I Ricordi/Vita di Marco Aurelio Antonino
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Vita di Marco Aurelio Antonino.
Marco Aurelio apparteneva alla nobile ed illustre famiglia degli Annii, originaria del municipio di Succubo nella Spagna[1]. Di là trasferitasi a Roma, era salita a grande rinomanza per virtù di molti fra i suoi membri, i quali avevano occupato le più alte cariche dello Stato. Il suo bisavolo, Annio Vero, era stato pretore e senatore[2]; e il figlio di lui, Marco Annio Vero, accolto da Vespasiano nel numero dei patrizi, aveva tenuto per tre volte la carica di console e di prefetto della città[3]. Quest’ultimo ebbe da Rupilia Faustina tre figli: Annio Vero, padre di Marco Aurelio e di Annia Cornificia; Annio Libone, console nel 128; e Annia Galeria Faustina, che poi fu moglie dell’imperatore Antonino[4].
Il nostro Marco nacque a Roma, sul monte Celio[5], da Annio Vero e da Domizia Lucilla[6], sotto il consolato di Augure e del suo avolo Marco Annio Vero, console per la seconda volta, cioè il 26 aprile del 121 dopo Cristo (875 di Roma)[7], e si chiamò Marco Annio Catilio Severo dal nome del bisavolo materno Catilio Severo, il quale era stato prefetto della città e due volte console[8]. Fu allevato dapprima nella casa paterna[9]. A sei anni (126-127 d. C.). essendo ancor vivo il padre[10], Adriano lo inscrisse nell’ordine dei cavalieri[11], e a otto (128-129) nel collegio dei sacerdoti Salii, custodi degli Ancili di Numa, dove fu capo dei cori e maestro, e compì egregiamente da sè stesso, come narra il suo biografo, le cerimonie di rito, perchè sapeva a memoria tutti i carmi Saliari[12]. Rimasto, verso il 130, orfano di padre[13], e adottato dal nonno paterno[14], che lo accolse nella sua casa, vicina al palazzo di Laterano[15], portò da quel giorno il nome di Marco Annio Vero[16].
Per volere del nonno, che vegliava su lui con cure amorose ed assidue, non frequentò nei primi anni le scuole pubbliche, ma ricevette a casa l’insegnamento di eccellenti maestri[17]. Euforione, Gemino e Androne gl’impartirono [6] l’istruzione elementare[18]; studiò con Alessandro di Cotièo[19] il greco, e con Trosio Apro, Polione ed Eutichio Proculo il latino[20]. Diogneto lo spinse per la prima volta allo studio della filosofia[21], e non sembra del tutto improbabile che da questo stesso maestro il giovane Marco abbia anche ricevuto una serie di lezioni intorno all’arte della pittura[22]. A Diogneto in ogni modo l’autore dei Ricordi, nel primo libro, dove con tanta semplicità e con tanto affetto parla degl’insegnamenti, di cui va debitore a ciascuno di quanti lo educarono alle virtù morali e civili, si professa riconoscente, per aver imparato da lui a liberar l’animo da volgari credenze superstiziose, a scrivere dialoghi, e a mettere in pratica le austerità degli Stoici.
Volgeva allora l’anno 132, e il nostro giovanetto aveva appena varcato la soglia del suo dodicesimo anno d’età. Studiava avvolto nel pallio greco, ch’era la veste dei filosofi, e con pratica quotidiana esercitandosi nelle durissime prove della continenza e della macerazione, giungeva fino a dormire sulla nuda terra, non senza grave pregiudizio della salute, già debole e malferma. La buona ed affettuosa madre, Domizia Lucilla, dovè più volte intervenire con le insistenti preghiere e con gli amorevoli consigli, e solo ottenne alla fine, ma a stento, che il piccolo filosofo dormisse sopra un letticciuolo coperto di alcune pelli[23]. Eppure in questo culto per gli studi filosofici non sembra che Marco abbia perseverato con lungo ed indefesso ardore; poichè più tardi, nell’età di venticinque anni, egli dichiarò candidamente di non aver mai fatto, prima d’allora, alcun notevole progresso in quegli studi[24].
Il ragazzo cresceva buono, affabile, virtuoso. Le sue molte pregevoli doti intellettuali e morali gli procacciavano la stima e l’amore di quanti avessero avuto l’occasione di avvicinarlo [25]. E fu specialmente l’imperatore Adriano, legato, così almeno sembra, alla famiglia di Marco da vincoli di parentela, il quale fu preso da tanta ammirazione per la serietà del giovane [26], e per il suo grande amore della verità [27], da chiamarlo scherzosamente non Verus, ma Verissimus [28]: nome, di cui Marco in seguito, quando divenne Cesare, non rifiutò di adornarsi, e che noi leggiamo ancor oggi in alcune monete greche [29] e nel titolo della prima Apologia di Giustino [30].
All’età di quindici anni (26 aprile 135-136) Marco indossò la toga virile, e subito dopo, per desiderio di Adriano, certamente in un’epoca posteriore a quella della sua adozione da parte di questo imperatore [31], quindi nella seconda metà del 136, dovè fidanzarsi [32] con una figlia [33] di Lucio Ceionio Commodo.
Tali cospicui onori concessi da Adriano al piccolo Marco parevano alludere ad una recondita intenzione, che quello avesse, di eleggere come suo successore al trono imperiale l’amabile fanciullo recentemente adottato. Però Marco era troppo giovane ancora; e questo fu l’unico impedimento che trattenne Adriano dal mandar ad effetto il suo proposito.
Nel 137 il nostro fanciullo fu prefetto delle ferie latine [34], e in seguito, nel periodo che va dal 137 al 138 [35], da buon filosofo che guarda con occhio di disprezzo i beni del mondo, cedeva serenamente tutta la sua parte di eredità paterna alla sorella Anna Cornificia Faustina, dicendo che a lui bastavano le sostanze dell’avo Annio Vero, e lasciando piena facoltà alla madre di disporre dell’intero suo patrimonio in favore della stessa sorella [36].
Alla morte di Lucio Elio Cesare, avvenuta il 1 gennaio del 138 [37], Adriano, il 25 febbraio dello stesso anno, adottò Antonino Pio [38], lo zio del nostro Marco, a condizione però ch’egli a sua volta adottasse non solo il proprio nipote, ma anche il giovane Lucio Ceionio Commodo, figlio del defunto Lucio Elio [39]. Da quel giorno Antonino portò i nomi di T. Aelius Caesar Antoninus [40]; Marco, quelli di M. Aelius Aurelius Verus [41]; e Commodo, quelli di L. Aelius Aurelius Commodus [42].
Dopo l’adozione, Marco fu anche, su proposta d’Adriano, designato questore per l’anno seguente 138, sebbene non avesse ancora l’età prescritta dalla legge [43].
Adriano di lì a poco, il 10 luglio del 138, cessava di vivere a Baia. Quivi erasi allora recato Antonino Pio, mentre a Roma il nostro Marco ordinava che si rendessero gli onori funebri al defunto imperatore [44]. Pio, al suo ritorno, disdetto il matrimonio di Marco con la figlia di Lucio Elio, e quello di Commodo con la propria figliuola Annia Galeria Faustina, offrì questa in moglie a Marco [45]. Il giovane rispose di volerci pensare [46], e solo più tardi risolvette di sposarla.
Il 5 dicembre del 138 Marco entrò in carica come questore, e in quello stesso mese diede uno spettacolo gladiatorio [47]. A questo periodo di tempo (5 dic. 138-4 dic. 139) sembra appartenere anche l’orazione detta da Marco in Senato [48], e ricordata da Frontone [49]. Era ancora questore, allorchè dal padre adottivo fu designato console per il prossimo anno 140 [50], e quindi elevato alla dignità di Cesare, ma senza la potestà tribunizia [51]; titolo questo, di cui godette la prima volta nell’anno dal 10 dicembre del 146 al 9 dicembre del 147 [52].
Nel 139 fu nominato sevir turmis equitum Romanorum[53], poi princeps iuventutis [54], e da ultimo, su proposta del Senato, accolto in collegia sacerdotum [55]. Il 1 gennaio del 140 entrò in carica, e fu console per la prima volta insieme con l’imperatore Pio [56]. Lo fu nuovamente nel 145 [57]. Dopo il secondo consolato celebrò in forma solenne le nozze con Faustina [58], e in memoria del lieto avvenimento furono coniate apposite monete [59]. Ma tutte queste cariche onorifiche, tutti questi splendori di potenza e di gloria, tutte le speranze di un grande avvenire non abbagliavano lo sguardo pensoso del giovane filosofo, non gli empivano l’anima d’ambizione e d’orgoglio. Anzi, fin dal primo giorno in cui, per l’adozione d’Adriano, era entrato nella famiglia imperiale, egli aveva avuto più spavento che gioia, a tal segno da non poter affatto dissimulare l’improvvisa tristezza che gli saliva dal fondo dell’anima smarrita ed oppressa: i suoi gliene domandarono la causa, e Marco rispose, narrando loro tutti i mali che sogliono accompagnarsi con l’esercizio del supremo potere [60].
È facile quindi immaginarsi con quale sgomento nel cuore il mite giovanetto, ubbidendo alla volontà dell’imperatore Antonino Pio, abbia lasciato, nel 139, la quieta ed onesta casa, dov’era stato educato, per trasferirsi sul Palatino, nella domus Tiberiana, nel palazzo di Tiberio e di Domiziano [61]. Marco non ignorava i pericoli di quell’infausto soggiorno: molti, e anch’essi in giovanissima età, vi erano entrati prima di lui, facendo sperare tanto bene di sè, e poi avevano finito col soggiacere al malefico influsso, che il potere assoluto, la sconfinata autorità suole esercitare su colui che n’è investito, corrompendone la mente ed il cuore.
Fortunatamente però questi pensieri, che certo non man carono di presentarsi alla mente di Marco, nel momento in cui egli si accingeva a salire le scale del palazzo imperiale, non lo abbandonarono mai più, per tutta la durata del suo regno, se si pensa che, fin negli ultimi anni della sua vita laboriosa, non cessava di ripetere a sè stesso le virtuose parole: «Bada a non incesarirti, a non imbrattarti; poichè di solito così succede» [62]. Tuttavia non potè sottrarsi interamente al contagio dei vizi che ammorbavano l’aria della reggia. Prima d’entrarvi, egli, grazie all’efficace protezione degli Dei e alle vigili cure della madre, aveva conservato puro il fiore della giovinezza, e non aveva mai dato saggio di età virile prima del tempo, come dice egli stesso in un luogo dei Ricordi [63], mettendo con la pudica espressione ancor meglio in rilievo la squisita delicatezza del suo sentimento. Ma gettato in mezzo alle seduzioni ed agli ozi snervanti della Corte del vecchio e voluttuoso Adriano, e, per di più, costretto da questo a vivere presso la sua concubina — fortunatamente per breve tempo; del che Marco Aurelio doveva più tardi ringraziare, come d’un grande beneficio, gli Dei [64] —, in che modo poteva un fanciullo, in sì tenera età, rimaner sordo ai mille insidiosi allettamenti del piacere? Il casto Marco, dunque, sdrucciolò più d’una volta nella colpa; ma, come si narra dei grandi dottori cristiani predestinati a diventar lustro e decoro della Chiesa, se ne pentì poi anch’egli amaramente, quando, venuto in età matura, scrisse con quel suo tono di candida semplicità un po’ velato dalla tristezza, che ringraziava gli Dei, perchè lo avevano guarito dalle passioni d’amore, e lo avevano salvato da qualsiasi rapporto con Benedetta [65]. Benedetta! Senza dubbio una delle tante intellettuali e belle e scaltre liberte, di cui era piena la Corte d’Adriano. Ma la morte di questo imperatore e l’avvento d’Antonino Pio al trono produssero un cambiamento profondo nelle abitudini della Corte imperiale: Marco finalmente respirò in un’atmosfera di vita più alta e più pura.
Antonino Pio, gallo d’origine, era molto affine, per temperamento, a Traiano. In mezzo a quell’apparato mostruoso di ricchezza, di pompa, di lusso, di cui, per un vizio dovuto a un predominio di ben sei secoli, amava allora circondarsi la vecchia aristocrazia romana, Antonino Pio portò la freschezza e la semplicità della vita provinciale, e spogliò la reggia di tutte le false apparenze imposte dall’etichetta. Qualunque cittadino poteva facilmente avvicinarlo e parlargli, e, senza alterigia, senza sussiego, con volto giocondo, dove negli occhi brillava l’infinita dolcezza dell’anima sua, egli aveva per tutti, amici e non amici, una parola franca, un motto scherzevole, un sorriso buono e leale. E quanto l’esempio di questo virtuoso imperatore abbia influito sul carattere del nostro Marco, dice Marco stesso nel primo libro dei suoi Ricordi [66].
Antonino Pio era amantissimo della campagna: non si sentiva mai felice come quando dalla malinconica solitudine del Palatino si recava, da semplice privato, senza cortigiani, in compagnia dei soli amici, a far la vendemmia in qualcuna delle sue ville, a Lorio [67], a Lanuvio [68], a Tusculo [69], a Centocelle [70], o a Napoli [71].
Nella corrispondenza di Frontone leggiamo, a questo proposito, particolari interessantissimi. Dopo essersi liberati dalla folla che s’era raccolta per salutarli prima della partenza [72], l’imperatore e la sua famiglia si mettevano in viaggio. Camminavano a piccole tappe, e non era infrequente il caso che uscissero dalla via maestra, per andar a visitare qualche paesino che sorgesse lì nei dintorni. «Prima di arrivare nella nostra villa — scrive una volta Marco Aurelio a Frontone [73] —, siamo andati ad Anagni, sita a mille passi dalla via maestra. È un’antica cittadella: piccolina, è vero, ma piena di tante antichità e d’un numero straordinariamente grande di edifici consacrati al culto e di cerimonie religiose. Non c’è angolo, in cui non trovi un tempio, un santuario, una cappella». Finalmente si arrivava in villa, e le porte del palazzo si spalancavano, per accogliere i sovrani. Che magnificenza nell’aspetto esterno di quel palazzo! che splendore negli oggetti d’arte, che ne adornavano internamente le pareti! Ma com’erano vaste e gelate quelle camere, specialmente d’inverno! Marco Aurelio scriveva un giorno a Frontone di non poter tenere la penna in mano, tanto faceva freddo [74]; un’altra volta gli diceva d’aver trovato uno scorpione nel suo letto [75]. Frugali i pasti, varie le occupazioni durante quel soggiorno in villa. Andavano a caccia del cinghiale sulla montagna [76], pescavano, si esercitavano al pugilato, alla lotta [77], e, mescolatisi perfino tra i contadini, non si facevano scrupolo di condividere con loro le fatiche della vendemmia [78]. «Ho fatto merenda — diceva Marco in una sua lettera a Frontone —. Che credi tu che abbia mangiato? solo un pezzettino di pane, mentre io vedevo gli altri divorare ostriche, cipolle, e aringhe piene d’uova. Poi abbiamo vendemmiato [79], sudato, schiamazzato allegramente... Siamo rientrati in casa dopo l’ora sesta. Ho studiato un poco, e ciò senza frutto. Poi ho conversato a lungo con la mia mammina che sedeva sul divano» [80]. Oh amabili conversazioni! Chi può dire quanto abbiano giovato alla felicità del mondo? Fatto sta che, giunto al termine della vita, Marco ricordava ancora la sua mamma, e la ringraziava di aver appreso da lei ad astenersi non solo dal fare il male, ma finanche dal concepirlo [81].
Dopo aver trascorse nel modo che abbiam detto le ore della giornata fra lo studio e gli svaghi campestri, la sera, dopo il bagno, cenavano nel frantoio, e si divertivano un mondo a sentire i litigi dei contadini intenti a beffarsi l’uno dell’altro [82].
Ma Antonino Pio, oltre che il gusto della semplicità e della vita campagnola, possedeva anche l’impareggiabile virtù dell’amore per la famiglia. Dovunque, a Roma e in villa, si dimostrava sempre quel buon padre che era: la moglie, i figli formavano tutto il suo mondo, tutta la sua felicità. Faustina, a quel che dicono [83], non pare che meritasse la stima e l’affetto dell’illustre marito. Eppure Antonino, quando la perdette, scrisse a Frontone le famose parole: «Quella parte del discorso, con cui tu volesti onorare la memoria della mia Faustina, mi è sembrata tanto piena di verità quanto di eloquenza. Proprio così: preferirei vivere in compagnia di quella donna nell’isola di Giaro, piuttosto fedelmente il suo carattere su quello di Pio. Chi non sente, che senza di lei sul Palatino!» [84]. E Marco Aurelio modellò nelle lettere scritte a Frontone, l’immenso palpito d’un’anima che si apre con giovanile entusiasmo alla suprema gioia di vivere nell’intimo tepore della vita domestica?
Marco amava teneramente sua madre; la moglie, i figli erano il suo piccolo nido, nidulus noster, com’egli lo chiamava [85]. Il solo pensiero che qualcuno di loro stesse male, bastava per turbargli la pace dell’anima. L’infermità della madre e il prossimo parto di Faustina non gli facevano chiuder occhio [86]. E la sua salute non era certo di ferro: spesso il raffreddore lo faceva starnutare dalla mattina alla sera [87]; il mal di gola lo costringeva a una cura metodica di gargarismi [88]; talvolta lo assaliva anche la febbre [89]. Ma egli, più che delle proprie sofferenze, si preoccupava di quelle dei suoi cari. Il piccolo Antonino ha una maledetta tosse stizzosa che non vuol più passare [90]; Faustina, quella cara figlietta, è stata ammalata di diarrea, ha avuto febbre e tosse, ed è tanto dimagrata. Ma ora, grazie agli Dei, sta meglio con le visceri, e la febbre è scomparsa interamente; rimane però sempre un po’ di tosse! [91]. Un altro giorno la sorella Anna viene improvvisamente assalita da un dolore fortissimo alle parti genitali, un dolore tanto forte da farla apparire con la faccia orrendamente stravolta. La casa è tutta sossopra. La madre, nella trepidazione del momento, si dà pur essa un gran da fare, ma ecco, inavvertentemente batte il fianco nell’angolo d’una parete. Figurarsi l’animo di Marco! Ne riceve un dolore così intenso, come se il fianco l’avesse battuto lui [92].
E come è felice, quando tutti godono buona salute! Un giorno scrive a Frontone: «Qui ancora fa un caldo soffocante. Ma poichè le nostre piccole bimbe — e mi sia lecito dirlo — godono ottima salute, a me pare di starmene in un clima saluberrimo, e di godermi la dolcezza d’una temperatura primaverile» [93]. E dal canto suo Frontone, che conosce bene il debole di Marco, gli parla sempre della sua famiglia. «Sento dire — gli scrive una volta — che la tua Augusta [94] è malata. Io prego gli Dei, perchè vogliano prendersi cura della sua salute» [95]. Non c’è, si può dire, lettera di lui che non si chiuda con affettuose parole di saluto per qualcuno della famiglia di Marco Aurelio. «Bacia per me le nostre dame — gli scrive un’altra volta, — ma bacia loro, come soglio far io, i piedi e le mani» [96]; e altrove finisce la lettera, dicendo che alla figlia di Marco bacia «le esili manine ed i piedi grassocci» [97].
Ecco l’ambiente onesto e virtuoso, dove crebbe il nostro filosofo, dove imparò a governare sapientemente la vita, e a conservare la purità dell’anima e del corpo. Nè si creda ch’egli trascorresse tutto il suo tempo in un inerte godimento dei piaceri che provengono dalla villeggiatura, dalla famiglia e dallo studio. Egli prestava al padre adottivo utili ed affettuosissimi uffici. Dal giorno in cui, come sopra dicemmo, passò ad abitare nella casa imperiale del Palatino, visse per ben ventitrè anni, dal 139 al 161, in così intima unione di vita pubblica e privata con Antonino Pio, che, durante tutto questo tempo, due sole notti passò lontano da lui [98]. E gli era affezionato e devoto a tal segno, che nessuna voce calunniosa potè mai scemare la benevolenza di Pio verso quel caro giovane, o comunque turbare l’accordo di quelle due anime elette [99]. Marco partecipava intensamente agli affari dello Stato, aiutando con l’attività e con l’ingegno l’imperatore nell’esercizio dell’altissima carica, e preparandosi in tal modo alla difficile arte del ben governare, a cui sembrava ormai destinato [100]. Dichiara egli stesso infatti quante buone cose abbia imparate da questo lavoro fatto in comune con suo padre [101]. Assisteva ai processi per intere giornate, e la sera non aveva nemmeno la forza di fiatare, tanto era stanco [102]. Pio, insomma, non faceva mai nulla senza essersi prima consigliato con Marco; e i loro due nomi si leggono spesso congiunti nei monumenti d’Italia e delle province, che la riconoscenza dei popoli volle erigere a memoria perenne dei suoi benefattori [103].
Nello stesso tempo il nostro giovanetto con grande ardore, cupidissime — dice il suo biografo — [104], attendeva agli studi, sotto la guida di rinomati maestri: il sofista Erode Attico per l’eloquenza greca [105], il platonico Alessandro [106], il peripatetico Claudio Severo [107], il giurista Lucio Volusio Meciano [108], e, principale fra tutti, Cornelio Frontone, maestro d’eloquenza latina, il quale già da qualche tempo prima del 138 doveva aver cominciato il suo insegnamento, se è vera l’opinione del Mommsen, che il discorso tenuto da Marco in Senato, e ricordato da quel retore, debba riportarsi appunto all’anno 138, in cui Marco tenne la questura [109].
Nell’epoca, alla quale ci riferiamo, la retorica era considerata come un elemento di principale importanza per l’educazione delle classi colte, e Cornelio Frontone, nativo di Cirta in Numidia e venuto a Roma, non sappiamo con precisione quando, era riuscito in breve tempo con le sole sue opere ad acquistarsi fama, ricchezze ed onori. Allorchè fu nominato ufficialmente maestro di Marco Aurelio, occupava il primo posto nell’eloquenza del foro, e veniva fatto segno all’ammirazione di tutti i contemporanei; le sue parole, i suoi giudizi — e, per convincersene, basterebbe dar una scorsa alle Notti Attiche di Aulo Gellio — venivano raccolti, conservati e studiati con cura gelosa. Lo paragonavano nientemeno a Cicerone. Nè ciò deve far meraviglia, se si pensa che Frontone apparve agli occhi dei suoi contemporanei come un novatore, un capo-scuola. Per opera degli imitatori, peste e rovina d’ogni tempo e d’ogni letteratura, l’antica gloriosa eloquenza repubblicana s’era venuta snaturando e corrompendo da quella perfezione, a cui l’aveva innalzata il genio del grande Arpinate, e, come tale, naturalmente era caduta in discredito; tanto più poi, perchè, verso la fine del regno d’Augusto una nuova scuola era sorta, amantissima di novità stilistiche e in aperta guerra con l’antica tradizione letteraria. Di qui il bisogno di ricondurre l’immiserita eloquenza di Roma alla sua forma primitiva, e di riaccendere nell’opinione pubblica l’amore ed il gusto per la vera oratoria ciceroniana. Ma, come suole avvenire in ogni movimento di reazione, si cadde nell’eccesso opposto, e venne in tal modo inaugurata una vera e propria smania d’arcaismo, che inaridì la fantasia ed uccise il cuore. E l’epoca d’Adriano offre il tristissimo quadro della grande decadenza delle lettere latine, dovuta appunto a questa causa. Si è ormai stanchi d’imitar Cicerone; bisogna risalire più indietro, in cerca di qualche cosa che dia all’opera propria l’apparenza d’una creazione originale. Gli scrittori ormai non rivolgono ad altro che alla forma le loro cure; e la forma serve soltanto a coprire la vacuità del pensiero. Si dimentica Virgilio, si dimenticano Stazio e Lucano, e si corre verso l’antichità. La letteratura antica si sostituisce alla moderna: torna di moda il vecchio Catone; Ennio viene preferito a Virgilio, Fabio Pittore a Tito Livio. L’ingegno e l’animo s’impoveriscono, si esauriscono nel diuturno sforzo di cercare strani accoppiamenti di parole, di cesellare leggiadre frasi vuote d’immagini e di senso, di architettare alcunchè di nuovo e d’inaudito che faccia colpo sull’animo di chi ascolta o legge. Le parole si lavorano come le selci con la leva e con la mazza, col cesello e col martellino come le gemme [110]. Si diventa, insomma, eleganti senz’essere profondi. Arte vana, dunque, e parolaia, della quale Frontone è il più cospicuo rappresentante, come Aulo Gellio lo è dell’erudizione futile e sterile. Intenti a correr dietro ai giuochetti di parole ed ai miracolosi acrobatismi della forma, nè l’uno nè l’altro di costoro s’accorge del grande, misterioso travaglio che intanto si va compiendo in tutte le manifestazioni della civiltà contemporanea; nessuno di loro s’accorge del vasto e complesso movimento di vita filosofica, politica e religiosa che dovrà sconvolgere le basi della costituzione sociale e cambiare radicalmente l’aspetto del mondo. Frontone, anzi, è così pieno della sua gloria, così ciecamente innamorato della sua retorica, che non crede possa esserci al mondo un’arte, la quale, più di quella, s’addica all’educazione d’un principe. E nel carteggio tra lui e Marco Aurelio appaiono numerose le tracce del metodo d’insegnamento adottato dal retore di Cirta. Esso principalmente consisteva nella lettura degli antichi, per attingervi, come ad inesauribili miniere, vocaboli nuovi e singolari [111]; nella collocazione delle parole [112]; nel dare a queste un certo colore d’antichità [113]; nel fuggire i neologismi [114]; nel raccogliere sinonimi [115]; nell’esercitarsi a cercare figure di parole e di pensiero [116]; nell’adornare il discorso di sententiae e di loci communes [117]; nell’uso delle clausole metriche e del ritmo oratorio [118]; nel parafrasare scrittori, nel farne estratti, e nel tradurre in versi le loro massime [119].
Un giorno Marco si mette a svolgere un gruppo di similitudini, avute certamente da Frontone. Una di esse dice: «Nel mezzo dell’isola di Enaria c’è un lago, e in mezzo a questo lago un’altra isola abitata» [120]. Lo scolaro non sa che pesci pigliare, e ricorre per aiuto al maestro. Frontone allora gli risponde: «Come nel mar Ionio, o nel mar Tirreno, o piuttosto nel mare Adriatico, o in qualche altro mare — e ne dirai il nome —; come, dunque, nel mare quell’isola riceve e respinge i flutti marini, e soffre tutti gli assalti delle flotte, dei corsari, delle belve e delle burrasche, mentre internamente, nel mezzo di un lago, protegge un’altra isola da tutti i pericoli e da tutte le offese, rendendola partecipe d’ogni sorta di delizie e di voluttà; e quell’isola interna, in mezzo al suo lago, è, come l’altra, bagnata dalle onde, e riceve, come l’altra, le aure salubri, ed è abitata, e gode della vista del mare: così tuo padre sopporta tutte le molestie e le difficoltà dell’impero romano, ti assicura nel suo seno tranquillo la quiete, ti mette a parte della sua dignità, della sua gloria, dei suoi beni».
