Guida della Val di Bisenzio/Parte seconda/20

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20. A Montecuccoli e alla Rocca di Cerbaia

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20. A Montecuccoli e alla Rocca di Cerbaia
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A MONTECUCCOLI
ED ALLA ROCCA DI CERBAIA

per la Calvana


itinerario n. 20.

Da Prato a Montecuccoli per la Calvana ore 6.
alla Rocca di Cerbaia per la Calvana e Montecuccoli ore 7.

Indicazioni utili.

Osterie e Alberghi. — A Montecuccoli. Osteria e rivendita di Sale e tabacchi all’estremità nord-est del paese sulla via di Mangona — A Cerbaia. Trattoria e Albergo della Rocca. — A Carmignanello. Trattoria e Albergo presso Francesco Sarti.

Questa gita è una delle più dilettevoli. Giunti sul M. Maggiore (V. Itin. 17) il cammino non ha più [p. 158 modifica] fatiche nè disagi; è una passeggiata che vi rallegra, vi ristora, vi ringagliardisce. La via è sempre sulla crina, per lungo tratto sulle praterie, ora sale, ora discende secondo la capricciosa struttura della Calvana.

Itinerario. — Dal M. Maggiore si prosegue per la vetta in direzione dell’Appennino; la via non può smarrirsi, ma si faccia attenzione di tenersi piuttosto a mano destra che a sinistra per evitare salite e discese inutili. E singolare il contrasto fra le due valli che si dominano dal crinale; quella del Bisenzio stretta e alpestre, l’altra della Sieve o del Mugello, ampia e ridente. Si arriva, scendendo un poco al valico di Pimonte, detto le Croci (750 m.), in 40 min. Un gruppo di alberi posto sul pendìo del monte è detto il Mandrione; vi si ricoverano le pecore a meriggiare.

La via che scende in Val di Bisenzio conduce a Sofignano (25 min.), e di qui a Vaiano (30 min.), l’altra in Val di Sieve va a Pimonte (40 min.) e di qui si raggiunge la via delle Croci di Barberino in 35 minuti.

Dal valico la strada sale un poco e per la Via Padre va al Prataccio mantenendosi sempre dalla parte del Mugello. Se la giornata è serena si veggono tutti i paesi della Val di Sieve, da Barberino a S. Gaudenzo, da Scarperia a S. Piero a Sieve; la bella strada nazionale sale da Montecarelli verso il passo della Futa svolgendosi sul dorso dell’Appennino come una striscia di panno bianco sur un prato. La veduta è la stessa che dal M. Maggiore.

Facendo una piegata per scansare un profondo avvallamento, si arriva alla base del Monte della Golaia che ci impedisce di vedere Montecuccoli; due [p. 159 modifica] strade girano il monte; quella a destra conduce alla via per Barberino; quella a sinistra guida più direttamente e in minor tempo a Montecuccoli, dove si arriva in ore 1,30 dal passo delle Croci sopra Pimonte.

Il paesello siede sul crinale della Calvana ed in parte sul poggio che a guisa di sperone scende a serrare la valle e restringere il letto del Bisenzio tra il Fosso delle Cerbaie da un lato e quello della Torbola dall’altro. Ha di contro a sè il Monte della Golaia (777 m.) che quivi s’alza ripido e scosceso, e dà un aspetto pittoresco al paesaggio.

Distante 15 min. dal villaggio, sulla via di Barberino s’incontrano le sorgenti della Sieve, che scaturiscono abbondanti e freschissime da una roccia; vi dicono Capo Sieve; il luogo per la bellezza dei dintorni e per le selve che rivestono le sottoposte pendici merita una visita, molto più che la strada è facile, bella, amena e l’acqua che si beve a Capo Sieve è eccellente.

= Proprio sulla cresta del poggio s’alzava nel medio evo una rocca che appartenne alla nobile famiglia fiorentina Tella Tosa: oggi sulle antiche rovine sorge un altipiano erboso1 a scaglioni, un vero osservatorio dal quale l’occhio spazia sulle due valli del Bisenzio e della Sieve; vicino è una villa signorile, antica residenza de’ feudatari, oggi di proprietà del signore Alessandro Mattei2 al quale si devono le belle piantagioni di pini sul versante della [p. 160 modifica] Torbola dopo il villaggio, e il rimboschimento del fianco settentrionale della Golaia, laddove il monte più minaccia scoscendimenti e frane.

