Gli amori/Un giglio

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Un giglio

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Uno scrupolo di Don Giovanni La Venere di Siracusa

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UN GIGLIO


Non ho avuto più sue nuove, mia buona amica. L’ha con me? Non credo! Se ella m’ha lasciato dire, senza offendersene, le cose piuttosto vivaci delle quali erano piene certe mie lettere, non avrà potuto sdegnarsi delle ultime anodine narrazioncelle. Starebbe piuttosto preparando una lunga e poderosa confutazione delle mie dottrine? Non credo neppure. Ella ha di meglio da fare! Il silenzio significherebbe invece che s’annoia delle mie lettere, alla lunga? Dovrei dire: «Temo di sì!» Ma ella mi risponderebbe che, così dicendo, darei prova d’una falsa modestia e dimostrerei che false non sono soltanto le donne... Sarebbe ella semplicemente partita per le bagnature, e questa lettera le correrà dietro un pezzo prima di trovarla? Ne saprò presto qualcosa dal mio buon amico Dastri, che torna posdomani.

Senza dubbio è venuto a trovarla. Dica la verità: non è simpaticissimo? Sono certo che l’avrà fatta arrabbiare, ma che ella gli avrà perdonato grazie allo spirito del quale è pieno. Ella avrà anche visto come io non sia solo a sostenere quelle che a lei sembrano eresie. Dastri, anzi, va più innanzi di me, ed è molto [p. 92 modifica]più rigido nelle sue affermazioni. L’altra volta io le dicevo, per esempio, che gli uomini, obbedendo a un istinto unico e costante, essendo sempre avidi d’amore, amano in un modo più logico e mettono nell’amor loro maggiore sincerità. Da questo teorema Vico Dastri cava un corollario e sentenzia: «Quando un uomo si trova in presenza d’una donna, comunque ella sia, — purchè non abbia sessant’anni o la gobba, — deve rammentarsi che è uomo e dimostrarlo.» Fino a ieri io credevo che il giudizio fosse esagerato. Certo, se agli uomini è toccato il dovere dell’iniziativa, essi non dovrebbero guardare, come infatti non guardano, troppo per il sottile; si potrebbe anche ammettere e dimostrare, con l’esperienza alla mano che, alle volte, essi si rammentano dell’esser loro perfino dinanzi a donne di sessant’anni o con la gobba; ma, ripeto, Dastri mi pareva, fino a ieri, troppo assoluto. Da ieri mi sono ricreduto. Quando meno me l’aspettavo, ebbi la prova delle cose dispiacevoli che possono capitare a chi dimentica il precetto dell’amico mio. La vuol sentire anch’ella? Eccole calda calda la storiellina.

Bisognerebbe conoscere il mio amico Bernazzi, la correttezza inglese del suo portamento, il sussiego diplomatico delle sue maniere, quella specie d’innocente ostentazione di freddezza ch’egli non lascia neppure in mezzo alle liete brigate degli antichi compagni di studii e di piaceri, per comprendere il mio stupore quando me lo vidi dinanzi, ieri sera, per via, così rabbuffato in viso, così nervoso nei gesti, così scucito nei discorsi come nessuno deve averlo mai visto.

Era stato fuori qualche mese, ma dov’era stato, che cosa aveva fatto, quando era tornato, non mi fu possibile comprendere in mezzo alle risposte ingarbugliate, frammentarie ed anche un poco contraddittorie che mi veniva dando. Se io non lo interrogavo, non diceva più nulla; soffiava, guardava per aria, e a un tratto usciva in qualche esclamazione bislacca, a proposito del tempo, o dei passanti, o delle mostre dei magazzini. Quando fummo all’angolo di via Monte Napoleone qualcuno, scantonando, l’ [p. 93 modifica]urtò un poco: Bernazzi si voltò di scatto dicendo, con un tono di voce irriconoscibile: «Malaccorto!...» Quel povero diavolo biascicò uno «Scusi!» sommesso e tirò via rapidamente. Io proposi:

— Torniamo indietro?

— A patto che non si vada a finire in Galleria.

Bernazzi, l’uomo senza volontà, mettere un patto! Bernazzi, la compitezza in persona, apostrofare a quel modo uno sconosciuto colpevole di non averlo potuto cansare a tempo! Io ci perdevo il mio latino.

Arrivati che fummo sotto i Portici, egli volle rifare il Corso; ma ero stanco e proposi di andarcene a sedere al Savini.

— Il Savini mi secca. Andiamo all’Accademia.

— Ma tu stasera hai qualche cosa! — non potei trattenermi dall’osservare. — Ti senti poco bene?

— Io? Benissimo.

M’obbligò a fare il giro da Santa Radegonda, e durante la via non pronunziò più di due parole.

— Puoi negare quanto ti piace, — insistetti; — ma tu sei di malumore.