E aggiunge subito dopo: «Di questa immagine potrai servirti in molte occasioni: o quando renderai grazie a tuo padre, o in qualche discorso dove convenga fare sfoggio di copiosi ornamenti. Non v’ha nulla infatti che nella tua vita sia più nobile a dirsi e più giusto e più piacevole di quanto serve a celebrare in bella forma le lodi del padre tuo» [121]. «La similitudine — diceva un’altra volta Frontone al suo imperiale allievo [122] — si adotta allo scopo di rendere bella o brutta, o di eguagliare o rimpicciolire o ingrandire qualche cosa, o farla apparire credibile, quando in effetti non lo sia. Se non ci sarà nessuno di questi bisogni, non sarà il caso di farne uso. E quando, fissato il soggetto, scriverai un’immagine, tu nello scrivere farai come il pittore che osserva i tratti caratteristici di ciò che ritrae. E questi sono di varia natura, cioè le cose affini di genere e di specie, il tutto, le parti, le proprietà, le differenze, i contrari, le conseguenze e le circostanze concomitanti, le denominazioni, le qualità accidentali, gli elementi fondamentali e, in genere, ciò, donde si traggono gli argomenti: e di questa materia tu hai sentito parlare più volte, quando esaminavamo alcuni epicheremi di Teodoro. Se ciò che hai imparato da lui ti è sfuggito dalla memoria, di nuovo io te lo spiegherò, quando avremo tempo, e non sarà inutile».
Un altro degli esercizi raccomandati da Frontone come più adatti ad affinare l’ingegno e ad educare il gusto letterario era quello delle versioni dal greco [123].
Alle volte anche, per avvezzare l’intelligenza del giovane alla ricerca delle prove, assegnava esercizi sopra argomenti frivoli [124], e ne dava egli stesso l’esempio, scrivendo l’elogio del Fumo e della Polvere, o proponeva argomenti da trattare, che ricordano le Controversie e le Suasorie di Seneca il retore.
I due temi di controversia contenuti nell’epistolario frontoniano sono d’argomento storico. Il primo dice: «Alla festa dei quinquatri un console depone la pretesta, indossa una cotta di maglia, e s’unisce ai giovani combattenti nel circo contro un leone, dinanzi al popolo romano. La cosa vien saputa dai censori che disputano del caso» [125]. Lo scolaro, che deve pensare alle sententiae, alla divisio ed ai colores, prima di mettersi a svolgere questa [testo greco]ὑπόθεσις, da lui giudicata senza esitazioni [testo greco]ἀπίθανος, scrive al maestro, per chiedergli se il fatto sia avvenuto nella villa Albana sotto Domiziano, oppure in altre circostanze di tempo e di luogo [126].
Analogo è il secondo tema, così enunciato: «M. Lucilio, tribuno del popolo, condanna, di sua iniziativa, alla prigione un libero cittadino romano, dopo che questi è già stato assolto dai colleghi. Il tribuno è ripreso dai censori. Esporre il dibattito, addurre gli argomenti pro e contro» [127]. Gli excerpta poi erano la passione di Frontone: non si stancava mai di consigliarli al docile discepolo. Tali estratti, che servivano a fornire espressioni efficaci, parole eleganti, idee belle, erano tolti da poeti e da prosatori. Di qui la necessità d’un’assidua lettura. Frontone consigliava specialmente di leggere Ennio, Catone, Plauto, Accio, Sallustio, Lucrezio; tra i filosofi, Platone; tra i poeti, Omero [128]. Secondo lui, a fare orazioni giovano molto i versi, e a far versi giovano molto le orazioni [129]; quindi lo studio dei poeti e l’esercizio della versificazione. E di versi Marco Aurelio ne scrisse talvolta, e li mandò a Frontone, avvertendolo però di non mostrarli ad alcuno, e dicendogli altresì, che egli era solito darli alle fiamme, quantunque li amasse e vi occupasse le notti [130].
Marco Aurelio mostrò da principio un vivissimo interesse per l’arte insegnatagli da Frontone, e lavorava notte e giorno. Una volta annunziò per lettera al maestro d’aver studiato dalle tre del mattino alle otto [131]; un’altra volta gli disse d’aver atteso allo studio di Catone dalle cinque del mattino alle nove [132]. E Frontone dovette spesso porre un freno all’ardore di Marco, perchè la soverchia tensione delle forze intellettuali non avesse a logorargli la salute [133]. Ma forse dentro di sè il vecchio retore ne godeva sinceramente, pensando d’esser riuscito a convincere della straordinaria importanza della retorica il giovane allievo. Il più radioso ideale di gloria ch’egli vagheggiasse era di innalzare Marco al grado di oratore perfetto. Ci rifletteva il giorno e la notte: era il suo pensiero dominante. «Tu credi che io abbia dormito — scriveva un giorno a Marco Aurelio —; ebbene, non ho chiuso mai occhio per quasi tutta la notte. Ruminavo tra me e me: Chissà che per soverchio amore io non abbia giudicato con troppa indulgenza qualche suo difetto! Forse avrebbe dovuto maggiormente progredire nell’arte oratoria, ma il suo talento zoppica per pigrizia o per trascuratezza!» [134]. Questo esame di coscienza porta il povero Frontone ad una scoperta dolorosa. Egli s’accorge che il proprio insegnamento ha una grave lacuna: lo scolaro non è stato mai esercitato nel genere dimostrativo! Tuttavia non c’è da disperarsi. Il rimedio è bell’e trovato: finora Marco s’è dedicato alla lettura dei comici, dei mimografi, degli oratori antichi, tutta gente famosa per la semplicità dello stile. D’oggi in poi comincerà a leggere orazioni eleganti e pompose. «Applichiamoci con interesse a questo lavoro — raccomanda Frontone —, facciamo tutti gli sforzi possibili. Te lo prometto, te lo garantisco, te lo assicuro: per opera mia, tu presto potrai dire d’aver raggiunto il culmine dell’eloquenza. Gli Dei ci aiuteranno, gli Dei ci favoriranno» [135]. E Marco n’era fermamente convinto, e leggeva e studiava con ardore indefesso. «Io — scriveva un giorno al maestro — sarò qualche cosa, se tu lo vorrai» [136]. E dal canto suo Frontone, quando notava un progresso nel discepolo, era felice e contento come una pasqua, credeva, benchè afflitto dai malanni, d’aver ricuperato la salute, d’esser ridiventato giovane [137]. Le opere degli scrittori antichi, specialmente di Catone, erano, a Roma ed in villa, i compagni inseparabili di Marco: in esse l’energia delle parole, la verità dei sentimenti, la maschia robustezza dello stile erano pregi che gliene rendevano, oltre che istruttiva, anche divertente la lettura. Le opere stesse del maestro racchiudevano talvolta qualcuno di quei pregi, e allora il discepolo non finiva più di lodarle. «Io non ho mai letto nulla di più squisito, nulla di più gustosamente arcaico, nulla di più finito, nulla di più schiettamente latino. Oh te felice, per esser dotato di tanta eloquenza! Oh me felice, per esser discepolo di sì valente maestro! che argomentazioni! che ordine! che eleganza! che garbo! che leggiadria! che parole! che splendore! che spirito! che grazia! che destrezza! che tutto!» [138]. Nulla commuove più che l’assistere, leggendo l’epistolario frontoniano, all’entusiasmo con cui Marco e il retore di Cirta parlano fra loro di letteratura e di studio. E stanno sempre con la mente fuori del mondo della realtà. Un giorno infatti Marco dalla sua villa scrive a Frontone, avvertendolo che gli dovrà parlare di una certa cosa, e desidera che, al suo ritorno in città, il maestro gliela ricordi. Marco però non se ne fida troppo e soggiunge subito dopo: «Ma io e tu siamo sempre con la testa fra le nuvole: tu non mi ricorderai quella cosa, nè io te ne parlerò» [139]. Il discepolo fa di tutto per meritarsi la stima del maestro: gli spedisce i suoi compiti, ed è felice, quando quello gliene dà un giudizio, buono o cattivo che sia [140]. Ma ciò che più d’ogni altro colpisce, nell’amicizia di Marco Aurelio con Frontone, è l’accento appassionato con cui l’allievo esprime al maestro la sua gratitudine ed il suo affetto.
La lontananza da Frontone è sempre causa a Marco d’angoscia e di tormento indicibile [141]. Il giovanetto è così voglioso di salutare e di stringere fra le braccia il suo maestro, che i giorni e le notti gli sembrano lunghi un’eternità [142]. Per lui Frontone è «la sua luce, la sua delizia» [143], «il decoro dell’eloquenza romana» [144], «il maestro dolcissimo», «il più amico di tutti gli amici», quello che lo ha istruito, che gli ha aperto gli occhi, che lo ha messo sulla via della verità [145]. La notte non va a dormire, se non dopo aver narrato in una lettera all’amatissimo maestro le varie occupazioni, in cui egli ha speso la sua giornata [146]. Quasi quasi ama Frontone più della stessa città di Roma [147]. «Come potrò io — gli scrive un giorno — lamentarmi abbastanza della cattiva fortuna; come potrò io adeguatamente incolpare la durissima necessità, che, mentre l’animo mio è oppresso da tanto affanno, da tante preoccupazioni, mi tien qui legato, e m’impedisce di correr subito dal mio Frontone, dall’amabilissima anima mia; mi impedisce, specialmente nell’occasione di questa sua infermità, di avvicinarmi a lui, di prendergli la mano, di toccargli pian pianino, senza però farglielo dolere, quel suo piede ammalato [148], di riscaldarlo nel bagno, di sorregger lui con la mano, quando si accinge ad entrarvi? Abbattuti tutti gli ostacoli, io non mi slancio a corsa precipitosa, per venir subito da te; e tu mi chiami amico? Ma io sono ancor più zoppo di te con questa mia timidezza, anzi pigrizia. Ohimè! che dirò io? temo che m’esca dalla bocca qualche cosa che a te dispiaccia di sentire. Tu certo con quelle tue scherzose e graziosissime facezie hai fatto sforzi inauditi per togliermi d’ogni affanno, e persuadermi che tu puoi resistere con animo sereno alle sofferenze del male. Ma io non so dove sia l’animo mio: solo so che è andato in quel non so qual luogo, dove tu ti trovi. Cerca, per carità, con la maggior temperanza ed astinenza possibile di scacciare codesta malattia, che tu sai tollerare col tuo coraggio, ma che per me è crudelissima ed insopportabile. Scrivimi, te ne prego, subito subito, e minutissimamente, dove [149] e quando andrai a prendere le acque, e come ora ti senta; fa’, insomma, che mi rientri l’anima nel petto. Io frattanto porterò meco la tua lettera. Sta’ sano, mio dilettissimo Frontone. Ma, in verità, sono io per il momento quello, che sto sano, poichè tu lo desideri. Voi, o buoni Dei, che siete dovunque, fate, vi prego, che il mio amabilissimo e carissimo Frontone goda buona salute; goda sempre buona, intera e perfetta salute; goda buona salute, e possa starsene insieme con me. Uomo dolcissimo, addio»[150]. E Frontone, a cui l’anima si riempie d’infinita tenerezza, nel sentirsi così fortemente amato dal proprio discepolo, risponde: «Tu ami, o Cesare, senza fine questo tuo Frontone; tanto che, sebbene dotato di copiosissima eloquenza, riesci a mala pena a trovar parole che esprimano in forma adeguata tutto il tuo amore e tutta la tua benevolenza. Chi, dimmi, chi può dirsi più fortunato, chi più felice di me, a cui tu scrivi lettere così infuocate? Tu anzi, com’è costume degl’innamorati, vorresti addirittura correre e volare qui da me. La tua Madre, e Signora mia, talvolta per ischerzo dice che mi porta invidia, perchè tu mi ami tanto. Che direbbe, se leggesse questa tua lettera, nella quale tu invochi e supplichi gli Dei per la mia salute! O me felice! essere raccomandato dalla tua bocca agli Dei! [151]. Credi tu che vi sia dolore, il quale possa insinuarsi nel corpo e nell’animo mio, quando questo è dominato da tanta gioia?... Perdinci! io non sento più dolore alcuno. O Cesare, io son forte, son sano, salto: verrò, correrò dove tu vuoi. Al ricevere la tua lettera, credimi, fui preso da tanta gioia, che non ebbi la forza di risponderti subito. Mi limitai a spedirti la lettera, che avevo già scritta in risposta alla tua precedente, e trattenni il prossimo corriere per riavermi dalla gioia, prima di risponderti di nuovo. Ma ecco: la notte è passata; questo giorno sta quasi per terminare, ed io non so ancora che e come risponderti. Infatti che cosa posso io dirti di più soave, di più carezzevole, di più tenero di quello, che tu mi scrivesti? E godo che tu mi renda necessariamente ingrato ed incapace di darti il contraccambio, poichè tu mi vuoi tanto bene, che io posso appena volertene di più. Per trattare, dunque, qualche argomento, che basti a riempire di sè una lunga lettera, dimmi un poco: perchè tu nutri tanto affetto per me? qual gran bene ha fatto mai questo Frontone, perchè tu debba amarlo tanto? Ha forse messa a repentaglio per te o per i tuoi genitori la vita? Ha forse sostituito sè stesso a voi nei pericoli vostri? Ha fedelmente amministrato qualche provincia? Ha comandato mai un esercito? Niente di tutto ciò. Non è nemmeno più sollecito degli altri nel prestarti i servigi quotidiani; anzi... anche questa è una cosa che accade molto raramente. Difatti egli non viene di buon mattino alla vostra casa, nè vi riverisce ogni giorno, nè vi accompagna in ogni luogo, nè vi corteggia sempre. Vedi dunque di tener pronta qualche risposta da dare a chi per avventura si faccia a domandarti il motivo del tuo amore per Frontone! Quanto a me, nulla mi riesce tanto gradito, quanto la mancanza di qualsiasi ragione, che giustifichi il tuo amore verso di me; poichè non mi sembra affatto amore quello che nasce da qualche ragione, e per certe cause determinate. Io per amore intendo quello spontaneo e libero, non preceduto da cause, e concepito più per impeto naturale che per suggerimento della ragione; quello che non arde, come il fuoco, perchè altri lo alimenta, ma ferve per calore suo proprio. Io preferisco le calde grotte di Baia alle fornacette dei nostri bagni; poichè in queste il fuoco prima si accende con spesa e fumo, e poco dopo si spegne; in quelle, invece, esalano continuamente vapori schietti e purissimi, grati insieme e gratuiti. Nello stesso modo le amicizie, riscal date da cortesie reciproche, portano seco talvolta fumo e lacrime, e si spengono al primo cessare di quelli: l’amore spontaneo, invece, è dolce e continuo. L’amicizia provocata dal merito non cresce, nè si rafforza, come l’amore subitaneo e repentino. Lo stesso avviene degli arboscelli, che, coltivati dalla mano dell’uomo ed innaffiati nei frutteti e nei giardini, non crescono così, come sui monti le querce, gli abeti, gli ontani, i cedri, i pini, i quali, nati spontaneamente, piantati senza legge e senz’ordine, sono, non dalle fatiche e dai servigi dei coltivatori, ma dai venti e dalle piogge allevati e nutriti.
Quest’amor tuo pertanto, nato senza ragione e non coltivato, gareggerà, spero, nel crescere, con i cedri e con le querce... Ma dove mira questo mio discorso? A mostrare che io a buon diritto desidero d’esser amato per impulso naturale e spontaneo, piuttosto che per effetto della ragione e del merito mio. Per la qual cosa, anche se abbia ad esserci qualche ragione che giustifichi il tuo amore verso di me, o Cesare, badiamo bene che essa rimanga nascosta. Lascia che gli uomini dubitino, ciancino, disputino, facciano congetture e ricerche, per conoscere, come la fonte del Nilo, così l’origine dell’amor nostro.
Ma già sono le ore quattro pomeridiane, e il tuo corriere brontola. Devo quindi por fine alla lettera. Io sto molto meglio di quel che speravo. Non penso alle acque per ora. Ti voglio molto bene, o mio Signore, decoro dei buoni costumi, primo conforto mio. Dirai: — forse più di quel che ne voglio io a te? — Non sono tanto ingrato, da osare di affermarlo. Sta’ sano, o Cesare, con i tuoi genitori, e coltiva il tuo ingegno» [152]. Frontone, dunque, era l’uomo più felice del mondo: il suo discepolo lo idolatrava, gli ubbidiva docilmente, gli faceva amare gli Dei, gli studi, e perfino la vita [153], benchè travagliatissima. Ma questa felicità non doveva durare a lungo. Agl’inauditi patimenti fisici, cagionatigli da un’implacabile malattia, l’artrite [154]; alle molte e dolorose sventure domestiche — ebbe cinque figli, e tutti gli morirono piccolissimi [155] —, un altro dolore, e non meno acuto di quelli, almeno per quanto è lecito il congetturare dal contenuto delle lettere, doveva aggiungersi ad amareggiare l’esistenza del retore di Cirta. Povero vecchio! Marco, proprio Marco, il suo allievo amoroso, suo orgoglio, quello stesso in cui sperava di veder, presto o tardi, coronata la retorica, un giorno gli appariva profondamente mutato. Vedemmo a suo luogo come all’età di dodici anni Marco Aurelio avesse già indossato il mantello dei filosofi, e ne praticasse tutte le austerità. Questo ardore per la filosofia si attenuò in seguito per qualche tempo, ma non si spense mai completamente, neppure nell’epoca del maggior entusiasmo per gli studi della retorica. Poichè Marco, a venticinque anni, vale a dire nel 146 dell’era volgare, scriveva in una lettera al maestro: «Tu m’hai assegnato un tema da svolgere, ed io non mi ci son messo ancora neanche un momento, sebbene non avessi nulla da fare. Presentemente sono occupato a leggere l’opera di Aristone [156], libro che ora mi fa contento, ora disgustato di me stesso: contento, quando m’insegna ad essere virtuoso; disgustato, allorchè mi mostra quanto io sia lontano ancora dall’ideale di virtù che mi propone. Il tuo allievo arrossisce e si sdegna contro di sè, vedendo che, giunto ormai al venticinquesimo anno d’età, non ha ancora impresso nell’anima nessuna di queste eccellenti massime e di questi nobili pensieri. Quindi pago il fio della mia colpa, mi cruccio, mi rattristo, invidio gli altri, rifiuto ogni cibo. Nell’angustia di siffatte pene, rimando da un giorno all’altro lo svolgimento del tema che tu m’hai dato. Ma ora penserò agli argomenti, e, seguendo il consiglio dell’oratore Ateniese, il quale diceva in un’assemblea popolare «doversi talvolta lasciar sonnecchiare anche le leggi», lascerò per qualche tempo dormire Aristone, e mi dedicherò, anima e corpo, al tuo poeta d’istrioni [157], dopo aver lette alcune orazioncelle ciceroniane. Scriverò poi una delle due parti: chè Aristone non dormirà mai tanto, da permettermi di assumere la doppia parte di accusatore e di difensore. Addio, mio ottimo e venerato maestro» [158].
Marco, come si vede, cominciava ad avere un po’ in uggia le logomachie oratorie del retore di Cirta. Benchè non lo dicesse apertamente, egli però faceva capire al maestro che dalle aride e faticose esercitazioni scolastiche bramava ormai di elevarsi alle serene altezze delle speculazioni filosofiche. Per un uomo, come Frontone, convinto che la retorica è tanto indispensabile alla civiltà del mondo, che il sopprimerla significherebbe nientemeno commettere un delitto contro l’intera umanità, e un sacrilegio più abominevole di quelli commessi da Tereo e da Licurgo [159], il nuovo atteggiamento di Marco dovett’essere un’amara delusione.
Egli s’accorgeva, si può dire, sempre più ogni giorno della tendenza irresistibile che s’andava rivelando nell’anima dell’antico suo discepolo verso la filosofia degli stoici, vedeva Marco darsi in braccio a nuovi maestri [160], presentiva come appunto uno di costoro, Giunio Rustico, sembrasse specialmente destinato a prendere nel cuore del giovane il posto, che fino allora vi aveva tenuto egli stesso.
Rustico era un filosofo stoico, duro, severo, incontentabile; tutto il contrario di Frontone: questi lodava incessantemente, incondizionatamente; Rustico brontolava sempre. Frontone levava a cielo il talento del suo discepolo; Rustico scrollava il capo e faceva una smorfia di diffidenza. Tra i due maestri, e forse anche al cospetto di Marco Aurelio, il quale doveva mostrarsene grandemente disgustato [161], non è improbabile che si sia accesa più di una disputa fiera e tenace [162]. Rustico non aveva peli sulla lingua: spiattellava la verità sul muso, senza riguardi a nessuno. E, mentre Frontone, infatuato della sua retorica, rinserrato in quel suo gretto formalismo retrogrado, non sapeva affatto elevarsi a più pure concezioni ideali di vita e di pensiero, Rustico dalle luminose altezze della filosofia stoica guardava con occhio di sincero disprezzo sulle minuzie pedantesche del retore di Cirta. Egli non si faceva scrupolo di mostrare al proprio allievo quanto fossero vane e puerili quelle esercitazioni di lingua e di stile, in cui l’ingegno esauriva sterilmente le sue giovani forze. Quante volte il filosofo si sarà burlato di quei versi, che il buon Marco, per puro e semplice esercizio, si affannava a comporre la sera, quando tutti dormivano! Quante volte, conversando con Marco, avrà inesorabilmente colpito con l’amara punta dei suoi sarcasmi il vecchio maestro di retorica e le mille futilità della sua arte! [160]
La rude e maschia robustezza del linguaggio di Rustico fini col non dispiacere a Marco Aurelio. Il giovane sentivasi irresistibilmente attratto verso quell’accigliato filosofo, che diceva sempre, nuda e cruda, la verità. Un giorno la madre di Marco ricevette una lettera, che Rustico le aveva spedita da Sinuessa; una lettera, come poteva scriverla un filosofo, senza ornamenti, senza amplificazioni retoriche, senza fronzoli, schietta, semplice, naturale. Marco la lesse, e ne rimase incantato; tanto, che d’allora in poi volle anch’egli scrivere le sue lettere in quello stile [163]. Evidentemente a quest’epoca le lettere di Frontone non dovevano piacergli più, come una volta!
L’amore per la retorica s’andava spegnendo sempre un poco ogni giorno nell’animo del giovane principe. Un’altra spinta ancora, e Marco avrebbe concepito il proposito di darsi in braccio allo stoicismo. E l’occasione non tardò a venire.
Un giorno Rustico diede a Marco un libro: i Commentari d’Epitteto! [164] Dalla lettura di esso Marco imparava a conoscere la dottrina d’uno dei più nobili rappresentanti dello stoicismo romano. Che gl’insegnava quel libro? a riporre la felicità nelle cose che dipendono da noi, e a considerare come indifferenti tutte quelle che non sono in nostro potere. La salute, la fortuna, la riputazione, la vita non sono veri beni. Il dovere dell’uomo è quello di purificarsi da tutte le passioni: l’anima è la materia, che noi dobbiamo lavorare, come il calzolaio lavora il cuoio, come il fabbro lavora il ferro. Dobbiamo rafforzare la nostra volontà in un quotidiano esercizio di vita virtuosa; dobbiamo educare il nostro spirito a nobili sentimenti; dobbiamo rinunziare a tutti gli allettamenti terreni, se vogliamo liberarci dalla tirannia degli uomini e della fortuna. Sopporta e astienti: ecco il segreto della felicità, ecco il compendio di tutta la sapienza umana. Sopporta le disgrazie, i dolori, le ingiurie, tutto ciò, insomma, che può turbare la serenità dell’anima tua. Rinunzia ai beni, agli onori, alle ricchezze, alla potenza, a tutto ciò, insomma, che, non essendo in tuo potere, può esserti causa di afflizione, il giorno in cui tu debba rimanerne privo. Nulla rimpiange chi nulla desidera. Nessuna novità, dunque, nell’insegnamento d’Epitteto!
La morale stoica, in sostanza, non vi appariva gran che diversa da quella, per esempio, di Seneca. Ma una differenza pur c’era, e consisteva propriamente in un linguaggio più risoluto e più fermo, in un tono di voce più semplice e più schietto, determinato in Epitteto dalla coscienza di aver sempre messo in pratica le dottrine, di cui egli si faceva banditore. «La sua morale di rinunzia assoluta — scrive il Martha con la solita lucidezza — è quella d’un povero, d’uno schiavo, d’un esiliato, d’un infermo, d’un solitario, insomma, che non ha nè sostanze nè famiglia, e che, privatosi volontariamente d’ogni bene, ha tolto alla fortuna la potenza di nuocergli. Le sue massime sono quelle d’un anacoreta pagano; la sua dottrina potrebbe chiamarsi la dottrina dell’ascetismo stoico» [165]. Di più, lo stoicismo d’Epitteto si presentava animato da uno spirito più intensamente religioso che non fosse quello di Zenone e di Seneca. Epitteto sosteneva la necessità d’un più diretto ed intimo commercio dell’uomo con Dio. Secondo lui, la divinità non è un’astrazione filosofica di ordine e di armonia universale: è provvidenza, che fa fiorire le piante, che fa germogliare il seme, che fa maturare le frutta [166]; è un ente amoroso e benefico, che accompagna l’uomo, dovunque egli vada. «Quando voi avete chiuse le porte della vostra camera, e avete spento il lume, guardatevi bene dal dire che siete soli; non siete soli, poichè Dio è dentro di voi». Bisogna dunque pregarlo e benedirlo [167]. «Vecchio e zoppo qual sono, che altro di meglio posso io fare che render lode a Dio? Se io fossi un usignuolo, farei quello che fa l’usignuolo; se fossi un cigno, farei quello che fa il cigno. Poichè io sono un essere ragionevole, devo render lode a Dio. Questo è il mio dovere, ed io lo compio. Non trascurerò mai di compierlo, finchè mi sarà possibile; ed esorto anche voi ad intuonare con me lo stesso cantico di lode» [168].