Non pochi supposero che da questo castello derivasse la famiglia del Conte Raimondo Montecuccoli, famoso capitano e celebrato scrittore di cose militari nel secolo XVII. Codesta illustre casata ebbe origine da Montecuccolo feudo di sua proprietà nel Modenese, e da quello prese il nome. Qui però s’educò alle lettere presso lo zio pievano quel Benedetto Fioretti, detto Udeno Nisieli, nato a Mercatale di Vernio e diventò poi diligente filologo e critico acuto della prima metà del 600. (V. a pag. 49).

La chiesa pievania è rammentata in una pergamena della Badia di Passignano del 990; ma rifabbricata nel 1560 e restaurata nel secolo passato; non possiede oggetti d’arte, nè ha nulla di notevole, tranne la deliziosa posizione; del cui beneficio, più della chiesa ne gode la casa del parroco. =

Il paese è una delle migliori dimore estive: sebbene a poca altezza sul mare (660 m.), pure il caldo non vi si sente, temperato com’è dai freschi venti che vi spirano, perchè il casolare è situato laddove si raggruppano le tre vallecole, della Torbola a tramontana, del Capo Sieve a levante, del Rio delle Cerbaie a ponente.

Montecuccoli è distante un’ora circa da Barberino di Mugello.

Si scende alla provinciale di Val di Bisenzio per la via mulattiera delle Calcinaie, una delle meno disagevoli, la quale si stacca dal crinale presso le case e volgendo a sud-ovest passa davanti la fonte, che abbevera in gran parte il paese, ma è assai [p. - modifica] [p. - modifica]Rocca di Cerbaia
Disegno di V. Rocchi da una fotografia R. Bellandi
[p. 161 modifica] scomoda per la distanza; la strada segue il contrafforte detto delle Calcinaie, opposto a quello dov’è la Chiesa di Montecuccoli, e tenendosi sul versante meridionale scende per boschi e castagneti alla Casa al Sasso e quindi al ponte detto di Sessanto fra Colle e Carmignanello. (Un ora e 10 min.).

Chi vuole andare alla Rocca di Cerbaia e fare una strada più dilettevole ha da prendere la via che passando dalla Pieve di Montecuccoli scende giù a Valle, dov’è la Villa Muzzarelli-Verzoni; si avverta di tenersi sempre alla via più battuta tralasciando i viottoli, particolarmente quelli che scendono giù verso il fosso. (Dalla Pieve 20 min.).

Alla Villetta Muzzarelli-Verzoni trovasi una copiosa fontana d’acqua: la strada continua costeggiando il monte; appena passata la villa, si lascia a destra un viottolo che sale su ripido alla crina, e passando per terreni a bosco ceduo si va costa costa per una stradicciuola che dev’essere stata l’antica via di Mangona a Cerbaia, come quella che era la più corta e comoda per i Conti Alberti padroni del feudo. Allo scollinare d’un poggetto si mostra la parte orientale della Rocca e da questo lato gli avanzi appaiono imponenti e molto ben conservati. Seguitando il cammino la via passa sull’altro versante quello cioè del Bisenzio; e qui si resta come incantati per la bellezza straordinaria del paesaggio che si presenta, che fa dimenticare la fatica della lunga camminata e ne è degno compenso. In pochi passi si sale alla Rocca; (da Valle alla Rocca di Cerbaia 30 m.).

= Fra i tanti castelli inalzati nella Val di Bisenzio, questo di Cerbaia ha durato più a lungo di tutti e sia per la sua postura, sia per le pittoresche [p. 162 modifica] rovine, sia per le fantasticherie che sveglia nella mente di chi lo riguarda, sia infine per le sue lugubri leggende, è uno de’ monumenti più interessanti della vallata ed il viaggiatore che si muovesse a bella posta per visitarlo, non resterebbe deluso.

L’Avv. Vittorio Ugo Fedeli (V. a pag. 53) pochi giorni prima della sua morte mi spediva per esser pubblicate3 preziose notizie sulla Rocca di Cerbaia, ed io stimo onorare la cara memoria del perduto amico e far cosa gratissima ai lettori riportando quello scritto; meglio non potrei fare per dire qualche cosa intorno la Rocca di Cerbaia.

