Giro del mondo del dottor d. Gio. Francesco Gemelli Careri - Vol. II/Libro II/II

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Cap. II

../I ../III IncludiIntestazione 25 maggio 2020 75% Letteratura

Libro II - I Libro II - III
[p. 176 modifica]

CAPITOLO SECONDO


Religione, nozze, e vestire de’ Persiani.


NEl Dominio Persiano sono Maomettani, Pagani o Gori, Giudei, Cristiani, Armeni seguaci di Nestorio, Melchiti, Manichei, Franchi, ed Armeni Cattolici; però generalmente si coltiva la Religione Maomettana, quantunque con differente opinione da’ Turchi intorno a’ veri successori di Maometto. I Sunni, o Osmalì dicono, che Abubaker succedette immediatamente a Maometto, come suo Vicario; a questo Omar; ad Omar Osman Mortuz Alì, nipote, e genero di Maometto: i discendenti de’ quali hanno propagata la Religione più con la spada, che con le ragioni; onde a’ seguaci della lor setta non è permesso disputarne, ma mantenerla con l’armi, come è detto altrove.

I Sciay, overo Aly, che sono i Persiani, chiamano i Turchi Refesis, o Eretici, ed hanno in orrore i nomi di Abubaker, Omar, ed Osman, dicendo, che essi usurparono la successione dovuta ad Alì nipote, e genero di Maometto. [p. 177 modifica]Numerano dopo costui dodici Profeti o Pontefici: e principiando da Alì figlio d’Abutaleb, pongono per secondo Hossen figlio primogenito d’Alì; per terzo Hussen suo secondo figlio, che morì in Babilonia, nel luogo detto Kerbelà, ucciso da Sunnì per difendere la successione di suo Padre; e perciò i Persiani ne fanno l’anniversario: il quarto dicono, che fusse Imanzin el Abedin; il quinto Maomet el Baker; il sesto Iasor el Scadek, che introdusse la barbara usanza in Persia, che chiunque si fa Maomettano diventa erede universale, non solo di sua casa (come è detto di sopra) ma anche dell’avo; perloche alcuni Armeni ambiziosi si fanno Maomettani, e a loro imitazione i fratelli, per non esser privati della lor parte: il settimo successore è Mussa-Katzim; l’ottavo Alì el Rezzà, la di cui sepoltura è a Masud, venerata della medesima maniera, che quella di Maometto; il nono Maomet el Jued; il decimo Alì el Hadì; l’undecimo Hocen el Askeri; e il duodecimo Muhemanet el Mohadì Saheb Zaman, del quale i Persiani hanno la medesima credenza che noi d’Enoc, e d’Elia; onde gli lasciano in testamento case guernite, e stalle piene di cavalli, [p. 178 modifica]acciò se ne serva, quando lo chiamerà Saeb-el-Zaman, cioè il Signore del tempo. Questi cavalli si nutriscono inutilmente dalle rendite lasciate, e le case restano chiuse.

Capo della loro Religione è il Nabab; dignità che porta seco ogn’anno 14. m. Toman di rendita. Siede egli nelle pubbliche solennità appresso l’Atmath-Dulet, o primo Ministro; ed ha autorità di dispensare a suo beneplacito i legati pii fatti alle Moschee; di che sempre egli si approfitta. Non v’è altra differenza dall’ufficio di Nabab a quello del G. Muphtì de’ Turchi, se non che può egli, a differenza di questo, passare dalle cariche di Religione a quelle dì Stato; onde s’è veduto molte volte un Nabab, o Sedrè divenire Atmath-Dulet. Ha egli due Giudici sotto di se, uno detto Sceik o Axond, l’altro Casì, che determinano su i punti di Religione, ricevono ripudj, e sono presenti a’ contratti; ed atti pubblici; facendo in tutte le Città del Regno loro Luogotenenti.

Colui, che intuona la preghiera nella Moschea, è detto Pischnamaz, che i Turchi chiamano Iman; però i Persiani non gridano per la preghiera da sopra le Torri, ma dalla cupola, o tetto. [p. 179 modifica]

I Dottori della legge, che denno esplicare ogni Venerdì l’Alcorano, sono appellati Mullah (da’ Turchi Hodgia.) Costoro sono finissimi Ipocriti; camminano con passo grave, parlano sempre sul serio, e quando incontrano qualche persona, fan sembianza di orare; ponendo in terra un panno, e sopra una pietra o terra impastata della Mecca, per baciarla da quando in quando. Questa superstiziosa reliquia è in uso appo tutti i Persiani, come anche alcuni canaletti d’argento ligati al braccio, con qualche sentenza dell’Alcorano racchiusa, o altra simile baja.

