I pettegolezzi delle donne/Lettera di dedica

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Lettera di dedica

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I pettegolezzi delle donne L’autore a chi legge
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A SUA ECCELLENZA

IL SIGNOR

MARCANTONIO ZORZI

PATRIZIO VENETO1.


POSSO dire. Eccellenza, d’aver fatto con lei lungo tempo all’amore. Sapeva io che Ella intensamente nutriva un genio vivissimo per la Scenica Poesia, e che questo, corredato in lei più che in ogni altro, di criterio, di erudizione e di brio naturale, non solo la rendeva giudice rispettabile di qualunque Teatrale composizione, ma potea facilmente condurla ad essere in tal genere di studio maestro e guida. Negli anni addietro aveva di quando in quando la consolazione di vederla, e di sentirmi dalla di lei voce medesima con parole dolcissime consolato. Quando una Commedia nuova esponevo al pubblico, qualunque fosse, rapporto all’universale, trista o buona la sua ventura, spiare attentamente curavami qual fosse stato dell’E. V. il giudizio, e questo solo bastavami per approvarla o disapprovarla io stesso, a fronte di qualunque altra opinione. Niente più desideravo pertanto, che potermele avvicinare colla persona, siccome trovavami seco lei medesimato coll’animo; ma oltrechè la bassezza mia trattenevami, varie altre combinazioni si opposero alla rispettosa mia brama, e come accader suole a un amante di bella Donna invaghito, il quale in mezzo agli ostacoli non lascia di amarla e di lusingarsi, e ottiene finalmente per via impensata il premio di sua costanza, tal io, dopo avere sospirato per qualche tempo il patrocinio amabile dell’E. V., dopo esserne stato, diro anche, geloso, l’ho finalmente ottenuto, e tanto lieto sono di tale acquisto, quanto affliggevami la privazione. [p. 428 modifica]

Chiunque ha l’onor di conoscerla, compatirà le mie sollecitudini, le quali non tesero mai ad altro che a procurar di rendermi compatito da chi più sa; e l’E. V. che tanto gli altri sorpassa in ogni genere di sapere, da me esigeva maggiore stima e desiderio maggiore. So che un tale mio fortunato acquisto avrà contro di me esacerbata l’nvidia, ma questa potrà poi meno insultarmi, trovandomi da sì forte scudo difeso. Chi è che ardisca di opporsi alle decisioni autorevoli dell’E. V.? Un’opera da lei lodata dee rispettarsi da chi che sia; e vergognarsi deve, in mezzo agli applausi più risonanti, chi a lei dispiace. Nè credasi qui da taluno, ch’io voglia con adulazione servile alzar il merito di un Protettore mio, col fine interessato di far valere per rispettabili le decisioni sue alle Opere mie favorevoli. Nota è dell’E. V., non meno del suo sapere, la sua esimia sincerità. Ella non ha lasciato di condannare in me ancora quello che degno non ha creduto della sua approvazione, e ciò maggiormente fa risaltare il compiacimento che delle cose più compatibili ha risentito. Non mi scorderò mai l’onore che l’E. V. ha voluto farmi la sera medesima in cui si rappresentò per la prima volta in Venezia quella Commedia mia, che e intitolata Terenzio2. A sei ore di notte, terminata la recita, piacque alla di lei benignità portarsi alla mia casa medesima a consolarmi, a rallegrarsi meco, a dirmi cose che impresse mi staranno eternamente nel cuore, e che insuperbito mi avrebbono, se cauto reso dall’esperienza, non mi fossi poi ricordato che una Commedia cattiva mi avrebbe fatto perdere un giorno il merito, che con questa parevami di avere allora acquistato. Non mancarono il giorno dietro i Critici che la volevano annichilata, ed era per me la più valida, la più onorata difesa l’approvazione di V. E., e questa fece ammutolire i più arditi, ed illuminò coloro che meno capaci erano di giudicare. Ma che dirò io frattanto della Commedia che all’E. V. con questo mio riverente foglio ardisco di presentarle? Ella vedrà benissimo, e lo ravviserà ciascheduno, che un’occasione io cerco di [p. 429 modifica] decorare le Opere mie col nome grande di V. E., e che nell’atto di rendere palese al mondo l’onore ch’Ella della protezione sua benignamente mi accorda, vengo ad acquistare moltissimo nel concetto e nell’estimazione degli uomini, ma vorrei nel tempo medesimo, offerendole cosa che dispiacere non le potesse, mostrarle anche in questo la mia attenzione.