Eravamo dinanzi al Caffè. Bernazzi mi prese per il braccio, mi condusse a un tavolino appartato e disse:

— Senti un poco quel che m’accade!

Il tavoleggiante si presentò a chiedere le nostre ordinazioni. Bernazzi lo guardò come avrebbe guardato una bestia rara, ed anch’io l’avrei volentieri mandato via, curiosissimo com’ero di sentire quella confidenza che il mio amico, per l’irritazione che lo dominava, poteva pentirsi da un momento all’altro di farmi. Ma appena ebbi chiesto il primo liquore che mi venne a mente, Bernazzi chinò il capo in atto di assenso alla mia scelta e riprese:

— Senti un poco che cos’ho. T’ho detto che son partito da Bologna l’altr’ieri, col diretto delle 11 e 55? Non fa nulla, te lo dico adesso. Arrivo tardi alla stazione, appena in tempo per prendere il biglietto; entro sotto la tettoia che il capo-treno sta gridando: «Partenza!» e che il conduttore gli risponde: «Pronti!» Non so dove ficcarmi, quando a un tratto [p. 94 modifica]mi sento chiamare: «Bernazzi! Bernazzi!...» Mi volto a destra e a sinistra senza capire di chi è quella voce, ma scorgo finalmente un braccio guantato fino al gomito che fa un gesto...

Arrivò il cameriere con i liquori. Bernazzi fece scoppiettare il pollice contro il medio, poi ripetè:

— ... che fa un gesto. Quel braccio era attaccato a un busto il quale sporgeva da un finestrino; il busto era vestito d’azzurro e il capo era avvolto in un gran velo grigio. Non ho il tempo di stare a guardare, accorro cavandomi il cappello, apro e salgo. Sai chi era? Ti rammenti la Hundington?

— Donna Clara?

— Donna Clara. Allora, se la rammenti, non ho bisogno di spiegarti tante cose. Sai quanti anni ha?

— Non ho visto la sua fede di nascita; ma, così a occhio e croce, credo che i cinquant’anni debba ancora compirli.

— I quarantacinque però li ha bell’e compiti, eh? Va bene. Da quanto tempo non la vedi?

— Ma, da un bel pezzo... da qualche anno.

— Allora, non sai una cosa: è ingrassata.

— Davvero?

— Non pare impossibile? Quel manico di granata? Ebbene, adesso ha qualche rotondità. Ma il viso sempre affilato come un coltello, le mani nocchiute come quelle d’un uomo, i denti sporgenti e lunghi come quelli di un cavallo; e la stessa sciatteria nelle vesti, la stess’aria di governante a spasso. Appena salgo e mi sento dire: «Bravo!...,» io la riconosco. «Donna Clara!... Scusi, con quel velo!...» Risponde: «Avete ragione!... Dove andate?» Le rispondo che vado a Milano, e chiedo dove va ella stessa. Dice che va a Parigi, ma che si ferma a Milano una giornata. Il treno parte ed io metto a posto la mia valigia. Un momento: Donna Clara non era sola; aveva con sè...

— La solita Betsy.

— Precisamente! Che cosa le fa?

— Le tiene compagnia, suppongo. [p. 95 modifica]

— Sarà benissimo. Ma io ti dirò una cosa. Hai visto che Betsy porta sempre, di giorno e di notte, d’estate e d’inverno, a piedi e in carrozza, un sacco in mano? Or bene, costei m’ha sempre fatto l’effetto di quella vecchia che dipingono dietro a Giuditta, col sacco destinato alla testa d’Oloferne...

— Oh! Oh!...

— E’ un’idea stravagante; ma è più stravagante quella figura! Lasciamo andare. Dunque s’incomincia a discorrere, di tutto un po’. Da principio la va bene. Poi Donna Clara, al solito, mi fa centomila domande, una sopra l’altra, intorno a tutte le cose dell’universo. Io rispondo del mio meglio. Nota che dopo quarantacinque anni di studio, ella parla sempre quell’orribile francese che sai; aggiungi che io, da mia parte, mastico maluccio l’inglese: tira la somma, e capirai che il divertimento era abbastanza magro. Modena, Reggio, Parma: le stazioni sfilano una dopo l’altra, e sfilano contemporaneamente le domande di Donna Clara. Mio caro, io ho sempre sospettato che quella donna faccia la spia.

— Oh! Oh! Oh!

— Allora, di’ tu; che cosa fa? Sentiamo!...

— Ma non lo so!... Quel che fanno le altre, probabilmente nulla!

— Ma le altre non seccano la gente con quell’aria inquisitoria, con quella curiosità importuna, con quegli sguardi indiscreti che vi si ficcano in tasca e vi frugano sotto i panni! Poi, perchè diamine va sempre attorno, da Bologna a Parigi, da Roma a Dublino, da Ginevra a Vienna? Spia, forse ho detto male; ma, tu stesso lo supponesti una volta, dev’essere l’emissaria di qualche partito, di quelli che lavorano sott’acqua: dei nihilisti o dei gesuiti...