Credono i Persiani, a simiglianza de’ Turchi, che dopo essere essi stati sepelliti, vengono due Angeli, uno detto Anuchir, e l’altro Monchir a risuscitargli sino alla cintura, per dimandar loro conto del bene e del male operato; e trattargli bene, o male a proporzione, sino a tanto che vengha il Saheb-el Zaman, o padrone del tempo, il quale ucciderà il Deagar, o Anticristo (i seguaci del quale anderanno all’Inferno; e se pentiti, torneranno in dietro, usciranno loro due corna in testa) dopo di che sarà immediatamente il risorgimento della [p. 180 modifica]carne, da essi detto Maavedet-hurbe, unendosi i corpi, e l’anime, per andare avanti al Gran Giudice. Dicono però, che bisogna a tutti passare per lo ponte di Polserat, più tagliente d’un coltello; e che i Musulmani passeranno più leggieri che uccelli, e gl’Infedeli caderanno al primo passo sotto il ponte, per dove passa un fiume di fuoco, e sono più diavoli, che tengono uncini per tirargli dentro: credenza così impressa nel cuore de’ Persiani, che se taluno niega al compagno qualche cosa dovuta, subito sente dirsi, che l’aspetterà al ponte di Polserat, ed attaccandosi alla sua veste, non lo lascierà passare prima di esser pagato.

Credono, che il Portinajo del Paradiso detto Rusvan, aprirà loro la porta, vicino la gran fontana detta Koser; dove il lor Profeta con un gran cucchiaro darà loro di quell’acqua a bere; e che poscia averanno gran quantità di belle donne (create espressamente a tal fine) e deliziose vivande di differenti gusti: però che il godere di quelle non passerà i limiti degli amplessi, e de’ baci; e che queste se n’usciranno per sudore odorifero, senza convertirsi in escrementi, come i cibi [p. 181 modifica]di questo Mondo. Novelluzze, che mi facevano passare bene il tempo in conversazione d’un Signor Persiano, facendolo io interrogare su questi punti.

Dicono, che le loro donne staranno in Paradiso, in luogo separato dagli uomini: ed a questo proposito mi narrò il Priore del Convento, che essendo una volta alcuni Portughesi molestati da un Mullah a farsi Maomettani, con questo argomento; che senza la lor fede non sariano andati nel vero Paradiso, ma in quel luogo separato, dov’erano le donne Persiane; risposero eglino, che volontieri vi sariano stati; e così delusero il Mullah. Questi poscia essendo ripreso dal Cadì della sua balordaggine, si difese dicendo, che si farebbe un’altro Paradiso per le donne, acciò non stassero co’ Cristiani.

I Persiani maritano anch’essi le loro figliuole in età tenera. La lor legge permette di avere nello stesso tempo quattro mogli legittime, delle quali una è la vera, e principale, e si chiama Zana-Codesc; l’altre tre si dicono Motha: prendono poi tante concubine, quante ne vogliono, e possono mantenere, dal quartiere delle meretrici (dette Cacpe) che è in Ispahan, chiamato [p. 182 modifica]Bazernouche, donde il Re esigge tributo. Si pigliano elleno a tempo, facendosi il contratto avanti al Giudice. Finito il tempo denno star caste 40. giorni, per vedere se sono gravide. Ponno anche goder delle schiave; e i figli che da elle, e dalle concubine nascono, sono stimati ugualmente legittimi nella successione; con questa differenza però, che le femmine hanno quanto la metà della porzione de’ maschi.

S’accendono si bene talmente nell’amore i Persiani, che per dimostrarne talor la finezza, si bollano con ferri infocati le braccia a guisa di bestie; per dar forsi a divedere, che nulla lor pare quel tormento, a comparazion di quello, che sentono nell’animo. Un Signor Persiano mio amico prendeva a gloria di farmi vedere di quando in quando molti di tal suggelli amorosi, ch’avea nelle braccia; fattisi per amor d’una concubina, per cui era in continue risse con la moglie.

Prima di menar la sposa in casa se le mandano gli abiti, e se le costituisce dal marito la dote stabilita. Il giorno poi delle nozze, o per dir meglio la sera, và lo sposo a prenderla, accompagnato dagli amici, e parenti a cavallo con torchi accesi; e a mezzo cammino la incontra con [p. 183 modifica]simile accompagnamento di donne, le quali portano le vesti della sposa, al suono di trombe, e tamburri. Giunti in casa dello sposo, un Mullah legge le condizioni, e patti del matrimonio, e celebra l’atto dello sponsalizio; e tutto quel giorno poi le donne prendono spasso in uno appartamento, e i maschi in un’altro. E quì mi rammenta l’errore del Tavernier1, e il qual dice; che se il marito ha promesso esorbitante dote per avere la sposa, quando ella viene per entrare, serra la porta, dicendo, che non la vuole a tal prezzo; nè la riceve, se non se gli cede qualche cosa, e si fa nuova convenzione; perocchè mi dissero molti Persiani di qualità, che non è cosi, ma che in casi simili il Padre della sposa, o i parenti informati dell’impossibilità di pagarsi dal marito tutto il promesso, lo moderano; o pure lo modera il Giudice, per non ridurre quell’uomo in povertà.

