 modifica]sia in tutto il cammino d’Ispahan) la quale dalla parte opposta ha una lunga, e precipitevole scesa sino al fiume; sopra il quale v’è un’ottimo ponte di tre archi nuovamente fabbricato, detto Casilosan. Questo fiume, come anche il precedente, dopo aver traversata la Provincia di Ghilan (dove ambo sono tagliati in più canali per innaffiare le biade) vanno a render le loro acque al Mar Caspio. I Casali, che sono all’intorno di questa montagna, non pagano cosa alcuna al Re; perché appartengono alla Moschea d’Ardevil, dove sono alcuni sepolcri de’ Re di Persia, e di Scia-Sofi stimato per Santo; onde tutti i Persiani vi vanno in pellegrinaggio. Ha quella Moschea 80. m. scudi di rendita, che si distribuiscono a’ poveri, e Sacerdoti della medesima. Non lungi dal mentovato ponte, è una rupe separata dall’altre, dove si vedono vestigia di antiche fortificazioni, e d’un Castello nella sommità. Mi disse il Ius-bascì, che quel Forte l’avea fatto fabbricare una Donna, la quale mentre che visse possedè la Città, e’ luoghi convicini de’ monti, senza che mai si potesse espugnare, a causa dell’angustia delle montagne. Fatte trentatrè altre miglia in undici [p. 56 modifica]ore per paese sterile, ed abbondanze solo di odorifera liquirizia, e di molti ladri; prima di mezzo dì facemmo alto nel Karvanserà di Sin-malavà, posto sopra un monte, con sette Torri assai bene intese; onde da lontano sembra un Castello. Si vedeano da per tutto quantità di pernici, però dure come pietre, e di altro colore, e sapore delle nostre: ve ne sono come le nostrali, ma nelle montagne.

Non è tanto sicuro il viaggiare in Persia, come lo credeva; perché si può capitare in mano di ladri, e di Ciapar o di Corrieri Regj, che portano lettere d’una Provincia in un’altra, per comandamento de’ Governadori dell’istesso, o di Principi. Costoro han potestà di togliere il cavallo a chiunque incontrano nel cammino, che poi sogliono rimandare dopo uno, o due giorni; e certamente cagionano gravi disturbi a un forestiere.

Avvisati i Rattar dall’Odabascì, o soprantendente del Karvanserà, vennero sul tardi; ma veduto il Ius-Bascì non ardirono dimandare il pagamento: e volendo dal medesimo licenza di esercitare il loro uffcio furbesco con me, e con [p. 57 modifica]Malachia, furono sgridati, e se ne andarono delusi.

Sul far della notte il Mercordì 23. ripigliammo il viaggio; e circa le due ore sopravvenne la solita pioggia, con tuoni e lampi. Due ore prima di giorno passammo il Karvanserà di Sarcesmà, assai ben fatto di mattoni, con quattro Torri a’ quattro angoli. Indi facemmo 15. m. in cinqu’ore e mezza, per paese sterile, e poco atto all’aratro. Riposati un’ora e mezza, facemmo poi 25. miglia in sett’ore, e mezza; sicchè arrivammo due ore prima di mezzo giorno nel Casale di Nuhba, dove facemmo scaricar le some nel karvanserà detto Nichbè.

Per non replicare l’istesso tante volte, dico: che i Karvanserà della Persia sono tutti fatti di mattoni, sullo stesso modello, grandi e magnifici; però con tal proporzione, e simmetria, che non la cedono alle migliori fabbriche di Europa. All’intorno del cortile sono le camere, e loggie per gli viandanti, i quali se non vogliono tenerci cavalli nelle capacissime stalle, che sono dietro le medesime, possono ligargli avanti la stanza, ad una pietra a tale effetto forata. Dentro le stalle poi, sulle mangiatoje, sono alcune [p. 58 modifica]nicchie, per dormirvi i mulattieri, i quali di lor natura amano meglio stare ivi, che altrove. Questo karvanserà di Nichbè ha quattro Torri negli angoli, ed una ottima facciata; dove in un lungo, e buon marmo sono scritti in carattere Arabesco il nome, e qualità del Fondatore; perché tai Karvanserà sogliono fabbricargli persone ricche, per suffragio delle loro anime. Il basso della fabbrica è di pietra bianca e rossa, mischia come un marmo.

