Grammatica italiana dell'uso moderno/Parte IV/Capitolo III. Il ritmo e la parola.
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CAPITOLO III
Il ritmo e la parola.
§ 1. Da quanto abbiamo veduto apparisce che il ritmo è regolato dall’accento naturale delle parole che compongono il verso. E siccome le parole sono di varia lunghezza, ed inoltre molte di esse vengono nel pronunziarle unite sì strettamente colle seguenti, che pajono fare con quelle tutto un corpo; così accade che nel discorso, anche prosastico, molti accenti si perdano od ammorzino. Dal che proviene nei ritmi quella varietà che fa bello il verso. Quindi, il senso derivante dalle parole è quello che determina le pose o cesure nei versi composti di più serie, e la qualità stessa delle serie ritmiche. P. es. nel primo di questi due versi
Giáce l’álta Cartágo, appéna i ségni |
la prima serie ritmica, invece di essere, come parrebbe, composta di due anapesti, diventa composta di due trochei ed un giambo (¯ ˘ ¯ ˘ ˘ ¯′). Bisogna dunque, nella lettura de’ versi, lasciarsi principalmente guidare dal senso, come da quello che ha guidato il poeta medesimo nella struttura del ritmo. E in generale è ufficio del ritmo metter bene in vista quelle parole dove riposa principalmente la forza del concetto, come in quel verso
| Nòn isperáte mái vedér lo cièlo, |
che fa cadere l’accento principale della prima serie (cesura) sulla parola più importante.
Da questa subordinazione del ritmo e del verso al senso del discorso, viene anche la legge, che il verso non termini, per regola generale, nè in preposizioni nè in congiunzioni (specialmente ove sieno monosiliabe) come quelle che troppo strettamente si attaccano alle parole seguenti, ed impediscono qualunque posa di voce.
§ 2. D’altra parte il ritmo stesso ha un’azione non piccola sugli accenti delle parole e quindi sul contesto, e comanda talvolta anche al senso. Poichè esso, per natura sua, tende a calcare le sillabe su cui cadono le battute, ed a sminuire la forza di quelle che restano negli intervalli fra battuta e battuta. Di qui spesso derivano fra il ritmo e la parola certe dissonanze che richiedono molta arte in chi legge. Vediamone alcune.
§ 3. Quando la collocazione delle parole porta che due accenti cadano sopra uno stesso ritmo, specialmente se si trovino l’uno accosto all’altro come pur non di rado avviene, quello che costituisce la battuta si pronuncia più forte per attenuare la forza dell’altro; per esempio:
| Chéti e grávi òggi al tèmpio moviámo: |
qui gli accenti sulle parole chéti ed òggi appena si sentono, restando come assorbiti da quelli che costituiscono il ritmo. E in quest’altro:
| E saran più che non ha stélle il ciélo |
| E quel dì tútto e la nòtte che vènne |
la forza dell’accento ritmico che si trova su tútto viene ad ammorzare la forza dell’accento precedente su dì.
§ 4. Altre volte il ritmo accentua, più o meno fortemente, delle sillabe che non hanno di lor natura l’accento, o che, secondo il senso, lo perdono. Ciò avviene principalmente nelle parole in cui l’accento è preceduto da tre o più sillabe, p. es.:
| Che dolcíssimaménte si diffónde |
ove è necessario fare un accento sulla seconda sillaba di quel lungo avverbio, quasi si spezzasse in due parti. Il che si nota più ancora quando tale accento cada nel punto su cui ha luogo la cesura; p. es.:
Con tre góle canínaménte látra. |
dove gli avverbii nella pronunzia si dividono affatto. (Vedi Parte I, cap. viii, § 9, nota).
§ 5. Talvolta la battuta ritmica cade sopra una parola che, secondo il senso, dovrebbe appoggiarsi intieramente su quella che segue, e quindi ammorzare il proprio accento; p. es.:
| Mi pínser trá le sepoltúre e lúi |
dove il tra resta accentato ad onta del senso; e così pure:
| Velóce sópra il naturál costúme |
dove sópra riceve un accento più gagliardo che non avrebbe di per sè, e viene a staccarsi dalle parole seguenti.