«Chi percorrendo la Valle del Bisenzio ammira le romantiche cime dei monti che s’innalzano a picco ai due lati del fiume, resta ad un tratto sorpreso quando al piegar della strada per Usella e Carmignanello, gli apparisce — quasi visione fantastica — un diruto castello. Il tempo ha scosso l’ala sulle sue rovine; le maledizioni dei tempi passati hanno offuscato gli splendori della tirannide. Delle quattro [p. 163 modifica] torri degli angoli, dei bastioni di cinta, delle porte e finestre rotonde più non esistono che poche vestigia. Solo il cassero sorge ancora in frammenti, bruno, terribile, spiccato sull’orizzonte. Sembra che racchiuda la fiera anima del feudatario come in un degno sepolcro.

«Quel castello diruto è Cerbaia — la Cerbaria delle antiche pergamene, la Cervaia degli strumenti notarili del secolo XIV. Il suo nome è famoso nelle guerre dei tirannelli del Medio Evo: ma la sua origine è sepolta nelle tenebre che le immigrazioni barbariche portarono in Italia. I primi documenti che parlano di Cerbaia appartengono al secolo XII. In quell’epoca la rôcca era guardata da pochissimi sgherri di un barone alemanno che ne aveva acquistato il possesso col ferro alla mano. I Conti Alberti di Vernio e Mangona, soprannominati i Conti Rabbiosi, vollero impadronirsi di quella foresta abitata da caprioli e da cervi, come indica il nome. Nel 1164 i Conti Rabbiosi si presentarono a Federigo Barbarossa che dimorava a Pavia, circondato da Enrico vescovo Laodicense, da Cristiano arcivescovo di Colonia e gran Cancelliere dell’Impero, da Ottone Conte Palatino, da Maravaldo di Grimbac, dal Conte Leobardo, dal Marchese di Monteferrato, dal Conte di Biandrate, da tutta la nobiltà ecclesiastica e secolare d’Italia e Germania. Gli chiesero terre e vassalli; ed il primo Federigo favorì i suoi Conti Alberti, qui, come dice il diploma, pro dilatando imperialis coronae solio tempore pacis et guerrae fideliter et strenue plurimos laboris et maximus esprensias toleraverunt. Con un colpo di penna concesse agli Alberti gran parte del territorio toscano e bolognese [p. 164 modifica] ed anche Cerbaria, coonestando tale atto prepotente col sic volo, sic jubeo del superbo romano. Forti della pergamena imperiale e di gualdane d’armati, i Conti Rabbiosi si gettarono sul vicino castello, che loro era sembrato bello e forte arnese da guerra da fronteggiare fiorentini e pistoiesi. Una masnada di cinquanta scherani lo assediò, gli dette l’assalto e l’occupò, cacciando il tirannello straniero. Ciò succedeva il 20 gennaio 1165.

«Dieci anni dopo Cerbaia accolse Ezzelino da Romano, detto il Monaco, che si sposava ad Adelaide degli Alberti, la più avvenente delle donne d’allora e dotta nel trivio e quadrivio — enciclopedia medioevale — e nell’astrologia giudiziaria. Sposa infelice! Previde la sorte de’ suoi ferocissimi figli, e nel castello feudale di Bassano non fu mai vista ridere un momento.

«I Conti Alberti, come aquile rapaci, spiccarono il volo da Cerbaia per dar di becco nella preda fiorentina e bolognese. Essi furono la sintesi delle infamie feudali, furono il tipo del dispotismo dei signorotti toscani. Anche l’ira del Ghibellino fuggiasco s’allegrò col porre nel ghiaccio Alessandro e Napoleone Conti di Vernio e Cerbaia. È una orribile leggenda quella dei Conti Alessandro e Napoleone. Le vecchie nonne la rammentano ai fanciulli riottosi per domarne i capricci: il novelliere della montagna di Vernio, aduna intorno a sè un crocchio di terrazzani, quando racconta la feroce leggenda.