Il libro d’Epitteto fu come una rivelazione agli occhi di Marco; nuovi e più ampi orizzonti si aprivano all’anima del giovane bramosa di conoscenza. Ordine, bellezza, intelligenza, spirito, materia, universo, Dio: ecco i principi che gli suggerivano le ragioni filosofiche della vita e della morte, ecco la luce che gli rischiarava il cammino verso il proprio perfezionamento morale. E dalla nobile altezza, a cui sentivasi innalzato dalla severa concezione dello stoicismo romano, oh come doveva sembrargli sterile e meschino quello studio interminabile della forma, quel paziente lavorio di cesello intorno alle parole, quella ricerca affannosa di immagini, di argomentazioni, di epifonèmi, e di mille altri artifizi stilistici, a cui veniva obbligato dalla mostruosa pedanteria del retore cirtense! Marco cominciava a mostrarsi freddo e svogliato: la retorica non lo appassionava più. E nelle conversazioni giornaliere con Frontone non rare volte, con quell’ingenuità propria del suo carattere, deve aver manifestato al maestro in forma sempre più chiara il suo mutamento di opinioni e di propositi. L’ardore dell’amicizia fra maestro e discepolo doveva necessariamente intiepidire. E ce ne accorgiamo anche noi oggi, studiando la corrispondenza frontoniana. Infatti, a cominciare dal quinto libro, non si parla più di esercizi retorici, e il carteggio è ridotto ad uno scambio di biglietti che accennano unicamente a persone, e non contengono per lo più che lamenti dell’erudito gottoso [169] riguardo ai dolori che lo tormentavano in tutte le membra» [170]. Ma Frontone non poteva rassegnarsi per lungo tempo al silenzio. Come? Un retore non ricorrere alle armi della retorica, in difesa della retorica oltraggiata e disprezzata? Frontone, dunque, volle tentare ogni mezzo, per sottrarre all’autorità di Rustico il discepolo ribelle, e in un lungo scritto, pervenutoci purtroppo frammentariamente, parlò a Marco dei vantaggi dell’eloquenza. «È ufficio proprio dei Cesari sostenere in Senato quello ch’è conveniente, chiamare il popolo a decidere nelle assemblee la maggior parte degli affari, correggere le ingiustizie, spedir lettere per tutto il mondo, invitare a presentarsi i re d’altri popoli, reprimere con editti i torti degli alleati, lodare le buone azioni, raffrenare i sediziosi, spaventare gli audaci. E tutto ciò si deve fare con discorsi e con lettere. Non coltiverai tu dunque quella facoltà, di cui pur vedi che dovrai giovarti tante volte e in circostanze di così grande rilievo? Credi forse che poco importa, con quali parole tratterai di quegli affari, che non si possono trattare, se non con le parole? T’inganni, se pensi, che un’opinione esposta con le parole di Tersite, abbia in Senato la stessa autorità di un discorso di Ulisse o di Menelao, che Omero ci rappresenta in atto di parlare, descrivendone l’aspetto, l’atteggiamento, le voci armoniose, e i diversi generi di modulata eloquenza!... Chi dubita che il savio si distingue da chi non è tale specialmente per prudenza nella scelta delle cose e per i suoi propri convincimenti? Se si tratta di scegliere fra ricchezza e povertà, sebbene l’una e l’altra non siano nè beni nè mali, non potrà tuttavia questa scelta andar esente da lode o da biasimo. E infatti primo dovere del savio far una buona scelta, e non preferire o posporre inconsultamente. Dato che tu mi domandassi se desidero una buona salute, io, se fossi filosofo, ti risponderei che no: al savio non è lecito bramare e ricercar nulla di quanto la sorte può rendere illusorio: nulla di ciò ch’egli vede dipendere dalla fortuna, deve desiderare. Pur tuttavia, se, di due cose, fosse necessario sceglierne una, io preferirei la celerità di Achille alla debolezza di Filottete. Simile norma si ap plichi all’eloquenza: non aspirarvi con eccessivo ardore, e con eccessivo ardore non disdegnarla; ma se tu sei posto nella necessità di scegliere, preferisci di gran lunga il ben parlare al non parlare affatto.
Alle volte ti ho sentito dire: «Quando io sia riuscito ad esprimere in bella forma un pensiero, mi compiaccio del mio ingegno: ecco perchè fuggo l’eloquenza». Ma allora perchè non credi di correggerti e guarirti del vizio di compiacerti troppo, invece di ripudiare quello, di cui t’inorgoglisci? Operando come fai, poni l’empiastro in tutt’altro luogo che sulla piaga. Se tu, per esempio, ti compiaci d’aver giudicato rettamente, ripudierai per questo la giustizia? Se ti compiaci di una pia venerazione per tuo padre, disprezzerai per questo la pietà? Se ti compiaci quando riesci facondo, colpisci te stesso, ma perchè colpire la facondia? Platone potrebbe rimproverarti così: «O giovane, è pericoloso per te codesto precoce disgusto della lode. L’ultimo mantello di cui si vestono i seguaci della sapienza, l’ultimo di cui si spogliano, è appunto il desiderio della gloria».
Sì, sì, lo stesso Platone, sino all’ultimo giorno della sua vita, continuerà a coprirsi della gloria, come di un mantello. Ricordo d’aver sentito dire che i saggi debbono tener per buone e per conformi alle leggi della sapienza molte cose, dall’uso delle quali talvolta si astengono, ed altre averne in uso, che discordino dai loro dogmi; e che non sempre la dritta ragione della sapienza è conforme agli usi necessari della vita. Sforzati pure, o Cesare, di giungere a possedere la sapienza di Cleante e di Zenone; bada però che, tuo malgrado, dovrai vestire il manto di porpora, non il filosofico pallio di ruvida lana... Gli Dei immortali permetteranno dunque che i comizi, i rostri, i tribunali, già risonanti dell’eloquenza di Catone, di Gracco, di Cicerone, diventino muti proprio al tempo nostro? permetteranno che il mondo, da te ricevuto loquace, sia reso da te silenzioso? Se un uomo strappa la lingua ad un altro, è stimato crudele; e credi tu che sia piccola colpa quella di chi toglie l’eloquenza all’umanità? Non commetteresti un delitto pari a quello di Tereo o di Licurgo?... Se lo studio della filosofia dovesse consistere unicamente nelle cose e non nelle parole, non mi meraviglierei, vedendo che le parole sono per te oggetto di tanto disprezzo. Ma l’apprendere gli argomenti ceratini, i soriti, i sofismi, le parole contorte e capziose, e trascurare gli ornamenti del discorso, la gravità, la maestà, la grazia, lo splendore della forma, significa che tu preferisci parlare, anzichè esprimerti; mormorare e balbettare, anzichè squillare come una tromba. Ami tu meglio le parole di Diodoro e di Alessino che quelle di Platone, di Senofonte e d’Antistene? Sarebbe lo stesso che un filodrammatico imitasse i gesti di Tasurco, piuttosto che quelli di Roscio; sarebbe lo stesso che, nel nuotare, si emulasse, se fosse possibile, la rana, piuttosto che il delfino; e per volare, si preferissero le penne delle quaglie alle ali maestose dell’aquila. Dov’è quel tuo acume d’una volta? dove la tua finezza? Svègliati e rifletti allo scopo, a cui mira lo stesso Crisippo. È egli forse contento d’insegnare, di mostrar la cosa, di definirla, di svilupparla? No, non gli basta: egli amplifica quanto più può, esagera, si premunisce, si ripete, varia, ritorna, interroga, descrive, divide, suppone la presenza d’interlocutori, presta ad altri il suo linguaggio... Non vedi tu ch’egli maneggia quasi tutte le armi dell’arte oratoria? Dunque, se Crisippo mostra che l’uso di queste armi è necessario, qual cosa potrei più raccomandarti che il combattere non con il linguaggio dei dialettici, ma bensì con la voce di Platone?... Prepara piuttosto discorsi degni dei pensieri attinti dalla filosofia; e quanto più onestamente sentirai, tanto più maestosamente parlerai. Rialzati, raddrizzati, e questi tormentatori, che t’incurvano verso terra come un abete o come un ontano, gèttali giù dall’altezza della tua potestà, e prendi per compagna della filosofia l’eloquenza... Respingi i discorsi contorti e gibbosi... se l’hai usati, disprèzzali: al disprezzo seguirà l’oblio. Dimmi, di grazia: che devi tu ai dialettici? in che ti compiaci di esser loro obbligato?...» [171]. Fin dall’infanzia — scriveva un’altra volta a Marco, verso il 162 — splendeva in te quella nobiltà d’animo ed elevatezza di pensieri, a cui... non mancava che l’ornamento delle parole: vi si è provveduto con varie esercitazioni. Ora mi sembra che tu, trascinato a seguire la moda d’oggigiorno e stanco di un lavoro noioso, abbia abbandonato lo studio dell’eloquenza per volgerti alla filosofia, dove non c’è nessun bisogno di proemi da comporsi con cura, di narrazioni da disporre con brevità, con chiarezza e con arte; dove non c’è nessuna questione da ripartire, nessun argomento da cercare, nulla da ammassare... Ma non hai tu ricercate tutte le doti oratorie? l’abilita nel confutare, la facilità nell’amplificare, la grazia nel canzonare, una certa retta potenza oratoria di commuovere e dilettare, distogliere e incitare, ornare, conciliare, infiammare, reprimere le passioni degli uditori o fomentarle? Allora, se le continue occupazioni non ti lasciavano il tempo di comporre un discorso, non trovavi tu sollievo in alcuni studi affrettati, ma utili: per esempio, nel raccoglier sinonimi, nel cercar parole singolari, nel parafrasare col sistema dei sinonimi i periodi degli antichi scrittori, nel rendere eleganti le espressioni volgari, e nuove le corrotte, nell’aggiustare un’immagine, nell’inserir figure, nel ricorrere per abbellimento a vecchi vocaboli, nel dare allo scritto una lieve tinta d’antichità? Ora, se tu, dopo averla appresa, disprezzi questa scienza, disprezzerai anche la filosofia, quando l’avrai imparata» [172]. Nè con questo il retore di Cirta aveva esaurito il ricco arsenale delle sue argomentazioni. In altro luogo faceva di tutto per invilire e discreditare gli studi filosofici. Strano fenomeno! Il secolo di Frontone, com’è noto, è senza dubbio quello in cui la filosofia ha più efficacemente contribuito a trasformare le basi della vita sociale, mitigando la rigida severità delle leggi antiche, e dando alle istituzioni un carattere più liberale ed umano. Uscita dalle scuole, la filosofia entrava nel mondo, rinnovava i principi fondamentali del diritto civile, correggeva le ineguaglianze sociali, faceva suonare alta e squillante su tutta la terra una voce d’amore in difesa degli umili, dei deboli, degli oppressi. Ma quella voce non giungeva all’orecchio di Frontone; il vecchio maestro di retorica non capiva nulla di quel vasto e laborioso fermento di vita spirituale che lo circondava! Il retore, per lui, era l’unica persona seria che esistesse al mondo; il filosofo, invece, non era che un miserabile dialettico, un amante di bizzarrie sillogistiche, un ozioso, un fannullone. E, a dimostrazione di ciò, si affrettava a descrivere un quadro comicamente gustoso di quel che allora si facesse in una scuola di filosofia. «Tu leggi un libro, e il maestro lo spiega; ascolti in silenzio quella spiegazione, e con la testa fai segno d’averla capita. Un altro allievo poi continua la lettura, e, mentre egli legge, tu t’addormenti. Assisti ad interminabili discussioni, per sapere quale sia la prima cosa, quale la seconda; e a finestre aperte si stenta a decidere, se sia giorno, e come sia giorno. Dopo di che te ne ritorni a casa tranquillo e sicuro di non dover nulla nè meditare nè scrivere durante la notte, di non esser obbligato a recitar nulla al maestro, nè a ripeter nulla a memoria, nè a cercar vocaboli, nè ad usar sinonimi, nè a far traduzioni dal greco nella nostra lingua...» [173]. Questi argomenti non persuasero interamente Marco Aurelio, ma solo lo tennero per qualche tempo sospeso nella scelta fra la retorica e la filosofia. Ed egli, se dopo un lungo periodo di circa quattordici anni, dal 147 al 161, in cui aveva messo da parte lo studio dell’eloquenza, parve riconciliarsi con Frontone, non solo recitando in Senato, a proposito della città di Cizico distrutta dal terremoto [174], un elegante discorso, che poi fu oggetto di una minuta analisi critica da parte di Frontone [175], ma anche chiedendo all’antico suo maestro modelli di orazioni, per accrescere la propria eloquenza, e meditando, tra gli altri libri, i [testo greco] di Ermogene [176], nel 175 ricadeva nelle solite esitazioni, e non nascondeva al maestro il tormento di nuovi e fortis simi dubbi, da cui si sentiva assalito ed angustiato. Frontone si affrettò a rispondere con una lunga lettera [177], ma questa volta non pare che le considerazioni del retore di Cirta abbiano avuto tanta efficacia da rimuovere l’animo di Marco dalla ormai ferma volontà di dissetarsi alle purissime fonti della speculazione filosofica, e di orientare, per il bene comune, gli sforzi della sua vita verso un radioso miraggio di perfezionamento morale. Il precettore di suasoriae e di controversiae doveva finalmente cedere il posto a Diogneto e a Rustico. Marco Aurelio infatti, nel ripensare, più tardi, ai suoi maestri, dichiarava di dover gratitudine a Diogneto, per aver abbracciato la filosofia, e a Rustico [178], per non essersi sviato dietro un’ambizione da sofista, declamando orazioncelle esortatorie, e per aver imparato a scrivere con semplicità e naturalezza [179].
L’essere sfuggito ai pericoli della retorica fu per Marco Aurelio come una liberazione venuta dal cielo. E, nella solitudine filosofica degli ultimi anni, ringraziava appunto gli Dei, perchè non gli avevano consentito di far «maggiori progressi nella retorica, nella composizione poetica, e in altre esercitazioni, alle quali sarebbe rimasto attaccato, se si fosse accorto di riuscirvi bene» [180]. Ma c’è di più. Il disgusto della retorica in lui giunse a tal segno, che egli volle perfino servirsi di un altro linguaggio, per rivestire il suo pensiero: rinunziò all’idioma materno, e adottò per sempre il greco, non tenendo in alcun conto i rimproveri avuti da Frontone, tutte le volte che s’era provato a scrivere in quella lingua [181]. Ma, se a Rustico e a Diogneto doveva molto di più, al retore parolaio il nostro Marco doveva pur qualche cosa! Al giovane allievo numerose occasioni si offrivano, per ammirare nel proprio maestro non solo il talento e la dottrina, ma anche il carattere integro ed onesto. L’insegnamento di Frontone dev’essere stato molto più nobile e serio di quel che non appaia dalla sua corrispondenza. Poichè non di rado nelle lezioni di retorica doveva accadere che se ne insinuasse qualcuna di morale: i luoghi comuni portavano spontaneamente a discorrere del vizio e della virtù, dell’uomo e della vita. E difatti Marco protesta gratitudine a Frontone, per aver inteso da lui «quanta invidia, duplicità ed ipocrisia fosse nella tirannide: e quanto malvagi fossero i cosiddetti patrizi [182]: parole codeste, che richiamano alla nostra mente, rischiarandole di splendida luce, quelle che Marco stesso, verso il 143, aveva scritte al maestro: «Tu non cessi mai d’aprirmi gli occhi e di guidarmi sulla via della verità» [183].
«Frontone fu uomo dabbene — scrive di lui il grande Recanatese [184] — ...potè esser malvagio, e fu onestissimo. Ecco il suo più grande elogio. Non fu per pigrizia, o impotenza, che egli si mantenne lontano dal delitto. Favorito in modo straordinario dagl’Imperatori, egli avrebbe potuto, più che moltissimi altri, farsi reo, ed anche con suo vantaggio, seppur vantaggio può chiamarsi quello, che si compra colla scelleraggine. Frontone scelse la virtù con piena cognizione, e la esercitò sempre senza pentirsi mai della sua scelta. Fu fedele, costante, liberale, compassionevole, pio, modesto, sobrio, sincero, paziente, facile a perdonare le offese, e, quel che è più, incapace di farne ad alcuno... Nemico del nome di filosofo, perchè non lo portava se non chi ne era degno, Frontone fu più filosofo di tutti i filosofi del suo tempo. Egli fu incapace di adulare, e questa certo non fu l’ultima delle virtù sue. Con quale schiettezza parlava egli a Marco Aurelio, lo ammoniva, lo riprendeva, lo faceva accorto dei suoi falli! Io avrei voluto veder Frontone, sotto un Domiziano o un Commodo, opporre alla esecrabile tirannia la sua nobile fierezza e la sua libera sincerità...». Nè mi pare che l’elogio del Leopardi pecchi di esagerazione, se si pensa al ritratto morale, che Frontone volle lasciarci di sè in una lettera, la più bella e commovente, ch’egli abbia scritta, quando, negli ultimi anni, il dolore inconsolabile, prodottogli dalla morte del nipote, lo costrinse a volgere indietro lo sguardo su tutto il passato, e a giudicare sè stesso davanti al tribunale della sua coscienza. «Io mi consolo — egli diceva — col pensiero che la mia vita è già quasi al termine, e che la morte è vicina. Allorchè questa sarà venuta, sia fra le tenebre della notte, sia nella luce del giorno, io saluterò il cielo, partendo, e renderò a me stesso alta e solenne testimonianza del bene che ho fatto. In tutto il lungo corso della mia vita, io non ho mai commesso nulla, che potesse essermi causa di disonore e d’infamia, o che potesse imputarmisi giustamente a delitto: niente di sordido per desiderio di guadagno, niente di sleale e di perfido. In molte azioni, anzi, mi son comportato con liberalità, con benevolenza, con fedeltà, con costanza, spesso anche con pericolo della mia vita. Ho vissuto in perfetta unione con l’ottimo mio fratello, che ora io, per generosità del padre vostro, con grande gioia vedo insignito di sommi onori, e reso dalla vostra amicizia tranquillo e sicuro. Non ho mai desiderato di procacciarmi con mezzi illeciti gli onori che ho conseguiti. Ho avuto maggior cura dell’animo, che del corpo, ed ho atteso più agli studi che alla domestica economia. Ho voluto piuttosto esser povero, che ricever soccorso da altri, ed ho amato meglio aver bisogno che chiedere. Le mie spese non sono state mai eccessive, il mio guadagno è stato sempre necessario. Ho detto il vero con fedeltà scrupolosa, l’ho ascoltato con piacere. Ho voluto esser trascurato, piuttosto che lusingare; tacere, piuttosto che fingere; essere amico di pochi, piuttosto che adular molti. È stato poco quello che ho chiesto, non quello che ho meritato. Ho dato in prestito a tutti quello che ho potuto. Ho soccorso con più prontezza i meritevoli, con più franchezza gl’immeritevoli. Mai alcuno con la sua ingratitudine mi ha reso più lento a fargli tutto il bene che potevo» [185]. Ecco uno stupendo squarcio di prosa, nel quale non sai se ammirar maggiormente la nobiltà dei sentimenti o l’elevatezza dei concetti. È stato detto, a proposito di ciò, che il vecchio ed ostinato retore ha finito col subire l’influenza di quella stessa filosofia, ch’egli aveva con tanto accanimento combattuta. E, per certi rispetti, la cosa è vera: nel II secolo di Cristo, tutti, in fondo, erano filosofi, senza saperlo, senza volerlo; la filosofia era nell’aria, la si respirava, si può dire, con l’aria stessa.
È stato anche osservato che quella prosa di Frontone ricorda alcuni pensieri di Marco Aurelio [186]. E pure questo è vero. Come poteva infatti un maestro di tanto senno e di tanta bontà non trasmettere nell’anima del docile allievo imperiale una particella dell’anima sua? Come poteva un così fulgido esempio d’uomo temperato ed onesto non lasciare impronte indelebili nell’intelletto e nel cuore di quell’adorabile creatura?
Durante il terzo consolato di Marco Aurelio [187], il 7 marzo del 161 [188], nel palazzo di Lorio, sentendosi vicino a morire, Antonino Pio fece trasportare nella stanza di Marco la statua d’oro della Fortuna, simbolo della fortuna dell’Impero, la quale doveva sempre trovarsi nell’appartamento del sovrano, e, data al tribuno dei pretoriani per motto di riconoscimento la parola Aequanimitas, finì tranquillamente la vita [189]. L’adozione, il conferimento della potestà tribunizia, e il passaggio della statua della Fortuna nella stanza di Marco Aurelio erano segni manifesti della volontà del defunto sovrano, che il proprio figliuolo adottivo fosse l’unico a succedergli sul trono. E lui solo infatti gridò imperatore il Senato, alla morte del Pio [190]. Ciò non ostante Marco Aurelio generosamente volle dividere, fin dal primo giorno, con Lucio Elio Aurelio Commodo, suo fratello adottivo, le gravissime cure del governo. Questo Commodo, d’indole rude e volgare, non aveva mai fatto concepire buone speranze di sè: amava la filosofia e le lettere, ma molto più i giuochi e i divertimenti. Si disse che Roma per causa sua tornò ad assistere ad alcune di quelle scene disgustose di sfrenata lussuria e di pazza gozzoviglia, a cui erasi, molti anni prima, abbandonato Nerone [191]: orgie nelle taverne e nei postriboli; risse notturne per le vie della città; banchetti spettacolosi, in cui si sperperavano milioni di sesterzii [192].
Antonino Pio, che di buon’ora aveva conosciuto il pessimo carattere di quel giovane, lo aveva sempre tenuto prudentemente in disparte, e si era guardato perfino dal conferirgli il titolo di Cesare. Marco Aurelio, invece, che tutto amava coprire, salvando così l’onore della famiglia imperiale, non solo gli prodigò il titolo di Augusto, ma volle anche averlo a suo collega nell’esercizio del supremo potere [193], e fidanzargli, per giunta, la propria figliuola Annia Lucilla, allora in tenerissima età [194]. Gli diede inoltre, come se fosse stato suo padre, il nome di Vero, in sostituzione dell’altro di Commodo, e tenne per sè quello di Antonino, in ricordo del suo padre adottivo; per modo che da quel giorno il nostro Marco si chiamò: M. Aurelius Antoninus; e il suo collega, L. Aurelius Verus [195].
Fu questo nella storia di Roma il primo esempio di due imperatori governanti con pari autorità. I loro nomi si leggevano sempre uniti nei documenti ufficiali [196], nelle dediche dei libri [197], nelle monete, nelle iscrizioni [198]. Tutti facevano voti per la loro concordia, tutti la invocavano e la celebravano [199].
I primi atti dei nuovi sovrani furono quelli di presentarsi al Senato, e poi all’esercito. A ciascuno dei pretoriani promisero ventimila sesterzii, e un proporzionato donativo ai rimanenti legionarii. Inoltre, per meglio guadagnarsi la benevolenza del popolo di Roma, diedero ordine che alle distribuzioni di grano avessero diritto di partecipare anche i figli e le figlie dei nuovi cittadini [200]. Quindi celebrarono giuochi e solenni funerali in onore del padre, ne seppellirono il corpo nel mausoleo d’Adriano, e ne dissero l’uno e l’altro le lodi dai Rostri, secondo la consuetudine [201].
Il nuovo regno cominciava lietamente: le ricche elargizioni e la mitezza dei principi non facevano per nulla rimpiangere gli anni felici del regno di Pio [202]. Tutto pareva tranquillo: neppur dai confini giungevano rumori di guerra, e Marco Aurelio continuava con fervido entusiasmo a cercare nei libri dei filosofi la verità ed il modo di meritarsi l’affetto dei propri sudditi [203]. Ma non era lontano il tempo, in cui terribili flagelli avrebbero turbata la felicità e la sicurezza di così saggio governo, e dato a Marco Aurelio l’occasione di mettere in pratica, soccorrendo alle pubbliche calamità, le virtuose massime imparate dai filosofi. Anzitutto il Tevere straripò in modo così rovinoso, che distrusse un gran numero di edifizi, uccise una gran quantità di bestiami, e portò le conseguenze inevitabili d’un periodo penosissimo di fame e di carestia [204]. Poi vennero le guerre, lunghe e sanguinose: triste eredità lasciata da Antonino al suo successore. È noto che gli ultimi istanti di questo sovrano erano stati funestati da minacciose visioni: «Nel delirio della febbre — narra il suo biografo — egli non faceva che parlare dello Stato e dei re che volevano assalirlo» [205]. S’era, infatti, appena affievolito il rumore delle feste celebrate nell’occasione dell’avvento dei due principi al trono, e già le burrasche della guerra si scatenavano su tutte le frontiere dell’Impero. Correva l’anno 162. Scoppiarono torbidi in Germania, in Britannia, nelle Gallie, nella Spagna. I Cauci, abitatori delle rive dell’Elba, invadevano la Gallia Belgica [206]; i Mauri irrompevano nella Spagna, già turbata da un’insurrezione dei Lusitani [207]; i Catti facevano scorrerie nella Germania e nella Rezia [208]; i Caledoni si agitavano nella Britannia, e le legioni romane, ivi stanziate, si sollevavano, chiedendo che il loro capo, Stazio Prisco, uomo consolare e valente capitano, allora legato di quella provincia [209], indossasse la porpora e prendesse il titolo d’imperatore [210]; infine gravi e luttuose notizie giungevano dall’Oriente.
Le relazioni, che non furono mai troppo cordiali, fra Roma ed i Parti, erano divenute alquanto tese nei primi anni del regno di Antonino Pio, quando questi, nel 140, stabilì che un nuovo re, dipendente da Roma, fosse preposto al governo dell’Armenia. Re dei Parti era in quel tempo Vologese II, principe d’indole pacifica, il quale, nel nobile desiderio di risparmiare ai suoi popoli gli orrori di una nuova guerra contro Roma — orrori, di cui essi avevano già fatto amarissima esperienza, per la sconfitta ricevuta da Traiano —, seppe con prudente consiglio reprimere in sè ogni moto di sdegno. Gli successe, nel 149, Vologese III, uomo bellicoso. Questi, cupidissimo di vendicare le offese patite da Traiano, aveva subito concepito il disegno di assalire l’Armenia, fedele alleata dei Romani; e tale disegno avrebbe indubbiamente portato ad effetto, se, come dice Capitolino [211], l’imperatore Antonino Pio con una sola sua lettera non lo avesse distolto dall’insano proposito. Morto però il vecchio Antonino, Vologese, che risiedeva allora a Ctesifonte, risolvette di tentare ancor una volta la prova delle armi contro i Romani. Fatti grandi apparecchi di guerra, entrò nell’Armenia non preparata a resistere. Severiano, legato della Cappadocia, accorso in aiuto di Soemo, re dell’Armenia, s’era affrettato, è vero, ad occupare la città di Elegia sulla riva sinistra dell’Eufrate, non lontana dalla moderna Erzerum, ma non con forze sufficienti, nè secondo disegni strategici prestabiliti, indotto soltanto da una stolta fiducia nelle false predizioni dell’impostore Alessandro di Abonoteico. Dopo un combattimento di tre giorni, la città cadde in potere dei Parti; Severiano, circondato, rimase ucciso con un’intera legione; il re d’Armenia fuggì; la Siria fu invasa, le legioni siriache sconfitte, il legato imperiale Atidio Corneliano messo in fuga, e tutto il paese devastato e saccheggiato [212].
