I briganti del Riff/21. Il totem

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21. Il totem

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21.

IL TOTEM


Soltanto dopo due buone ore gli studenti, validamente aiutati dalla gitana, poterono preparare la mina. Non avevano miccia, ma molta carta da sigarette e molto tabacco.

— Se si trattasse d'uno scoppio di dinamite non oserei esporvi ad un tale pericolo — disse il giovane ingegnere. — La rupe intera non salterà e noi non verremo massacrati dai rottami, poiché la nostra mina è un po' debole.

— E se non saltasse nulla? — chiese Pedro, il quale fabbricava sigarette a gran velocità che dovevano servire da miccia.

— Allora cercheremo di penetrare egualmente dentro questa roccia — rispose Carminillo.

— Sgretolandola cogli yatagan?

— Anche, se sarà necessario.

— Ci lasceranno compiere un simile lavoro i briganti?

— Perché vuoi che salgano quassù mentre hanno i loro duars e villaggi da difendere alle falde della triste montagna?

Pedro scosse il capo, poi disse: — Eppure ho un presentimento non troppo lieto.

— Che ci riprendano ancora?

— Sì, Carminillo.

Il giovane ingegnere stava per rispondere quando sull'altipiano, echeggiarono furiose cannonate.

Erano parecchie diecine di pezzi che facevano un fuoco infernale contro i duars dei riffani e le costruzioni in muratura. Si vedevano le granate scoppiare in gran numero, fitte, con un vero rombo, lanciando in alto fumo e fiamme.

— I nostri attaccano il Gurugù!..? — esclamò Carminillo, il quale osservava attentamente.

— Si vogliono prendere una terribile rivincita dell'agguato della Gola.

— Credi tu che riusciranno? — chiese Pedro.

— La guerra serba sempre delle terribili sorprese, tuttavia se i nostri si sono decisi a dare il gran cozzo, vuol dire che si trovano abbastanza numerosi per infliggere ai briganti una severa lezione che li faccia rimanere tranquilli parecchi anni. Guarda!... Guarda al di là delle boscaglie!... Fumo e fiamme! I duars bruciano ed i villaggi crollano come castelli di carta sotto il tiro dell'artiglieria.

— E noi maneggiamo i nostri pezzi — disse Pedro, cacciando dentro il buco che aveva scavato e ben imbottito di polvere, una mezza dozzina di sigarette. — Facciamo noi pure un po' di baccano. Carramba!... Siamo spagnoli anche noi!

— Allontanatevi — disse Carminillo. — Darò fuoco io. Girate subito intorno alla roccia e non avrete nulla da temere.

— Non salterai anche tu con quelle micce di nuovo genere?

— Vi raggiungerò subito.

Mentre la gitana e Pedro si allontanavano, il giovane ingegnere si tolse la sigaretta che teneva in bocca e la mise dietro a quelle che dovevano servire da miccia. Quando la vide fumare, a sua volta si allontanò rapidamente e raggiunse i compagni i quali si erano già messi in salvo dall'altra parte della roccia.

— Che scoppi? — chiese Pedro.

— Io non dispero — rispose Carminillo. — Soffia un po' d'aria, il tabacco brucerà e raggiungerà le polveri.

— Non ci cadrà sulla testa la cima di questo pane di zucchero?

— Che diavolo!... Non abbiamo già messo dentro il buco un barile di polvere.

— Ho sempre udito raccontare che le mine fanno sovente dei brutti scherzi.

— Ti ripeto che non vi è pericolo.

Dopo alcuni minuti, una sorda detonazione echeggiò dall'altra parte della roccia, un po' soffocata dal fragore delle artiglierie spagnole le quali parevano si avvicinassero rapidamente, attaccando a fondo duars e villaggi.

— È scoppiata!... — gridò Carminillo. — Corriamo!...

Tornarono a girare la roccia e si fermarono là dove Zamora aveva scoperto il segnale dei capitani delle carovane zingaresche. Come già il giovane ingegnere aveva preveduto, essendo la mina assai debole, il lastrone si era solamente spostato, però ad un'altezza di tre metri si era aperto uno squarcio semicircolare, sufficiente a lasciar passare una persona anche abbastanza rotonda.

— Non speravo tanto — disse Carminillo. — Accendi la lampada, Pedro.