«Ed aveva ragione l’Alighieri nel segnare col fuoco rovente della sua poesia la fronte di quei Conti leggendari. Ce lo spiega una lontana tradizione della Valle del Bisenzio e ce lo confermano alcune parole [p. 165 modifica]in margine di un Codice membranaceo dantesco custodito nella Biblioteca Clarecini in Cividale del Friuli.

«Era una sera d’inverno del 1285, — centoventicinque anni dopo l’occupazione di Cerbaia fatta dagli Alberti. La neve cadeva a larghe falde nelle strette gole della Valle del Bisenzio. Il ventenne poeta saliva freddoloso, intirizzito, ghiacciato, l’erta disastrosa del castello di Cerbaia. La porta rotonda dai chiodi di ferro che gli si presentava davanti alla vista era per lui un faro in quel mare di neve. Pensava alla gentile accoglienza che avrebbegli fatto il barone od il castellano; forse la sua giovane mente si spaziava in sogni dorati, in fantasie da poeta. Si accostò alla porta ferrata e chiese ospitalità, come l’avrebbe domandata un paltoniere qualunque — per l’amor di Dio. Ma il ponte a levatoio rimase immobile: nessun portiere, nessun valletto corse ad aprire. E la neve continuava a cadere fitta e gelata. Pregò nuovamente, ma invano. Il castello di Cerbaia non fu il monastero della fonte Avellana. Una capanna da pastore poco lontano offrì ricovero al grande italiano, al più grande italiano che sia stato mai.

«E se per una notte solo egli fu fitto nel gelo, più tardi vi doveva figger per sempre gli inospitali baroni. Infatti vent’anni dopo, memore dell’avventura di Cerbaia, cantava:

Se vuoi saper chi son cotesti due,
     La valle onde Bisenzio si dichina
     Dal padre loro Alberto e di lor fue.
D’un corpo uscirò: e tutta la Caina
     Potrai cercare e non troverai ombra
     Degna più d’esser fitta in gelatina.

«I Conti Alberti comandarono con verga di ferro i loro vassalli. Le cronache toscane e bolognesi par[p. 166 modifica]lano delle loro gesta, delle loro infamie, dei loro delitti. L’ultimo Conte di Cerbaia fu Niccolò d’Aghinolfo, infelice nipote di più infelice avo — il Conte Orso ucciso a tradimento dal proprio cugino. Nel 1361 la Repubblica fiorentina sborsò a quell’ultimo Conte seimiladuecento fiorini d’oro, s’impossessò di Cerbaia per poter tenere a freno la tracotanza dei figli di Messer Piero de’ Bardi, feudatari di Vernio. D’allora in poi Cerbaia, con Usella, Montaguto e Gricigliana, come rilevasi dagli Statuti di Firenze del 1415, formò una nuova comunità della Repubblica. A poco a poco Cerbaia andò decadendo, e il cattano della Repubblica abbandonò quel luogo inaccesso, consegnandolo alle intemperie del cielo.

«Ora l’edera, l’ortica e i dumi sono gli arazzi — degni arazzi — della terribile rôcca. Fra le macerie di quel vecchio castello può specchiarsi l’umana superbia. Lassù non mandano più suoni le ribeche ed i liuti dei menestrelli; più non entusiasma la sirventa e la cobbola dei trovieri; non s’odono più le ridevoli arguzie dei tollerati giullari. Oggi lassù sibila il vento e la serpe, che muove le sue spire tranquilla fra i ruderi abbandonati. Dove la graziosa figlia del feroce barone soleva guardare la sottoposta vallea per ammirare le bizzarie della natura, il verde ramarro placidamente riposa alla sferza del sole. Lassù tutto è mutato, e forse fra un secolo non rimarrà più nulla di tanta grandezza. Anche il cassero dovrà subire la sorte delle altre muraglie. Oh cadi pure, vecchia torre! il tuo destino non spremerà dall’occhio dell’uomo nemmeno una lacrima. Il rovinìo dei tuoi macigni farà soltanto paura ai sottoposti villani. Tu non sei monumento di gloria italiana; sei invece un [p. 167 modifica]ricordo di tirannico giogo. Tu non devi esser compianta. Oh cadi pure, vecchia torre!»