A tali disastrose notizie di moti, di rivolte e d’incursioni, che giungevano da tutte le frontiere dell’Impero, Marco Aurelio non si perdette d’animo, e, dando segni mirabili di prudenza, d’avvedutezza e d’attività, impartì ordini, raccolse eserciti, provvide a tutte le necessità del momento. Stazio Prisco, richiamato dalla Britannia, fu mandato in Oriente, al governo della Cappadocia, e sostituito con Sesto Calpurnio Agricola, il quale frenò i Caledoni ribelli, e ridusse all’obbedienza i soldati romani, ripiegando, a quel che sembra, dal baluardo d’Antonino verso il vallo d’Adriano, dove alcune iscrizioni lo ricordano legato di Marco Aurelio e di Lucio Vero [213]. Il legato Caio Aufidio Vittorino fu spedito in Germania contro i Catti [214]; a Didio Giuliano, quello stesso che poi fu imperatore, venne affidato l’incarico di respingere i Cauci dalla Gallia Belgica, di cui egli aveva il governo [215]; e Lucio Vero ebbe il supremo comando della guerra contro i Parti.
Fu questa certamente la più difficile e pericolosa delle guerre che nel 162 misero a dura prova il valore dei soldati romani e la sapienza militare dei loro comandanti. Ben fece quindi Marco Aurelio, concentrando in Oriente, più che altrove, le forze necessarie alla difesa dell’Impero.
Molto probabilmente Lucio Vero partì da Roma nella primavera [216] del 162 [217]. Marco Aurelio l’accompagnò fino a Capua, e, quando più tardi lo seppe ammalato a Canosa, si mosse nuovamente da Roma, per andare a visitarlo in quella città [218].
Sbarcato in Grecia, e lontano ormai dagli sguardi del fratello, Vero si diede senza ritegno ad una vita di crapule e di piaceri. In Corinto e in Atene s’inebriò di musiche e di canti, passeggiò voluttuosamente le marine dell’Asia Minore, della Panfilia e della Cilicia, fermandosi in tutte le grandi città, per cercarvi spassi e delizie, e pervenne finalmente ad Antiochia. Quivi si tuffò più che mai nelle oscene orgie e nelle raffinate dissolutezze, in cui languiva la metropoli siriaca. Banchetti, giuochi, meretrici, commedianti rallegrarono le sue ore di ozio per tutt’e quattro gli anni che durò la guerra. Passava gli inverni a Laodicea, le estati ad Antiochia e a Dafne, sentina d’ogni vizio. Nella zona delle operazioni militari non fu visto più di due volte, e solo vi si recò, per cedere alle premurose insistenze dei suoi cortigiani. Gli abitanti della Siria, spiriti beffardi e motteggiatori, non gli risparmiavano, specialmente in teatro, frizzi ed arguzie di vario genere [219]. Ma Vero copriva la propria viltà, dicendo che rimaneva in Antiochia, per provvedere ai servizi d’armamento e di vettovagliamento dell’esercito [220]. Sta però il fatto che i soli, i quali facessero seriamente la guerra, erano i suoi generali. E ne aveva di eccellenti: Stazio Prisco, richiamato, come dicemmo, dalla Britannia e posto al governo della Cappadocia, Avidio Cassio [221], Marzio Vero [222], Furio Saturnino, T. Claudio Frontone, e P. Giulio Gemino Marciano [223]. Ma fra tutti primeggiava per autorità e per sapienza Avidio Cassio, duce valoroso e rigido osservatore dell’antica disciplina. Originario della Siria settentrionale, e figlio del retore greco Caio Avidio Eliodoro, che tenne, dal 136 al 148, la prefettura d’Egitto, dopo essere stato capo della cancelleria greca sotto Adriano [224], si vantava di discendere dall’uccisore di Cesare [225]. Lo chiamavano Catilina, lo consideravano come un novello Mario [226], ed egli se ne mostrava contentissimo. A seconda delle circostanze — narra il suo biografo [227] — era truce e mite, religioso e spregiatore delle cose divine, ora dedito alla crapula ed ora moderato e tollerante della fame, ora rotto a lussuria ed ora casto.
Avuto il comando delle milizie, portò negli accampamenti un regime così rigoroso di disciplina, da ricordare gli antichi Manlii della repubblica. Era il terrore dei soldati e degli ufficiali. Nelle spedizioni, guai a chi avesse portato con sè qualche cosa di più che la prescritta razione di lardo, di biscotto e d’aceto! I soldati, che si fossero resi colpevoli di furto a danno dei provinciali, venivano messi in croce, oppure sospesi sopra un gran fuoco, in modo che vi perissero affogati dal fumo e bruciati dalle fiamme; alcuni anche venivano incatenati insieme, a diecine, e gettati nei fiumi e nel mare; e ai disertori si tagliavano mani e gambe. Un giorno una schiera di ausiliarii, istigati dai loro ufficiali, piombano addosso a una moltitudine di nemici e ne fanno strage. Ma Cassio li fa porre tutti in croce, perchè son venuti a battaglia senza suo ordine. L’esercito allora, non sopportando l’immane atto di severità, si leva a tumulto e corre minaccioso verso la tenda del generale. Questi, imperterrito, esce senz’armi ad incontrarli, e grida in mezzo a loro: «Percuotetemi, se ne avete il coraggio, e all’indisciplinatezza aggiungete il delitto». A tanto ardimento — dice il suo biografo — i soldati si acquetarono, ed ebbero timore di lui, perchè egli non aveva temuto [228]. Tale era l’uomo, che Marco Aurelio aveva dato come luogotenente a suo fratello: ed era l’uomo che ci voleva per le legioni della Siria, dove i lunghi ozi snervanti e le mollezze della voluttuosa vita orientale avevano infiacchiti gli animi ed allentati i vincoli dell’antica disciplina. «Perduto da lungo tempo — scriveva un giorno Frontone a Lucio Vero [229] — l’uso di combattere, il soldato romano incodardiva. Poichè come a tutte le arti così, ed ancor più, all’arte della guerra è dannosissima l’inerzia..... Viziosi più di tutti erano i soldati della Siria, turbolenti, ribelli, soliti a non comparire che di rado sotto le insegne... [230] erranti per le guarnigioni... e vagabondi, fin dal meriggio... ubbriachi, non avvezzi a sostenere nemmeno il peso delle armature, ma per odio della fatica soliti a lasciare, ciascuno a suo capriccio, le proprie armi, e quindi mezzo nudi alla maniera dei veliti e dei frombolieri. A tante vergogne si aggiunse anche questa, che, spaventati dal cattivo successo delle battaglie, al primo vedere i Parti, volgevano le spalle, per modo che le trombe sembravano dar loro il segnale della fuga. E Marco Aurelio n’era consapevole. «Ho disposto — scriveva ad un suo prefetto — che Avidio Cassio prenda il comando delle legioni della Siria, le quali vivono fra le lascivie e le dissolutezze di Dafne, e i cui soldati Cesonio Vettiliano mi ha scritto di aver sorpresi, mentre erano interamente dediti ai bagni d’acqua calda. Credo di non essermi ingannato. Tu lo conosci Cassio: ha tutta la severità tradizionale nei membri della sua famiglia; e ristabilirà quell’antica disciplina, senza della quale non esistono eserciti. Tu ricordi il verso, del resto popolarissimo, del nostro buon poeta: «La potenza Romana sta dritta ed incrollabile per virtù degli antichi costumi, e degli uomini che li praticano». Tu pensa soltanto a fornire abbondantemente l’esercito di vettovaglie; Avidio, se ben lo conosco, saprà utilizzarle». E il prefetto rispondeva: «Saggio, o mio Signore, fu il tuo provvedimento di affidare a Cassio il comando delle legioni siriache. Con delle milizie effeminate non v’è cosa che giovi tanto, quanto un duce severo. E Avidio è proprio l’uomo che metterà fine ai bagni di acqua calda, e che strapperà tutti i fiori dal capo, dal collo e dal seno di ciascun soldato [231]. E infatti Cassio, arrivato in Siria e preso il comando delle truppe, si diede subito con meravigliosa attività ad un’opera di risanamento morale e di restaurazione disciplinare. Per prima cosa, fece spargere nel campo, a suon di tromba, l’annunzio, che chiunque si fosse lasciato sorprendere a Dafne, sarebbe stato ignominiosamente scacciato dalla milizia. Poi manovre, esercitazioni militari, pene severissime restituirono in breve tempo all’esercito la fierezza delle antiche legioni. Una volta sicuro della forza e della fedeltà dei suoi soldati, Avidio li condusse ai cimenti della battaglia. Le vicende di questa guerra, durata, pare, cinque anni, dal 161 al 166, ci sono poco note. Tuttavia dalle scarse e frammentarie informazioni della tradizione possiamo a grandi linee ricostruire il quadro degli avvenimenti. La lotta, accanita e sanguinosa, si svolse sopra un immenso teatro di guerra, dal settentrione armeno fino al Tigri inferiore. Ed è molto probabile che i generali romani abbiano contemporaneamente sferrata l’offensiva su tutta la linea del settore orientale. Volgeva l’anno 163. Dalla Cappadocia una colonna, agli ordini di Stazio Prisco, si avanzò con terribile impeto nell’Armenia, conquistandone la capitale Artaxata [232]. Avidio Cassio intanto operava con buon successo nella Mesopotamia settentrionale, dove vennero prese Niceforio sull’Eufrate, e Dausara presso Edessa [233]. Così l’imperatore Lucio Vero nell’anno 164 si trovò in condizione di rimettere sul trono dell’Armenia, in luogo del re Pacoro, imposto dai Parti [234], il legittimo re tributario Soemo, che n’era stato scacciato [235]; dopo di che si recò ad Efeso, per accogliervi la sua fidanzata Annia Lucilla [236], figliuola di Marco Aurelio, mandata colà dal padre, sotto la custodia di un parente maggiore, affinchè ormai si celebrasse il matrimonio [237].
Scacciati i Parti dall’Armenia, il centro della grande guerra si spostò nella Mesopotamia settentrionale, dove le forze dei due imperi nemici cozzarono con urto formidabile presso le città di Europo e di Sura sulle rive dell’Eufrate. Edessa e Nisibi furono cinte d’assedio. Dopo furibondi combattimenti la vittoria arrise finalmente ai Romani [238]. Approfittando di tale favorevole condizione, Vero, a quel che sembra, tentò di venire a trattative di pace col re dei Parti. Ma questi respinse l’offerta, e ne fu punito [239]. La guerra venne ripresa e continuata con terribile violenza. Nell’anno 165 Avidio Cassio col nerbo dell’esercito e con inaudito ardimento correva da padrone la Mesopotamia. Pervenuto fino alla residenza del re dei Parti sul Tigri inferiore, prendeva e devastava Ctesifonte, ne incendiava il palazzo reale, distruggeva, dopo un’orribile carneficina, la città di Seleucia, e tornava nella Siria con l’esercito scemato per fame e per malattie, ma vincitore. La potenza dei Parti era infranta. Vologese fu costretto a chieder pace; e l’ottenne, a condizione però che lasciasse libera la Mesopotamia [240]. Marco e Vero si fregiarono ancor una volta del titolo d’imperatori [241]. Vero, anzi, prese per sè anche quello di Parthicus Maximus [242]; fu levato a cielo da Frontone, come restauratore della corrotta disciplina militare, come uomo forte, come valoroso guerriero [243]; e una quantità innumerevole di retori e di sfacciati adulatori greci e romani, di cui poi doveva piacevolmente burlarsi il genio satirico di Luciano [244], si levò a celebrarne le lodi in sonniferi poemi e in narrazioni storiche ampollose e spropositate [245].
Le splendide vittorie riportate sui Parti fecero riecheggiare il nome di Roma fin nelle estremità orientali dell’Asia. E se ne avvantaggiò, a quanto pare, il commercio romano. Poichè negli Annali Cinesi, sotto l’anno 166, si fa menzione d’un avvenimento importante, di cui però negli antichi storici di Roma, sia latini sia greci, non troviamo alcuna notizia. La Cina, dunque, vide in quell’anno per la prima volta un’ambasceria romana inviata dall’imperatore An-tan, che vorrebbe dire Marco Aurelio Antonino, all’imperatore del Celeste Impero, Houang-Ti. Gli ambasciatori romani, forse un gruppo di mercanti, recatisi colà per istudiarvi il commercio della seta, la quale allora pagavasi a peso d’oro, recarono in dono al sovrano cinese denti di elefanti, corni di rinoceronti e scaglie di tartaruga [246].
Durante la guerra partica Marco Aurelio era rimasto, padrone di tutto, nel centro dell’Impero, e alacremente [247] non solo provvedeva alle varie necessità della guerra, ma si dedicava anche ad opere di beneficenza e di saggia amministrazione civile [248]. Era diligentissimo nel render giustizia, e a questo scopo rinnovò con più larghi criteri, per il buon governo delle province in Italia, l’istituzione dei Giuridici (Juridici) dell’imperatore Adriano, ammettendo a questa carica, alla quale prima non potevano accedere che personaggi consolari, anche uomini che fossero stati semplicemente pretori: e da alcune iscrizioni apprendiamo come a questi magistrati spettasse non solo l’ufficio di amministrare la giustizia, ma anche quello di provvedere all’annona delle regioni affidate alle loro cure [249]. All’infanzia ed alla povertà Marco Aurelio, nel nobile desiderio di assicurare il bene degli uomini, rivolse in particolar modo lo sguardo pieno di dolcezza e d’amore. Egli ordinò che tutti i neonati di condizione libera fossero, nello spazio di trenta giorni da quello della nascita, inscritti, a Roma, presso il prefetto dell’erario di Saturno; e nelle province, affinchè i sudditi, trovare facilmente i loro titoli, stabilì pubblici ufficiali con nel caso di contese in materia di libertà civile, potessero l’incarico di conservare gli atti di nascita in appositi archivi: una specie, dunque, dei nostri registri dello stato civile [250]. Fu pure istituita una speciale magistratura col titolo di pretura tutelare a protezione degli orfani. E l’istituzione alimentare, vale a dire l’amministrazione di quelle cospicue dotazioni, e dei redditi provenienti da esse, che, fin dai tempi di Adriano e di Antonino, erano stati destinati all’assistenza dei fanciulli poveri di condizione libera, venne portata a tal grado di sviluppo e di prosperità, da assumere la funzione d’uno dei più importanti organismi dell’amministrazione civile.
Semplici cavalieri fino allora erano stati incaricati di questo pubblico ufficio. Marco Aurelio, per dimostrare quanta importanza vi annettesse, ne affidò la direzione ad uomini rivestiti di più larghi poteri, come consolari e pretori, che presero il titolo di praefecti alimentorum [251]. Nè gli schiavi furono esclusi dal grande piano di riforma sociale, a cui quel saggio principe dedicava tanta parte della sua mente e del suo cuore [252]. Marco Aurelio infine, a differenza dei suoi predecessori, in ogni faccenda di guerra e di pace, fu rispettosissimo dell’autorità del Senato, e per non mancare alle adunanze, a cui era assiduo, anche quando gli affari da trattarsi non richiedevano la presenza dell’imperatore, veniva espressamente perfino dagli estremi confini della Campania, nè usciva mai dalla Curia, prima che il console avesse sciolta l’assemblea con la formula solenne: «Non vi tratteniamo più, Padri Coscritti (Nihil vos moramur, patres conscripti) [253]. A molti senatori, per renderli autorevoli, assegnò nuovi importanti giudizi ed uffici [254], e soleva ripetere: «È più giusto ch’io segua il consiglio di tanti e tali amici, che tanti e tali amici la volontà di me solo» [255]. Nessuno era più scrupoloso di lui nell’adempimento dei doveri di giudice: passava i giorni e le notti ad esaminare da sè stesso le cause [256]; e, sebbene fosse inesorabile contro i colpevoli di gravi delitti, pure cercava di raddolcire, sempre che potesse, le asperità della legge [257].
Persuaso infine della necessità che la giustizia procedesse con più rapida azione, accrebbe fino a 230 il numero dei giorni in cui i tribunali dovevano rimanere aperti [258]. Per condurre a termine tante e così provvide riforme, Marco Aurelio ebbe cura di circondarsi non solo dei più rinomati discepoli del Portico, fra i quali, come vedemmo, primeggiava il filosofo Giunio Rustico, ma anche dei più valenti giureconsulti, fra cui specialmente è ricordato Q. Cervidio Scevola [259]. Riformò i costumi; frenò la ferocia del Circo; soccorse le città d’Italia in tempi di carestia con largizioni di grano; aggiunse nuove disposizioni a quella sulla ventesima delle eredità; provvide alle tutele dei liberti, alle successioni dei figli nei beni materni; frenò gli abusi delle esazioni; rifornì di coloni luoghi esausti, come le Spagne [260]: la sua attività, insomma, egli spese tutt’intera in opere di pietà e di umanità, a consolazione degli umili, dei bisognosi, dei derelitti, traducendo in atto il sogno, da lui vagheggiato, di un reggimento civile, dove la legge fosse uguale per tutti, e uguali fossero i diritti dei cittadini [261], e facendo creder vera la famosa sentenza di Platone, che i regni sarebbero stati felici, qualora gli imperatori ed i re fossero stati filosofi [262].
Mentre Marco Aurelio con savio e giusto governo provvedeva agli interessi generali dell’Impero, e portava a compimento in Italia la riforma dei diversi rami dell’amministrazione dello Stato con leggi e provvedimenti, che dovevano rendere venerando il suo nome, Lucio Vero, non prima del marzo 166 [263], firmata la pace con i Parti, ritornava in Italia [264].
A Roma i due Imperatori celebrarono le loro vittorie con giuochi solenni e con un trionfo [265], al quale parteciparono anche i piccoli figli e le figlie di Marco Aurelio [266], vale a dire Commodo e Vero, Arria Fadilla e Cornificia. I sovrani furono salutati col titolo d’Imperatori e di Padri della Patria [267]; Marco inoltre accettò, sebbene di mala voglia, il titolo glorioso di Parthicus Maximus, che già suo fratello portava fin dall’anno 165 [268], ed ambedue finalmente presero quello di Medicus [269]. Ma Lucio Vero — narra il suo biografo [270] — conduceva seco dall’Oriente non re prigionieri, ma istrioni, suonatori di flauto, prestigiatori, buffoni; e, quel ch’è peggio, come fu detto argutamente [271], insieme con la peste delle anime portava anche quella dei corpi. Un’orribile epidemia infuriava allora nelle province dell’Asia. Venuta, pare, dall’Etiopia o dall’India, aveva invaso l’Egitto e le terre dei Parti, specialmente Nisibi, dove l’esercito romano aveva combattuto. E Vero, rimpatriando con una parte delle legioni della Siria, spargeva dovunque, nel suo cammino, il terribile contagio, che non tardò a propagarsi nelle Gallie, in Germania, e in tutte le province dell’Impero. L’Italia ne fu particolarmente desolata: i campi, privi di coltivatori, inselvatichivano; nelle città, le case, rimaste vuote d’abitanti, si disfacevano e crollavano. A Roma, più che altrove, mieteva vittime la morte: poveri e ricchi, tutti morivano a migliaia, e i carri della città non bastavano al trasporto dei cadaveri, tanto che Marco Aurelio, ad evitar mali peggiori, fece leggi severissime sulle inumazioni, e ordinò, fra l’altro, che le vittime fossero seppellite a spese del pubblico erario [272]. Intanto notizie gravissime d’incursioni barbariche lungo il corso medio e inferiore del Danubio giungevano a Roma. Già fin dal tempo della guerra contro i Parti nessuno ignorava che al di là del gran fiume un insolito movimento di rivolta si andava manifestando con ripetute violazioni del confine nella vasta massa delle popolazioni germaniche. Ma il pericolo era stato più volte felicemente scongiurato dall’arte dei legati romani, i quali certo sapevano bene che la salvezza dell’Impero dipendeva in gran parte dall’ottenere che i barbari del nord non rompessero la frontiera, prima che la pace ristabilita in Oriente avesse dato a Marco Aurelio mano libera sul Danubio [273].
A partire dal 166 [274], l’insurrezione, fino allora a stento repressa, divampa in aperto incendio di guerra. Il segnale vien dato dai Marcomanni, i quali, conosciuta la debolezza delle truppe romane di guarnigione, scendono con tutte le loro forze da ovest, per le valli della Salza e dell’Enns, e combinando il loro movimento offensivo con quello dei loro vicini orientali, i Quadi, irrompono nella Pannonia, si riversano nella valle della Drava, valicano le Alpi Giulie, e, invasa l’Italia [275], distruggono Opitergium (Oderzo) e assediano Aquileia [276]. In questo periodo di tempo è da porre probabilmente la grave sconfitta dell’esercito romano, nella quale il prefetto del pretorio Furio Vittorino e ventimila soldati perdettero la vita [277].
L’imminenza del pericolo gettò un indicibile sgomento negli animi. Marco Aurelio stabilì di assumere lui stesso la direzione della difficile guerra, e dichiarò in Senato la necessità che ambedue gli imperatori si recassero sul teatro delle operazioni militari [278].
Per ricondurre poi la calma negli animi, ordinò espiazioni, sacrifici, preghiere, cerimonie d’ogni specie, e, dopo il 12 ottobre del 166, epoca in cui diede il titolo di Cesari ai suoi due figli, Lucio Aurelio Commodo di cinque anni, e Marco Annio Vero di quattro [279], seguito con riluttanza dal fratello, che di mala voglia lasciava i divertimenti della capitale, partì alla volta d’Aquileia, centro importante di tutte le grandi vie militari che allora dall’Italia conducevano nelle regioni settentrionali dell’Europa [280]. Al solo annunzio del suo prossimo arrivo, i barbari, nel cui orecchio ancora il nome d’imperatore suonava come un che di grande e di pauroso, uccisero coloro che li avevano eccitati alla guerra e, per mettere in salvo i numerosi prigionieri ed il ricco bottino, si affrettarono a ritirarsi al di là delle Alpi; i Quadi, anzi, che avevano perduto il proprio re, mandarono messaggi, dichiarando, secondo una consuetudine che per essi datava da Augusto, di non voler più eleggere d’allora in poi alcun capo che non riuscisse interamente accetto ad ambedue gli imperatori [281].
Ma Marco Aurelio non sentivasi affatto disposto ad accordar loro la pace: egli stimava la ritirata dei barbari una finzione, e, per quanto il collega Lucio Vero, perchè ormai stanco dei disagi del campo e bramoso dei godimenti della città, cercasse d’indurlo a ritenersi sodisfatto del piccolo successo, e a ritornarsene a Roma [282], tuttavia stimava necessario di spingere ancor più avanti la guerra. Gli imperatori quindi rimasero, durante l’inverno del 166-167, ad Aquileia, da dove, probabilmente al principio del 167, traversate le Alpi, marciarono verso il nord [283]. L’offensiva fu coronata da buon successo: Tiberio Claudio Pompeiano, il futuro genero di Marco Aurelio, combattè nella Pannonia inferiore [284], dov’era luogotenente, e il suo antico comandante in seconda, Publio Elvio Pertinace, il futuro imperatore, riuscì in breve tempo, nella Rezia e nel Norico, a sconfiggere pienamente il nemico [285]. Ciò avvenne prima del 5 maggio del 167, poichè in quest’epoca i due sovrani presero per la quinta volta il titolo d’Imperatori [286].
Credeva ora Marco Aurelio d’aver sufficientemente provveduto alla difesa dell’Illirico e dell’Italia, e di potere, cedendo finalmente alle insistenze del collega, far ritorno per qualche tempo alla capitale dell’Impero [287]. Verso il principio del 169 i due sovrani si posero in viaggio; ma, pervenuti nelle vicinanze di Altino (undici miglia sotto a Treviso), Lucio Vero, mentre sedeva nella carrozza da viaggio accanto al suo fratello adottivo, fu colpito da apoplessia, che in tre giorni l’uccise [288]. A Roma corse voce che egli avesse concepito il proposito di dar la morte al fratello, per rimaner solo al governo dell’Impero, e che Marco, avvertito di ciò, lo prevenisse facendogli dare il veleno [289]. Ma la notizia non merita fede; ad ogni modo non è provata. E non pare accettabile nemmeno l’altra, che alla morte di Vero avessero parte Faustina e Lucilla, suocera e moglie del defunto imperatore [290]. Comunque ciò sia, Marco Aurelio accompagnò fino a Roma il cadavere del fratello, e ne fece [286] deporre le ceneri nel mausoleo d’Adriano; rese grazie al Senato, perchè aveva decretato l’apoteosi di Vero, diede templi e sacerdoti al nuovo Dio del Pantheon romano, e istituì molte feste in suo onore [291]. Ma l’imperatore era da poco a Roma, quando la guerra danubiana scoppiò con più terribile fragore. Dall’Illirio alle Gallie, tutte le nazioni barbariche, in parte collegate ad uno sforzo comune, si levarono in armi per infrangere le frontiere settentrionali dell’Impero [292]. Mai s’era vista guerra più spaventosa, dopo quella contro Cartagine: ingenti masse di popolazioni ferocissime si alleavano apertamente con i Marcomanni e con i Quadi, ritornati ribelli. La situazione era sommamente pericolosa; e, per colmo di sciagura, la peste continuava ad infierire con tremenda violenza. Gli uomini mancavano, e quelli di condizione libera, come del resto era già una volta avvenuto, dopo il disastro di Varo, si rifiutavano di prender le armi. Fu quindi necessario di rinnovare l’esempio, che la repubblica, dopo la rotta di Canne, aveva dato in tempi ugualmente tristi e calamitosi: a prezzo d’oro, furono chiamati sotto le insegne schiavi e gladiatori; convertiti in soldati i ladroni dell’Appennino, della Dalmazia e della Dardania, e comprati aiuti germanici contro i Germani [293]. La storia non ci dà il numero preciso delle forze romane impiegate in questa formidabile guerra; dalle iscrizioni però apprendiamo, che delle 30 legioni, di cui componevasi l’esercito permanente, circa la metà presero parte alla guerra germanica [294].
Mancavano gli uomini, e mancavano anche i denari. Il pubblico erario, a causa delle spese sostenute sia per il seppellimento degli appestati, sia per le molte gratuite distribuzioni durante un lungo periodo di carestia, era vuoto. Per non opprimere di nuove imposte i cittadini delle province, Marco Aurelio fece vendere all’incanto, nel foro di Traiano — e la vendita durò due mesi —, tutti gli ornamenti del palazzo imperiale: le statue, i quadri, i ricchi vasellami d’oro, di cristallo e di murra, le vesti d’oro e di seta di sua moglie, e le gemme trovate nel tesoro segreto di Adriano [295].
Riunito l’esercito a prezzo di tanti e così duri sacrifizi, Marco, probabilmente verso la fine d’ottobre dell’anno 169 [296], dopo aver dato in moglie al vecchio consolare Tiberio Claudio Pompeiano la figlia Annia Lucilla, vedova di Lucio Vero [297], tornò in gran fretta sul Danubio. Confuse ed oscure nei magri, lacunosi e disordinati racconti degli storici sono le vicende di questa fierissima guerra, durata molti anni in Pannonia, istoriata nelle mute sculture della Colonna Antonina [298], e ricordata anche da un arco trionfale scomparso da più di tre secoli [299]. Nel 170, che fu il primo anno della guerra, non si ebbero avvenimenti di grande importanza, per quel che almeno è dato a noi di sapere dalle scarse fonti storiche, di cui sino ad oggi disponiamo [300]. Però di scontri più o meno sanguinosi in quest’anno [301] non ne dovettero mancare, come quello in cui Marco Claudio Frontone, legato della Dacia e della Mesia superiore, perdè la vita, combattendo vittoriosamente contro i Germani e gli Iazigi [302].