— È fatto — rispose il futuro avvocato.

Carminillo la prese, la porse a Zamora insieme ad una rivoltella, e le disse: — A te l'onore di entrare per la prima nel sepolcreto del re zingaro. Noi ti seguiamo.

— Grazie, mio señor — rispose la gitana, i cui occhi splendevano d'una luce intensa, quasi fosforescente.

Lesta come uno scoiattolo scalò il pietrone che la mina aveva spostato, e scomparve attraverso il foro semicircolare.

I due studenti, a loro volta, si erano slanciati, impazienti, di sapere se la fortuna li aveva aiutati o se tutto era naufragato. Attraversarono l'apertura nel momento in cui rimbombavano alcuni colpi di rivoltella.

— Mille demoni!... — urlò Carminillo, lasciandosi cadere entro una caverna, in mezzo alla quale si scorgeva un feretro di pietra di dimensioni gigantesche. — Su chi spari, Zamora?

— Ho fatto fuoco su un pitone delle caverne — rispose la gitana con voce tranquilla. — È caduto là come uno straccio, colla testa fracassata.

Nessuno si era preso la briga di chiedersi come mai quel rettile si trovasse là dentro. Probabilmente era entrato per qualche foro, non essendo ammissibile, quantunque quelle bestiacce resistano lungamente ai digiuni, che fosse stato messo dentro insieme alla salma del re zingaro.

I due studenti e la gitana si erano precipitati verso il feretro in mezzo al quale campeggiava il segnale: tre linee tagliate con un minuscolo triangolo in parte.

Un grido formidabile era sfuggito ai due studenti: — Vittoria!... Vittoria!... Il totem!... Il totem!...

Afferrarono il coperchio della bara, e quantunque fosse pesantissimo, lo rovesciarono al suolo.

— Luce, Zamora!... Luce!... — gridarono.

La gitana in preda ad una violentissima commozione, aveva rapidamente alzata la lampada.

Entro il feretro, tutto in pietra e rozzamente lavorato, apparve uno scheletro di dimensioni quasi gigantesche, che riposava su un vero letto di diamanti, di rubini, di smeraldi e di turchesi. Fra le costole teneva uno strano emblema, in forma d'una piccola balestra tutta in oro, con due ordini di grosse perle.

— Il totem!... — gridò la gitana, afferrandolo. Nel medesimo tempo, in causa dell'azione dell'aria, tutte le ossa del primo re dei gitani si sciolsero in minutissima polvere. Lo scheletro era scomparso.

Zamora aveva impugnato il totem e lo contemplava cogli sguardi ardenti.

— Il potere!... Ecco il potere!... — gridò. — Tutte le tribù gitane della Spagna ormai saranno ai miei ordini, come lo furono per mia madre!...

Si volse verso Carminillo ed avvolgendolo in uno sguardo pieno d'amore, gli disse con voce pianissima e dolcissima: — Mio señor, devo a te la mia fortuna e ti amo, oh, quanto ti amo!...

— Ed io pure, Zamora — rispose il giovane ingegnere, mentre Pedro tuffava avidamente le mani fra le pietre preziose, facendo scintillare diamanti, rubini e smeraldi sotto la luce della lampada. — Vuoi la mia mano?

— Sono zingara... pensaci, mio señor.

— Sei bella come un raggio di sole.

— E se un giorno tu ti pentissi, mio señor? Sai che i tuoi compatrioti spregiano noi gitani.

— Io t'amo e basta — disse Carminillo. — Se qualcuno troverà di che ridire sul nostro matrimonio, non sono uomo da starmene né zitto, né fermo.

— Ti conosco abbastanza, mio señor — rispose la gitana. — Noi romperemo allora il vaso di terra, secondo il rito degli zingari, a Siviglia.

— Dimmi un po', Carminillo, — chiese Pedro, interrompendo la conversazione dei due giovani — tu che sei ingegnere delle miniere, e quindi più pratico di me, a quanto valuteresti questo tesoro?

— Io credo che vi sieno lì dentro un paio di milioni se non di più. Sono pietre scelte e magnificamente lavorate.

Pedro spiccò tre o quattro salti intorno al feretro, agitando le braccia come un pazzo.