Dinanzi al castello, dal lato di ponente, un po’ più in basso, esistono gli avanzi di una chiesetta, e pochi passi più sotto alcuni vogliono riconoscere in un piccolo spianato erboso il cimitero; sur un lato di questo piazzaletto scorgesi tra i pruni una base di pietra, dalla quale doveva sorgere la croce.

Forse in quelle mura fu ucciso a tradimento da Napoleone di Cerbaia il fratello Conte Alessandro, figli entrambi del C. Alberto degli Alberti, il quale aveva diseredato il C. Napoleone lasciandogli solamente la legittima. Per questa ragione avvenne il fratricidio di cui parla Dante nel 32° dell’Inferno ma non si sa l’anno. Queste discordie fraterne furon seme d’altri delitti, poichè il Conte Alberto di Celle, figlio dell’ucciso Alessandro, tolse di vita il cugino C. Orso figlio di Napoleone, rammentato da Dante4, nel castello di Vernio il dì delle nozze 15 febbraio 1286; però egli stesso ebbe la medesima sorte, poichè il 19 agosto 1325 fu trovato morto nella sua stanza da letto nel Castello di Celle, pugnalato dal nipote Spinello, bastardo, per istigazione degli Ubaldini e di Benuccio Salimbeni, quegli che sposò Margherita dei Conti Alberti, erede della Contea di Vernio.

Seduti su queste rovine si volge l’occhio all’intorno e tanta e tale è la varietà e la bellezza del paesaggio che non siamo mai sazi di rimirare. Il paesello che vedesi sul poggio di contro è Gricigliana, con la amenissima Villa, un tempo dei Novellucci oggi dei Conti Guicciardini; un vero paradisino. Giù pel fiume la [p. 168 modifica]via comincia a popolarsi di case e di opifici e forse non sarà lungi il tempo che sorga un villaggio, una nuova Cerbaia, dedita tutta all’industria ed alla coltura delle terre. La Villa che scorgesi laggiù sulla via maestra, di là da un ponticello antico, apparteneva alla Signora Anna Novellucci vedova Pontenani, ed oggi al Sig. Paolo Hedlmann, al quale appartiene pure la Rocca di Cerbaia. Il ponte credesi opera del 300. =

Si può scendere alla via provinciale passando per il Poggiolino e dall’Opificio Romei. Si passa il fiume sur un ponticello per i pedoni e si sale alla via provinciale. (Dalla Rocca 35 min.).

Chi vuole scendere alla Strada, che chiamasi così il luogo dov’è la Villa della Signora, oggi Hedlmann, giunti pochi metri sotto gli avanzi della chiesuola di Cerbaia, volga a destra e riconoscerà subito il sentiero sassoso che scende al ponticello della Strada, sul quale passerà il fiume e sarà sulla via maestra, (25 minuti).

A Carmignanello 10 min.; a Mercatale 1 ora.

Note

  1. Chiamato la Rôcca.
  2. Morto il 4 Giugno 1892 chiamando suo Erede il fratello cap. Carlo che vi possedeva già vasti terreni boschivi e coltivati.
  3. V. Prato e la sua Esposizione Artistica e Industriale del 1880 Prato, Amerigo Lici Edit.
    Il povero Fedeli scrisse appositamente per questa pubblicazione Cerbaia Udeno Nisieli e il Sortilegio di Giuseppe Giusti; i quali tre scritti uniti alle leggende Orso degli Alberti, il Sasso delle Fate, e il Demonio di Rimondeto, già edite da qualche anno nel Giornale illustrato comparvero nella sopraccitata pubblicazione col titolo La Valle del Bisenzio, Fogli Sparsi di V. U. Fedeli. Il Cav. Ant. Modoni nel suo libro Attraverso gli Appennini le riportò quasi tutte dicendole, non so come mai, inedite; forse per dar pregio al suo libro, chè veramente le sono tali da abbellire qualunque mediocre lavoro. E se un vile assassino non avesse per sempre tolto all’amore de’ suoi, all’utile e al decoro del paese natio il povero Vittorio, a questi sarebbero stati da lui aggiunti altri Fogli Sparsi, cioè Cesare Borgia nella Val di Bisenzio, Lorenzo da Vernio, Castello Averardi, la Badia di Montepiano e qualche altro.
  4. Dante; Purg. C. VI, 19.