— Il diavolo o l’acqua santa!

— Che vuoi ch’io sappia! Ma torniamo al nostro viaggio. Continuano le interrogazioni: vuol sapere quanto starò a Milano, che cosa vado a farci, perchè lascio Bologna, che cosa ci ho fatto, se ci tornerò, quando ci tornerò, che gente ho visto, perchè sono [p. 96 modifica]arrivato tardi alla stazione!... A un certo punto, cava da una sua borsa uno scatolino di pastiglie Panerai: ma viceversa è pieno di sigarette. Me ne offre una, e si mette a fumare...

— Fuma, adesso?

— Dammi ascolto! Sigarette pestifere, caro mio, che quelle delle Regia sono un balsamo. Il treno va sempre a rotta di collo. Ora le sue domande sono d’un altro genere: vuol sapere dove scendo, a Milano: se vi ho casa, se scendo all’albergo, quale albergo le consiglio. Dico: «Vada da Spatz». Un’altra filza di quesiti; finalmente si decide per Spatz. Siamo di là dal Po. Si dichiara contentissima d’aver fatto il viaggio con me. Anzi, osservo, la fortuna è mia. «Venite a trovarmi, domani; ripartirò doman l’altro, con l’espresso delle 6 e 20.» Rispondo che temo di disturbarla; insiste: «Venite dopo colezione; mi troverete in casa; non ho da fare nella seconda mezza giornata, la passeremo insieme». Si arriva a Milano; ripete: «Venite; vi aspetto». Io l’aiuto a scendere, l’accompagno fino al carrozzone dell’albergo; nel salutarmi insiste: «Dunque, non mancate.»

«Il domani, che fu ieri, io sto un bel pezzo in forse: l’idea d’essere sottoposto a un altro interrogatorio mi spaventa; ma poi penso che ogni soggetto di domande è stato esaurito durante quelle cinque ore di viaggio. Inoltre mi spinge la curiosità di vedere Donna Clara a casa sua, quantunque questa casa sia un albergo. Sei mai stato a farle visita? E neppur io, come nessuno di tutti quelli che conosco. Che cosa fa? Perchè gira il mondo? Perchè non resta due settimane di seguito in un posto?... Ma la curiosità di guardare un poco dentro a quell’esistenza misteriosa non è tanto forte da impedirmi di ricorrere a un piccolo espediente per evitare il pericolo di un’ora di noia mortale; così, invece che alle due, vado al Milano alle quattro, nella previsione che Donna Clara non ci sarà e che me la caverò con un biglietto di visita. Arrivo all’albergo, e Donna Clara c’è. Salgo su, ed entro in un salottino mezzo scuro, dove odo una voce che in [p. 97 modifica]tono di discreto rimprovero mi dice: «Disperavo di vedervi arrivare. Sono due ore che v’aspetto!». Balbetto qualche scusa, stringendole una mano che stende verso la mia. Seggo, ed abituati gli occhi alla penombra, vedo a poco a poco disegnarsi la figura di Donna Clara. E’ distesa sopra un’ampia poltrona; porta una veste da camera gialla, a lungo strascico, guarnita di merletti neri: una cosa incredibile! I capelli non le si arruffano come di consueto sulla fronte e sulle tempie; ma sono elegantemente acconciati. Trasformazione totale! Per l’aria c’è un odore composito ed acutissimo. E niente Betsy!... Io rinnovo le mie scuse per il ritardo, invento una serie di brighe impreviste. Donna Clara mi parla dell’albergo, della sua corsa mattutina per la città; e niente domande! Guardando un poco per il salotto, io scopro la scaturigine dell’odore: sopra il pianoforte c’è un vaso con un magnifico mazzo di fiori: una quantità enorme di rose che fanno corona ai calici purissimi di tre o quattro gigli. Di che cosa mi parla Donna Clara? Di un libro di versi che sta leggendo e che le piace molto: a un certo punto cerca sul guéridon il volume e me lo porge.

«Avvicinatomi per prenderlo io scopro che l’odore non viene soltanto dai fiori: da tutta la persona di Donna Clara esala un profumo di non so che cosa. Mentre sfoglio il libro ella s’accomoda meglio sulla poltrona, rovesciando il capo sullo schienale e stendendo le gambe che si delineano sotto le pieghe della veste. Allora, non so come, non so donde, non so perchè, un’idea mi passa per il capo: un’idea inverisimile, assurda, bislacca: che Donna Clara sia... donna! T’è mai venuta, quest’idea? Hai creduto mai possibile che costei susciti un desiderio?... Ma è un lampo, e passa subito. Ella m’invita a leggere qualcuno di quei versi — versi inglesi, s’intende — ed io eseguisco. «Come vi piacciono?» Dichiaro che sono bellissimi; in verità ci ho capito poco o niente. «Leggete,» mi dice, «La spalliera dei lilla.» Cerco nell’indice questa spalliera, e leggo. Mi accorgo di leggere malissimo, d’amputare qualche piede a certi versi e di crescerne [p. 98 modifica]parecchi a certi altri; ma Donna Clara non mi corregge: riprende il volume, rilegge il componimento, lo traduce in francese, e si passa la lingua sulle labbra.