— Dei milioni!... Dei milioni!... — gridava. — Possibile che uno studente di Salamanca, che durante le vacanze è costretto ad andare a mangiare la zuppa ed il bacalaos dai frati, possa diventare cosi ricco?

— Come vedi è stato un sogno, poiché questo tesoro appartiene a Zamora, la mia futura sposa. Non ti dimenticheremo, bravo e coraggioso amico, tornerai all'Università colle tasche ben gonfie.

— Uno studente ricco!... Ma che cosa si dirà a Salamanca?

— Che abbiamo fatto una gran fortuna eseguendo dei concerti sulle montagne del Riff, ecco tutto... Ma intanto snidiamo il modo di trasportare fino alla costa tutte queste pietre preziose. Non vi è legname qui per fare delle casse.

— Ne chiederemo ai nostri compatrioti. Mi pare che si avanzino, poiché il rombo del cannone diventa ognora più distinto. I minatori portano sempre con loro qualche po' di legname per improvvisare, se occorresse, una trincea.

— Lo so.

— Non si rifiuteranno, io spero.

— Oh, no!... Noi tutti, nati sulla terra del Cid, siamo troppo cavaliereschi per non aiutarci a vicenda, specialmente in terra straniera.

— Quanto potranno pesare tutte queste pietre?

— Una quarantina di chilogrammi almeno, perché vi sono molte turchesi.

— Mi sentirei in grado di scendere la montagna con quel dolcissimo peso, se fosse rinchiuso almeno dentro un gabbione di trincea.

— Lasciamo ogni cosa qui, pel momento, e andiamo a vedere come si svolge la battaglia. Ormai né il totem né il tesoro più nessuno ce lo porterà via.

— Abbiamo ancora due bottiglie e dei biscotti da sgretolare, facciamo intanto colazione.

— Come vuoi, eterno affamato — rispose il giovane ingegnere ridendo. — Daremo fondo a tutto, giacché i nostri compatrioti si avvicinano.

Si issarono fino al foro semicircolare, poi si lasciarono scivolare dall'altra parte, lungo l'enorme pietrone che la mina aveva solamente spostato.

— Battaglia accanita — disse Carminillo. — Io credo che su questa cima si decideranno le sorti dei crudeli briganti.

L'artiglieria spagnola, composta di parecchie batterie, tuonava più vigorosamente di prima, scrosciando entro le profonde vallate del Gurugù. Di quando in quando si udivano anche lontane scariche di moschetteria.

— Montiamo su questa roccia — soggiunse Carminillo. — Vedremo meglio.

Quella specie di pane di zucchero, come l'aveva chiamata Pedro, si prestava abbastanza facilmente ad una salita, avendo molte screpolature dalle quali uscivano ancora delle radici di aloè.

Aiutandosi l'un l'altro, in meno d'un minuto i due studenti e la gitana si trovarono lassù. I loro sguardi potevano spaziare assai più lontani, anche sopra la grossa faccia dei boschi.

Scorsero subito fiamme altissime e nuvoloni di fumo alzarsi sopra i duars ed i villaggi dei riffani. Gli spagnoli avevano già decisa la conquista della montagna maledetta che serviva ai briganti come di fortezza, ed il generale Marina vi aveva avventato contro sedici battaglioni di fanteria, sei batterie ed una sezione del genio.

Forti masse di cavalieri mauri volteggiavano nella valle dei Beni Sikar tentando forse qualche avvolgimento fulmineo, ma l'artiglieria spagnola li sgominava senza posa, cacciandoli a poco a poco verso i villaggi fiammeggianti.

— Proprio battaglia accanita — ripetè Carminillo. — Questa volta i briganti si prenderanno una bella batosta, se tenteranno dei contrattacchi.

— Mi pare che non osino — disse Pedro. — Scappano dinanzi alle granate ed alla mitraglia... Guarda come salgono a corsa sfrenata la montagna per cercare probabilmente un rifugio nei boschi. Che prima di sera i nostri possano giungere quassù?

— Oh, non sperarlo!... — rispose Carminillo. — La fanteria avrà molto da fare a spingersi su per queste rocce, e non potrà giungere che domani o posdomani. Lascia intanto che le batterie continuino ad incendiare, a furia di granate, i duars e a demolire le abitazioni in muratura dei caia e degli sceicchi. Quando il terreno sarà sbarazzato, non dubitare che i nostri si arrampicheranno fino alla più alta cima del Gurugù per piantarvi, in vista di tutte le tribù maure, la bandiera della nostra patria.