Una strepitosa vittoria delle armi romane rese, invece, memorando l’anno successivo 171 [303]; e d’allora in poi, per poter meglio dirigere in ogni parte gli attacchi contro il nemico, Marco Aurelio, proclamato per la sesta volta imperatore [304], pose sulle rive del Danubio, nella piazzaforte di Carnuntum [305], il suo quartier generale.
Vittorie e sconfitte si alternarono con rapida vicenda; [300] ed a numerosi ufficiali, caduti da prodi davanti al nemico, Marco Aurelio fece decretare dal Senato l’onore di iscrizioni e di statue nel foro di Traiano, nel tempio di Antonino, ed in quello di Marte Vendicatore [306]. Così a Marco Macrinio Vindice, prefetto del pretorio, rimasto ucciso in un combattimento con i Marcomanni, vennero erette tre statue per ordine dell’imperatore [307]. Ma a poco a poco la costanza dei Romani e la superiorità della loro tattica ebbero facilmente ragione dei numerosi avversari, e, mentre in Egitto Avidio Cassio soffocava nel sangue una terribile sommossa dei Bucolici [308], e i Mauri devastavano, dopo averla invasa, la Spagna [309], Marco Aurelio riportava nel 172 un’importantissima vittoria, che gli valse il titolo di Germanicus [310]. Nel 173 i Marcomanni furono completamente debellati e sottomessi [311]. Marco Aurelio allora credè venuto il momento di muovere con tutte le sue forze contro gli Iazigi, i quali intanto, attraversato, a sud d’Aquinco, il Danubio, avevano invasa la Pannonia, e trasportò da Carnunto a Sirmio il suo quartier generale [312]. Le vicende di questa lotta non ci son note abbastanza. Sappiamo solamente che verso la fine del 173 gli Iazigi furono sbaragliati e messi in fuga [313], e che nell’inverno (gennaio o febbraio) del 174, raggiunti dai Romani sul Danubio gelato, si trovarono costretti a dover sostenere con gl’inseguitori, su quel piano sdruccioloso, una ferocissima battaglia, nella quale furono vinti ed in mas sima parte uccisi [314]. Terminata appena la campagna contro i Marcomanni e gli Iazigi, Marco Aurelio dovè mettersi nuovamente a capo d’una spedizione contro i Quadi [315]. Era l’estate del 174. Un caldo afoso toglieva il respiro. I Romani erano penetrati con marce lunghe e faticose nelle parti più interne del paese, molto probabilmente nella regione percorsa dal fiume Gran. Ma in una valle senza uscita si videro improvvisamente accerchiati ed assaliti. Tenendosi allora strettamente vicini gli uni agli altri, si difendevano alla meglio dal nemico. Ma la resistenza non poteva durare a lungo: i barbari, tra l’altro, erano riusciti a privarli della facoltà di provvedersi d’acqua. Rifiniti dalle lunghe marce, oppressi dalle ferite, dilaniati dagli spasimi della sete, sotto la sferza cocente del sole, i Romani ormai non avevano nemmen più la forza di rispondere ai colpi del nemico; quand’ecco il cielo si ricopre tutto di nuvole nere, che non tardano a sciogliersi in copiosissima pioggia. Mentre i Romani sono intenti a raccogliere con gli scudi e con gli elmi l’acqua del cielo, per dissetarsi, il nemico li assale con raddoppiato furore; sicchè essi debbono bere e combattere nello stesso tempo. E sono talmente riarsi dalla sete, che non pochi, mescolato con l’acqua, di cui l’elmo è pieno, bevono anche il sangue che sgorga dalle proprie ferite. La rovina sembra prossima ed inevitabile. Ma improvvisamente la pioggia si cambia in grandine, e un vento impetuoso con orrendo fragore di folgori e di tuoni la spinge contro i nemici. Questi, fulminati a un tempo dal cielo e dai Romani, a cui la pioggia intanto ha restituito l’antico vigore, si danno confusamente alla fuga, e molti, anzi, non potendo trovar rifugio altrove, vengono a cercar salvezza nel campo stesso dei legionari [316]. Parve a tutti un miracolo. I più lo attribuirono alle preghiere di Marco Aurelio [317]; altri pensarono all’intervento di un mago egiziano [318], mentre i Cristiani dissero che il miracolo era stato ottenuto dalle preghiere della duodecima legione, composta di soli seguaci di Cristo, la quale perciò, al dire di Xifilino, avrebbe ricevuto dall’imperatore il soprannome di fulminata [319]. Il fatto d’una pioggia appare scolpito anche in un bassorilievo della colonna Antonina. Vi si vede un Giove Pluvio di straordinaria grandezza, dalle cui braccia, barba e capelli scendono torrenti d’acqua, a refrigerio dei Romani, che s’affrettano a raccoglierla, mentre le folgori colpiscono e disperdono le soldatesche barbariche [320]. Dopo la strepitosa vittoria, Marco Aurelio fu gridato imperatore per la settima volta [321], e la moglie Faustina, che trovavasi allora presso di lui negli accampamenti d’estate, fu salutata col nome nuovo di mater castrorum, ossia di madre delle milizie [322].
Ma, sconfitti i Quadi, la guerra non poteva dirsi ancora interamente finita: altre ribellioni, scoppiando or qua or là, obbligavano l’esercito romano a star sempre in armi. E nel 175, in un combattimento contro i Sarmati, la vittoria arrise ai Romani: Marco Aurelio fu salutato Imperatore per l’ottava volta [323], ed ebbe anche, insieme con suo figlio Commodo [324], il titolo glorioso di Sarmaticus [325].
Ormai la calma sembrava finalmente ristabilita sulla lunga linea che si estende dalla regione di Ratisbona fino al Tibisco, e molte popolazioni germaniche spedivano messaggi di pace all’imperatore [326]; il quale la concesse a queste condizioni, che i barbari si ritirassero a cinque miglia al di là del Danubio; che questo fiume non fosse più navigato da barche germaniche; che i Marcomanni, i Quadi e gli Iazigi s’impegnassero a fornire regolarmente contingenti di truppe ausiliarie per l’esercito imperiale, ed a restituire i prigionieri di guerra. I quali sommarono a circa duecentomila uomini: enorme cifra, che basterebbe di per sè sola a mostrare la grandezza dei pericoli, a cui si trovarono esposte le legioni romane. Vennero inoltre stabiliti i luoghi ed i tempi in cui sarebbe stato lecito ai barbari di esercitare il commercio con le province dell’Impero; e in vari punti strategici, dalla parte interna della linea di confine, sorsero castelli fortemente presidiati [327]. Marco Aurelio infine risarcì dei danni sofferti gli abitatori dei luoghi, dove s’era svolta la guerra [328]; fece stanziare colonie di Germani in Italia [329]; e pensava anche di ridurre a provincia i paesi dei Marcomanni e dei Sarmati [330], quando inaspettatamente gli giunse la notizia che Avidio Cassio aveva preso il titolo d’Augusto e s’era fatto capo d’un largo movimento di rivolta, a cui partecipavano tutte le province affidate al suo governo [331].
Avidio Cassio, dal giorno in cui aveva riportato sui Parti le splendide vittorie, che narrammo, era stato posto al governo di una vasta zona di territorio compresa tra il monte Amano e la foce orientale del Nilo, e designata, come appare da un luogo di Ammiano Marcellino, col nome generale di Oriente [332]. Per lungo tempo e con buon successo tenne Avidio il suo ufficio. Vedemmo infatti come nel 172 avesse domato la grave insurrezione dei Bucolici, mentre l’imperatore stentava a difendere contro gli assalti dei barbari la frontiera del Danubio [333]. Ma intanto mirava a portare ad effetto l’ambizioso disegno d’impadronirsi del supremo potere; disegno concepito e vagheggiato fin dal tempo della guerra partica. E ben se n’era accorto Lucio Vero, il quale non mancò di darne subito avviso al fratello in una lettera, dove diceva: «Avidio Cassio, per quel che a me sembra, e per quel che diede anche a divedere sul proprio conto fin da quando regnava quello che a un tempo era mio avo e padre tuo, è un uomo assetato di dominio. Sorvèglialo dunque; tutto ciò che noi facciamo gli dispiace, si procaccia aiuti potenti, mette in ridicolo il nostro amore alle lettere, chiama te vecchia filosofessa, e me lussurioso buffone.
Vedi un po’ tu quel che s’ha da fare. Io non sento alcun odio contro di lui, ma tu bada bene al partito da prendere, per non esporre te ed i tuoi figli al pericolo, che nasce dal tenere a capo degli eserciti un uomo tanto amato dai suoi soldati».
Al trepido annunzio Marco Aurelio diede una risposta, che è un modello di fermezza d’animo e di nobiltà di sentimento: «Ho letto — scrisse — la lettera, con la quale mi manifesti timori che non s’addicono affatto nè ad un imperatore nè ad un governo, com’è il nostro. Se dagli Dei è stabilito che Cassio debba salire all’Impero, noi, quand’anche volessimo, non avremmo il potere di ucciderlo. E tu sai bene quel che soleva dire il tuo bisavolo: «Nessun principe uccise mai il proprio successore». Se invece la volontà divina non ha stabilito ch’egli debba regnare, precipiterà da sè stesso nei lacci della morte, senza bisogno di usargli crudeltà. Aggiungi inoltre, che noi non possiamo trattare da colpevole un uomo, contro il quale non si leva anima viva ad accusarlo, e che invece gode, come tu stesso scrivi, tutto l’amore dei suoi soldati. Pensa anche al fatto, che nelle cause di lesa maestà passano per vittime quelli stessi, di cui è chiaramente dimostrata la colpa. Ricòrdati delle parole di Adriano, tuo nonno: «Misera è la condizione dei principi, che nessuno crede mai minacciati, se non quando sono uccisi». Queste parole veramente le ha dette Domiziano, prima di Adriano, ma io ho preferito citarle col nome di quest’ultimo, perchè anche le buone massime perdono molto della loro autorità, quando escono dalla bocca dei tiranni.
Lasciamo dunque in pace Avidio Cassio, tanto più che è un capitano valente, severo, coraggioso, e necessario allo Stato!
Occorre provvedere, tu dici, con la morte di lui alla sicurezza dei miei figliuoli: oh periscano i miei figliuoli, se Cassio merita di essere amato più di loro, e viva Cassio, piuttosto che i figli di Marco Aurelio, se ciò deve ridondare a vantaggio dello Stato!» [334].
Quindi Cassio continuò a tenere il supremo comando delle forze romane in Oriente, e con segreti maneggi a preparare gli animi alla rivolta. Ma quali motivi lo indussero all’audace impresa? S’indovinano facilmente, leggendo la lettera scritta da Cassio al proprio genero e conservataci dal biografo del ribelle. «Marco — egli dice — è senza dubbio una perla d’uomo; ma, per ambizione di clemenza, lascia vivere della gente, di cui egli stesso è il primo a biasimar la condotta. Dov’è Lucio Cassio, del quale invano io porto il nome? Dov’è Catone il Censore? Dov’è la disciplina degli antichi? Marco Antonino non pensa ad altro che a filosofare e a discutere sugli elementi, sulla natura dell’anima, sull’onesto e sul giusto, e non si preoccupa degl’interessi dello Stato. Non vedi di quanti editti, di quante spade si ha bisogno per ridare allo Stato l’antica sua forza? Ah maledetti codesti governatori, i quali credono che il Senato ed Antonino abbiano affidato a loro le province, perchè si divertano e si arricchiscano! Conosci il prefetto del pretorio del nostro filosofo? Prima di ricevere questa carica, era povero e mendico; tre giorni dopo, eccolo diventato ricco. Da dove, dimmi, ha ricavato tanti tesori, se non dalle visceri dello Stato e delle province? Ma abbiano pure costoro tutte le ricchezze del mondo: presto colmeranno il vuoto del pubblico erario; e, se gli Dei son propizi alla causa buona, i Cassii ridaranno allo Stato la sua grandezza [335]». E forse non aveva tutti i torti di lamentarsi così: la profonda corruzione dei tempi esigeva veramente più severità che clemenza, e il governo delle province era lasciato per lungo tempo in mano ad uomini ingordi e rapaci. Per meglio riuscire nell’intento, Cassio fece spargere la falsa notizia, che Marco Aurelio fosse morto; pose quindi il supposto defunto fra gli Dei, ed assunse il titolo imperiale. La Siria, l’Egitto, la Cilicia, la Giudea furono presto guadagnate alla sua causa; solo la Cappadocia e la Bitinia, governate rispettivamente da Marzio Vero e da Claudio Albino, rimasero fedeli al vecchio imperatore [336].
Alla notizia della rivolta, Roma fu tutta in preda allo spavento. Si diceva che le legioni dell’usurpatore sarebbero entrate di lì a poco in città e avrebbero saccheggiato ogni cosa. Il Senato lo dichiarò nemico pubblico e confiscò i suoi beni [337]. Marco Aurelio intanto, appena conchiusa la pace coi barbari, partiva dalla Pannonia con buon nerbo di truppe alla volta dell’Asia, conducendo seco il figlio Commodo [338]. Ma, durante la marcia, ricevè la notizia che Avidio Cassio era stato ucciso da uno dei suoi centurioni [339]; e quando gli fu presentata la testa del ribelle, se ne addolorò fortemente: egli aveva perduto l’occasione di usar clemenza al nemico [340]. Faustina, gli amici del principe, ed il Senato chiedevano che i complici della congiura fossero severamente puniti. Marco Aurelio non prestò loro ascolto; anzi con nobilissime parole scongiurò in una lettera il Senato a non infierire contro i colpevoli, a non versare il sangue di alcuno. «Gli esiliati — scriveva — siano richiamati, i beni siano loro restituiti. Oh potess’io richiamare in vita coloro che sono stati uccisi! Poichè non riesce mai simpatico l’atto d’un principe, il quale si vendichi delle ingiurie personali; atto che, quand’anche sia giusto, appare però sempre crudele. Accordate dunque il perdono ai figli, al genero, ed alla moglie di Avidio Cassio. Ma perchè parlar di perdono? Costoro sono tutti innocenti. Vivano essi con animo tranquillo, sapendo di vivere sotto il dominio di Marco. Riacquistino una parte dei beni paterni; godano del possesso delle vesti e degli oggetti d’oro e d’argento; siano ricchi e sicuri; vadano liberi dove vogliano andare, e portino dovunque le prove della mia e della vostra bontà. Grande non può dirsi davvero, o Padri Coscritti, la clemenza che consiste nel perdonare alle mogli ed ai figli dei proscritti! Io vi chiedo ancora che i complici di Avidio, appartenenti all’ordine del Senato e dei cavalieri, sappiano di non dover patire nè uccisioni nè confische nè odii nè ingiurie di alcun genere. Procurate al mio regno questa gloria, che in una causa di ribellione non s’abbiano a deplorare altre morti, se non quelle di coloro che perirono nel primo tumulto» [341]. Nè solo qui si fermò, nei suoi desideri di clemenza, l’animo infinitamente buono dell’imperatore. Egli perdonò a tutte le città ed a tutte le province più favorevoli alla sommossa, e si compiacque della generosità con cui Marzio Vero, senza leggerla, aveva dato alle fiamme l’intera corrispondenza che rivelava i fautori di Cassio [342]. Però, ricordandosi che Avidio aveva ordito la congiura proprio in quella Siria, di cui aveva tenuto il governo, e che era stata nello stesso tempo il suo luogo di origine, stabilì per legge che d’allora in poi nessuno potesse più amministrare la provincia, dove avesse avuto i natali [343]. Per ricondurre infine l’ordine e la calma, l’imperatore volle visitare personalmente le province che avevano disertato la sua causa. E in compagnia della moglie Faustina [344] e del figlio Commodo [345] si recò in Egitto e nella Siria [346]: trattò con i re venuti ad incontrarlo, ricevette ambasciatori speditigli dai Parti, ed a tutti riconfermò con promesse di pace l’amicizia del popolo romano [347]. Ma un triste giorno, nel villaggio di Halala, in Cappadocia, perdeva improvvisamente la moglie Faustina [348]. Marco la pianse con molta amarezza [349], e le tributò in forma solenne gli ultimi onori: la fece proclamar dea, le eresse un tempio alle falde del Tauro [350], e pose una colonia col nome di Faustinopoli nel luogo stesso dove l’imperatrice era morta [351].
Rimessosi quindi in viaggio, si trattenne per breve tempo a Smirne, dove ascoltò il retore Aristide [352]. Passato di là ad Atene, vi soggiornò lungamente [353], e, dopo essersi iniziato nei misteri Eleusini [354], vi istituì cattedre ufficiali di pubblico insegnamento letterario e scientifico [355], regolarmente retribuito con grossi stipendi annui [356]. Poi s’imbarcò per ritornare in Italia. La traversata fu tutt’altro che facile. Scampato ai pericoli d’una fierissima tempesta, potè finalmente approdare a Brindisi nei primi di novembre del 176. Il viaggio in Oriente era durato quasi un anno [357]. Appena sbarcato, prese la toga, e la fece prendere anche ai soldati; poichè egli non permise mai che questi, in Italia, portassero il sagum, cioè l’indumento caratteristico della guerra [358]. Indi mosse alla volta di Roma, ch’egli rivedeva dopo otto lunghi anni di assenza [359].
A Roma feste, sacrifici, spettacoli, e larghe distribuzioni alle milizie ed al popolo celebrarono splendidamente il suo ritorno [360]. E il 27 novembre del 176 [361] Marco, insieme col figlio Commodo, trionfò dei Germani e dei Sarmati [362]. La città esultava di gioia; negli animi di tutti, come sui confini dell’Impero, era ritornata la pace, e sembrava che dovesse regnarvi eterna [363]. Anche i primi mesi dell’anno 177 trascorsero in calma. Marco Aurelio ne approfittò, per recarsi un po’ di tempo nella sua villa di Lavinio e ristorare con un ben meritato riposo l’anima e il corpo, esausti dalle gravi fatiche dell’anno precedente [364]. Ritornato in città, conferì al suo figliuolo Commodo la potestà tribunizia [365], lo chiamò Augusto, gli diede il titolo di pater patriae, e lo prese a collega nel governo dell’Impero [366]. Intanto nuove e tremende calamità, tra la fine del 177 e il principio del 178, si abbatterono sulle province soggette a Roma. I soliti Marcomanni riprendevano le armi [367], e spaventosi terremoti devastavano le coste della Ionia, specialmente la splendida e antica città di Smirne. Marco Aurelio allora, accogliendo le premurose raccomandazioni d’uno dei più celebri sofisti del tempo, Publio Elio Aristide, mandò le somme necessarie per la ricostruzione della città distrutta [368], provvide al benessere dei sudditi, facendo bruciare nel foro i titoli dei debiti contratti con l’erario e col fisco [369], unì in matrimonio suo figlio Commodo con Crispina, figlia di Bruzio Presente [370], e il 3 agosto del 178 [371] lasciò Roma per l’ultima volta [372]. Scarsissime notizie ci sono state tramandate sulle vicende di questa nuova guerra danubiana. Sappiamo soltanto che nel 179 a Tarrutenio Paterno, stimato giureconsulto e dotto stratega, riuscì di vincere in una grande battaglia l’esercito dei barbari [373]. Ma altri e più splendidi successi dovettero di lì a poco seguire, poichè Marco Aurelio pensava già di ridurre a provincia il paese nemico. Senonchè i lunghi strapazzi della vita militare avevano ormai grandemente indebolita la resistenza fisica dell’imperatore. Il mal di stomaco l’obbligava a frequenti digiuni: per intere giornate egli non viveva d’altro che di poche prese di triaca, preparatagli dal celebre medico Galeno [374], e prendeva cibo soltanto quando doveva rivolgere un’allocuzione ai soldati. [367]
Non sappiamo con precisione in quale luogo Marco Aurelio avesse allora il suo quartier generale: secondo alcuni, a Sirmio [375]; secondo altri, a Vienna [376]. Questo ad ogni modo è certo, che da qualche tempo nella regione, dove trovavasi l’imperatore, infieriva orribilmente la peste, desolando il paese ed uccidendo gran numero di soldati [377]. Marco Aurelio non ne andò immune [378]. Il 10 marzo del 180 cadde ammalato. Da quel giorno non volle più nè mangiare nè bere, e parlò come chi avesse già il piede sull’orlo della tomba. Nel sesto giorno della malattia chiamò al suo letto gli amici, e tenne loro un discorso intorno alla vanità delle cose umane. Tutti piangevano; egli li riprese amorevolmente: «Piangete per me? Pensate piuttosto a salvare l’esercito dal pericolo della peste! Io non fo che precedervi: addio!». Interrogato a chi volesse affidare suo figlio Commodo: «A voi — rispose — ed agli Dei immortali, se ne sarà degno!», e lo presentò all’esercito come suo successore [379]. Nel settimo giorno, il 17 marzo del 180, s’accorse che la morte gli era vicina. Volle prima rimaner solo con suo figlio, poi lo congedò, per timore che gli si attaccasse il contagio, coperse la testa in atto di prender sonno, e nella notte, all’età di 59 anni, dopo 19 di regno [380], serenamente, com’era vissuto, si spense. Le sue ceneri furono trasportate a Roma e deposte nel mausoleo di Adriano. Con unanime compianto i soldati, il Senato ed il popolo tributarono all’illustre defunto onori divini: lo chiamarono Dio propizio [381], gli consacrarono templi e sacerdoti [382], gli eressero una colonna d’oro nella Curia [383], e ritennero un sacrilegio il non aver in casa l’immagine di lui [384]. In Italia e nelle province, iscrizioni e monumenti furono posti da città, da cittadini e soldati a perpetua memoria del virtuoso guerriero e del principe benefattore [385]. E ancor oggi a Roma la bella Colonna Antonina, di marmo lunense, e la grande statua equestre, miracolo dell’antica arte fusoria, a cui, come disse Michelangelo, manca solo il movimento, perchè apparisca creazione vivente, attestano l’immenso affetto e la profonda riconoscenza del popolo di Roma verso il proprio sovrano, che ne aveva sempre desiderato il bene, e che avea fatto generoso sacrificio della vita per la grandezza della Città eterna [386]. Gli scrittori latini, non ostante i difetti che non mancano, se non a deturparne, almeno ad oscurarne in parte la bella immagine [387], furono [381] in ogni tempo concordi nel celebrare le lodi di un tal uomo, stimato insuperabile per saggezza, per bontà d’animo, per nobiltà di sentimenti, per santità di costumi; e gli imperatori, specialmente Diocleziano [388] e Giuliano l’Apostata [389], non solo lo ebbero in grandissima venerazione, ma fecero anche a gara per ornarsi del suo nome, divenuto ormai sacro [390].
⁂
I Ricordi, come leggesi alla fine di ciascuno dei primi due libri, furono scritti parte sulle rive del Gran, in mezzo alla tetra monotonia delle pianure ungheresi, e parte a Carnunto, da dove Marco Aurelio dirigeva la serie delle [387] operazioni militari contro i Quadi, i Marcomanni e le altre popolazioni gotiche e scitiche che invadevano la Pannonia [391]. Privo della compagnia dei dotti e dei filosofi, di cui tanto soleva compiacersi — tutti, mal sopportando i disagi e i pericoli del campo, avean preferito di rimanersene a Roma [392] —, l’imperatore, pur in mezzo al frastuono della guerra, trovava di quando in quando il tempo e il modo di raccogliersi in solitudine e di dimenticare, nella breve felicità dello studio e della meditazione, le aspre fatiche imposte a lui dal dovere. Nei momenti liberi dalle occupazioni guerresche, forse la notte, chiuso nel silenzio della sua tenda, egli faceva il suo esame di coscienza, e, disingannato degli uomini e delle cose, si preparava ad aspettare serenamente la morte, ragionando sull’immensa vanità del tutto, sulla brevità della vita, e perfino sull’inutilità della lotta, ch’egli intanto sosteneva con sì generoso eroismo. Poichè era scettico anche per le cose attinenti alla guerra. E un giorno scriveva: «Un ragno monta in superbia per aver preso una mosca; altri, un leprotto; altri, un’acciuga; altri, un cinghiale; altri, un orso; altri, un certo numero di Sarmati. Non sono dunque ladroni tutti costoro, se tu consideri i principi che li spingono ad agire?» [393].
I Ricordi o, più propriamente, le Confidenze fatte a sè stesso — poichè questa sarebbe la traduzione fedele del titolo greco Τὰ εἰς ἑαυτόν, sotto cui furono raccolti e pubblicati, dopo la morte dell’imperatore, i dodici libri che le contengono — sono piccole meditazioni, massime, sentenze, reminiscenze di passi letti, pensieri saturi di un così profondo disprezzo della vita terrena, che parrebbero dettati, nella mistica tranquillità di una celletta, dall’anima sinceramente religiosa di un cenobita. «Il libro dei Ricordi — osserva un illustre letterato italiano [394] — è scritto senza un piano preconcetto. È una raccolta di note, di memorie prese al momento, suggerite, talvolta, da qualche circostanza fuggevole, altra volta da un esame di coscienza, o dal bisogno di persuader sè stesso, di rafforzarsi nell’indirizzo della propria condotta morale, nella risoluzione di seguire tutti i precetti della filosofia stoica. L’anima alta e pura dello scrittore si mette a nudo davanti a noi, ne vediamo tutti i segreti, e vi troviamo il grande ammaestramento di una virtù che vuol bastare a sè stessa, di un’intelligenza non d’altro preoccupata che di trovare, nel mondo e nell’umanità, le ragioni che spiegano e giustificano l’esercizio di quella virtù».
L’aureo libro, che non a torto fu definito l’Evangelo dei pagani [395], è dunque un esame di coscienza e nello stesso tempo un compendio delle regole pratiche della morale stoica. E poichè, per ben comprendere questo secondo aspetto dell’opera di Marco Aurelio, non si può prescindere dalla conoscenza teorica dello Stoicismo, io mi studierò di abbozzare qui appresso, a grandi linee, un quadro dei principi fondamentali, su cui poggia la sapienza del Portico.
La filosofia, secondo gli Stoici, si divide in tre parti: fisica, logica e morale.