«Secondo lampo. Io penso, e mi stupisco di pensare, che se Donna Clara si tagliasse la mani e la testa, tutto ciò che si vede, quel corpo, sotto quella veste, forse potrebbe indurre in tentazione. Passa anche questo lampo; ma Donna Clara, seguitando a discorrere tranquillamente del più e del meno, accavalca una gamba sull’altra, si rovescia di più sulla poltrona e di tratto in tratto mi guarda... E’ dunque possibile? I miei sensi sono pervertiti fino a questo punto? Mi lascio sedurre da un profumo, dal taglio di un abito, fino a rimaner lì, imbarazzato, col cappello in mano, senza trovar nulla da dire?... Sostiene ella stessa la conversazione; io rispondo qualche monosillabo; a un certo punto faccio per congedarmi. «Così presto?» dice; «fermatevi un altro poco!» E suona, per il the. Prendendo il the si parla di viaggi; Donna Clara s’alza e va a cercare una cartella di fotografie. Me le mostra ad una per volta, e siamo così vicini che il suo profumo mi dà alla testa. Per fortuna le fotografie finiscono, e torniamo a sedere. Vedo che imbruna e ritento di andarmene: nuovo invito a restare «... se non avete meglio da fare...» Seggo a un altro posto e Donna Clara racconta una storia. Non ascolto neppur una delle sue parole, tutto occupato dalla stranezza di quel che avviene in me. Ma io debbo essere ammalato! Pensare: Donna Clara!... Quarantotto anni!... Forse anche quarantanove!... E quelle mani! E quel naso! E quei denti!... E se i miei amici sapessero?... Che cosa diranno se sapranno una cosa simile? Dove andrò a nascondermi?... E se Donna Clara si offende e non lascia che?... Via! via! Non facciamo sciocchezze!... Torno in me, afferro a volo il soggetto del suo discorso e mi rimetto in carreggiata, rispondendole, interrogandola. La sua storia finisce ed ella chiama, per il lume. Alla luce della lampada che il cameriere ha acceso io mi stupisco della rapidità con la quale il [p. 99 modifica]tempo è passato: che cosa sono stato a fare due ore lì dentro? A un tratto s’ode la prima campana del pranzo. Questa volta m’alzo per battermela. Donna Clara mi fa: «Aspettate un altro momento: verrà adesso Betsy.» Insisto per lasciarla in libertà: mi risponde: «E Aspettate che venga Betsy!» e scotendo lentamente un piede riprende a discorrere. Allora un’altra idea mi balena per il capo: che quegli inviti reiterati, quell’eleganza, quei fiori, quei profumi, tutte quelle spese siano state fatte per sedurmi.... Ma è una cosa tanto balorda che rinsavisco del tutto. Chi ha mai imaginato Donna Clara nei panni d’una seduttrice? Chi ha mai pensato che sotto quelle gonne si possa trovare un corpo di donna? Non deve ella possedere ancora intatto il tesoro della sua verginità? Ed io?... Sia lodato il Signore: una specie di doccia gelata mi seda. Mentre ella vuol sapere quando ci rivedremo e se capiterò quest’inverno a Parigi, mentre mi dice di andarla a trovare a Roma, io torno a pensare ciò che ho sempre pensato: che Donna Clara è una di quelle povere creature senza bellezza, senza grazia, senza sesso, le quali cercano un compenso alle mancate gioie dell’amore col dedicarsi tutte ad una causa, col lavorare al conseguimento d’un ideale religioso o sociale. Come ho potuto dimenticare queste cose?... Ed ecco sonare la seconda campana, ed ecco Betsy che s’affaccia dall’uscio. Ci alziamo nello stesso tempo. Donna Clara mi stende la mano nodosa, stringe la mia cordialmente, mi ringrazia della compagnia. Io ringrazio Iddio che mi ha tenuto le sue sante mani sul capo. Avrei fatto un bel marrone, eh? E se mi metteva alla porta? O, peggio, se mi dava del matto? Avrei avuto quel che meritavo, è vero?.... Allora Donna Clara, lasciata la mia mano, va al pianoforte, spicca un giglio dal mazzo e viene ad offrirmelo dicendo, molto tranquillamente:

E questo per la vostra virtù. [p. 100 modifica]