I colpi si succedevano ai colpi verso la gola del Gran Lupo, dove gli spagnoli avevano piazzate le loro batterie in ottima posizione. Le granate continuavano a piovere sui villaggi mandandoli rapidamente in fiamme o diroccandoli con grande fragore.

Vi era però del tempo prima che i sedici battaglioni giungessero sulla cima del Gurugù. Il generale Marina che li guidava, preceduto dal colonnello Primo de Rivera alla testa di quattro compagnie della brigata disciplinare, procedeva senza fretta, rammentandosi dell'agguato della gola del Gran Lupo.

Eppure non pareva che trovasse alcuna resistenza, poiché i cavalieri riffani, impressionati probabilmente per la distruzione dei loro villaggi, continuavano a scappare dentro i boschi.

— Io credo, — disse Carminillo — che noi passeremo una notte tranquilla. Anche la nebbia si è completamente dileguata e non soffia più vento. Fumeremo un po' di sigarette facendo la guardia al tesoro.

— E Janko? L'hai dimenticato tu, Carminillo? — chiese Pedro.

— Veramente devo confessarti che non mi ricordavo più di lui.

— Che sia stato, a sua volta, cacciato dentro il ventre d'una vacca ad imputridire?

— Se la strega è morta non mi stupirei; ma io non credo che quella vecchia abbia esalato l'ultimo sospiro. Come hai veduto, non abbiamo trovato il suo cadavere.

— Ebbene, sai, Carminillo, che penso continuamente alla Strega dei Vènti ed al suo protetto?

— Che salgano la montagna?

— Questo non te lo potrei dire, mio señor, — disse Zamora — sono sicura che Janko e la vecchia strega non tarderanno a comparire.

— Tuoni di Siviglia!... — esclamò il futuro avvocato. — Le nostre rivoltelle sono ancora cariche e portano la morte di ventiquattro persone. Non ho sacrificate già tutte le mie cartucce!

— Ed hai fatto bene, Pedro — rispose Carminillo.

Il sole nuovamente tramontava ed i grilli riprendevano la loro noiosa musica.

Nel cielo, che cominciava a coprirsi rapidamente di stelle, si profilavano le chiome delle querce che nessun soffio di vento agitava.

La notte però era tutt'altro che calma. Rombava sempre il cannone sui margini della gola del Gran Lupo, strepitava la moschetteria, e grandi fiammate continuavano ad alzarsi. Al di là delle boscaglie l'orizzonte appariva tutto fiammeggiante.

Duars e villaggi, sotto i colpi delle granate, saltavano in aria con rapidità spaventevole, impressionando gli ultimi difensori del Gurugù, i quali non osavano più lanciare alla carica le loro masse di cavalleria. La Spagna, dopo due secoli, trionfava su quei terribili ed incorreggibili predoni.

I due studenti, per nulla turbati dalla possente voce delle batterie, molto stanchi, si erano avvolti nelle loro coperte di lana, essendo fredde le notti sulla cima del Gurugù, e non avevano tardato ad addormentarsi.

Zamora però vegliava, in preda ad una viva inquietudine. Si avvicinava forse Janko insieme alla Strega dei Vènti. Tre o quattro volte si era alzata per vedere se qualcuno giungeva, ma pareva che i riffani fossero troppo occupati a mettersi in salvo colle loro famiglie e col loro bestiame e non pensassero affatto a dare la scalata al Gurugù sulle cui punte avrebbero potuto organizzare una formidabile difesa e far pagar ben cara all'avversario la vittoria.

Ad un tratto, fra il rombare delle artiglierie, le quali continuavano con accanimento la distruzione dei rifugi dei briganti della montagna, le parve di raccogliere un vago rumore. Zamora tolse la coperta, accostò un orecchio al suolo, ed ascoltò a lungo.

— Sì, della cavalleria passa laggiù, seguendo la linea dei boschi — pensò la gitana. — Che si spinga fino qui! A che cosa fare se gli spagnoli sono ancora sui contrafforti della montagna?

Sempre più inquieta stava per svegliare i due studenti, quando vide una colonna di cavalieri riffani montare all'assalto con una furia spaventevole.