Riposati il resto del Giovedì 24. prima della mezza notte ci riponemmo in viaggio, al lume d’una lanterna; il quale però non fu cotanto chiaro, sicchè non errassimo due volte la strada; che poi andammo rintracciando colla natural chiarezza dell’aria serena. Fatte in ott’ore 24. miglia per paese ineguale, arrivammo in Zangan, Terra grande, ma fangosa; le di cui case erano malamente fabbricate con loto, e senza ordine. Ha però ottimi giardini, con varie frutta e fiori, come anche alberi per legna, postivi dall’industria de’ naturali, (cosa singolare in quelle vicinanze, dove in tutta la campagna non si vede nè pure un’albero, per porvisi al coperto ) e con [p. 59 modifica]quelle legna danno qualche poco di alimento più nobile al fuoco, che d’ordinario fanno dello sterco de’ loro animali. Quello, che mi arrecava maggior maraviglia si è, che in sì gran penuria d’alberi, non lasciavano, e villani e gentiluomini, di portare nelle mani alcuni bastoni da essi detti Ascù.

Eravamo di parere di passar quel medesimo giorno in Sultania; ma per riguardo de’ cavalli, che il giorno antecedente aveano fatto 40. miglia, e più per non esporci all’ardore del Sole; mutata in meglio la risoluzione, ci recammo in un luogo di Caffè, a riposarci tutto il Venerdì 25. godendo intanto il fresco al mormorio d’una copiosa, e fredda fontana, che scaturisce nel mezzo; anteponendo questa dimora a quella del buon karvanserà, che era in Zingan. Vennero i Rattar al Caffè, ma non ardirono dimandar cosa alcuna. Dopo cena montammo a cavallo, accompagnandosi con noi dieci Turchi, e due Soldati del Re. Camminammo senza lanterna per paese piano ed arido, colla chiarezza del Cielo; e passati dopo 9. miglia per lo picciolo Karvanierà di Disà, al far del giorno il Sabato 26. fatte 15. altre miglia, giugnemmo in Sultania. [p. 60 modifica]Questa Città per l’addietro fu diverse volte Sede de’ Re di Persia; e da’ grandi edificj uguagliati al suolo si scorge, che sarebbe anche oggidì una delle migliori Città del Regno, se non fusse stata distrutta da’ medesimi suoi Re, non che dal Tamerlan. Vi restano però le vestigia di tre Moschee, che aveano le cupole, e Torri coperte di mattoni di più colori. In una sono ancora in essere due Torri allato della facciata, però senza le cime, per la loro soverchia altezza.

Sultania è posta in una valle, la di cui maggior larghezza da Levante a Ponente non eccede tre leghe. Il suo circuito è di molte miglia, per gli molti campi, giardini, e case rovinate, che vi si comprendono. Quelle poche casette, che vi restano in piedi, sono mal concie: il Bazar non è che una sola e lunga strada; e’l Karvanserà più tosto disagiato,che altro. L’aria non è molto salubre, per le vicine lagune. Vi governa un Kan, che tiene anche giuridizione nelle vicinanze.

La strada, che noi avriamo dovuto fare, non era quella di Sultania, ma un’altra a sinistra, due miglia discosta, dove è l’ordinario karvanserà per la Caravana d’Ispahan. Venimmo solamente per la [p. 61 modifica],per alcuni affari del Ius-Bascì. Con tutto ciò i Rattar dell’altra strada vennero a ritrovarci, per far delle loro. Andarono in prima da Malachia, il quale per non pagare, si finse Giorgiano; e richiesto di me, disse, ch’era un Franco, che andava ad Ispahan, per servire il Re. Ciò saputo, e vedendoci anche in compagnia del Ius-Bascì (persona molto autorevole) ci lasciarono stare per gli fatti nostri. Per riguardo del medesimo risparmiai un Toman, che val quanto 19. scudi della moneta di Napoli; quanto appunto voleva un servidore dell’Inviato, per prendere la cura egli di pagare i passi a tutti i Rattar.