La fisica è una specie d’antropomorfismo panteistico: l’Universo non è corpo inerte, ma vivente organismo; è come un uomo, ma un Uomo Supremo; la totalità della materia costituisce il suo corpo, e la totalità dell’anima costituisce la sua anima. Tutte le cose si trasformano l’una nell’altra; di qui la necessità di ammettere l’esistenza di una Materia originaria, della quale le materie particolari, i corpi degli esseri, le cose sono come particelle, come frammenti separati e dispersi. Lo stesso dicasi dell’anima: vi è un’Anima originaria, di cui tutte le anime sono come particelle staccate, come frammenti dispersi. Tra materia ed anima non esiste altra differenza se non questa, che la materia è sostanza inerte, l’anima è sostanza fornita di attività interiore. L’anima è principio razionale, è forza organatrice e governatrice: pervade la materia, e la muove con certa sua legge, secondo la quale tutto nasce e tutto muore. Gli esseri sono vincolati gli uni agli altri da un legame interno ([testo greco]), che fa dell’Universo, in ogni momento della sua esistenza, un tutto coerente ed organico. Nè solo fra gli esseri, ma anche fra gli avvenimenti esiste un concatenamento logico ([testo greco]), per cui ogni momento, nella vita del mondo, è indissolubilmente legato, da una parte, con quello che immediatamente precede, e, dall’altra, con quello che immediatamente segue. Un’inesorabile fatalità ([testo greco]), un determinismo assoluto, ma non cieco, ([testo greco]), una volontà primitiva e cosciente, regge il Tutto. La confusione quindi non è in alcun modo possibile nell’Universo: ogni cosa sta al suo posto, ogni avvenimento accade a suo tempo. Il mondo dunque è un tutto ben ordinato, anzi è l’ordine stesso per eccellenza ([testo greco]). Durerà eterno? Non sappiamo. Forse è destinato a perire, per poi rinascere con rivoluzioni periodiche. Ad ogni modo, così com’è, può dirsi perfetto: ha la forma perfettamente sferica; esso solo esiste, e fuori di esso è il nulla.
La logica è fondata unicamente sulla distinzione dell’anima e del corpo. Il corpo è come un vaso, e contiene dentro di sè l’anima, senza però confondersi con essa. Quando un oggetto del mondo esterno viene a contatto del corpo, provocandovi una sensazione, allora l’anima, spontaneamente, per forza di reazione, si forma una rappresentazione dell’oggetto che ha impressionato il corpo, e da questa rappresentazione ricava i suoi giudizi e le sue nozioni. Senonchè la rappresentazione può non corrispondere adeguatamente all’oggetto, che ha dato all’anima l’occasione di produrla; e allora i giudizi e le nozioni, che l’anima ne ricava, potranno essere falsi anch’essi. Ma qui soccorre l’opera dell’intelligenza, la quale discerne, mediante l’analisi, le rappresentazioni false dalle vere: l’anima sottopone ad esame la forma, la materia, le relazioni dell’oggetto; l’intelligenza lo decompone nei suoi elementi, verifica la rappresentazione, che ne è stata provocata, e giunge infine alla verace conoscenza della realtà.
La morale consegue naturalmente dalla fisica e dalla logica. L’uomo è una particella del Tutto, e, come il Tutto, è composto di anima e di corpo, e dominato dalla stessa legge, che domina il Tutto; legge, ch’egli deve conoscere, accettare e seguire. L’anima dell’uomo è una particella staccata dall’anima del Tutto. L’uomo, che la porta dentro di sè, deve considerarla come un Dio, ed ubbidirle docilmente. Destinata un giorno a ricongiungersi con l’anima del Tutto, deve mantenersi degna della fonte divina, da cui proviene, cioè conformarsi alla Ragione dell’Universo. Vivere secondo natura: ecco la legge fondamentale della morale. L’anima, per vivere secondo natura, deve vigilare sulle proprie opinioni, sui propri sentimenti, sulle proprie azioni. Cercherà di scoprire e di comprendere la legge della Necessità; quali siano i suoi rapporti col Tutto, e quali quelli col genere umano: e in tal modo verrà a conoscere che gli uomini sono legati fra loro da vincoli di parentela, perchè tutti derivano da una fonte comune. Cercherà pure di scoprire la vera natura delle cose, e saprà quali debbano essere le sue relazioni con esse. Distinguerà «le cose che sono in nostro potere» da quelle «che non sono in nostro potere»; giudicherà unico bene quello che è un bene per lei, non già per il corpo, vale a dire un bene morale, e giudicherà unico male quello che è un male per lei, non già per il corpo, vale a dire un male morale; cercherà la virtù, fuggirà il vizio, e stimerà indifferenti tutte le altre cose, come la vita e la morte, il piacere e il dolore, il biasimo e la lode. Conformi a tali opinioni saranno anche i sentimenti dell’anima, la quale accetterà con facile rassegnazione tutto quello che la necessità sia per imporle; sarà devota e riconoscente con gli Dei, indulgente e benevola con gli uomini; amerà il bene, odierà il male, guarderà con indifferenza le cose indifferenti.
Da tali opinioni e da tali sentimenti deriveranno azioni conformi alla natura dell’anima e alla natura del Tutto. L’anima saprà governare e dirigere gl’impulsi suoi propri; soccorrerà gli uomini secondo il loro merito e secondo il merito delle cose, a cui essi aspirano, e cercherà di perfezionarsi secondo le esigenze della sua natura, vale a dire secondo la legge morale. Se una violenza esterna, una malattia, un affievolimento delle sue facoltà la ridurranno nella condizione di non poter più agire conformemente a natura, ella potrà liberarsene per mezzo del suicidio [396].
Queste, che sono le massime fondamentali della filosofia stoica, ricompaiono, non senza però qualche contradizione ed incertezza qua e là, nei Ricordi di Marco Aurelio. Lo stoicismo dell’imperatore rassomiglia in gran parte a quello di Seneca, di Musonio, di Dione di Prusa e di Epitteto. Pure vi si sente alitar dentro qualche cosa di nuovo, qualche cosa di profondo, di eternamente umano e di eternamente vero, uno spirito di mestizia, di soavità, di amore, che tempera l’eccessiva rigidezza degli Stoici antichi, e segna l’opera di un’impronta incancellabile di bellezza e di originalità. Marco Aurelio — dice, riassumendone efficacemente il pensiero filosofico, uno dei più dotti ed eleganti scrittori del secolo passato — «cerca la rettitudine assoluta, l’indipendenza da ogni cosa esteriore, dalla stima degli uomini e da ogni vanità della vita. Continuamente avverte, che si vuol cercare il riposo e la felicità nel conoscer sè stesso, nel coltivar degnamente e conservar puro e render perfetto il proprio genio; nel conformarsi all’ordine universale, nell’andare per la via più corta, che è quella secondo natura, nel non deviare per altrui dicerie, nello star fermo come scoglio battuto dai flutti, nel non essere angosciato del presente, nè pauroso dell’avvenire, e finalmente nel dispregiare la morte [397]. La filosofia pone in cima a tutti gli studi, perchè essa vuole solamente ciò che vuole la natura [398], e custodisce il genio interno così che egli non riceva nè onta, nè danno, e sia superiore al piacere e alla pena, e non operi nulla a caso nè infintamente, nè abbia bisogno mai che altri faccia o non faccia checchessia, e accetti ogni avvenimento a lui destinato, siccome cosa che gli viene di colà d’onde viene egli stesso: e soprattutto poi aspetti serenamente la morte, siccome nulla più che dissoluzione degli elementi, di cui ogni animale è composto, e non come un male, perchè non è male nulla che sia secondo natura [399]. Ma sebbene stimi che l’anima si debbe concentrare in sè stessa, il sentimento religioso e il dovere di uomo e di cittadino lo portano ad abbracciare il mondo esteriore, e ad inculcare che tutto vuol farsi ad un fine, che è sempre Dio e l’osservanza delle sue leggi e il bene comune di tutta l’umanità. Il culto che vuole per gli Dei è il culto della virtù, il cui sacerdozio è confidato a ogni uomo dabbene [400]. Pensiero principale dell’uomo sia di aver l’anima giusta, di dire il vero e di far bene altrui, perchè questa è la cosa per cui siamo venuti nel mondo [401]. Altrove egli dice a sè stesso: Non pensare ai fatti altrui, se non con un fine di comune utilità: fuggi ogni pensiero vano, curioso e maligno, e non conveniente ad animale socievole, il quale non si compiace nelle immaginazioni di godimento, qual ch’ei sia, o di gara o d’invidia o di sospetto.
Non operar mai senza relazione al bene della società; non far nulla d’ingiusto e di antisocievole [402]; prendi piacere, e ti sodisfa nel passare dall’una azione sociale all’altra, nell’esser buono verso di tutti. Breve è la vita, e l’unico frutto di essa è la santa disposizione dell’anima e le opere indirizzate al comun bene, colle quali giovando alla società gioverai a te stesso. Obbedisci a Dio, e ama e benefica gli uomini [403]. Come imperatore, sebbene abbia l’idea d’un reggimento che salvi la libertà e i diritti di tutti, avverte sè stesso a non isperare la Repubblica di Platone, e a contentarsi ad ogni poco di progresso, pensando che anche il ridurre questo ad effetto non è piccola cosa. E dispera di mutare le opinioni degli uomini, senza di che non è possibile di avere se non schiavi, che gemono e s’infingono d’obbedire [404]. Dall’altra parte, sebbene con Platone ripetesse che le città fioriscono quando i filosofi regnano o i re sono filosofi [405], nei Ricordi pare diffidi della propria filosofia, e nel torrente che trae seco ogni cosa gli appariscono molto piccoli questi uomini, che al parer loro maneggiano secondo filosofia gli affari di Stato [406]. Pure tutti i suoi sforzi sono sempre rivolti a far quello che la ragione dell’arte regia e legislativa gli suggerisce per l’utilità degli uomini, ed è pronto a mutar partito, quando altri venga a raddrizzarlo e a rimuoverlo da una qualche falsa opinione, e si ammonisce a far ciò per motivo di giustizia e di vantaggio comune, non per ragioni particolari di piaceri o di gloria [407]. E ad ogni istante torna a raccomandare a sè stesso la giustizia, la temperanza, la benevolenza, la schiettezza, la verità: e nulla di meglio reputa nella vita che la giustizia, e l’operare secondo la retta ragione, e il fare ogni cosa non altrimenti, che se fosse fatta dalla Giustizia in persona [408]. Non tiene come utile nulla, che possa un dì sforzarlo a violar la fede, a odiare alcuno, a sospettare, a maledire, a simulare, a desiderar cosa che abbia bisogno di pareti e di velame [409]. Non vuole esser nè tiranno, nè servo: ammonisce sè stesso a non essere nè eroe da tragedia, nè putta, a non cadere nei vizi dei Cesari, a non imbrattarsi in corte, e a ricordarsi sempre, che utile suo è ciò che giova a Roma e al mondo [410]. E ripone la prudenza nell’operare con giustizia, e la buona ventura nei buoni moti dell’animo, nelle buone volontà, nelle buone azioni, e crede che beatitudine voglia dir mente buona [411]; e l’uomo che non indugia a porre sè nel novero degli ottimi, gli apparisce come un sacerdote e ministro degli Dei, che «diventa incontaminabile ad ogni piacere, invulnerabile ad ogni dolore, inviolabile ad ogni ingiuria, insensibile ad ogni malizia, sostenitore in campo della massima delle imprese, quella che ha per fine di non lasciarsi abbattere da nessuna passione, di imbeversi di giustizia sino al fondo, e di essere sempre disposto ad accogliere con tutta l’anima quanto accade e gli vien destinato» [412]. Da ultimo egli chiede che l’anima sua, fatta buona e schietta, gusti quello stato che è tutto dilezione e amore [413]. E in alcuni dei Ricordi altri sentì spirare una dolce aura di pensieri cristiani, perchè, oltre ad inculcare l’amore disinteressato del prossimo [414], predica il perdono delle offese, e anche la benevolenza e la beneficenza agli offensori, agli ingiusti, che ci sono congiunti per comunanza di mente, derivata in noi tutti da Dio [415], e che peccano malgrado loro, non sapendo quel che si facciano [416]. Insomma l’amore del vero e del giusto, l’indulgenza, la dolcezza e la bontà splendono in tutta la filosofia di Marco Aurelio, come furono le guide costanti ai pensieri e alle opere di tutta la sua vita» [417].
- Roma 28 maggio 1922.
Umberto Moricca.
Note
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 1, 4. Succubo corrisponde probabilmente all’odierna Ronda, nella provincia di Granata, presso Cordova.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 1, 4.
- ↑ Cass. Dio, LXIX, 21, 1. Capitolino (Marc. Ant., 1, 2) dice: iterum consul; ma, in luogo di iterum, bisogna leggere ter. Cfr. Pauly-Wissowa, Real-Encyclopädie für Klass. Altertumswissenschaft, t. I, col. 2279.
- ↑ Per notizie più particolari su ciascuno di questi personaggi, vedi Pauly-Wissowa, Op. cit., t. I, col. 2278, 2311, 2270, 2312 sg.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 1, 5; Fronto, pag. 31 (ed. Naber).
- ↑ Ricordi, VIII, 25; Capitol., Marc. Ant., 1, 3 (nota però che in questo luogo la madre di Marco — evidentemente per inavvertenza del biografo, o per errore dei copisti — è chiamata Domizia Calvilla. Ma più sotto (6, 9) lo stesso Capitolino le dà il suo vero nome, Domizia Lucilla); Spart., Did. Iul., 1, 3; CIL, XV, 1025 sg. Vedi Borghesi, Figulina di Domizia Lucilla madre dell’imperatore M. Aurelio, in Giornale Arcadico, 1819, vol. I, pagg. 359-376, e in Opere, vol. III, pagg. 35-47. La dolce e amabile figura di questa donna ci è stata inoltre conservata da una moneta, battuta a Nicea di Bitinia, la quale reca nel diritto Domizia Lucilla, e nel rovescio il giovane Marco Aurelio a cavallo, e dall’una e dall’altra parte le iscrizioni greche col nomi della madre e del figlio. Vedi Longpérier, in Revue Numismatique, t. VIII, (1863), pagg. 242-250.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 1, 5; Orelli, 1104. Cfr. CIL, XII, 5005; Cass. Dio, LXXI, 34, 5.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 1, 9; Cass. Dio, LXIX, 21, 1; Galen., VII, 478 Kühn.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 1, 7.
- ↑ Dionys., II, 71. Cfr. Marquardt, St.-V., III, 428.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 4, 1.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 4, 2-4.
- ↑ Annio Vero, quando la morte lo colse, era giovanissimo, ed occupava la carica di pretore: pater Annius Verus, qui in praetura decessit (Capitol., Marc. Ant., 1, 1).
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 1, 10.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 1, 7.
- ↑ Cass. Dio, LXIX, 21, 1; Cfr. LXX, 2, 2; Capitol., Marc. Ant., 1, 10; Pius, 6, 10.
- ↑ Ricordi, 1, 4.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 2, 3.
- ↑ Ricordi, I, 10; Capitol., Marc. Ant., 2, 3.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 2, 3 e 5.
- ↑ Ricordi, 1, 6.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 4, 9.
- ↑ Ricordi, 1, 6; Capitol., Marc. Ant., 2, 6.
- ↑ Fronto, pag. 75 (ed. Naber).
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 35, 2 sg.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 2, 1; Eutrop., VIII, 11 = epitome, 16, 7.
- ↑ Fronto, pagg. 29, 34, 49 (ed. Naber).
- ↑ Cass. Dio, LXIX, 21, 2; Capitol., Marc. Ant., 1, 10; 41; Diadum., 6, 5.
- ↑ Eckhel, VII, 69.
- ↑ Iustin., Apol., I, 1.
- ↑ L’adozione di Marco Aurelio da parte di Adriano è da collocare tra il 19 giugno (CIL, VI, 10242) e il 29 agosto 136 (vedi monete alessandrine; cfr. Pauly-Wissowa, Real-Encycl. ecc., sotto L. Ceionius Commodus).
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 4, 5: Virilem togam sumpsit quintodecimo aetatis anno, statimque ei Lucii Ceionii Commodi filia desponsata est ex Hadriani voluntate. Cfr. 2, 7.
- ↑ Probabilmente la Fabia, di cui parla Capitolino (Marc. Ant., 29, 10; Verus, 10, 3-4).
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 4, 6: Nec multo post praefectus feriarum Latinarum fuit. L’importanza della carica di praefectus feriarum Latinarum consisteva nel fatto che colui, al quale essa veniva affidata, quando i consoli si recavano sul monte Albano, per offrirvi il sacrifizio annuale di purificazione, era il primo magistrato della città.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 4, 7: Post hoc etc.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 4, 7. Della bontà di sua sorella Marco Aurelio fa menzione in Ricordi, I, 17.
- ↑ Spart., Helius, 4, 7; id., Hadrianus, 23, 16.
- ↑ L’intero nome di Antonino era questo: T. Aurelius Fulvus Boionius Arrius Antoninus.
- ↑ Cass. Dio, LXIX, 21, 1; LXXI, 1, 1; Capitol., Ant. Pius, 4,5; Hel., 5, 12; 6,9; 7, 2: Verus, 2, 2; Marc. Ant., 5, 1 sgg. (dove Commodo erroneamente vien fatto passare per figlio adottivo di Marco); Spart., Severus, 20, 1: Hadr., 24, 1 (qui però i nomi appaiono citati in una forma sbagliata).
- ↑ Cohen, II, 407, 1-3.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 5, 5. Cesare Vittore (16, 1) attesta che Marco portava anche i nomi di M. Boionius; ma noi non sappiamo donde abbia tratto egli questa notizia. Ad ogni modo lui è il solo a darcela.
- ↑ CIL, 50; III Suppl. 8394.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 5, 6; Pius, 6, 9 sg.; 10, 3.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 6, 1.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 6, 2; Verus, 2, 3.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 6, 2.
- ↑ Vedi Pauly-Wissowa, Real-Encycl. ecc., t. I, col. 2283; Capitol., Marc. Ant., 6, 1.
- ↑ Così il Mommsen, Die Chronologie der Briefe Frontos, in Hermes, VIII, 1874, 210 sgg. Quest’articolo fu poi ristampato in Gesammelte Schriften, vierter Band; historische Schriften, erster Band, pag. 469 sgg.
- ↑ Naber, pag. 96 sg.
- ↑ Capitol., Pius, 6, 9; Marc. Ant., 6, 3.
- ↑ Vedi in Cohen, II, 409, 1-19 le monete con Aurelius Caes. Aug. Pii f. cos. des. Marco, eletto Cesare, portò questi nomi e titoli: M. Aelius Aurelius Verus Caesar imp(eratoris) T. Aelii Caesaris Hadriani Antonini Augusti Pii patris patriae filius, divi Hadriani nepos, divi Traiani Parthici pronepos, divi Nervae abnepos (CIL, III, 3007, anno 135-146). Per altri particolari sulla forma del nome vedi Pauly-Wissowa, Op. cit., t. I, col. 2284.
- ↑ Così risulta da numerose iscrizioni e monete. Cfr., per es. CIL, VI, 1010 = Dessau, 356; Cohen, 594-604, 1044. Vedi Pauly-Wissowa, Op. cit., t. I, col. 9287.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 6, 3.
- ↑ È la traduzione latina dell’espressione greca [testo greco], che si legge in Cass. Dio, LXXI, 35, 5. A questo ufficio il von Rohden nel suo art. M. Annius Verus (Pauly-Wissowa, t. I, col. 2284) ritiene che possano riferirsi le monete con Iuventas (Cohen, 386-397) o Iuventus (Cohen, 398 sg.).
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 6, 3. Più tardi infatti, nel 145, apparterrà, col grado di magister, al collegio dei fratres Arvales (Eph. ep., VIII, p. 331, n. 15).
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 6, 3; Pius, 6, 9; 10, 3. Vedi anche Cohen, 11, 409 sg., ni 13 e 41; III, ni 230-232, 235-238, 386-396, 450-461, 580, 1012 sg., 1045; CIL, VI, 159 e 1009; XIV, 2796.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 6, 4; Eph. ep., VIII, pag. 331, n. 15; CIL, III, 982, 3007; IX, 5354 = Dessau, 353; VIII, Suppl. 11390 = Dessau, 354; II, 1169 = Dessau, 355; VIII, Suppl. 14555; III, Suppl. 9995; VI, 1008, 1010 = Dessau, 356; Cohen 63, 65, 100-112, 233 sg., 398 sg., 572-578, 581 sg.. 1006 sgg., 1021 вgg., 1040.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 6, 6; cfr. 1, 8; Ant. Pius, 10, 2.
- ↑ Cohen, III, 127, ni 1-4.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 5, 3 sg.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 6, 3; Pius, 10, 4; Cass. Dio, LXXI, 35, 4.
- ↑ Ricordi, VI, 30.
- ↑ I, 17.
- ↑ Ibid.
- ↑ Ricordi, 1, 17.
- ↑ Vedi specialmente I, 16.
- ↑ Cfr. Capitol., Ant. Pius, 1, 8; Fronto, pagg. 37, 56 sg., 79, 94, 101, 223, 925 (ed. Naber); Ricordi, 1, 16; CIG, 11, 3176.
- ↑ Capitol., Ant. Pius, 1, 8; Ricordi, 1, 16.
- ↑ Ricordi, I, 16,
- ↑ Fronto, pagg. 56 sg., 92 (ed. Naber).
- ↑ Fronto, pagg. 30-34 (ed. cit.); cfr. Capitol., Ant. Pius, 7, 11.
- ↑ Naber, pag. 50 (a. 145-147 d. Cr.). Cfr. Naber, pag. 66 (a. 144-145 d. Cr.).
- ↑ Naber, pag. 66 (a. 144-145 d. Cr.).
- ↑ Naber, pag. 92 (a. 140-143 d. Cr.).
- ↑ Naber, pag. 79 (a. 145-147 d. Cr.).
- ↑ Naber, pag. 68 (a. 144-145 d. Cr.).
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 4, 9.
- ↑ Naber, pag. 69 (a. 144-145 d. Cr.).
- ↑ Anche Capitolino (Ant. Pius, 11, 2) racconta che Pio vindemias privati modo cum amicis agebat.
- ↑ Naber, pag. 69 (a. 144-145 d. Cr.).
- ↑ Ricordi, I, 3.
- ↑ Naber, pag. 60 (a. 144-145 d. Cr.).
- ↑ Capitol., Ant. Pius, 3, 7: De huius uxore multa dicta sunt ob nimiam libertatem et vivendi facilitatem, quae iste cun animi dolore compressit. Sulla condotta morale delle due Faustine, la maggiore che fu moglie d’Antonio Pio, e la minore che fu moglie di Marco Aurelio, molte volgari dicerie e sanguinose calunnie corsero e acquistarono credito nel gran pubblico romano. Ma oggi la critica le accoglie con diffidenza, e già qualche voce si è levata in difesa delle disgraziate imperatrici. Il Renan, per esempio (Examen de quelques faits relatifs à l’imperatrice Faustine, femme de Marc-Aurèle, in Comples rendus de l’Académie des Inscriptions, 1867, pagg. 203-215; cfr. dello stesso autore Melanges d’histoire, pag. 169 sgg.), si è occupato di Faustina minore. Vedi anche Duruy, Hist. des Romains, t. IV, pag. 433 sg.
- ↑ Naber, pag. 163 (a. 143 d. Cr.).
- ↑ Naber, pag. 94 (a. 162 d. Cr.). Marco Aurelio ebbe da Faustina moltissimi figli. Se ne contano tredici: 1) Annia Galeria Aurelia Faustina, nata nel 146; 2) Tito Elio Antonino, nato e morto poco prima del 28 marzo 147 (CIG, II, 3176; Arch. Ztg., 1878, 103); 3) Annia Lucilla, nata circa l’anno 148, e morta circa l’anno 182; 4) Arria Fadilla, nata circa l’anno 150, la più anziana sorella di Commodo, dopo la morte di Lucilla (Herod., I, 13, 1); 5) Cornificia, ricordata da Frontone (Naber, pag. 94), quella stessa che poi da Caracalla fu costretta a darsi la morte (cfr. Cass. Dio, vol. V, pag. 214 Dind.); 6) Tito Aurelio Antonino (CIL, VI, 993 = Dessau, 383); 7) Tito Elio Aurelio (CIL, VI, 994 = Dessau, 384); 8) Domizia Faustina (CIL, VI, 995 = Dessau, 385: tutt’e tre morti prima dell’anno 161 e seppelliti nel Mausoleo d’Adriano); 9) Lucio Aurelio Commodo, nato il 31 agosto del 161, e morto il 31 dicembre del 192; 10) Antonino, gemello di Commodo, morto nell’anno 165 (Lampr., Commodus, 1, 4); 11) Marco Annio Vero, nato nel 162-163, e morto nel 169-170; 12) Adriano (CIG, II, 2968); 13) Vibia Aurelia Sabina (CIL, VI, 1020 = Dessau, 387; VIII, 5327-5328 = Dessau, 388) o Aurelia Vibia Sabina (CIL, II, 133), nata nel 167-172 (cfr. Philostr., Vit. soph., II, 1 pag. 67 sg. Kayser), e morta non prima del 211 (CIL, VIII, 5328). Sui figli nati da Marco Aurelio e Faustina, vedi Borghesi, Opp., III, 237 sg.; V, 432 sg.; VII, 112 sg. (cfr. Klebs, Prosopogr., 1, pag. 78, n. 553); Mommsen, Die Chronologie der Briefe Frontos, in Hermes, VIII, 1874, pag. 205 Gesammelte Schriften, vierter Band; historische Schriften, erster Band, Berlin, 1906, pag. 475 sgg.; Dittenberger, Arch. Ztg., 1878, pag. 103; Pauly-Wissowa, t. I, col. 2286-2287.
- ↑ Naber, pag. 90 (a. 154-156 d. Cr.).
- ↑ Naber, pag. 68 (a. 144-145 d. Cr.).
- ↑ Naber, pag. 69 (a. 144-145 d. Cr.).
- ↑ Naber, pag. 80 (a. 145-147 d. Cr.).
- ↑ Naber, pag. 94 (a. 162 d. Cr.).
- ↑ Naber, pag. 72 (a. 145-147 d. Cr.).
- ↑ Naber, pag. 79 (a. 145-147 d. Cr.).
- ↑ Naber, pag. 81 (a. 148-149 d. Cr.).
- ↑ Cioè, Faustina, la moglie di Marco.
- ↑ Naber, pag. 78 (a. 145-147 d. Cr.).
- ↑ Naber, pag. 88 (a. 154-156 d. Cr.).
- ↑ Naber, pag. 72 (a. 145-147 d. Cr.).
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 7, 2-3.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 6, 8-10; Cass. Dio, LXXI, 35, 3,
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 6, 5; 6, 7.
- ↑ Ricordi, I, 16; VI, 30.
- ↑ Naber, pag. 36 (a. 143 d. Cr.).
- ↑ Noël des Vergers, Essai etc., pagg. 19-22.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 6, 5.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 2, 4; Cass. Dio, LXXI, 35, 1; Fronto, pagg. 17, 42 sg., 61, 111, 138 (ed. Naber).
- ↑ Ricordi, I, 12.
- ↑ Ricordi, I, 14; Capitol., Marc. Ant., 3, 3.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 3, 6; Fronto, pag. 61 (ed. Naber); Ricordi, 1, 6 (dove però, forse per errore di copisti, a tale personaggio è dato il nome di Marcianus).