— All'armi!... — ebbe appena il tempo di gridare. — I briganti!...

E per la prima, lesta come una lepre, si cacciò nel foro semicircolare, scendendo nel sepolcreto.

Carminillo e Pedro, svegliati di soprassalto da quelle grida, si preparavano anche loro a rifugiarsi nella tomba del re zingaro, quando sette od otto uomini che parevano calati silenziosamente dalla montagna, si precipitarono su di loro immobilizzandoli prima che avessero avuto il tempo di sparare un solo colpo di rivoltella.

Una voce a loro ben nota si fece udire: — Ah!... Ah!... I due giovani cristianos! Vedremo se questa volta sfuggiranno ancora alla morte!...

E quelle minacciose parole le aveva pronunciate la Jena del Gurugù, comparsa improvvisamente di nuovo dinanzi ai due disgraziati, quando lo avevano già dimenticato. Il terribile brigante, vedendoli fare sforzi sovrumani per liberarsi dalle strette poderose dei suoi uomini, si era messo a ridere sgangheratamente.

— Per la barba del Profeta!... — esclamò. — I vostri muscoli non hanno dunque sofferto, quantunque vi avessimo condannati già ad un supplizio che atterra anche un gigante. E sono lindi, puliti, senza macchie di sangue!... Miracoloso!

— A me sembra invece miracolosa la tua venuta — disse Carminillo, il quale ormai aveva rinunciato a lottare.

— Credevi tu dunque che ti lasciassi salire tranquillamente la montagna, per segnalare la via a quel cane rognoso di generale Marina? Ho mancato a parecchi combattimenti per seguirvi senza posa.

I cinquanta cavalieri, che caricavano al galoppo come se si trovassero in una pianura, erano giunti, ed avevano formato un ampio semicerchio attorno ai due prigionieri. Pareva che avessero tentata qualche sorpresa, forse contro l'artiglieria spagnola, poiché vi erano fra di loro molti feriti malamente bendati.

La Jena del Gurugù li passò in rivista, scambiando qua e là alcune parole, poi tornò verso i prigionieri col viso assai oscuro e gli occhi iniettati di sangue.

— Ah!... Cani di cristianos!... — gridò con voce terribile. — Non scapperete almeno voi alla morte.

— Hai due altre vacche o questa volta sbudellerai due cavalli per cacciarci dentro? — disse Pedro, con ironia.

— Ho di meglio — rispose seccamente il bandito. — L'agonia sarà forse più lunga e...

Si era interrotto, guardando fissamente i due disgraziati.

— Voi avete costeggiata la gola del Gran Lupo, perché abbiamo trovato là le vostre tracce, e dovevate essere in tre anziché in due.

— T'inganni — rispose Carminillo, a cui premeva salvare almeno Zamora. — Eravamo noi due soli.

Il bandito scosse la testa con collera e lanciò una bestemmia.

— Voi cercate d'ingannarmi: — soggiunse — eravate in tre, ed il terzo vostro compagno doveva essere quella giovane gitana dagli occhi ardenti.

— Da quando le termiti, per un caso prodigioso, hanno permesso a noi di uscire dalla nostra lurida e puzzolente prigione, noi non l'abbiamo più veduta.

— Ah, sono stati quei dannati formiconi a rodere le cuciture!... Me l'ero immaginato!... Mi stupisco però come vi abbiano risparmiati.

— Perché quelle bestioline sono meno crudeli di voi altri briganti — rispose Carminillo.

— Lascia le formiche e dimmi dov'è fuggita la gitana — disse la Jena del Gurugù.

— Ti preme?

— Può darsi.

— Vorresti sposarla?

— Se non sarò io ci sarà qualche altro che se la sposerà.

— L'altro gitano, il protetto di Siza Babà, è vero? — gridò Carminillo. — Dov'è quel miserabile?

— Quando tu sarai morto andrai a cercartelo — rispose brutalmente il bandito.

— Lascia che lo uccida prima che le tenebre eterne scendano su di me.

— Non ho tempo di occuparmi di questi affari. Dimmi piuttosto dov'è nascosta la giovane.

— Ti ripeto che non l'abbiamo più riveduta.