Circa le 2. ore della notte dello stesso giorno 26. ne partimmo; avendo prima accomodate del bisognevole le pistole de’ servidori del Ius-bascì, per la tema che si avea di ladri. Camminammo tutta la notte per paese piano, e ben coltivato, senza incontrar persona di male affare; però in caso di bisogno avria bisognato fabbricare un Fortino, per porvi su un Falconetto in vece di archibuso, che portava un Soldato del Re, che ne accompagnava. Io certamente non poteva alzarlo da terra, nè so com’egli potesse spararlo. [p. 62 modifica]Dopo tre leghe passammo per lo karvanserà di Allah-huper, e poi per quello lo di Talise; e fatte 28. miglia di strada sempre fra monti, in 10. ore giugnemmo la Domenica 27. in Habar. Dovevamo passare per lo Casale di Xoranderà, ma facemmo questo altro cammino per maggior comodità.

Rintracciammo quest’antica Città, come fra un laberinto di ben grandi e buoni giardini, circondati di mura fabbricate con fango, e di alti pioppi. Producono essi buoni pomi, pere, ciriege, susine, uve, ed altro; come anche le più belle rose del Mondo: di modo che in tale stagione non potea desiderarsi stanza più bella, che di passare il tempo fra l’odorose e fresche solitudini di questa disabitata Città.

Albergammo in un picciolo Karvanserà di fabbrica fangosa (all’uso di quei paesi) con picciole camere a volta molto fresche. Vi si vedea da presso una gran Moschea in buona parte rovinata; spezialmente il Chiostro, dentro il quale era una peschiera, con assai fredda, e buon’acqua.

Quanto alla Città, benché distrutta, ella si è di un vasto giro, a cagion de’ giardini, i quali fanno che i suoi [p. 63 modifica]quartieri abbiano più tosto sembianza di foresta, che di Città.

Montammo di nuovo a cavallo alle due ore di notte, accompagnati da dieci persone del luogo, conosciute dal Ius-Bascì. Fatte in cinque ore 18. miglia, per sterili campagne, passammo per lo Casale di Passein, circondato di buoni giardini, è provveduto d’un buon Karvanserà. Quivi incontrammo un Signore, col seguito di 50. persone a cavallo, e di un Ciapar, che lo conduceva.

Tutto il paese all’intorno, per la sua fertilità, è ben popolato; e d’indi avanti arido, ed incolto. V’incontrammo una Caravana di mille cavalli, che andava da Ardevil a Tauris. Continuando il cammino per paese sempre piano, in fine di 26. miglia fatte in sei ore, restammo prima di mezzo dì nel picciolo Karvanserà, posto dentro il Villaggio di Xearè; perché l’altro più grande al di fuori è rovinato. Sospiravamo quivi le fredde acque di Zangan, Sultania, ed Habar; perché non ve n’era che una pessima, e salmastra. Era già questo Villaggio buona parte sulla collina; ma perché essendo fabbricato con loto, molte case erano andate in rovina; varie famiglie [p. 64 modifica]sono calate ad abitar nel piano. Il terreno produce buon vino, e frutta.

Tramontato il Sole il Lunedì 28. ripigliammo il cammino a lume di Luna; e dopo sei ore, e 18. miglia fatte per paese incolto e sterile, giugnemmo a Sexava, dove riposammo sino al nuovo giorno. Questo Casale è in piano con buone case, giardini, e Karvanserà. E’ celebre per le buone noci, che produce il suo terreno.

Seguitando il viaggio il Martedì 29. vedemmo pascolare per quelle campagne una spezie d’animali selvatici, ottimi a mangiare, detti da’ Persiani Geiran, o Garcelle, che noi non abbiamo in Italia. Hanno il pelo di Daino, e corrono a guisa de’ cani, senza saltare: la notte si pascono nel piano a turma, e poi la mattina tornano ne’ monti.

