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Gliuommero (Sannazaro)

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Link alla raccolta Questo testo fa parte della raccolta Opere volgari (Sannazaro)


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GLIUOMMERO

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Licinio, se ’l mio ingegno fusse ancora
tal⟨e⟩ qual era alora,       in quella etate
ch’io stava in libertate,       fuor d’affanni,
nel fior de’ mei primi anni,       anzi che Amore
5fra sì dubioso errore       in basso stato
me avesse confinato,       io faria
sentir la lira mia       con tal diletto,
che v’ingombrara il petto       di dolcezza.
Ma perché solo annezza       in lacrimare
10e non sa più trattare       riso o canto,
ché de doglia e de pianto       sempre abonda,
e vói pur che responda       a tua proposta,
questa breve risposta       ti rimanda,
come il tempo comanda, e       così dice:

15— La memoria felice       de re Andrea
de la suppa navrea       si delettava,
e spesse volte usava       gelatina,
la salza gramillina       e le zandelle,
e sopra alle crespelle       zafarana,
20pedeta de puttana       e maccaroni,
con dui o tre caponi       sotterrati.
Li piedi delessati       con lo acito
li davano appetito       innanzi pasto:
non se usava anrasto       e st’altre cose.
25E mo quatro tignose       pecorelle
cazzano vidandelle       in capo loro,

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come, nota, ne moro       in crepantiglia;
non sazzo che potriglia       e che mordoche,
con li guai che le coche       sanno fare,
30e vono delegiare Dio       e lo mondo.
Chi lo colore biondo       a le pastiere
te facea fiere fiere       saturare?
che cosa era a provare       una mesesca?
e la zuppa francesca       con la trippa?
35C’una madamma Pippa       la faceva,
e questa la sapeva       apparicchiare
e solea demandare       alla reina
ogni anno, la mattina       della Pasca!
Ma lo mondo se allasca       quanto puote,
40che ’nde chiango alle bote       allataviro,
e getto uno sospiro       como guaio
de le piche de maio.       Con li fiori,
cose de gran signori       e de baroni,
mo fanno li melloni e       le cotogne,
45con poco de ansogne       ⟨d’⟩anatrella
et una pettolella       aravogliata:
’na cosa sbombocata       e senza mèle.
Poi te fanno le pele       sti fiticci
che cavon li pasticci       alla moderna,
50che è proprio una taverna.       Vimemene,
che le galline chiene       e senza l’osse
non te pare che fosse       una gran prova,
tutte de caso e d’ova       fine in pizzo?
Oh quanto me ne stizzo       alle fiate!
55Par⟨e⟩ che siamo state       allo diserto.
Che vale lo lacerto       che è rostuto,
se non è stenneruto       con lo bollo?
che sapore ha lo pollo       lardïato,
se non è ’mbrodolato       alla polita?
60Ma quando te convita       uno signore,
per farte grande onore       allo manzare,
te farà imbrossinare       per la bocca

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uno o doi perlicocca       amantecate,
dui carozze mondate       e quatro uilive;
65e de puo’ zurla e vive       a surzo a surzo!
Sopra a porta Don Urzo       è una mammana,
una donna anzïana,       che una notte,
andando a Piedegrotte,       stramortia;
scontrò l’oste d’Archia       presso le mura,
70e tanto ebbe paura       che cascò,
e poi se ne tornò       trista e gelata,
e stete amalata       più de uno anno.
Molte cose se fanno       allo secreto,
c’a te che si scoieto       dir se ponno.
75Sta notte è ita in sonno       a uno iuristo
l’alma de papa Sisto,       e dice cose
molto maravigliose       a chi le sente.
Uno de lo regente       me disse iere
che messer Stratiere       è spiritato,
80e stando incatenato       ne lo acuoro,
dentro a Santo Leguoro,       una gran donna
mandò per Marchionna       a San Lorenzo,
che portasse l’incenzo       beneditto.
Ma, oimè!, par che l’aflitto       è attarantato,
85ché, stando a lo Mercato       l’altro giorno,
uno pigliò un corno       per sonare
e fecelo gettare       da cavallo.
Dicese che un gallo       d’un todisco
ha fatto un basilisco       a Santo Arpino;
90ma messere Bandino       dice bene,
che cosa ch’entrevene       non è male,
però che è naturale, e con ragione
muove una questione       in cirugia,
come Enoche et Elia       in paradiso.
95E per donarte aviso       d’una cosa,
con tutto che non ⟨o⟩sa       favellare,
ha udito ragionare       alla Doana
c’ha còlto paparana       un calafato,

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che l’ha⟨ve⟩ notricato       con lo latte,
100e tristo chi s’abatte       a quella casa!
Ognuno se la basa       et accarizza,
e fannoli la pizza       con lo mèle.
Disseme Rafaele       cauzarolo
c’aveva inteso al Molo       una novella,
105ch’è pòsta la gabella       a Salvïata,
et hala comparata       da la corte
uno omo molto forte       de moneta;
ma vói che sia secreta,       per lo impazzo
che Stefano Porcazzo       li daria. —

110Io non me stancaria       mai de parlare,
se non che a sospirare       son tirato
dal mio sinistro fato,       che mi acenna
ch’io posa omai la penna       e fazza fine.
Quelle luce divine       ond’io tutto ardo,
115e quel süave sguardo       tanto ameno,
e ’l bel viso sereno       e le parole
dolce e nel mondo sole, e quelle mane
che me son sì lontane       per mia sòrte,
son cagion de mia morte       innanzi tempo.
120Così, lasso, m’atempo       ad ora in ora,
e temo fin ch’io mora       arderò sempre,
fin che ’l corpo se stempre       in poca polve,
però che si risolve       a poco a poco
nell’amoroso foco       in tempo breve
125come imagin di neve       al caldo sole;
onde l’alma ⟨si⟩ dole,       e si lamenta
che non è chi la senta       quando piagne.
Queste verde campagne       e queste piagge
che de fiere silvagge       son sì piene,
130queste ben nate arene e questi liti,
ove ognor gli occhi affiti vólgo e giro,
e l’aere ov’io sospiro, e queste rive,
queste fontane vive e queste valli.

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questi fioriti calli       e questi boschi,
135quest’antri ombrosi e foschi       e queste erbette,
queste acque benedette,       ove Diana
e la mia dolce e umana       Citerea
con ciascuna altra Dea       par che si lave,
questa terra süave       e queste grotte
140mi stanno giorni e notte       innanzi agli occhi,
né cosa è che mi tocchi       tanto a l’alma;
e sol quest una salma       abraccio e porto,
e pria mi vedrai morto       all’onde stige
che ’l dolor che me afflige       sia mai spento,
145se ’l ciel non ha pietà del mio tormento.