— Non volete confessare, ma non importa. Sapremo, più tardi, scovarla noi — disse la Jena del Gurugù; poi, volgendosi ai suoi uomini, che tenevano in mano delle corde di pelo di cammello, aggiunse: — Legate i cristianos, caricateveli sulle braccia e seguitemi.

In mezzo minuto i due studenti, malgrado avessero tentato ancora di opporre un'ultima accanita resistenza, si trovarono colle gambe ed i polsi ben stretti.

— Andiamo — disse allora lo sceicco, ridiscendendo la montagna.

I cavalieri lo seguivano e dietro di loro venivano gli uomini appiedati che portavano i prigionieri.

Giù nelle valli il cannone spagnolo rombava senza posa, annunciando nuove distruzioni, ed al di là delle boscaglie giganteschi nembi di scintille filavano sulle ali della brezza notturna.

La Jena del Gurugù, sempre bestemmiando contro i maledetti cristianos, si fermò dinanzi alla cuba, che Carminillo e Pedro avevano già visitata, facendo ai suoi uomini un segno.

I prigionieri furono passati attraverso la stretta apertura che serviva da porta, e gettati ruvidamente sui vecchi tappeti infestati da vere orde di pulci, spaventosamente affamate e pronte a mordere rabbiosamente.

Lo sceicco allora entrò, si assicurò con un rapido sguardo che nella piccola prigione non vi erano né viveri, né armi, poi volgendosi verso i due disgraziati che si dibattevano furiosamente sotto le punture degli insetti, chiese loro: — Volete dunque dirmi dov'è la gitana? Se mi indicherete il luogo ove si nasconde vi farò gettar fuori questi tappeti.

— Senza lasciarci liberi però, è vero, canaglia? — gridò Pedro.

— Oh no, ormai siete stati condannati, e morrete lentamente di fame e di sete!

— Miserabile!... Piantaci piuttosto il tuo yatagan nei nostri petti.

— Sarebbe una morte troppo dolce — disse lo sceicco. — Un colpo, ed il cuore finisce subito di battere e l'anima se ne va. Abbiamo saputo abbastanza sul vostro conto. Voi siete spie degli spagnoli.

— Chi ha affermato una tale infamia?

— L'uomo che accompagna Siza Babà — rispose lo sceicco.

— Janko!... — urlarono ad una voce Pedro e Carminillo, pallidi d'ira.

— Non so chi sia.

— Se lo incontri dirai a lui che si guardi da noi, e che è stato ormai condannato. Forse morremo prima noi, però nella vita succedono tanti inaspettati avvenimenti.

— Sperereste di fuggire? Non capite che vi chiuderemo dentro vivi dietro un muro di pietra che le vostre forze unite non riuscirebbero a fare nemmeno oscillare? E poi slegatevi prima, se siete capaci.

— Dirò come dite voi mussulmani: — disse Carminillo — Dio è grande.

La Jena del Gurugù parve profondamente colpito da quelle parole.

— Io credo che tu sia uno spagnolo, ed anche il tuo compagno: tuttavia per avere la mia anima tranquilla, prova a recitarmi un versetto qualunque del Corano.

— Non l'ho mai studiato.

— Allora, cani di cristianos, crepate mangiati vivi dagli insetti e divorati dalla sete e dalla fame. Se fra quindici giorni noi ripasseremo, non mancheremo di venire a domandarvi conto della vostra salute.

Ciò detto il crudele bandito volse le spalle e raggiunse i suoi uomini, i quali erano scesi tutti dai cavalli.

— Sbrigatevi, — disse — e chiudete bene la cuba.

Intorno al piccolo edifizio vi erano degli enormi pietroni caduti dall'alto del Gurugù.

Quei cinquanta o sessanta uomini, servendosi dei loro fucili come di leve, cominciarono ad accumulare intorno ed anche sopra la cuba pietre su pietre, in modo da farla totalmente scomparire. Anche se gli spagnoli avessero preso d'assalto il Gurugù, non avrebbero potuto accorgersi che sotto quell'enorme cumulo di pietre potesse trovarsi la tomba d'un santone.

Lo sceicco fece il giro della cuba, poi, soddisfatto del lavoro immane compiuto dai suoi uomini in un tempo relativamente breve, gridò con voce stentorea: — Ed ora andiamo a consumare le nostre ultime cariche contro i cristianos che osano assalire il Gurugù.