Dopo aver fatte in 4. ore 12. altre m. ci fermammo nel Casale di Karasanch. Quivi godemmo il fresco sotto alcuni alti aceri, che sono lungo un ruscello. Non vi è Villaggio in Persia, che non abbia il suo; onde vien cagionata la continua verdura delle campagne, e tanta copia di belli e fruttiferi alberi ne’ spessi dilettevoli giardini. Passammo poscia a desinare in alcune case, fatte a bello studio per albergo de’ viandanti. [p. 65 modifica]

Sul tardi vennero i Rattar della campagna; ed entrati nella mia stanza, con gran stupore riguardavano i miei calzoni di pelle, fatti per cavalcare. Alcuni di essi dicevano, ch’era panno d’Olanda, altri cojame. Malachia da essi interrogatone, per beffare la loro semplicità, disse, che io era lottatore; perché in Persia i lottatori sogliono portargli in tal maniera. Risposero essi, che io era troppo magro per la lotta: Malachia però, sapendo il costume de’ loro lottatori di esercitarsi ogni dì, in sollevare e portare grandi pesi; replicò, ch’era smagrito per la soverchia esercitazione. Avriamo caro vederlo, soggiunsero i Contadini; e vi sarebbe tal’uno dì noi, che lotterebbe seco. Venite di mattina, disse Malachia, che lo vedrete esercitare in maniera, che stupirete; ma quanto al lottare, egli non vuol essere micidiale di alcun di voi; poiché sarebbe certo di farvi prendere tal stramazzi, che mai più non ve ne alzerete. Anderà non per tanto in Ispahan a presentarsi al Re, e farà tutto quello, che da lui gli sarà imposto. In tal guisa andammo, colla semplicità di costoro, passando le nojose ore dei giorno, ed alleviando la malinconia del lungo viaggiare, fin [p. 66 modifica]tanto che i servidori del Ius-Bascì ebbero apprestato un’agnello per la cena. In fine i Rattar credendo Malachia Giorgiano, e me lottatore del Re, se ne andarono senza alcun profitto; perché nelle vicinanze d’Ispahan sono eglino meno insolenti, e non ardiscono maltrattare un Franco; particolarmente quando credono, che vada per servigio dei Re.

Postici di nuovo a cavallo la sera del Martedì 29. seguitammo il nostro cammino; e dopo sei ore giugnemmo nel karvanserà di Rehegiup, avendo fatte ben presto 20. miglia. Questo Karvanserà è ben grande, e ben fabbricato, con un’alto arco nell’ingresso, e quattro Torri negli angoli; avvegnaché sia posto in una solitaria campagna senza Casali vicini. Indi a 12. altre miglia, fatte in quattr’ore, ci riposammo in un simile karvanserà, detto di Koschkeria; e dopo altrettanto spazio giugnemmo il Mercordì 30. nel Karvanserà, e Casale di Dongh, dove si congiungono le due mentovate strade, che menano ad Ispahan. Tre miglia lontano vedesi un’altro buon karvanserà per coloro, che vengono dalla strada di Ardevil, e Casbin. Quello di Dongh può dirsi però singolare nella [p. 67 modifica]struttura, perocché là dove tutti gli altri hanno all’intorno del Cortile stanze, con arcate dinanzi, per dormirvi la State, e più indietro luogo per gli cavalli; questo per lo contrario non è, che un continuato ordine di arcate aperte: avendo voluto il Fondatore, che in ogni stagione vi stassero freschi i viandanti. La fabbrica nondimeno è fatta di buoni mattoni, e la facciata non è, che una grande iscrizione, contenente, per quel che mi dissero, il nome e virtù particolari del Fondatore. Non molto lungi è una buona fontana d’acqua assai fredda.

Prima di passare innanzi fie bene sapere, che per tutto il Dominio Persiano si cammina con pochissima spesa; imperciocché primieramente, tanto se si vuol comprare un cavallo, quanto se si vuol prendere ad affitto, costa pochissimo: e poi il mangiare è a vilissimo prezzo, perché i Persiani sono parchi, e molto sobrj; contentandosi di passare il giorno con un poco di formaggio, o di latte acido, in cui bagnano il pane del paese, ch’è sottile come un’ostia, insipido, e del colore di pumice. V’aggiugono mattina e sera del riso (o pilao), cotto alle volte nell’acqua schietta. Io non poteva durare cotal [p. 68 modifica]sorte di vita, e mi provvedeva di uova, e carne d’agnello ne’ Casali, per dove passavamo; regalandone anche il Ius-Bascì, siccome feci di buon vino, e d’acquavita. Solamente le legna sono care in quei paesi, e si servono perciò in luogo di esse del letame. Nelle vicinanze di Dongh osservai la sciocchezza de’ naturali, i quali avendo ottime uve, non sanno poi conservare il vino; ma pongono il mosto sotto terra, in alcune piscine intonicate con calce.