Se per sorte in progresso di tempo vivono malamente insieme, la donna dimanda il suo dotario detto Tilac; ed essendo d’accordo nella separazione, vanno avanti il Casì, o Esces-islon, ch’è il Dottor della legge, e in sua presenza si sciolgono dal nodo matrimoniale, e [p. 184 modifica]restano liberi. Ciò può farsi tre volte, dopo di che non può la donna esser riavuta, senza che prima sia presa da altri, e ripudiata: puole però il marito ripudiarla il secondo giorno dandole il Tilac; e ciò si costuma fra tutti i Maomettani. Mi riferì il P. Francesco di S. Giuseppe (già Priore del Convento ove io albergava) un fatto da ridere, accaduto in Bassora mentre egli vi stava come Inviato del Re di Portogallo. Un Signore Arabo disgustatosi con una sua moglie, le diede il Tilac, ma pentitosi ben presto per l’amor che le portava, nè potendo riaverla senza che prima fusse stata con altri; andava proccurando l’occasione dì qualche forestiere per farcela giacere. Venuto ciò a notizia del Bassà Turco, che n’era fieramente innamorato, fece vestire riccamente un forestiere, che gli capitò per le mani, e lo mandò dall’Arabo come per altro affare. Questi vedendo l’opportunità di venire a fine del suo desiderio, dopo averlo interrogato del suo stato; gli diè contezza del suo male amoroso, e come col suo mezzo poteva guarirsi. Senza molta residenza concertato il tempo, e’l luogo, con promessa d’eterno silenzio; ebbe il forestiere la donna [p. 185 modifica]nelle mani, e prestamente consegnolla al Bassà, il quale la pose nell’Aram; nè del forestiere si seppe più novella, o l’Arabo schernito potè mai più ricuperare la donna.

Quanto al vestire de’Persiani, le Cabaye, di sopra mentovate, giungono passato il ginocchio, ed hanno le maniche strette, e lunghe sino alla mano. Non vi usano bottoni, ma l’allacciano con nastri, dalla parte sinistra sotto il braccio, e dalla destra sotto il fianco. I Nobili la portano di seta, o di broccato, con una cintola di seta, alle cui estremità sono fiori d’oro, e sopra quella un’altra di seta, e lana finissima, che costa assai più che se fusse drappo d’oro.

Usano camicie di seta colorita, o di bambagia di varj colori, come anche i calzoni, che sono lunghi sino al collo del piede, e serrati, non usando eglino sottocalzoni come gli Europei. La loro Sessa, o Turbante, è composta di un drappo di sera finissima e di diversi colori, con ricamo d’argento, e d’oro nell’estremità, che fa poi come un ventaglio sulla fronte. Sono per tal cagione questi turbanti di molto peso; e ve n’è taluno, che per la copia dell’oro, costerà sette o [p. 186 modifica]ottocento scudi della nostra moneta.

Sopra la Cabaya portano alcuni un giubbone largo senza maniche, chiamato Curdì, è foderato nell’Inverno di pelli zibelline, o di agnelli nonnati, che vengono dalla Provincia di Korasan, vagamente arricciate. Nel rigore dell’Inverno aggiungono una veste talare (con lunghe maniche) tessuta di lana tutta in una volta, per resistere meglio alla pioggia: alcuni Nobili però l’usano di panno d’Inghilterra, o drappo d’oro foderato di zibelline; essendo eglino prodighi dissipatori del loro patrimonio, quando si tratta di lusso. Alla cintola hanno appeso un pugnale detto Cangiar, che i Nobili adornano talvolta di gemme.

Le calze sono così larghe sopra, come sotto: alcuni le portano di tela d’oro, o di panno fatte con maggior proporzione; ma i villani fanno intorno le gambe molti avvolgimenti di tela grossa. Nell’estremità delle calzette verso le calcagna pongono un riparo di cojame per non farle romper dalle scarpe di zegrino: queste sono fatte a guisa delle nostre pianelle, con un ferro aguto alto quattro dita sotto il tallone.

Le donne Persiane vestono poco [p. 187 modifica]differente dagli uomini; perché la loro veste è larga, ed aperta dinanzi, nè passa la metà della gamba; e le maniche sono parimente lunghe sino al polso. Portano sopra la testa una picciola berretta, adorna di pietre preziose (se sono persone di condizione) dalla quale cade dietro un velo insieme con le loro treccie: il calzone, e le scarpe sono come quelle degli uomini.

  1. Tom. I. c. 18 pag. 719.