Se esamino spassionatamente quest’Opera mia, trovomi di essa internamente contento, e fra quelle da me prodotte, che tutte pur troppo sono difettosissime, parmi in questa non essermi allontanato poi tanto dai precetti della vera Commedia, e dagli esemplari de’ buoni Autori. La semplicità dello stile, siccome è propria delle persone da me introdotte, e adattatissima all’argomento che mi ho prefìsso, parmi non avvilisca l’Opera, ma vaglia anzi a renderla più verisimile. Il personaggio protagonista è Checchina, ed è lavorato appunto sull’immagine degli antichi, cioè di una figliuola incognita, il di cui scoprimento forma l’azion principale, servendo gli episodi ora a sollecitarlo ed ora a confonderlo; e siccome ciò accade continuamente per ragione di ciarle donnesche, che in lingua nostra diconsi volgarmente Pettegolezzi, così ho creduto bene d’intitolarla, coll’esempio de’ primi Autori. La Commedia è breve; però non manca della sua integrità. Si sovverrà l’E. V. averla io fatta in quell’anno, per me memorabile, in cui mi è riuscito di farne sedici. Questa fu l’ultima, e doveva essere la più infelice, perchè prodotta da mente stanca; ma per dir vero, fu dall’universale con estraordinario giubilo ricevuta, e so che V. E. ancora l’ha della sua approvazione degnata. Ecco dunque perche a Lei la dedico precisamente. Dubiterei gradita non fosse da chi meno le leggi sapesse della Commedia, ma Ella che più d’ogn altro le sa e le conosce, la riceverà di buon animo sotto la protezione sua, e col di lei illustre Nome la renderà pregevole presso di quelli ancora che meno intendono.

Non parlerò io qui, dove pare mi si apra il campo di farlo, non parlerò io della nobiltà del sangue antichissimo di V. E. La famiglia de Zorzi, o sia Giorgi, è nota bastantemente fra le principali della Repubblica Serenissima, e vanta i fregj tutti de’ [p. 430 modifica] gloriosi Patrizi, memorabile fra gli altri il Serenissimo Marino Giorgio, Doge cinquantesimo nelV anno 1311. Ma gli uomini dotti non si apprezzano tanto per la nobiltà de’ natali, quanto per il merito della virtù, e V. E. in questa tanto risplende, che accresce mirabilmente i fregj de’ suoi eccelsi antenati.

Ella ha congiunto ad un profondo studio delle migliori scienze un lucido naturale di mente, ed una eloquenza sì tersa e facile, che si rende padrone del cuore degli uomini. Ella sa essere oratore cogli altri e filosofo per se medesimo, poichè non vi è persona che non sapesse essere da Lei nelle disavventure sue confrontata, e non vi è colpo di sorte che vaglia il di lei animo a perturbare.

Il tempo che le rimane, dopo le gravi pubbliche cure che la tengono nei Tribunali di giustizia frequentemente impiegata, sa ella così bene distribuirlo, che anche gli ozj suoi si rendono a Lei gloriosi, ed al pubblico profittevoli.

Ella fra le altre occupazioni sue dilettevoli predilige quella della Teatrale Poesia. Non solamente compiacesi di tradurre in eleganti versi italiani le Opere de’ migliori Francesi; ma so io di certo aver Ella create delle graziosissime cose, che dalla sua modestia vengono tuttavia seppellite, ma spero esciranno un giorno, per onor suo e per gloria della nostra nazione.

Un bene grandissimo ha concesso all’E. V. meritamente la sorte, ed è quello l’amabile compagnia di una Sposa, la quale non solo nelle più eroiche virtù si assomiglia al Marito, ma nell’ amore ancor per le lettere; onde anzichè distrarlo da’ suoi studj, come il più delle donne far sogliono, lo seconda, e lo anima, e lo conforta.

La Nobilissima Dama, la Signora Teresa Dolfin Zorzi, nata di una delle più illustri Famiglie Patrizie Venete, unisce alla bellezza esteriore quella dell’animo, e l’una e l’altra formano per l’E. V. una vera felicità. Compatisco assaissimo quelli a’ quali e toccata in sorte una brutta moglie, ma più infelici sono coloro a’ quai toccata è una moglie sciocca. Contento può essere l’E. V. per due motivi, ma molto più per il vicendevole amore, [p. 431 modifica] che siccome acceso fu fra di loro da occulti principj di somigliante virtù, non vedesi e non si vedrà venir meno. Profitto anch’io di sì ammirabile unione; la benignissima Dama mi onora niente meno della sua Protezione, ed è delle opere mie e del mio nome, gloria, onore e difesa.

Vorrei saperle rendere quelle grazie che so di doverle, ma atto non sono per verun modo a poterlo fare, laonde non farò che ringraziare la sorte di un sì gran benefizio concessomi; la pregherò di serbarmelo; studierò almeno di non demeritarlo per l’avvenire, e con profondissimo ossequio mi rassegno.

Di V. E.



Umiliss. Devotiss. ed Obbligatiss. Serv.
Carlo Goldoni.


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  1. La seguente lettera di dedica uscì la prima volta nel t. IX dell’ed. Paperini di Firenze, l’anno 1755.
  2. Nell’ottobre del 1754.