Incontrammo quella medesima mattina un Corriere a piedi, che veniva d’Ispahan. Portava egli all’intorno la cintola sei sonagli, in quella guisa appunto che portano i muli de’ nostri Procacci. Vanno in tal forma i Corrieri, sì per farli conoscere, come per animarsi al camminare. Coloro, che servono Principi, ponno averne sino a dodici: gli altri a proporzion della loro diligenza, e bontà.

Per ritornare al nossro Ius-Bascì, egli si era di costumi più tosto corteggiani, che cortesi; imperocchè se mangiava, o beveva, diceva farlo per amor mio; ed io avrei fatto di meno di tanti favori. Mi vendè anche per una grande attenzione, [p. 69 modifica]e rispetto, il non comprare un cavallo, saputo che io trattava di pigliarlo per me.

Verso la sera del medesimo Mercordì ci ponemmo in cammino, senz’aver più tema delle mutazioni di tempo, e pioggie, come in Tauris. Dopo quattr’ore avendo fatte 12. miglia (misuro in questa maniera la strada, perché le leghe de’ Persiani sono differenti da quelle de’ Turchi, e non sempre d’una maniera) passammo per un Karvanserà; ed indi a dieci altre miglia, in tre ore giugnemmo nella Città dì Sava, dove albergammo in un karvanserà fabbricato con loto.

La Città di Sava è posta in un piano fertile, con molti villaggi all’intorno; e quantunque il fango abbia buona parte ne’ suoi edificj, non lascia però di parer bella. Le sue mura, che hanno di circuito quattro miglia, sono in più luoghi cadute, danneggiate non da altro, che dalle pioggie: ciò è anche accaduto alla Fortezza, posta sulla cima d’un colle. Vi sariano buone Moschee, se non fussero andate in rovina per l’antichità. Il maggior traffico di questa Città è di alcune picciole pelli arricciate, di cui si servono i Persiani, (come anche tutti i [p. 70 modifica]Cristiani di Levante) per fodera delle vesti, e berrette.

Partiti da Sava Giovedì 1. di Luglio, a capo di 5. m. vedemmo sopra un terreno molto elevato, un’altro Forte distrutto, che aveva buona cisterna (imperocchè quantunque vi siano ruscelli, si servono in quelle vicinanze d’acque piovane) e dopo altre sette passammo un fiume. Per più di tre leghe trovammo il paese ben coltivato, e con molti villaggi; ed in fine dopo aver fatto in tutto 20. miglia, giugnemmo nel karvanserà di Giavar-Abad, il più grande, e’l migliore della Persia, se non fusse in buona parte a terra, e fuor d’uso. Ne hanno perciò fabbricati due altri presso una buona sorgiva d’acqua, dove posano quasi tutti i viandanti, e noi restammo altresì dopo sei ore di cammino.

Il Ius-Bascì (chiamato Melich-Sader Begh) avea convitato me, e Malachia in un suo Villaggio discosto un’ora da Sava; e noi gli avevamo promesso di andarvi un giorno a desinare, per non fargli dispiacere. Or dovendovi andare quello stesso giorno, sapemmo ch’egli era andato al bagno; onde avemmo per bene seguitare il viaggio, incaricando i suoi [p. 71 modifica]servidori, di fare appresso di lui le nostre scuse: tanto più ch’egli forse si saria trattenuto molto tempo nel suo Casale, a raccoglier danari, di cui tenea penuria.