§ 6. Talvolta la battuta ritmica trasporta l’accento da una sillaba ad un’altra della stessa parola, p. es.:
| Ed áltra andáva cóntinuaménte |
dove l’avverbio continuaménte non solo riceve un secondo accento, ma questo cade sopra altra sillaba da quella che richiederebbe l’aggettivo contínua. Così pure:
Volgéa la fáccia all’áure, frésche ed álme |
dove il secondo verso sposta l’accento di mormoríi.
§ 7. Nei versi che, senza esser tronchi, finiscono con un monosillabo, l’accento di questo si perde, e la sillaba precedente se già non l’aveva, prende essa l’accento, p. es.:
E méntre díce indárno: míseró me. |
§ 8. Finalmente il ritmo ora stringe in una sola sillaba le vocali che s’incontrano, ora per converso le divide in due sillabe; donde hanno origine molti casi di sineresi e di dieresi (vedi P. I, cap. vii, § 5, nota).
Dentro un verso due vocali a contatto fra loro, siano nel corpo d’una stessa parola o in fine di parola, siano l’una in fine, l’altra in principio di due parole consecutive, formano per solito una sillaba sola e debbono essere pronunciate rapidamente, p. es.:.
Ahi quánto a dír qual èra è còsa dúra. |
Nei primi tre versi abbiamo la elisione fonica, fatta cioè soltanto colla voce, che vuol distinguersi dalla elisione grafica o apostrofazione, di cui vedi Parte I, cap. xi.
Quando però sulla prima delle vocali cade l’accento finale del verso, essa fa sempre sillaba da per sè, p. es.:
Non láscia altrúi passár per la sua vía |
§ 9. A questa regola generale voglionsi fare per altro alcune eccezioni:
Se delle due vocali che s’incontrano dentro una parola è accentata la seconda senza che vi abbia dittongo, esse si conservano distinte, p. es.:
Quándo ’l settentrìón del prímo cièlo. |
Anche i dittonghi raccolti (vedi Parte I, cap. ii, § 24), quando le due vocali che gli compongono vengono tutte e due dal latino, sono frequentemente sciolti in due sillabe, come quelli che in latino formavano appunto due sillabe, p. es.:
De’ vïolènti il prímo cérchio è tútto |
ma la dieresi non si fa quando le due vocali italiane corrispondono ad una sola vocale o dittongo od a consonante con vocale in latino, come in pièno, gióva, piètra, suòno, sièpe; e neanche quando il dittongo o trittongo segue immediatamente a q, ch, gl, a palatali doppie o precedute da s, e anche a doppia labiale, come in querèla, chièdere, figliuòlo, facciáte, abbiáte, lasciáva, ecc. (vedi Parte I, cap. v, § 2).
§ 10. Per eccezione, anche due vocali, delle quali la prima abbia l’accento, o che seguano alla sillaba tonica, si trovano non di rado separate o conservate in due sillabe, specialmente se non formino dittongo disteso, p. es.:
| Che visitándo vái per l’áer pèrso, |
anzi la voce áer è quasi sempre divisa in due sillabe:
Nell’empíreo cièl per pádre elètto. |
Ciò peraltro non avviene nei casi che impediscono la dieresi, come in fíglio, òcchio, língua, ecc.
§ 11. Due vocali toniche incontrandosi restano separate, p. es.:
Quívi trovámmo la ròccia sì érta. |
dove (secondo il § 8) ía vale per una semplice sillaba tonica.
Si eccettuano i monosillabi capaci di apostrofazione (vedi Parte I, cap. xi, §§ 1 e 6) quali sé e ché, i quali possono, secondo i casi, unirsi o restar separati dalla vocale seguente.
§ 12. Spesso una vocale tonica in fine di parola resta separata dalla seguente ancorchè atona
O umáne speránze cièche e fálse. |
nei quali due ultimi casi, dove cioè la sillaba precedente contenga due vocali, è regola, per fuggire l’iato, di lasciarla separata dalla vocale seguente.
È raro il caso che una vocale atona in fine di parola resti separata dalla vocale tonica iniziale della parola seguente, p. es.:
Quanto alla soppressione di sillabe avvenuta nel verso per la forza dell’accento, vedi la P. I, cap. viii, § 19 in fine e § 20. Quanto allo spostamento dell’accento in certe parole speciali, vedi cap. cit., § 7.