- ↑ Mommsen in Hermes, VIII, 1874, 210 sg., e in Gesammelte Schriften, IV, pag. 400 sgg. Però è anche possibile che il discorso appartenga ad epoca posteriore, forse al principio del 145 (cfr. Fronto, pag. 97 con pagg. 46 e 55 dell’ed. Naber), e che Frontone abbia cominciato il suo insegnamento poco prima del 143; tanto più che possediamo solamente sette lettere anteriori al primo luglio di quell’anno. Frontone fu maestro non solo di Marco Aurelio, ma anche del suo fratello adottivo Lucio Vero, come appare manifestamente non solo dalla loro corrispondenza epistolare pervenuta sino a noi, ma anche da un’iscrizione di Pesaro (CIL, XI, 2, 6334) e da parecchie altre fonti, quali sono: Ricordi, 1, 11; Cass. Dio, LXXI, 35, 1; Capitol., Marc. Ant., 9, 4-5; Eutrop., VIII, 19; Euseb., Chron. a. Abr. 2180.
- ↑ Fronto, pag. 64 (ed. Naber).
- ↑ Naber, pag. 63.
- ↑ Naber, pag. 139; cfr. pag. 65.
- ↑ Naber, pag. 152; cfr. pagg. 140 e 161.
- ↑ Naber, pag. 140; cfr. pag. 161.
- ↑ Naber, pagg. 151, 78, 99, 140, 159, 66, 64, 159.
- ↑ Naber, pagg. 181, 45, ecc.
- ↑ Naber, pag. 93.
- ↑ Vedi su ciò l’eccellente lavoro di Achille Beltrami, Le tendenze letterarie negli scritti di Frontone, Roma-Milano, 1907, pagg. 38-48.
- ↑ Naber, pagg. 48, 34, 253, ecc. Vedi S. Pellini, Frontone, Marco Aurelio e Lucio Vero, in Classici e Neolatini, 1912, N. 2, pag. 220 sg.
- ↑ Naber, pag. 44 (a. 139 d. Cr.).
- ↑ Naber, pag. 45 (a. 139 d. Cr.).
- ↑ Naber, pag. 46.
- ↑ Naber, pag. 154. Su questo argomento vedi le acute osservazioni di Giacomo Giri nel libro intitolato Del tradurre presso i Latini, Milano, D. Briola, 1889.
- ↑ Naber, pag. 211.
- ↑ Naber, pag. 82. Questa lettera, come pure quella citata nella nota seguente, è da porsi fra il 145 e il 147.
- ↑ Naber, pag. 82.
- ↑ Naber, pag. 83.
- ↑ Vedi a tale proposito le belle e dotte osservazioni di A. Beltrami in Op. cit., pag. 59 sgg. Omero era familiarissimo tanto al maestro quanto al discepolo, come si desume dalle frequenti citazioni di quel poeta nelle loro lettere. Vedi, ad esempio, Naber, pag. 9 (a. 143 d. Cr.).
- ↑ Naber, pag. 54.
- ↑ Naber, pagg. 24 e 34.
- ↑ Naber, pag. 68: Ab hora nona noctis in secundam diei studivi.
- ↑ Naber, pag. 69: Ab undecima noctis in tertiam diei partim legi ex agricultura Catonis, partim scripsi etc. Cfr. Naber, pag. 29.
- ↑ Vedi, per esempio, l’ammonimento contenuto nel De feriis Alsiensibus (Naber, pag. 224; cfr. pagg. 11, 57, 77-78).
- ↑ Naber, pag. 53 (a. 143 d. Cr.).
- ↑ Naber, pag. 54 sg.
- ↑ Naber, pag. 55 (a. 143 d. Cr.).
- ↑ Naber, pag. 48 (a. 139 d. Cr.).
- ↑ Naber, pag. 28 (a. 143 d. Cr.).
- ↑ Naber, pag. 70 (a. 144-145 d. Cr.).
- ↑ Naber, pag. 55 (a. 143 d. Cr.).
- ↑ Naber, pag. 92 (a. 140-143 d. Cr.).
- ↑ Naber, pag. 60 (a. 140-143 d. Cr.).
- ↑ Naber, pag. 70 (a. 144-145 d. Cr.).
- ↑ Naber, pag. 28 (a. 143 d. Cr.).
- ↑ Naber, pag. 56 (a. 140-143 d. Cr.).
- ↑ Naber, pag. 69 (a. 144-145 d. Cr.).
- ↑ Naber, pag. 68 (a. 144-145 d. Cr.).
- ↑ Frontone soffriva la podagra, come risulta da questo e da molti altri luoghi del suo epistolario.
- ↑ Leggo col Naber: ad quas aquas proficiscaris.
- ↑ Naber, pag. 3 (a. 143 d. Cr.).
- ↑ Il testo qui è lacunoso. Io leggo con lo Schopen: ore tuo me dis commendatum! Vedi l’apparato critico del Naber a questo luogo (pag. 5).
- ↑ Naber, pag. 5 sgg. (a. 143 d. Cr.).
- ↑ Naber, pag. 59, fine (a. 140-143 d. Cr.).
- ↑ Se ne lamenta sempre nelle sue lettere, e Marco Aurelio non manca mai di consolarlo, e di deplorarne l’infelicità.
- ↑ In una lettera scrive Frontone a Marco Aurelio: «Io ho perduto cinque figli, e tutti in occasioni dolorosissime; poichè ciascuno di loro era l’unico ch’io avessi, quando l’ho perduto, e non è nato che quando io ero affatto privo di figli. (De nepote amisso, 11; Naber, pag. 232).
- ↑ Vedi, su questo filosofo, Diogene Laerzio, VII, 160. Cfr. v. Arnim, Stoicorum vet. fragm., vol. I, pag. 75.
- ↑ Plauto o Novio?
- ↑ Naber, pag. 75 sg.
- ↑ Naber, pag. 145.
- ↑ I filosofi stoici, della cui opera, oltre che di quella di Rustico, si giovò Marco Aurelio per acquistare una conoscenza profonda delle dottrine del Portico, furono: Cinna Catulo (Ricordi, I, 13; Capitol., Marc. Ant., 3, 2); Apollonio Calcedonio (Capitol., Ant. Pius, 10, 4; Marc. Ant., 2, 7; 3, 1; Ricordi, 1, 8 e 17; Cass. Dio, LXXI, 35, 1; Fronto, pag. 86, ed. Naber); Claudio Massimo (Ricordi, I, 15 e 17; Capitol., Marc. Ant., 3, 2), e Sesto di Cheronea (Ricordi, 1, 9; Capitol., Marc. Ant., 3, 2: Cass. Dio. LXXI, 1, 2; Philostr., Vit. soph., II, 9; Suid. s. [testo greco]). Tutti questi suoi maestri Marco Aurelio onorò, vivi e morti, li elevò alle più alte dignità dello Stato, ne conservava i ritratti in oro insieme con quelli dei Lari, e sulle loro tombe offriva vittime e fiori (Capitol., Ant. Pius, 10, 5; Marc. Ant., 2, 5; 3, 1; 3, 5; Ricordi, I, 6-15. Vedi anche la corrispondenza frontoniana).
- ↑ Così parmi indovinare da quelle parole, con cui Marco Aurelio ringrazia gli Dei di non avere, pur essendosi adirato più volte con Rustico, fatto mai nulla di che in seguito dovesse pentirsi (Ricordi, I, 17).
- ↑ Naber, pag. 96 (a. 162 d. Cr.).
- ↑ Ricordi, 1, 7.
- ↑ Ricordi, 1, 7.
- ↑ Martha, Les moralistes sous l’empire romain, pag. 199.
- ↑ Epict., Dissert., I, 14, 3.
- ↑ Epict., Dissert., I, 14, 13-14.
- ↑ Epict., Dissert., I, 16, 20-21.
- ↑ Artemidoro nel de somnis (IV, 24) lo chiama gottoso; e Gellio (II, 26; XIX, 10): pedibus aeger, pedes tunc graviter aeger.
- ↑ S. Pellini, Frontone, Marco Aurelio e Lucio Vero, in Classici Neolatini, 1912, pag. 225 sg.
- ↑ Ad M. Antoninum de eloquentia (Naber, pag. 139 sgg.).
- ↑ Naber, pag. 150 sg.
- ↑ Naber, pag. 154.
- ↑ Cass, Dio, LXX, 4.
- ↑ Naber, pag. 94 sgg.
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 1, 2. Vedi Pellini, Op. cit., in Classici e Neolatini, 1912, pag. 232 sgg.
- ↑ Ad M. Antoninum de orationibus; Naber, pag. 155 sgg.
- ↑ Ricordi, 1, 6.
- ↑ Ricordi, 7.
- ↑ Ricordi, I, 17.
- ↑ Cfr. Naber, pag. 252.
- ↑ Ricordi, 1, 11.
- ↑ Naber, pag. 56 (a. 140-143 d. Cr.).
- ↑ Giacomo Leopardi, Discorso sopra la Vita e le Opere di M. Cornelio Frontone, pag. 343 sg., in Opere inedite di G. L. pubblicate sugli autografi recanatesi da Giuseppe Cugnoni, Halle, 1878, vol. I, pag. 329 sgg.
- ↑ Fronto, De nepote amisso, II (Naber, pag. 231 sgg.; a. 165 d. Cr.).
- ↑ G. Boissier, La jeunesse de Marc-Aurèle, in Revue des deux mondes, 1868, pag. 698.
- ↑ Era entrato in carica il 1 gennaio del 161, insieme con suo fratello adottivo Lucio Commodo (CIL, V, 6573; VI, 1984; Cohen, 773-783, 788 sg.).
- ↑ Dione Cassio (LXXI, 34, 5) dice che Marco Aurelio regnò 19 anni e 11 giorni. Ora, siccome lo stesso Dione, nel calcolare la vita di Marco (26 aprile 121-17 marzo 180, 58 anni, 10 mesi e 22 giorni; Cass. Dio, ibid.), comprende nel computo tanto il giorno della nascita, quanto quello della morte, deve aver seguito questo sistema anche nel calcolare la durata del regno. Se dunque Marco cessò di vivere il 17 marzo del 180, dopo 19 anni e 11 giorni di regno, dev’esser succeduto ad Antonino Pio il 7 marzo del 161.
- ↑ Capitol., Ant. Pius, 12, 5-6; Marc. Ant., 7, 3.
- ↑ Capitol., Verus, 3, 8.
- ↑ Capitol., Verus, 4 e 5.
- ↑ Uno di questi banchetti una volta costò, compresi i regali per i convitati, sei milioni di sesterzii (1,643,907 lire). Cfr. Capitol., Verus, 5, 1-6.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 7, 5; Verus, 3, 8; Cass. Dio, LXXI, 1, 1; Eus. Hieron., Chron. a. Abr. 2177; Eutrop., VIII, 9; Victor Caes., 16, 3; epit., 16, 5; Ammian. Marcell., XXVII, 6, 16.
- ↑ Herod., I, 8, 3; Capitol., Marc. Ant., 7, 7; Cass. Dio, LXX, 2, 2; LXXI, 1, 3,
- ↑ Il nome completo di Marco Aurelio suonava propriamente così: Imperator Caesar divi Antonini filius, divi Hadriani nepos, divi Traiani Parthici pronepos, divi Nervae abnepos M. Aurelius Antoninus Augustus; quello del suo collega invece era il seguente: Imp. Caes. L. Aurelius Verus Aug. Vedi, per altre notizie, von Rohden in Pauly-Wissowa, t. I, col. 2291 sg.
- ↑ Per esempio, nei diplomi: cfr. CIL, III, pag. 888, Supplem. pag. 1991 sg.: CIL, 11, 1180 e 4514; Hänel, Corpus legum, pag. 114 sgg.
- ↑ Vedi, per es., Polyaeni Strategemata, prooem. 1-8.
- ↑ Vedi Borghesi, Medaglioni di M. Aurelio e L. Vero, ecc., in Annal. Istitut. archeolog., 1838, pag. 55, e in Opere, vol. II, pag. 461; CIL, II, 9552 sgg.: III, 117, 199 sgg., 778, 3432, 3744, 3748, 4620, 5711, 6169; V, 4089; VI, 360; IX, 15 sg.; ecc.
- ↑ Cfr., per es., CIL, III, 778 pro concordia. In molte monete del tempo si leggevano le parole: Concordia Augustorum (Cohen, 30 sgg.). Aristide infine, famoso retore greco, nativo di Adriani nella Misia e stimatissimo da Marco Aurelio, in una sua orazione (la sedicesima, nell’edizione del Dindorf, vol. I, pag. 394 sgg.) versava a piene mani sulla bella coppia imperiale i flori della più elegante eloquenza, e, intrattenendosi lungamente a discorrere di quella unione, si compiaceva di dire, tra l’altro, ch’essa non impediva l’unità della monarchia, perchè in due corpi e in due anime non vi era che una sola volontà.
- ↑ Capitol. Marc. Ant., 7, 8-9; Cass. Dio, LXXIII, 8, 4; monete con lib. Aug. in Cohen, 401 sgg.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 7, 9-11; 8, 2.
- ↑ Vedi le monete con Fel. temp. in Cohen, 196 sgg.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 8, 1-3.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 8, 4; cfr. 12, 14.
- ↑ Capitol., Ant. Pius, 12, 7.
- ↑ Spart., Didius Iulianus, 1, 7-8.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 21, 1; 99, 11.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 8, 7; Pertinax, 2, 6; Spart., Did. Iul., 1, 8; Cass. Dio, LXXI, 3, 2.
- ↑ CIL, VI, 1523 = Dessau, 1092; Borghesi, in Oper., III, 249. Pei fatti di Prisco, vedi anche vol. IV, 107 e 168; vol V, 375.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 8, 7; 22, 1; Cass. Dio, V, pag. 208 Dind.
- ↑ Capitol., Ant. Pius, 9, 6.
- ↑ Lucian., Quomodo historia conscribenda sit, 21; id., Alexander seu Pseudomantis, 27; Cass. Dio, LXXI, 2; Capitol., Marc. Ant., 8, 6: Verus, 6, 9.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 8, 8; Orell., 5861; Bruce, The Roman Wall, pagg. 21, 244, 400; Hübner, Inscript. Britan. lat., ni 295, 758, 773, 774. Questo Calpurnio Agricola è quello stesso che più tardi prenderà parte alla guerra contro i Marcomanni (CIL, III, Suppl. 7505).
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 8, 7-8; Cass. Dio, LXXII, 11, 3; cfr. Capitol., Pertinax, 2, 6; Spart., Did. Iul., 1, 8; Cass. Dio, LXXI, 3, 2.
- ↑ Spart., Did. Iul., 1, 7-8.
- ↑ Dopo il 28 marzo? Cfr. Fronto, pag. 118 (ed. Naber).
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 1, 9; LXX, 2, 2; Capitol., Marc. Ant., 8, 9; Verus, 6, 7; monete di Vero con Profectio Aug. e fort. red, degli anni 162 e 163 in Cohen, III, 183 sg., ni 132-141; 180, ni 86-102.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 8, 10-11; Verus, 6, 7.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 8, 9-12; Verus, 4, 4; 6, 7-9; 7, 1-6.
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 2: ... [testo greco]Τὰς τοῦ πολέμου χορηγίας αθροίζων.
- ↑ Capitol., Verus, 7, 1 (cfr. 8, 3); Vulc. Gallic., Avidius Cassius, 5, passim.
- ↑ Capitol., Verus, 7, 1; Cass. Dio, LXXI, 14.
- ↑ Lucian., Quomodo historia conscribenda sit, 21; Maffei, Mus. Veron.. 249, 8; Orelli, Inscr., 3667, 3668; Henzen, 5478-5480; Borghesi, Oper., vol. V. pag. 375; Renier, Inscript. de l’Algérie, n. 1818; CIG, 5366.
- ↑ Cass. Dio, LXIX, 3; LXXI, 22; Vulc. Gallic., Avidius Cassius, 1, 1 sg.
- ↑ Vulc. Gallic., Avidius Cassius, 1, 4.
- ↑ Id., ibid., 3, 5 e 8.
- ↑ Id., ibid., 3. 4.
- ↑ Vulcac. Gallic., Avid. Cass., 3, 8; 4; 5, 1-3.
- ↑ Naber, pag. 206 sg. (a. 165 d. Cr.).
- ↑ Qui sventuratamente il testo è assai dubbio e lacunoso.
- ↑ Vulc. Gallic., Avid. Cassius, cap. 5.
- ↑ Vedi le monete con victoria Augustorum in Cohen, 203, n. 330 sg., 344; Capitol., Marc. Ant., 9, 1; Verus, 7, 1; Suid. s. [testo greco]; Fronto, pag. 120 sg. (ed. Naber). In questo anno (10 dic. 162-9 dic. 163) Marco Aurelio prese, insieme con Lucio Vero, per la seconda volta il titolo d’imperatore (vedi le monete senza imp. II in Cohen 37-43, 559-560; con imp. II in Coben, 522-526, 828-830); e Vero, oltre quello d’imperatore, prese anche il titolo di Armeniacus (Cohen, 172 ni 4-6; 203 ni 330 sg.), di cui Marco s’insignì per la prima volta nell’anno seguente, 10 dic. 163-9 dic. 164 (Fronto, pag. 121 ed. Naber; Capitol., Marc. Ant., 9, 1: Verus, 7, 2; CIL, III, 1379; VIII Suppl. 15576; Cohen 5-8, 11, 466 sgg., 195, 833, 838 sgg., 868 sgg.. 984 sgg.).
- ↑ Fronto, pag. 121 ed. Naber.
- ↑ CIG, 6559 = IGI, 1472; Asin. Quadr. frg. 6 in Müller, Fragm. historic. Graecor., III, 660: Fronto, pag. 127 ed. Naber.
- ↑ Vedi le monete con rex Armeniis datus in Cohen, 185 sg. n. 157-165; Capitol., Verus, 7, 8; Fronto, pag. 197 ed. Naber; Suid. 8. [testo greco]; Iamblich. in Photius, cod. 94, pag. 75 b Bekk.
- ↑ Vedi, sopra, pag. 58 sg.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 9, 4-5; Verus, 2, 4; 7, 7; Cass. Dio, LXX, 2,2: LXXI, 1, 3; Herodian., 1, 8, 3; Eutrop., VIII, 10.
- ↑ Lucian., Quomodo historia conscribenda sit, 15-21 e 28-29.
- ↑ Fronto, pag. 208 ed. Naber.
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 2, 3.
- ↑ Vedi le monete di Marco con imp. II in Cohen 9, 10, 410, 472-476, 796-804, 870 sg., 1048 sg.; con imp. III in Cohen 477-485. Il titolo di imp. III si legge anche in alcune iscrizioni: CIL, III, 3118; VIII Suppl. 14435.
- ↑ Vedine le monete in Cohen pag. 168 sg., ni 190-196.
- ↑ Naber, pag. 119 sgg.; 202 sgg.; ecc.
- ↑ Lucian., Quomodo historia conscribenda sit, capp. 1, 2, 8, 10, 15-39.
- ↑ Vedi Philibert-Soupé, De Frontonianis reliquiis, Ambiani, 1853, pag. 74 sgg.
- ↑ Vedi Noël des Vergers, Essai etc., pag. 58. Cfr. Letronne, in Mém. de l’Acad. des Inscr. et Belles-Lettres, nouv. série, tom. X, pag. 227.
- ↑ Cfr. Fronto, pag. 106 sg. (ed. Naber.).
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 8, 13-14.
- ↑ In un’iscrizione proveniente da Rimini (Orelli, 3177) il juridicus della Flaminia e dell’Umbria è lodato ob eximiam moderationem et in sterilitate annonae laboriosam fidem et industriam ut et civibus annona superesset et vicinis civitatibus subveniretur. Capitol., Marc. Ant., 11, 6. Cfr. Tonini, Storia di Rimini, I, 363; Borghesi, Iscrizione onoraria di Concordia, in Annal. Istit. archeolog., 1853, pagg. 196-209, e Oper., V, pag. 383 sgg.: Noël des Vergers, Essai etc., pag. 44 sgg.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 9, 7-9.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 11, 2. Cfr. Borghesi, in Bullettin. Istit. archeolog., 1844, pag. 39 sgg.; Noël des Vergers, Essai etc., pag. 41.
- ↑ Vedi, a questo proposito, Duruy, Hist. des Romains, t. IV, pag. 443 sg.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 10, 7-9.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 10, 1-2.
- ↑ Id., ibid., 22, 4.
- ↑ Fronto, pag. 106 sg. (ed. Naber); Capitol., Marc. Ant., 24, 2.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 24, 1. Cfr. Duruy, Hist. des Romains, t. IV, pag. 441 sg.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 10, 10.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 11, 10. Cfr. Dig., XXVIII, 6, 38, 3; XXXVI, 1, 29; Conradi, De vita et scriptis Q. Cervidii Scaevolae, Lipsiae, 1754.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., cap. 11.
- ↑ Ricordi, I, 14.
- ↑ Cfr. Capitol., Marc. Ant., 27, 7.
- ↑ Cfr. von Rohden in Pauly-Wissowa, I, col. 2294.
- ↑ Egli dunque aveva soggiornato nella Siria per quadriennium (Capitol., Verus, 7, 1 e 3), e ritornava a Roma post quinquennium (162-166; cfr. Capitol., Marc. Ant., 12, 14). La pace dovett’essere firmata nel 166, perchè solo in quest’anno per la prima volta le monete recano l’iscrizione Pax, oppure Pax Aug. (Cohen, 434 sg., 437, 811, 814; pag. 183 ni 126-130). La spedizione contro i Parti fu seguita, pare, da un’altra contro la Media (cfr. CIL, VIII, 965 = Dessau, 365: Victoriae Armeniacae Parthicae Medicae Augustorum); di modo che tutta la guerra si può dividere in tre parti: l’armeniaca (161-163), la partica (163-165), la medica (165-166).
- ↑ Questo trionfo dovett’essere celebrato prima del 23 agosto 166, poichè in quest’epoca i due sovrani già si ornavano dei titoli della vittoria (cfr. CIL, VI, 360 = Dessau, 366), dei quali appunto erano stati insigniti nel giorno in cui avevano trionfato (Capitol., Marc. Ant., 12, 9 sg.; Verus, 7, 9; 8, 5; Eutrop, VIII, 10).
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 12, 10; Verus, 8, 5. Vedi anche Borghesi, Medaglioni di M. Aurelio e di L. Vero, negli Annali dell’Istituto di Corrispondenza archeologica, 1838, pag. 55.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 9, 3; 12, 7; CIL, III, pag. 888 Dipl. del 5 maggio 167; CIL, V, 2040; VIII, 4208, 4593; IX, 1111, ecc. Per maggiori particolari vedi von Rohden in Pauly-Wissowa, I, col. 2292 (sotto l’a. 161 γ 5), e col. 2295.
- ↑ Vedi quel ch’è detto sopra, a pag. 68. Cfr. Capitolino, Marc. Ant., 9, 2.
- ↑ Capitol., Verus, 7, 2; 9; 8, 5; CIL, V, 3328.
- ↑ Capitol., Verus, 8, 7; 8, 10-11.
- ↑ Tillemont, Hist. des empereurs, t. II, pag. 355.
- ↑ Capitol., Verus, 8, 1 sgg.; Marc. Ant., 13, 3; 5; 17, 2; 21, 6; Eutrop., VIII, 12; Oros., Adv. Paganos, VII, 14; Ammian. Marcell., XXIII, 6, 24; Galen., V, 12; X, 360; XIX, 15. Cfr. Friedländer, Sittengeschichte etc., 1ª, 40.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 12, 13.
- ↑ Cfr. Galen., XIV, 649.
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 3, 2.
- ↑ Ammian. Marc., XXIX, 6, 1.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 14, 5; Lucian., Pseudomantis, 48. Cfr. Mommsen, Der Marcomanen-Krieg unter Kaiser Marcus, in Gesammelte Schriften, vierter Band; historische Schriften, erster Band, Berlin, 1906, pag. 492.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 12, 14.
- ↑ Lampr., Commodus, 11, 13; 1, 10; Capitol., Marc. Ant., 12, 8: Eutrop., VIII, 13; Eckhel VII, 82-87; Cohen, III², 132, 169 sg.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 14, 1 e 4.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 14, 2-3.
- ↑ Id., ibid., 14, 2-5; Verus, 9, 7 e 10; Galen., XIV, 650.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 14, 6; Verus, 9, 7.
- ↑ Vedi il diploma del 5 maggio 167.
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 3, 2; Capitol., Pertinax, 2, 4-6.
- ↑ Cfr. imp. V nel diploma del 5 maggio 167; CIL, III, p. 888; VIII, 4208, 4593; IX, 1111. Ma vedi von Rohden in Pauly-Wissowa, I, col. 2296.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 14, 6-7. Dal Fragm. Vatic. 195 apprendiamo che il 6 gennaio del 168 Marco pronunziò un’allocuzione nell’accampamento dei Pretoriani. Dove? a Roma? Questa sarebbe la conclusione naturale, tanto più che alcune monete portano l’iscrizione For(tunae) red(uci) (Cohen, 207 sg., 211 sg. p. 181 ni 103 sg., 110 sg.). Senonchè il von Rohden (in Pauly-Wissowa, I, col. 2296) fa giustamente osservare come sia molto più probabile che Marco abbia parlato, nell’accampamento, ai Pretoriani, i quali lo accompagnavano nelle sue spedizioni militari, e che nella frase Fort(unae) red(uci), con cui si coniarono le monete, non si debba intendere espresso nient’altro che l’augurio d’un felice ritorno.
- ↑ Capitol., Verus, 9, 10-11; Marc. Ant., 14, 8; Eutrop., VIII, 10 = Vict. epit. 16, 5. Per mancanza di elementi positivi non si può stabilire con assoluta certezza la data della morte di Vero. Dalle sue monete e dalla sua iscrizione sepolcrale (CIL, VI, 991) sappiamo ch’egli morì, quando gli era stata conferita per la nona volta la potestà tribunizia (10 dic. 168-9 dic. 169). Galeno inoltre ci dice che Vero cessò di vivere [testo greco] (XIV, 650; XIX, 18). Ora, poichè non può trattarsi che dell’inverno del 168-169, sembra ovvia la conclusione che Vero sia morto verso la fine di gennaio dell’anno 169.
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 3, 1; Capitol., Verus, 10, 4-5; 11, 2-3; Marc. Ant., 15, 5-6.
- ↑ Capitol., Verus, 10, 1-5.
- ↑ Galen., XIV, 650; Capitol., Marc. Ant., 15, 3-4; 20, 1-3; Verus, 11, 1.