Questo Casale l’avea avuto dal Re durante la sua vita, oltre 50. Toman l’anno, soldo ordinario de’ Ius-Bascì (che monta a 950. ducati della nostra moneta) avendo quegli costume a tutti i più meritevoli, e bene affetti dare di più un Villaggio, che suol rendere mille, e due mila scudi l’anno: ciò che pratica massime co’ Giorgiani, per allontanargli dal lor paese, acciò non pensino a rivoltarsi. Prima però di dar loro qualche carica, gli fa di buona voglia, o a forza circoncidere; sapendo di certo, che se non essi, almeno i figliuoli viveranno da buoni Maomettani. La stessa disgrazia era avvenuta al nostro Ius-Bascì (già Kan della Provincia di Gori in Giorgia) che occecato dall’interesse rinegò; al contrario di sua madre, e sorelle, benché trasportate a tale effetto in Ispahan. Mi disse però in vari discorsi avuti insieme, ch’egli si trovava mal soddisfatto del Re; e che se questi non gli compensava circa 200. m. scudi d’interesse, che avea patito nella carcerazione; se ne sarebbe andato [p. 72 modifica]senza fallo a Roma, a farsi Cattolico; e con lettere di raccomandazione del Papa saria passato in Ungheria, a servire l’Imperadore contro il Turco; sapendo molto bene la maniera di portarsi sul Mar nero, e suo paese: e che già suo nipote se n’era andato in Vinegia con 10. mila scudi. Né punto migliori Maomettani erano sei suoi servidori Giorgiani, che s’eran fatti circoncidere per seguitar la fortuna del lor Padrone; tralasciando eglino di far le preghiere all’uso Maomettano, e biasimando a tutt’ore così falso Profeta.

Approssimandosi adunque la notte, ci ponemmo in istrada per paese sterile, come gli altri trascorsi; e dopo aver fatte nove miglia in tre ore, vedemmo la montagna di Giavar-Abad, di cui dicono Yder-cait-mas, cioè, che chi ci và non torna: essendo inveterata opinione fra’ Persiani, che molti, avendovi voluto salire, mai più non ne sono tornati; nè di ciò sanno allegare alcuna apparente ragione. Quindi è, che niuno ardisce di montarvi, temendo di morire: ma io che non troppo presto fede a cotali ciancie, vi sarei andato certamente, se non fusse stato di notte. Trovandoci discosti [p. 73 modifica]solo nove miglia dalla Città di Kom, seguitammo il cammino, per giungervi; ma tramontata la Luna ci fermammo poco discosto dalla Città, aspettandoii nuovo giorno per entrarvi. La mattina dunque del Venerdì 2. di Luglio ci trovammo in un fertile piano di circa due miglia; e passato quindi un picciol fiume per un ponte di dieci archi nuovamente fabbricato, andammo a riposarci tutto quel giorno in un karvanserà.

Kom è situata a gr. 83. di longitudine, e 35. di latitudine: farà da dieci miglia di circuito; però così le muraglie, come le case sono state abbattute in gran parte dalle pioggie. Nè le piazze son molto belle, nè i Bazar, e botteghe ricche; non essendovi per lo più, che vettovaglie. Vi sono però molte Moschee, che potrian dirsi belle, se i naturali non lasciassero andarle in rovina; nulla curando di riparare gli antichi edificj, per vanità di fabbricarne nuovi: e mi dissero, che un’uomo agiato stimeria di morire infelice, senza aver fondato alcun Tempio. I karvanserà sono comodi, ed alcuni a due piani. La fecondità del terreno provvede abbondantemente la Città di biade, e di frutta d’ogni sorte. [p. 74 modifica]Vi si fanno buoni zegrini d’ogni colore, ma spezialmente verdi, per uso delle papucce, o scarpe.

Il medesimo giorno, presa una guida, andai a vedere una Moschea, che i Persiani hanno in ugual venerazione di quella d’Ardevil; essendovi i sepolcri di Scia-Sofì, e Scia-Abas II. Re di Persia; come anche di Sidi-Fattima figlia d’Iman-Hocen, che fù figlia d’Alì, e di Fattima-Zuhra, figlia di Mahometto.

Sopra una lunga piazza (con botteghe da ambi i lati, e un karvanserà dalla parte del fiume) corrisponde la porta maggiore, sopra la quale è un’iscrizione a lettere d’oro, contenente le lodi di Scia-Abas II. Si passa quindi in un cortile più lungo che largo, il quale ha più tosto sembianza di giardino, per gli tanti Pini, che sono allato della strada: e questa strada è anche serrata con due basse mura, per guardia delle rose, ed altri fiori, che sono nel mezzo. A destra, entrando in questo cortile, sono picciole stanze, dove mangiano i poveri quella porzion di carne, riso, e pane, che loro si dà per limosina giornalmente dalla Moschea, giusta la volontà del Fondatore. Vi sono altre camere eziandio per rifugio de’ [p. 75 modifica]debitori inabili a pagare, che sono anche alimentati dalla Moschea; a grave danno de’ creditori, che non ponno sperare giusto accomodamento da coloro, che vivono per tal cagione a spese altrui, senza pensare a niente.

Dalla prima s’entra nella seconda piazza più grande, e di figura anche bislunga, con alberi all’intorno, e camere per gli ministri inferiori della Moschea. Quindi, per una gran porta, si passa ad un terzo cortile quadrato, intorno al quale sono le abitazioni de’ Mullah, o Preti; e nel mezzo un bel fonte di acqua viva. Montando dodici gradi di mattoni, appiè d’una bella facciata ornata di varj colori, si ha l’ingresso nel quarto cortile, (in cui sono eziandio alcune stanze) ed indi nella Moschea o Tempio, che al di fuori è molto vago a vedere.

Delle tre porte, che si veggono in fronte, quella di mezzo conduce alla Moschea; quella a destra a’ mentovati sepolcri; e la sinistra a una sala, dove si dispensano le limosine a’ poveri; con questa distinzione, che la soglia di quella di mezzo è coverta di lamine d’argento. Quivi giunto, i Mullah, ch’erano dentro leggendo su d’alcuni grandi libri, in [p. 76 modifica]vedendomi s’alzarono, e mi fecero segnale, ch’entrassi; ed un di loro mi accompagnò da per tutto con molta cortesia: al contrario di quello che dice il Tavernier, di non permettersi a’ Cristiani l’ingresso in tai luoghi. Entrato vidi la Moschea di figura ottangolare, con otto picciole porte di noce: nel mezzo la tomba di Sidi-fattima (nipote di Mahometto) fatta d’una grandezza così poco confacevole alla picciolezza della Moschea, che appena fra’l muro, ed essa era tanto spazio, quanto si potesse passare.

Questo sepolcro è quadrato, coperto di un bel drappo di seta ed oro, con barre d’argento rotonde all’intorno, lunghe sedici palmi, e poste in guisa di gelosie, con pomi dello stesso metallo nel luogo dove s’incrocicchiano: e molte lampane d’oro, e d’argento pendono in giro. Dal pavimento della Moschea sino alla sommità degli angoli, che sostengono la cupola, si veggono belli lavori di mattoni di varj colori; e la cupola stessa, e le volte fregiate di buone dipinture in arabesco d’oro, ed azurro. A destra entrando è una gran camera coperta di buoni tappeti (come la Moschea) dove si dispensano le limosine a’poveri, che stanno nella sala [p. 77 modifica]contigua, per evitar la confusione.

Saliti tre gradini, anche a destra della Moschea, e passate due porte si entra in una bella sala coperta di tappeti: e quindi per un’altra porta al sepolcro di Scia-Sofì. Questo è come un’altare alto quattro palmi da terra, e copetto di drappi d’oro. La stanza è a volta con quattro porte ne’ lati, una delle quali è serrata, che corrisponde al sepolcro di Sidi-fattima; per un’altra s’esce ad un plcciol chiostro; e per la quarta si và al sepolcro di Scia-Abas II. Questo sepolcro è coperto di un drappo di seta di color rosso: la stanza è rotonda, con picciole nicchie nelle mura per ornamento, e buoni tappeti per terra (siccome nell’altra) ed all’intorno grandi libri per leggervi i Mullah. Le mura sono tutte dipinte d’oro, e di azurro, con mattoni di varj colori, vagamente disposti all’uso del paese. Nel ritorno passai per un’altra buona Moschea ivi vicina.

I Rattar di Kom sono meno indiscreti che altrove, non avendo da me pigliato cosa alcuna. Evvi la Zecca; però allora non vi si faticava.