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 11-19; Capitol., Marc. Ant., 22, 1. I nomi degli assalitori son questi: Marcomanni, Quadi, Narisci, Ermunduri (Germani); Latringi, Burii, Iazigi, Astingi, Catini, Danerigi (Sarmati); Victovali, Sosibi, Sicobati, Rossolani, Bastarni, Peucini, Alani e Costoboci (Sciti). Per notizie storiche su queste popolazioni vedi il dottissimo studio che Alfredo von Domaszewski sotto il titolo Erläuterung der Bildwerke pubblicò a pagg. 105-195 dell’opera Die Marcus-Säule auf Piazza Colonna in Rom herausgegeben von E. Petersen, A. von Domaszewski, G. Calderini, Text-Band, München, 1896. I barbari evidentemente assalivano con sicurezza di ottima riuscita le province soggette all’Impero, perchè numerose spie non mancavano d’informarli quotidianamente sullo stato delle fortezze romane. Inoltre si ricordi ch’essi nei mercati comuni, i quali avevano luogo sulle frontiere, potevano ben provvedersi di tutti i mezzi necessari alla guerra; ragione per cui Marco Aurelio nei trattati da lui conchiusi con i barbari si preoccupò principalmente di stabilire un rigoroso servizio di polizia lungo tutta la frontiera, vietando ai barbari la facoltà di frequentare i mercati, come apprendiamo da alcune parole di Dione Cassio (LXXI, 11): [testo greco]μήν τὰ τῶν Ῥωμαίων κατασκέπτονται, καὶ τὰ ἐπιτήδεια αγοράζωσιν.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 21, 7. A proposito dei gladiatori, narra lo stesso Capitolino (ibid., 23, 5) che, quando Marco Aurelio li chiamò alle armi, poco manco che a Roma non scoppiasse una rivolta. «Egli ci priva dei nostri divertimenti — gridava la folla — vuol costringerci a filosofare!». In quale stato di abbrutimento e di abbiezione morale era caduto il popolo di Roma!
- ↑ Vedi Noël des Vergers, Essai etc., pagg. 76-84. Vennero costituite due nuove legioni, le quali ebbero prima i nomi di legio II Pia e III Concordia (CIL, III, 1980 dell’a. 170. Cfr. Capitol., Marc. Ant., 21, 8), poi quelli di legio II e III Italica (Cass. Dio, LV, 24, 4). La prima fu mandata nel Norico, la seconda nella Rezia (Cass. Dio, LV, 24, 4; cfr. CIL, III, 5185 sgg.; 5793, ecc.). Da allora queste due province da procuratorie diventarono senatorie (CIL, III, p. 588, 707; XII, p. 20; V, 2, p. 757. Cfr. Hirschfeld in Sitzungsberichte der Kgl. preuss. Akad. der Wissenschaften, 1889, pag. 430 sg.). Gioverà infine ricordare che nel II sec. di Cristo ciascuna legione componevasi di seimila combattenti e di un egual numero di ausiliari; di modo che tutta una legione con le sue coorti ausiliarie (auxilia) formava un corpo d’esercito di circa 12.000 combattenti. Marco Aurelio mosse alla guerra con quindici legioni ed altrettanti ausiliari: dunque con una forza effettiva di circa 180.000 combattenti.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 17, 4-5; 21, 9; Eutrop., VIII, 13; Zonar., XII, 1.
- ↑ Che la partenza di Marco sia avvenuta nel 169, dicono chiaramente le monete di quest’anno con profectio Aug. (Cohen, 500), Galeno (XIV, 650: [testo greco]τῆς ἐπὶ τοὺς Γερμανούς ὁδοιπορίας είχετο), e Dione Cassio (LXXI, 32, 1), secondo il quale l’imperatore rimase per otto anni (169-176) lontano da Roma. Inoltre Capitolino (Marc. Ant., 21, 3-5) dice: Sub ipsis profectionis diebus in secessu Praenestino agens filium, nomine Verum Caesarem, execto sub aure tubere septennem amisit, quem non plus quinque diebus luxit... et quia ludi Iovis Optimi Maximi erant, interpellari eos publico luctu noluit etc. Evidentemente Marco Aurelio in secessu Praenestino doveva trovarsi nel cuor dell’estate del 169; e, se, come pare probabile, per i ludi Iovis Optimi Maximi son da intendere i ludi Capitolini, bisognerà ragionevolmente collocare la partenza dell’imperatore, tutt’al più, nella seconda metà del mese d’ottobre del 169.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 20, 6-7. In questo luogo, tra l’altro, si dice che Lucilla sposò Pompeiano, prima ancora che fosse interamente trascorso il tempo del lutto per la morte del marito (non decurso luctus tempore).
- ↑ Cfr. Die Marcus-Säule auf Piazza Colonna in Rom hrgg. von Eugen Petersen, Alfred von Domaszewski, Guglielmo Calderini, München, 1896.
- ↑ Quest’arco, attribuito a Marco Aurelio, sorgeva sulla via Flaminia nell’odierno Corso, e precisamente all’angolo meridionale del Palazzo Fiano. Alessandro VII lo fece demolire nell’anno 1662, perchè d’incomodo al popolo nella grande affluenza del Carnevale. Alcuni bassorilievi, che facevano parte del monumento, furono trasportati al Campidoglio, dove oggi adornano lo scalone del palazzo dei Conservatori. Cfr. Nardini, Roma antica, VI, 9; Nibby, Roma antica, vol. I, pagg. 471-476; Canina, Edifizi, vol. III, pagg. 113-114, e IV, tav. 245.
- ↑ Nelle monete dell’anno 170 si legge, è vero, l’iscrizione Vict(oria) Aug(usti) (Cohen, 979-982), ma da siffatta testimonianza non si può con sicurezza inferire, che Marco Aurelio abbia effettivamente riportato una vittoria; tanto più poi, se si pensa che Marco in quest’anno non fu nuovamente salutato col titolo d’Imperatore, poichè in un’iscrizione dell’anno successivo 171 (CIL, VIII, 1630) egli è ancora detto imp. V. Ad ogni modo è certo che nè nelle monete nè nelle iscrizioni del 170 il nome del sovrano è accompagnato da alcun nuovo titolo glorioso (Cfr. CIL, III, 1979, 1980 add. 6374; VIII Suppl. 14378; Cohen, 1, 193, 130 sgg., 180 sgg., 546 sgg., 910 sg.). E se d’altra parte in alcune monete si legge Fort. red. (Cohen, 205 sg.) e profectio Aug. (Cohen, 591 sgg.), ciò non può affatto autorizzarci a concludere che nel 170 Marco sia ritornato a Roma dalla zona di guerra. Si deve piuttosto pensare, come ritiene il von Rohden (in Pauly-Wissowa, I, col. 2298), che profectio Aug. alluda alla partenza dell’imperatore da Roma nell’anno precedente 169, e che la frase Fort. red. non contenga forse nient’altro che un semplice augurio di felice ritorno. Infatti è ormai sicuramente accertato che Marco non volle più rimetter piede nella capitale, prima della fine della guerra (Capitol., Marc. Ant., 22, 8), e che da Roma si tenne lontano per otto anni consecutivi, dal 169 al 176 (Cass. Dio, LXXI, 32, 1; 24, 4).
- ↑ Cfr. CIL, VI, 1978; VIII, 9365 = Dessau, 1099, III Suppl. 7505.
- ↑ Cfr. CIL, VI, 1377 = Dessau, 1098.
- ↑ Si coniarono, in memoria del fausto avvenimento, monete con Vic(toria) Aug(usti) (Cohen, 983) e con Vic(toria) Ger(manica) (Cohen, 267).
- ↑ Vedi le monete dell’a. 171 con imp. VI in Cohen, 260, 267 sgg., 276, 279.
- ↑ Antica città celtica della Pannonia superiore, in vicinanza di Vienna. Probabilmente corrisponde all’odierna Petronell. Vedi Labus, Ara antica scoperta in Hainburgo, Milano 1820; e Borghesi in Giorn. Arcad., vol. VII, pag. 378 sgg. Secondo la testimonianza di Eutropio (VIII, 13), Marco Aurelio vi avrebbe soggiornato per tre anni consecutivi, vale a dire dal 171 al 173. Vedi anche Ricordi, II, fine.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 22, 7. Cfr. Borghesi, Iscrizioni di Fuligno, in Annal. Istit. archeolog., 1846, pag. 347; Noël des Vergers, Essai, Pag. 88,
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 3, 5.
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 4; Capitol., Marc. Ant., 21, 2.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 21, 1; 22, 11; Spart., Severus, 2, 4. Cfr. von Rohden in Pauly-Wissowa, I, col. 2208 sg.
- ↑ CIL, 111, 1450, 6121; VIII, 4209; Cass. Dio, LXXI, 3, 5. Anche nelle monete si legge ora Vic. Germ. (Cohen, 270-275), ora Marti Victori (Coben, 431), ed ora Germania subacta (Cohen, 215 sg.).
- ↑ Vedi le monete di quest’anno con Germanicus (Cohen, 227-229), Vict. Germ. (Cohen, 993, 995-998), e Germania subacta (Cohen, 214, 217-995).
- ↑ Cfr. Philostr., Vit. soph., II, 1 (p. 67 ed. Kayser).
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 7, 1.
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 7, 1-5. Vedi anche le monete, coniate nella prima metà del 174, con imp. VI e le iscrizioni Vict. Germ. (Cohen, 994), Marti Victori (Cohen, 432 sg.) e Germania. subacta (Cohen, 296). Una moneta (Cohen, 3) reca l’iscrizione adventus Aug.; ma giustamente il von Rohden (in Pauly-Wissowa, I, col. 2290) dubita ch’essa alluda a un ritorno dell’imperatore a Roma.
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 8, 1.
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 8, 10.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 24, 4. Vedi, per il racconto pagano, Cass. Dio, l. cit.; Claud., De sexto consulat. Honorii, v. 340 sgg.; Themist.. Or. XV ad Theodos., p. 191 (ed. Petau); Orac. Sibyll., XII, 196 sgg.
- ↑ Cass. Dio, LXXI,8, 4; Suida s. [testo greco]. Cfr. Lamprid., Heliogabalus, 9.
- ↑ Xiphil. in Cass. Dio, LXXI, 9; Zonar., XII, 2; Eus., Hist. eccles., V, 5; Chron.. p. 172 e 173 (ed. Schoene); Tertull., Apolog., 5, 40; Ad Scapulam, 4 (cfr. Eus., V, 5, 6); Iustin., Apol. I, c. 71; Oros., VII, 15; Greg. di Nissa, De quadraginta mart., or. II, Migne, P. G., 46, pagg. 757-760. Cfr. Renan, Marc-Aurèle, pag. 973 sgg.; Aubè, Hist. des persecutions jusq’à la fin des Antonins, Paris, 1875, pag. 364 sgg.; Allard, Hist. des persecutions pendant les deux premiers siècles, Paris, 1903, t. I, pag. 394 sgg.
- ↑ Cfr. Mommsen, Das Regenwunder der Marcus-Säule, in Gesammelte Schriften, vierter Band; historische Schriften, erster Band, pagg. 498-513. Vedi anche la tavola XVI e l’illustrazione che di essa è fatta, sotto il titolo Der Regen im Quadenland, a pag. 58 sg. dell’opera più volte citata: Die Marcus-Säule auf Piazza Colonna in Rom, hrgg. von E. Petersen, A. von Domaszewski, G. Calderini, mit CXXVIII Tafeln Folio, München, 1896.
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 10, 4; Cohen, 311 sgg.
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 10, 5; Capitol., Marc. Ant., 26, 8.
- ↑ Cohen, 353-355; CIL, VIII, 2276.
- ↑ Cohen, 228, ni 1-2.
- ↑ Cohen, 916-925; CIL, VIII, 2276.
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 11, 1; 13, 1; 15; 16, 1.
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 15-19.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 21, 10.
- ↑ Id., ibid., 22, 2.
- ↑ Id., ibid., 24, 5.
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 17; Capitol., Marc. Ant., 24, 6.
- ↑ Ammian. Marcell., XIV, 8, 5. Vedi Borghesi, Burbuleio, in Opere, IV, 160-161.
- ↑ Vedi pag. 81.
- ↑ Vulcac. Gallic., Avid. Cassius, 1 e 2.
- ↑ Vulcac. Gallic., Avid. Cassius, 14.
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 92 sgg.; Vulc. Gall., Av. Cass., 7, 9; Capitol., Marc. Ant., 94, 6 sg.; id., Clodius Albinus, 6, 2.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 24, 9; 25, 2; Vulcac. Gallic., Avid. Cassius, 7, 7.
- ↑ Marco Aurelio, prima di mettersi in marcia, aveva chiamato presso di sè il figlio Commodo, per fargli indossare la toga virile (Cass. Dio, LXXI, 22, 2). Ora, poichè Commodo si recò in Germania il 19 maggio del 175 (Lampr., Commodus, 12, 2), e il 7 luglio dello stesso anno (Lampr., Commodus, 2, 2; 12, 3) prese la toga virile ai confini dell’Impero (Capitol., Marc. Ant., 22, 12), bisognerà ammettere che la rivolta di Cassio sia scoppiata alla fine d’aprile o al principio di maggio del 175 (Capitol., Marc. Ant., 24, 6 sgg.; Vulc. Gall., Avid. Cass., 7 sgg.; Lampr., Commodus, 2, 2), e che la partenza di Marco Aurelio sia avvenuta verso la metà di luglio del 175 (Capitol., Marc. Ant., 25, 1).
- ↑ Il regno di Cassio dunque era durato tre mesi e sei giorni (Cass. Dio, LXXI, 27, 3), dalla fine d’aprile al principio d’agosto.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 25, 2-3.
- ↑ Vulc. Gallic., Avid. Cassius, c. 12. Vedi nei capp. 10 e 11 della stessa opera di Vulcazio la lettera di Faustina al marito, e la risposta fatta a lei da Marco Aurelio. Queste lettere però non sono oggi dalla critica ritenute autentiche (vedi la Notizia bibliografica, a pag. 10). Tuttavia è ragionevole ammettere che esse, come pure tutte le altre conservateci dagli Scriptores historiae Augustae, abbiano qualche fondamento di verità.
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 27, 4; 28, 1-4; 30, 1; Capitol., Marc Ant., 24, 8; 25, 5 sgg.: 96, 11-13; Vulc. Gallic., Avid. Cass., 9, 1-4. Vedi anche le monete dell’anno 176 con Clementia Aug. in Cohen, 28, 358.
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 30, 4; 31, 1.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 20, 4.
- ↑ Lampr., Commodus, 2, 3.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 25, 11; 26, 1; Lampr., Commodus, 2, 3.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 26, 1 sgg. Cfr. von Rohden in Pauly-Wissowa, I, col. 2300 sg.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 26, 4; Cass. Dio, LXXI, 29, 1.
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 30, 1; Iulian., Caes., 312 B. Cfr. la lettera di Marco Aurelio ad Erode Attico in Philostr., Vit. soph., II, 1, 12 (p. 70 ed. Kayser).
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 96, 4-9; Cass. Dio, LXXI, 29-31; Spart., Caracalla, 6-7.
- ↑ È probabile quindi che con Faustinopoli sia da identificare il villaggio Halala, di cui parla Capitolino in Marc. Ant., 26, 4. Cfr. Id., ibid., 26, 9.
- ↑ Philostr., Vit. soph., II, 9, 2 (p. 87 Kayser). Cfr. Aristid., I, 439 sgg. Dind.
- ↑ È molto probabile che, durante il soggiorno di Marco Aurelio in Atene, il retore Aristide abbia pronunziato l’orazione [testo greco] (IX, 98 sgg.; cfr. 111 Dind. Vedi Schmid in Rh. Mus., XLVIII, 1893, pag. 83).
- ↑ Philostr., Vit. soph., II, 10, 4 p. 92; II, 1, 12 p. 70 Kayser; Cass. Dio, LXXI, 31, 3; Capitol., Marc. Ant., 27, 1.
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 31 (cfr. Zonara, 123); Philostr., Vit. soph., II, 2 p. 73 Kayser. Vedi anche Corrado Barbagallo, Lo Stato e l’Istruzione pubblica nell’Impero Romano, Catania, 1911, pag. 153 sgg.
- ↑ Lucian., Eun., 3, 8; Tatian., Orat. ad Graecos, 19 (ed. Otto). «Gli stipendi assegnati dall’imperatore furono, per la cattedra di retorica, 10.000 dramme, e 10.000 dramme ancora per ciascuna delle varie cattedre di filosofia». (C. Barbagallo, Op. cit., pag. 156).
- ↑ Vedi von Rohden in Pauly-Wissowa, I, col. 2302; cfr. col. 2300 sg.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 27, 2-3. Vedi pure le monete con fort. red. in Cohen, 210, 939, 903.
- ↑ Cass. Dlo, LXXI, 32, 1.
- ↑ Vedi, su questi particolari, Capitolino (Marc. Ant., 27, 3), Dione Cassio (LXXI, 39, 1), e Noël des Vergers, Essai etc., pag. 149.
- ↑ Cfr. von Rohden in Pauly-Wissowa, I, col. 2302.
- ↑ Cohen, 154, 161, 164 sg. Vedi anche in CIL, VI, 1014 = Dessau, 374 l’iscrizione, purtroppo frammentaria, che ricorda la gloria immortale acquistata per aver distrutte o soggiogate le più bellicose popolazioni del mondo.
- ↑ Vedi le monete con pax Aug. (Cohen, 438 sg.), pax aeterna Aug. (Cohen, 360-362), securitas pub. (Cohen, 588-591).
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 27, 4.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 27, 5; Cohen, 326 sg. ni 733-738. In questo stesso anno 177 Commodo fu anche investito della dignità consolare (Lampr., Commodus, 2, 4; Capitol., Marc. Ant., 16, 2; CIL, VI, 631; XIV, 328).
- ↑ Cohen, 237 ni 79-92; 239 ni 95-103; 327 ni 743-750.
- ↑ La nuova guerra marcomannica dovè cominciare nel 177, poichè nelle monete di quest’anno Marco Aurelio per la nona volta (imp. IX: Cohen, 300 sg., 374, 378 sg.. 442, 505, 951 sg., 1026) e Commodo per la seconda (imp. II:, Cohen, 328 ni 751-759; 355 n. 981) furono salutati imperatori, molto probabilmente dopo una vittoria riportata sui nemici dai due fratelli Quintili (Cass. Dio, LXXI, 33, 1).
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 32, 3; Aristid., I, 762 sgg. (cfr. 424 sgg.) Dind.; Philostr., Vit. soph., II, 9, 2 p. 87 Kayser; Euseb.-Hieron., Chron. a. Abr. 2195.
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 32, 2; Capitol., Marc. Ant., 23,2; Euseb.-Hieron., Chron. a. Abr. 2194; ecc.
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 33, 1; Capitol., Marc. Ant., 27, 8; CIL, X, 408 = Dessau, 1117.
- ↑ Lampr., Commodus, 2, 5; 12, 6.
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 33, 1; Capitol., Marc. Ant., 27, 9; CIL, II, 4114; X, 408 = Dessau, 1117.
- ↑ Dopo questa vittoria i due sovrani (Marco per la decima ed ultima volta, Commodo per la terza) furono salutati imperatori. Cass. Dio, LXXI, 33, 3-4; Cohen, 186 sg., 380, 385, 967-971, p. 259 ni 234-237, p. 330 ni 768-776.
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 6; Galen., De ther., 2.
- ↑ Tertull., Apolog., 25; Philostr., Vit. soph., II, 1 p. 67 Kayser.
- ↑ Vict., Caes., 16, 12; Epit., 16, 12.
- ↑ Orelli-Henzen, n. 5489.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 28, 4 e 8. Dione Cassio però (LXXI, 33, 4) afferma — non sappiamo però con quanta esattezza — che Marco morì di veleno propinatogli dai medici, per far piacere a Commodo.
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 34, 1; Herodian., 1, 4; Capitol., Marc. Ant., 27, 11; 28, 10.
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 33, 4; Capitol., Marc. Ant., 27, 10 sg; 28, 1 sg.; Tertull., Apolog., 25; Herodian., 1, 2, 3 sg.: Theoph. Antioch., III, 97, 28; ecc.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 18, 3 e 5; Eutrop., VIII, 14; Cohen, 78-98, 176, 1056-1059; CIL, II, 1340; VIII, 305-Dessau, 378; Eph. ep., V, 1180 = Dessau, 377.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 18, 8; Vict., Caes., 16, 13; Epit., 16, 14; Brun, Tempio creduto di M. Aurelio rappresentato in un bassorilievo di Villa Medici, in Annali Istit. arch., 1852, p. 338-345, e Monum. ined. Istit., V, 40. Vedi anche Bull. Istit. arch., 1853, p. 141.
- ↑ Cass. Dio, LXXI, 34, 1.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 18, 5-6.
- ↑ Vedi E. Q. Visconti, Iscrizioni greche Triopee, 11, 20, pag. 32; CIL, III, pag. 1112; ecc.
- ↑ Marco Aurelio — dice Capitolino (Marc. Ant., 18, 1) — era tanto amato dal popolo di Roma, che ciascuno, a seconda della propria età, lo chiamava fratello, padre, figlio.
- ↑ Tre difetti si è soliti di rimproverare a Marco Aurelio: la stolta rassegnazione con cui ha sopportato i disordini coniugali della moglie Faustina; la debolezza di non aver impedito che, alla sua morte, gli succedesse sul trono il figlio Commodo, di cui egli già conosceva l’indole scellerata, crudele e volgarmente malvagia; l’aver infine permesso che in parecchie persecuzioni, quelle del 162 (Martirio di S. Felicita), del 177 (I martiri della Gallia Lionese) e del 180 (I martiri Scillitani), si versasse il sangue dei seguaci di Cristo. Quanto a Commodo, la colpa di Marco Aurelio è ormai universalmente riconosciuta di così manifesta gravità, che nulla potrà mai cancellarla o attenuarla (cfr. Duruy, Hist. des Romains, t. IV, pag. 460 sgg.). Ben diverso però è il caso di Faustina, a proposito della quale il Renan in uno studio accurato e persuasivo (Examen de quelques faits relatifs à l’impératrice Faustine, femme de Marc-Aurèle, in Comptes rendus de l’Académie des Inscriptions, 1867, pagg. 203-215) è riuscito a dimostrare col suo solito acume che, se la bella imperatrice ebbe dei torti, questi furono notevolmente esagerati per amore di parte dagli scrittori. Anche il Duruy (Op. cit., t. IV, pag. 458 sgg.) crede di doversi associare all’opinione del Renan. Quanto alle persecuzioni dei Cristiani, noi crediamo che non se ne debba far pesare tutt’intera la responsabilità sopra Marco Aurelio, e che ad ogni modo, quando si discute su materia di tal genere, non si possa far a meno di tener presente che la religione di Cristo era, e non a torto, considerata dallo Stato romano come un principio nocivo alla sua incolumità, e che, ciò posto, all’imperatore, personificazione dello Stato, incombeva il preciso dovere di proteggere l’esistenza di esso contro tutti i nemici, interni ed esterni, presenti e futuri. E Marco Aurelio infatti non vide altro nel Cristianesimo che un’ostinata lotta di una fazione cospirante ad abbattere i principi fondamentali, su cui si erigeva il grandioso edificio della civiltà romana. Cfr. Ricordi, XI, 3.
Sui particolari delle persecuzioni vedi Duruy, Op. cit., t. IV, pag. 463 sgg.; Renan, Marc-Aurèle, pag. 53 sgg., e 302 sgg.; Aubé, Histoire des persecutions de l’Eglise jusq’à la fin des Antonins, Paris, 1875, pag. 342 sgg.; Allard, Histoire des persecutions pendant les deux premiers siècles, Paris, 1903, t. I. pagg. 343-479; Lemercier, Les pensées de Marc-Aurèle, Paris, 1910, pagg. VII-XIX. - ↑ Capitol., Marc. Ant., 19, 12.
- ↑ Ammian. Marcell., XVI, 1, 4; Julian., Ep. ad Themist. p. 253; Caesares p. 312, 317, 338, 333 sgg.
- ↑ Capitol., Macrinus, 2, 5; 3, 1 sgg.; 7, 5 sgg.; 10, 1 sgg.; Spart., Sept. Severus, 19, 2 sgg.: Caracallus, 9, 2, sgg.; Gefa, 2, 2 sgg.; Lampr., Diadumenus, capp. 1-3 e 6; Heliogabalus, 1, 2, 3, 17, 18, 34; Alex. Severus, capp. 5-12; Capitol., Gord., 4.
- ↑ Il primo libro fu composto nel territorio dei Quadi, sulle rive del Gran (Ricordi, I, fine), quindi dopo il 166 (forse anche dopo il 169) e prima della morte di Faustina (Ricordi, 1, 17), quindi prima del 176. Il secondo libro fu scritto in Carnunto (Ricordi, II, fine), fra il 170 e il 174; e l’ottavo, dopo la morte di Lucio Vero, avvenuta nel 169 (Ricordi, VIII, 25 e 37).
- ↑ Galen., De praenotione, 1; De libris propriis, 2; Philostr., Vit. soph., II, 5, 3.
- ↑ Ricordi, X, 10.
- ↑ Gaetano Negri, Marco Aurelio e Sant’Agostino, in Meditazioni vagabonde, Milano, Hoepli, 1897, pag. 112.
- ↑ Renan, Marc-Aurèle, pag. 272.
- ↑ Sul sistema filosofico degli Stoici vedi l’antica, ma sempre bella ed utile opera di F. Ogereau, Essai sur le système philosophique des Stoiciens, Paris, 1885; Martha, Les moralistes sous l’Empire romain, Paris, 1881; Schmeckel, Die Philos. der mittler. Stoa u. ihr geschicht. Zusammenhang, Berlin, 1892; Bonhöffer, Epictet und die Stoa, Stuttgart, 1890; id., Die Ethik des Stoikers Epictet, Stuttgart, 1894: G. Gentile, Studi sullo Stoicismo romano del primo secolo d. C.; Parte prima, Trani, 1904.
- ↑ Ricordi, 11, 9, 17; 111, 16; IV, 3, 18, 49; VII, 50; VIII, 8.
- ↑ Ricordi, V, 9.
- ↑ Ricordi, II, 17.
- ↑ Ricordi, III, 4.
- ↑ Ricordi, V, 1.
- ↑ Ricordi, III, 4, 5 e 7.
- ↑ Ricordi, VI, 7 e 30; VII, 31; XI, 4 e 21.
- ↑ Ricordi, IX, 29.
- ↑ Capitol., Marc. Ant., 27.
- ↑ Ricordi, IX, 29.
- ↑ Ricordi, IV, 12.
- ↑ Ricordi, 111, 6; IV, 37; XII, 24.
- ↑ Ricordi, III, 7.
- ↑ Ricordi, IV, 31; V, 16; VI, 30 e 44.
- ↑ Ricordi, IV, 37; V, 36; VII, 17.
- ↑ Ricordi, III, 4.
- ↑ Ricordi, X, 1.
- ↑ Ricordi, VII, 13; XI, 1.
- ↑ Ricordi, II, 1; VII, 26; XII, 26.
- ↑ Ricordi, XI, 18.
- ↑ Atto Vannucci, Storia dell’Italia antica, Milano, 1876, vol. IV, pagg. 757-760,